Archivi del mese: giugno 2013

Il lavoro nobilita l’uomo

Legenda:
MP* Multipaesana
MN** Multinazionale

Le uniche sostanziali differenze che emergono dall’analisi di una MP* e di una MN** coincidono curiosamente con quelli che (secondo me) sono i vantaggi del lavorare in una MP anziché in una MN, e cioè:

– 1) la MP nella stragrande maggioranza dei casi si trova non lontano da casa, tempi rapidi per raggiungerla, tempi rapidi per andarsene. Ottimo.
Per la MN non è sempre vero, numericamente ne esistono molte di meno e sono assai mutevoli e capricciose: si trasferiscono, cedono un ramo d’attività, delocalizzano, chiudono, ottimizzano, confluiscono. E qualche volta ti spediscono a 9.000 km dal tuo orticello, che ti piaccia o meno. Le MN prediligono inoltre l’anonimato della grande città, notoriamente in Italia ne esistono due, o le di esse periferie e poli industriali, mentre non paiono insediarsi volentieri in capoluoghi di provincia e centri minori.
La vicinanza della MP alla propria area di residenza deriva dal fatto che, prima di montarsi la testa e di diventare MP, questa altri non era era una delle tante aziende, ditte, imprese, scantinati o sweatshop che in tempi più felici degli attuali prosperavano costellando e marcando il territorio, preferibilmente il Lombardo Veneto, come tante mosche spiaccicate sulla carta moschicida.

Senza tanti grilli per la testa portavano avanti il loro lavoro/attività guidate principalmente da un unico fido condottiero, un titolare o imprenditore più o meno illuminato e con una variabile padronanza della lingua italiana, o da un padrone padre-padrone spesso ed impropriamente facente più funzioni (multitasking), quasi sempre con un’ottima padronanza del dialetto locale a discapito della conoscenza della lingua italiana.
Mogli, figli, amanti, amici di famiglia e cugini fino al secondo grado, compresi Mano e Zio Itt, rientravano nell’organigramma con assidua frequenza, anche se allora non lo chiamavano ancora Organigramma ma Grande Famiglia.
E difatti, quella del titolare barra padre-padrone.
Tuttora ne fanno parte, anche nelle attuali MP, solo che adesso li hanno dotati di biglietto da visita e fatti diventare Responsabili o Capi Funzione.
La business card sdogana l’oscuro passato, conferisce una certa autorevolezza e, con terzi estranei ai fatti, fuga il timore che il portatore sano di biglietto da visita possa essere il solito imboscato o raccomandato di primo, secondo o terzo grado.
Il che spiega in buona parte la maledizione del capitalismo italiano che è quella che un’azienda non riesca ad arrivare o sopravvivere alla terza generazione. Fatevene una ragione in Confindustria.
Vorrei citare la fonte ma purtroppo non ho ancora trovato il modo di aggiungere un link.

Saldamente ancorata al territorio su cui sorgeva e non ancora inserita in un mondo globalizzato come quello degli ultimi dieci o quindici anni, in caso di necessità di nuovo personale (adesso “risorse”), impiegati o operai, per ruoli di responsabilità/prestigio si veda sopra, la MP era solita reclutare nuovi talenti attingendo ad un bacino assai limitato, per non dire ristretto. Un raggio di venti chilometri massimo, moglie e buoi dei paesi tuoi.
Avere tra le proprie fila un dipendente di una provincia contigua, specie di quella più nobile e famosa Oltre Il Quasi Invalicabile Grande Fiume A., era considerato qualcosa di esotico e contribuiva ad accrescere il prestigio interno ed esterno dell’azienda, impresa, ditta, scantinato o sweatshop che dir si voglia.
Cioè, se uno si faceva ottanta o cento chilometri ogni giorno per lavorare alla XYZ voleva dire che alla XYZ erano un sacco avanti, che i cervelli o le braccia disponibili in loco forse non ne erano all’altezza, ma soprattutto che vi erano delle potenzialità.
Quelle potenzialità che già a partire dalla caduta del Muro, poi in seguito all’introduzione dell’euro ed infine alla competizione sfrenata – mors tua vita mea – lanciata da oltre confine, nord-sud-ovest-est, e peggiorata di bbestia dal 2008 circa, avrebbe innestato il processo alchemico, la metamorfosi da XYZ a MP.
È insomma la globalizzazione forzata o forzosa l’artefice della nascita delle nostre amate MP.
Basta l’apertura di un ufficio di rappresentanza nel Guandong, l’insediamento di un piccolo sito produttivo nei Carpazi orientali e ZAC…. ecco a Voi una bella e ruspante MP.
Tralascio volutamente le modalità di reclutamento delle risorse di una XYZ prima della trasformazione in MP perché richiederebbe un post a parte. Come scriveva il Manzoni sarebbe ‘un romanzo nel romanzo’.

– 2) La MP manteniene più o meno inalterati credo politico o religioso, ideologie di ogni tipo, gusti in fatto di vestiario, cibo, luoghi di villeggiatura, personalità e tratti del carattere delle sue “risorse”. A volte può essere un bene, talora un male, come nel mio caso, ma quantomeno ognuno resta quello che è o con poche variazioni, e sappiamo che il mondo e’ bello perché vario.
Questo perché alla MP di Te interessa solo che:
– faccia il tuo lavoro senza rompere gli zebedei
– che non ti dedichi allo spionaggio industriale o a ripulire la cassaforte
– che non ti spari venti giorni di malattia per un’unghia incarnita
– che non osteggi o intralci né subdolamente né apertamente l’inarrestabile ascesa ai vertici aziendali dei raccomandati di primo, secondo o terzo grado
– che non incasini il server cazzeggiando in Facebook, con la chat di Skype o su Youporn.
— faccia il tuo lavoro senza rompere gli zebedei. Già detto?

Mentre a Te della MP interessa solo che:
– ci sia un clima, umano e non, respirabile
– che ti accreditino ogni mese lo stipendio.
(E non strettamente in questo ordine)
La capacità che fa sopravvivere all’interno di una MP è, sostanzialmente, la resilienza.

La MN invece no. La MN ti risucchia come un’ idrovora, un meccanismo infernale e dal sapore vagamente kafkiano che ha lo scopo di risputarti in breve tempo del tutto destrutturato e privo di ogni particolarità o tratto distintivo per poi farti assumere le sembianze, il carattere, la personalità, il pensiero, le modalità di interazione sociale, l’eloquio di una risorsa da MN.
Questo perché la MN vede in ogni individuo un potenziale sovversivo dell’ordine mondiale costituito, e una semplice cravatta a pois fucsia e arancione invece che navy a righine bordeaux la può mandare in fibrillazione e paranoia.
Infatti, mentre con anche tutta la buona volontà è impossibile individuare i tratti comuni dei dipendenti di una MP, tranne la diffusa quanto poco nobile necessità di sbarcare il lunario a prescindere da ogni gratificazione e coinvolgimento emotivo e da quanto elevata possa essere la mission aziendale, la MN produce quasi sempre un modello standard, un archetipo.
Se non ci sia adegua a questo modello universale i rischi di venire rigettati dalla MN come un boccone andato di traverso sono molto elevati, l’onta inimmaginabile, il c.v. irrimediabilmente compromesso.

– 3) per i motivi di cui sopra, e anche se ogni MP che si rispetti emulando i cugini ricchi di città delle MN tenderà ogni giorno di più ad incapsularti ed ingabbiarti in attività ricreazionali e socializzanti al fine di studiarti meglio e tenerti sotto controllo, fondamentalmente potrai esentarti da cene di Natale, ventennale della Fondazione, convenscion aziendali, gite della domenica a Gardaland con famiglie al seguito, eccetera, eccetera senza dovere presentare il certificato di morte.
Basterà un’ educata, rispettosa quanto dispiaciuta scusa qualsiasi; funziona sempre molto bene quella di parenti all’ultimo momento. Inutile se non controproducente o dannoso arrampicarsi sugli specchi.
Una MN comunque non te lo perdonerebbe, MAI.
Sarebbe saggio infatti non bidonare, specie la Sacra Cena per il Santo Natale: massimo consentito due anni si, andarci, ed un anno bidone.
Il giorno dopo la cena o la convenscion uno dei tuoi capi nonché migliore amico (nella finzione cinematografica) ti verrebbe a chiedere il perché ed il percome della tua assenza facendoti capire tra le righe che la tua vita aziendale e’ in pericolo, che stai camminando sulle mine.
Paradossalmente infatti la MN, come una qualsiasi banale XYZ prima della trasformazione in MP, ama pensare se’ stessa come una grande avvolgente generosa famiglia, una famiglia che ti ha raccolto per la strada mendico e lacero e ti ha dato l’Opportunità della tua vita.
Poiché ti da la possibilità di fare ben tre pasti al giorno, ti da il lavoro dei tuoi sogni che mai avresti osato potere avere, ed infinite possibilità di realizzazione personale in un contesto giovane, internazionale ed in crescita (cito testualmente) tu, piccolo ingrato morto di fame, dovresti ringraziare per i due giorni tutto compreso che ti vengono offerti, 1800 km in pullman con Autostrade Italiane, e a destinazione scordarsi la singola.
La MN non si capacita che tu preferisca passare il weekend al paesello a fare lavatrici e a passare l’aspirapolvere piuttosto che tra le sue calde braccia dalle quali ti ostini a svincolarti.

– 4) in una MP ti sarà risparmiato lo strazio di doverti fingere simpatico tra i simpatici, brillante tra i brillanti, di avere il migliore carattere di questo mondo, sempre indistintamente cordiale, stabile, sereno e disponibile con tutti come facessi un uso smodato di inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina.
Sarai anche esentato dal dover dare a tutti il Tu, obbligatorio, che non dai nemmeno al benzinaio dietro l’angolo dopo 30 anni di pieni, ed analogamente non ti sentirai dare del Tu da gente che a malapena riconosci e dalla quale ti va benissimo di tenere le distanze.
Potrai esternare liberamente quasi tutto quello che pensi alla macchinetta del caffè o in mensa, anche se personalmente consiglierei di tenere un basso profilo o profilo neutro anche in un’innocua MP. Non si sa mai che un giorno magari una MN voglia mangiarsi in un boccone la tua vecchia e scalcinata MP.
Ogni informazione troppo personale potrebbe essere fatta oggetto di fraintendimenti, pettegolezzi a non finire, ricatti e pressioni psicologiche.
È un dato scientifico e perciò inconfutabile che in ogni MP ci siano lobbies, fazioni guelfi-ghibellini, intrighi e cosche di vario tipo ma qui, almeno, sono alla luce del sole, si sa benissimo chi non sopporta chi, le alleanze, le strategie, chi fa il doppio gioco, chi si fa solamente i fatti suoi.
In una MN è uguale identico in fatto di lobbies, fazioni, faide, guerre intestine, sono solo molto più sofisticati, il che significa che la proposta di ritorsione mediante sfregio alla carrozzeria o foratura dei copertoni della macchina del nemico non viene mediamente presa in considerazione.
Sul piano dialettico poi, in una MN non sono assolutamente consentiti e tollerati improperi, tipicamente maschili, o urla isteriche di rappresentanti del sesso femminile, esternazioni ed incontinenze che sono facilmente riscontrabili in MP di basso rango o che si sono da poco guadagnate l’agognato status di MP.
In una MN porconi e urla sgraziate sono veramente esecrabili, possono costarvi la carriera, per niente cool sono pure mostrare segnali d’impazienza, di nervosismo, di stanchezza, sbadigli.
La risorsa MN è sempre li, sempre sul pezzo, ama quello che fa e lo fa con classe, vive per quello, e non ammette errori.
Loro non commettono sbagli, non dimenticano, non si confondono, tutt’al più gli Infallibili riconoscono un typing error, un’overview, al massimo un misunderstanding se vogliono darti un po’ addosso.
L’astio, i rancori, le intolleranze, le frustrazioni vengono represse, insabbiate, per meglio dire sublimate nell’aurea di composta, imperturbabile e spocchiosa superiorità che è la caratteristica precipua della risorsa MN insieme all’orgoglio MN, tratti che in realtà io un poco ammiro.

– 5) in una MP non esiste alcun dressing code, e se esiste è circoscritto a particolari eventi o contingenze. Matrimonio o funerale del Grande Capo o di uno dei raccomandati o imboscati di primo e secondo grado, visite di clienti, visite dai clienti, fiere.
In una MP puoi tranquillamente andarci vestito come per una prima alla Scala se ti garba, il che non sarebbe apprezzato di venerdì in molte di quelle MN che di venerdì proclamano il casual friday, oppure tutti i giorni come un punkabbestia, entro certi limiti, ma i limiti variano di MP in MP e sostanzialmente dipendono più dagli individui che dalla politica aziendale.
Soprattutto le donne potranno sentirsi libere di esprimere al meglio la propria personalità ed i propri gusti in fatto di abiti, trucco e parrucco.
Tutto è consentito, ammesso o tollerato: i Moonboots in ufficio a dicembre se c’è la neve, in agosto infradito e canotta con micro gonna come in un weekend ad Ibiza, facce slavate ed assonnate che recano ancora i segni del cuscino e volti stuccati e pittati come quelli di una famosa non più giovane circense, capelli arruffati che nascondono insospettabili nidi di rondine o piega dal parrucchiere un giorno si e uno no.
Il look da MN è viceversa piuttosto uniforme, prevedibile ed understated, meglio non esagerare mai in un senso o nell’altro, si a colori neutri indefinibili, grigio tortora fango topo di fogna, il nero va sempre bene, ma no assoluto al total look in black a meno che non lavoriate nella moda, o nelle pompe funebri, ma non mi risulta ci siano ancora delle vere MN in questo settore. Si a ballerine e mezzi tacchi, non si esageri mai con trampoli, stiletti, zeppe, plateau, stivali a mezza coscia, anzi meglio evitare.
Col trucco e parrucco melius deficere quam abundare, e con la gioielleria pure, finta o vera che sia.
Se lavorate in una MN siete delle Signore, non delle donnacce di strada, ricordarlo sempre.
Per gli uomini, come sempre, e’ molto più facile e meno penalizzante.

– 6) last but not least l’orgoglio di cui accennavo alla fine del punto 4).
In una MP non esiste orgoglio e senso di appartenenza, a meno che non si tratti dei famosi Imboscati o Raccomandati di primo secondo e terzo grado. In questo caso si’, la MP viene venerata, e a ragione, come un Santo benefattore che elargisce stipendi quattro volte superiori alla media e spesso slegati dalle effettive competenze e capacità.
Tantomeno esiste quel sentimento di mistica adorazione dell’Entità Suprema tipico di una MN, quel gonfiarsi il petto e le piume nell’affermare “lavoro in una MN”, come fosse uno dei requisiti per far parte del Mensa (ci vorrebbe link) o un titolo di merito, e non una casualità o contingenza della vita.
La MN, a meno che non sia una start up di Seattle o della Silicon Valley, non cerca e non vuole cervelli speciali dalle intuizioni geniali, vuole cervelli medi e manipolabili.
Cervelli che alle convenscion aziendali danzino o facciano il trenino sulle note di ‘uh uh uh meu amigu Charlie’ e ‘un pais tropical’, in più fingendo l’estasi.
Einstein e Leonardo non sarebbero durati un giorno in una MN.
La capacità che permette di sopravvivere e prosperare in una MN e’ l’adattabilità.
MP = resilienza versus MN = adattabilità.
La risorsa MN si bea del fatto di far parte di questa dorata casta sovranazionale che si fiuta a naso, si ritiene privilegiata e valorizzata professionalmente e umanamente dalla propria MN, crede davvero alla mission ‘combatteremo la fame nel mondo e costruiremo un mondo migliore aumentando il fatturato del 30%’, un po’ come le miss Italia nelle interviste.
Teneri, ingenui, ottimisti e beati che hanno identificato e coronato il sogno di una vita e che si sentono parte di Qualcosa. Mentono ignorando totalmente di mentire.
Il dipendente di una MP riconosce una sola entità superiore, la mano santa che con un click del mouse accredita la marchetta mensile, e morta li’.

Concludo con un ringraziamento poiché per il geniale conio linguistico di MP, parola che racchiude tutto un mondo e sul quale ci sarebbe molto altro da dire, sono eterna debitrice a S., persa di vista da oramai tanti anni ed incontrata nella più perfida, folle ed invivibile MP che mi sia mai stato dato modo di conoscere.
Se un giorno per puro caso, ma dubito, S. si trovasse a passare da queste parti.

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Libro che ho letto: “Prove per un incendio” (Shalom Auslander)

Da leggere d’un fiato.
Un libro che consiglierei a tutti specialmente a chi ama l’umorismo ebraico. Umorismo che come spesso succede è autoreferenziale e, non indulgendo in sconti di nessun tipo, qui riesce ad essere davvero dissacrante.
Una vicenda che ha del surreale, la forzata convivenza di una famiglia con un’Anna Frank scrittrice e che si scopre essere sopravvissuta al campo di sterminio.
Decrepita, asociale, cattivissima, dalla fine della guerra Anna si nasconde di paese in paese per approdare nel solaio della fattoria di un’anonima cittadina americana dove viene scoperta dal capofamiglia Sholomon.
Sua unica preoccupazione ed occupazione bissare, dopo quasi settant’anni, il successo mondiale del suo famosissimo Diario.
Almeno due personaggi rubano la scena ad Anna Frank: l’anziana madre di Sholomon, un po’ Jewish mama ed un po’ no, perseguitata dagli incubi, dai tormenti e dai lutti di un Olocausto che non ha mai vissuto in prima persona in quanto nata e cresciuta americana in una famiglia della middle class, al riparo e lontana dalla tragedia che si consumava dall’altra parte dell’oceano, ed il professore e psicoterapeuta Jove che elargisce perle di saggezza all’insegna di un pessimismo che più cupo e cinico non si può.
Un finale a mio avviso un po’ rabberciato, a suo modo triste e nemmeno tanto originale, ma nulla che possa sminuire il piacere di questa lettura e l’ansia di arrivare alla fine che accompagna solo i libri migliori.

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Libro che ho letto: “il metodo France Guillain per una vita sana e armoniosa” (France Guillain)

Interessante, cose a mio avviso sensate, che non stravolgono la vita e che, qualora non non dovessero migliorare benessere e salute, difficilmente possono essere dannose.
E comunque a costo praticamente zero.
Non mi piacciono, anzi mi infastidiscono, i tanti troppi guru predicatori e depositari della verità assoluta, dimagrisci in due settimane, la dieta della rapa, quella del carciofo, quella dei gruppi sanguigni e quella dei segni zodiacali, sconfiggi l’artrite, dimenticati la cellulite: finalmente, mi sembra, un approccio pacato, ragionevole e sereno, sostenuto da un fondamento scientifico comprensibile anche ai profani.
Unica perplessità ed obiezione, non credo di poter rinunciare agli occhiali da sole, ma è anche vero che non ho mai indossato, e tantomeno possiedo, cappelli a larghe tese.
Da qualche settimana devota seguace dei bagni derivativi, o meglio dell’utilizzo delle poches de gel, finora i soldi meglio spesi della mia vita. Se fossi meno pigra avrei potuto anche risparmiarmeli.
Provare per credere.
Ancora impossibilitata ad iniziare la colazione agli olii ed alla frutta per il semplice fatto che olio di sesamo e di lino non sono (fino ad ora perlomeno) reperibili nei supermercati cosiddetti normali.

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Ah, però

Ci sono voluti 11 anni, 11 mesi, 30 giorni ed una manciata di ore, depurati da festività ferie e quant’altro, per avere uno scranno a norma e che non massacra la schiena nella prestigiosa PMI (meglio detta Multipaesana o MP) pluricertificata e pluricontrollata da tutti gli enti competenti di questa galassia, PMI ove mi guadagno il pane quotidiano.
Ah, però.

E sto parlando della creme della creme delle tre o quattro di mia conoscenza dove ho avuto l’onore di soggiornare precedentemente. Ah Squi’, mi senti?

On a slightly different note ma i due eventi non sono del tutto scollegati nella mia mente sconnessa: Cova top pasticceria via Montenapoleone venduta ai francesi, avanti così.

On a totally different note: poches de gel in arrivo, parrebbe. Hooray, hooray.
Nel frattempo si continua con il mattonellozzo ed i risultati fino a qui sono incredibili, pantaloni nuovi che quasi ballano, e non è nemmeno la cosa che apprezzo maggiormente.

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Il PdT

Il PdT non è perlomeno alla data in cui scrivo, un nuovo partito fondato nottetempo, sulla scorta delle ultime vicende giudiziarie e politiche.
Il PdT è un grande parco inaugurato qualche anno fa nella ridente cittadina nella quale vivo e dove sono stata ieri per la prima volta, una bella ed afosa domenica di fine giugno.
Si tratta di una grande area verde molto ben tenuta dotata di piste ciclabili, una zona riservata per i cani, un laghetto con un bar ed annessa una sorta di spiaggetta vorrei-ma-non-posso (essere a Forte dei Marmi, a Bellaria, a Taormina, a Positano, vedete voi), un paio di canali artificiali, un campo per il beach volley, tavoli per mangiare.
Specialmente d’estate vi si svolgono diverse attività e chiunque ve ne parli non ve ne parlerà che bene, del parco in se’, degli eventi che vi organizzano.
Unico neo, e a ragione, parecchie persone ne lamentano l’insufficiente piantumazione, molti infatti sono baby alberi dal fusto ancora esile e non creano abbastanza ombra.
Non nascondo che ci sia del vero in quest’osservazione ma, specie nella parte centrale del parco, non è affatto impossibile trovare riparo e conforto dal sole cocente sotto una pianta, e comunque, anno dopo anno, la situazione non potrà che migliorare.

Fino a qui nulla da eccepire dunque, gran bella cosa il parco, anche perché in città il colore che va per la maggiore è il grigio dell’asfalto rattoppato alla boia di un giuda declinato in tutte le sue millepiu’ sfumature che si alterna alle diverse tonalità di intonaci delle case, ma di verde se ne vede gran poco, e quando c’è spesso è trascurato o lasciato nella più totale incuria, e fa piangere il cuore.
Il PdT ieri era pieno zeppo, un luogo felice, distese di corpi al sole, corpi in movimento, gente di ogni età, sesso, censo e colore, gente con bambini e senza bambini, con cani, senza cani, in bici, in triciclo, a piedi, in passeggino. Brulicava di vita.
Ecco, di vita, appunto, e qui arriva per quello che mi riguarda l’unica dolente nota del PdT.
E non è che mi paghino per essere stronza o per trovare il pelo nell’uovo anche nel PdT, però io qualcosina di stonato e davvero fuori luogo ce l’ho trovato in questo posto, che è bellissimo come detto.
Ma questo qualcosa mi ha turbata, e non capisco se devo autoflagellarmi per essere la solita scema o se gratta gratta il mio disagio ha, anche solo in parte, ragione d’esistere, e quindi non so se ci ritornerò o meno.

Ora, il motivo per cui non ho mai pensato di farci anche solo un salto in questi quattro o cinque anni di apertura è il fatto che, come avevo letto e mi avevano riferito, il PdT è il parco del nuovo ospedale, e per me un luogo di cura dove la gente soffre e qualcuno anche muore non è un posto dove io vada volentieri a sentire l’iPod, a leggere un libro, a stravaccarmi al sole, a pascolare il cane, a farmi un panino con la mortadella, e meno che meno ad ascoltare musica o a fare baccano in compagnia.
Proprio no. Anzi, poiché per me per scopi e funzioni non ci possono essere due posti più diversi, idealmente questi non dovrebbero essere nemmeno fisicamente troppo vicini.
Credo di essere di larghe vedute, non mi darebbe fastidio se ad esempio in un PdT che sorgesse lontano da una clinica/ospedale ci praticassero il nudo integrale, ma il rispetto per il dolore e la sofferenza altrui e’ sacrosanto, ed è qualcosa di più del semplice buon gusto.
Anche perché un giorno tocca a me, un giorno tocca a qualcun altro, tutti prima o poi abbiamo a che fare con la perdita di persone care, o con la malattia nostra e di amici o famigliari.

Vista di persona la situazione non è proprio così come me l’avevano descritta, nel senso che parco ed ospedale sono divisi da una strada (ma non poi COSI’ ampia), quindi tecnicamente si tratta di due realtà distinte aventi accessi autonomi, e ci mancherebbe.
Tuttavia non credo ci siano più di 100/150 mt di distanza tra i cancelli del PdT e la struttura ospedaliera e, cosa che mi aveva messo addosso una discreta angoscia già nel raggiungerlo a piedi quando ero inciampata nella laconica segnalazione ‘camera mortuaria’, l’obitorio è molto vicino ad uno dei due ingressi principali. Di più, in tutta la sua austerità’ e compostezza la camera mortuaria si affaccia proprio sulla parte più vivace e densamente frequentata del parco.
Per questo motivo non è che io mi sia sentita totalmente a mio agio nel PdT: se devo dire tutta la verità non ho mai smesso di pensare a quello che stava dall’altro lato della strada, ed anche ai molti malati e ai degenti che dalle loro camere potevano vedere gente allegra, in compagnia, che si godeva il sole o l’ombra a seconda dei gusti.

Eppure, a giudicare da quello che vedevo intorno a me nessuno sembrava minimamente porsi il mio stesso problema, e di che cosa potere incolpare tutta quella brava gente?
Di essere felici e spensierati in un bel posto in una domenica pomeriggio soleggiata e col cielo azzurro? Certo che no. Perché allora io non ci sono riuscita del tutto ?
Ci sarà stato o ci sarà qualcuno, prima o poi, anche una sola persona, attraversata dal mio stesso pensiero, dal mio stesso disagio, anche solo per un nano secondo?
Se sapessi di si mi sentirei un po’ sollevata, mi sentirei meglio.

Perché quando qui fanno una cosa bella non la fanno anche giusta fino in fondo?
Unum Verum Bonum convertuntur, mai sentito dire?
Non si tratta del solito fazzoletto di terra non più grande di un appartamento con due panchine e giochi per bambini, è un vero e proprio luogo di svago e di socializzazione con un cartellone di eventi che mai in tutta la città nei secoli dei secoli, dai corsi di fitness alla zumba, alla degustazione della birra.

Penso alle città italiane e straniere che conosco o che ho visitato, non mi ricordo una città nella quale un ospedale ed un parco cittadino aventi simili caratteristiche siano così vicini, praticamente appiccicati, ma mi riservo di approfondire.
E, vorrei chiarire, non è il PdT a trovarsi nel posto sbagliato, tutt’altro: notoriamente per vecchi e bambini quell’area è sempre stata una desolata landa acquitrinosa, non a caso sempre risparmiata dalla speculazione edilizia che ha devastato la città.
No, il PdT con il suo laghetto principale e un paio di altri minori ed il suo bravo canale, li ci sta benissimo.
Forse è il nuovo gigantesco ospedale che non doveva essere costruito li ma altrove, che con quello che è costato (e costerà) in bonifiche, sistemi drenanti e sistemi per prevenire e combattere le infiltrazioni ci si costruiva un ospedale ed un polo universitario, e si ristrutturava e ridisegnava l’anonimo centro cittadino.
Inoltre, fosse stato fatto in un’altra zona non rischierebbe ogni giorno di fare la fine di Venezia, evitando l’impari lotta quotidiana contro la Natura infingarda e gli Elementi.

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Una bella giornata

Oggi spira un bel venticello fresco e leggero, ma meglio non farsi illusioni.

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Brasile e dintorni

Tanto te la raccontano tutti come vogliono, giornali, carta stampata, internet: la crescita a due cifre o forse no, lo sviluppo, il rating, il Brasile di qui, il Brasile di la’, i paesi emergenti, i BRICS, la globalizzazione, il futuro.
Ne senti parlare ogni giorno mentre ti accorgi che stai davvero invecchiando e sei oramai obsoleta come una 127 Special, solo con meno ruggine.
Hai sempre pensato con orgoglio al primato morale della tua vecchia Europa e dei i suoi valori fondanti, almeno in teoria equità, giustizia sociale e rispetto per l’individuo e la vita umana, anche se adesso il continente sta davvero cadendo a pezzi, per non dire del Paese dove sei nata e dove vivi che anche geologicamente si sta sgretolando sotto i tuoi piedi.
Anche per questi valori, certo non solo o non principalmente per questi valori ma perché gli uomini sono peggio degli animali, nel corso dei millenni si sono succedute tutte quelle guerre che ti hanno fatto studiare a scuola, in scuole ed università pubbliche di discreto o buon livello.
Insomma c’era anche del buono da queste parti, diciamocelo.
Avrebbe potuto essere meglio ma anche molto, molto peggio. Infatti ti sembrava che fuori dall’Europa e tranne poche realtà-eccezione in pochi se la passassero così bene come nel Vecchio Continente.

Poi se sei uno dei più che in Brasile non ci ha mai messo mai piede, o magari solo da turista, e sappiamo che il paese è tuttora una delle destinazioni principali per quei marcioni mentecatti che praticano turismo sessuale, e se sei uno di loro del paese non ne sai nulla perché nemmeno ti interessa, quando leggi articoli come quello che hai appena letto sul tuo quotidiano di fiducia*, e di centinaia di migliaia di persone incavolate nere in piazza in moltissime città di quello che non è nemmeno un Paese ma un continente, ti senti come quando a sei anni sono venuti a dirti che Babbo Natale non esiste, che era tutta una finzione.
Hai la conferma che non e’ tutto oro quello che luccica, che tutto quel Brasile qui e Brasile la’ e’ stato solo del buon marketing.
Dietro i grattacieli sempre più alti delle megalopoli di cui leggi in realtà poco o nulla e’ cambiato, o non abbastanza, dei problemi che affliggono da sempre il paese ne e’ stata scalfita solo la superficie.
Certo del Brasile non sai proprio niente, a parte quello che leggi, te la raccontano tutti come vogliono, e come sempre sta a te decidere a chi volere credere.

Non rimpiangi la vecchia Unione Sovietica ma pensi che almeno sanità ed un’educazione pubblica di qualità siano le fondamenta di ogni paese che voglia dirsi civile, questo e’ quantomeno il tuo retaggio culturale, il punto di partenza. Del calcio, dei mondiali, degli europei, degli oratoriali chissene….., ci hanno strarotto.
Ci sono cose più importanti da questa e da quella parte dell’oceano.
Quando la nostra penisola sprofonderà nel bel Mediterraneo blu con un boato, oltre che nei debiti, quei simpaticoni della televisione italiana, privata o pubblica non fa alcuna differenza, continueranno imperterriti a parlare di campionato e campagne acquisti.
L’orchestrina del Titanic e’ il paragone che mi sembra più calzante.
Purtroppo non sei un cervello in fuga, e’ il tuo cervello che e’ in fuga da te, perciò quando questo succederà, temi tra non molto, tu ci sarai, purtroppo.

E comunque, anche a prescindere dal Brasile, non capisci dove stiamo andando, dove ci vogliono portare, quali siano i Loro piani per il nostro futuro come esseri umani su questo pianeta.
Si, perché pur non definendoti una cospirazionista intuisci che dietro a tutto quello che sta succedendo sul pianeta, dall’Europa al Brasile, dalla Siria alla Turchia, ci sia un piano.
Non sai bene di chi, ma qualcuno sta tirando le fila, e siamo tutti delle marionette nelle loro mani, abbiamo perso il libero arbitrio.

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Review 1)

Cari Signori dell’Esselunga,

ed in particolare Voi del Marketing Personal Care se esistete, non vi sarò mai grata abbastanza per aver pensato e messo in commercio, ed anche ad una modica ed onesta cifra devo riconoscere, il “Bagnodoccia a base di ingredienti di origine naturale con estratti di mandorla e miele formato 300 ml.” del quale mi approvvigiono con regolarità ed insolita costanza da tempo.
Certo, quando riesco a raggiungere uno dei vostri supermegaiper stores, che di solito per mia scarsa lungimiranza ed organizzazione ci capito la domenica mattina ma proprio in quello (dei tre cittadini) che resta chiuso o, come stamattina, in quello di via S.B. non riesco a trovare un dannato parcheggio, e sono costretta a fare rientro con la coda tra le gambe e la borsona in tela cerata gialla vuota che mi viene da piangere.

Vi ringrazio perché è l’unico bagnoschiuma, o bagnodoccia che dir si voglia, che non mi scartavetra la pelle, e non so bene questo da che cosa dipenda, che con tutta la buona volontà di Inci ci capisco ancora poco, ed anche se mi sono avvicinata da tempo alla cosmesi naturale non sono certo una talebana, io guardo al risultato, ed il risultato mi piace, ogni giorno.
Saranno gli ingredienti di origine naturale come l’olio di oliva e di cocco e l’assenza di inutili coloranti, ma ringrazio ogni giorno di non essere costretta a cospargermi di unguenti subito dopo la doccia perché la pelle mi tira come fosse quella rinsecchita di un vecchio tamburo.
Vi sono grata anche perché non produce inutile schiuma in quantità industriale che poi è solo una gran scocciatura doverla risciacquare ed in più inquina anche di brutto i mari.

Soprattutto Vi ringrazio per quel suo profumo, delicato e persistente al tempo stesso, di ingredienti davvero naturali (PER FAVORE DITEMI CHE E’ COSI’ e che non sono Made in Porto Marghera), e di buono, e di sano, di pulito.
Divino, celestiale, unico, non so come altro definirlo questo profumo, una goduria.
Mi ricorda come si trasforma l’informe poltiglia del mio porridge mattutino quando ci aggiungo del miele preferibilmente bio e polvere di cannella. Un odorino delizioso si spande per tutta la casa, e la sbobba incolore ed inguardabile diventa una prelibatezza alla quale non potrei mai rinunciare.
La fragranza e’ più o meno la stessa, fa venire voglia di mordicchiarsi, di mettersi in un angolino a leccarsi come i cani.

Questo prodottino, packaging spartano e senza troppe pretese che ci sta benissimo, dovrebbe essere il vanto della Casa tanto quanto i prezzi corti e mi dispiace vederlo parecchio sacrificato sugli scaffali tra armate di suoi simili cattivoni, tutti rosa fucsia dentro e fuori, o comunque plasticosi, artificiali, dal stucchevole scadente profumo gne’ gne’ che si avverte già nella corsia dei latticini.
Nemmeno più la Barbie voglio dire.
In tutta franchezza non capisco proprio come la gente ci possa ancora cascare, anche se talvolta ti tirano dietro dei tanicozzi da due litri di robaccia invereconda a dei prezzi ridicoli, e si sa c’è la “grisi”.
Io non ci laverei certo la nonna o i marmocchi con quella roba li, piuttosto sapone di Marsiglia puro.

Concludendo, per quanto mi consta il Vs. bagnodoccia e’ davvero un ottimo prodotto, soprattutto se non si vogliono o possono spendere dai dieci euri in su in erboristeria per qualcosa di simile, ed io spero di trovarlo ancora a lungo sui Vs. scaffali.

Una fedele consumatrice

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22 giugno 2013 · 21:58

Happy Halloween

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Fall 2012: the FA wished Happy Halloween to all her fans and supporters scattered around the globe.

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22 giugno 2013 · 21:35

Roman times

The FA in her all megalomania is planning to invade Northern Italy and Spain where they have very, very jummy ham.

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22 giugno 2013 · 20:41