Feria d’agosto e Multipaesana, osservazioni e riflessioni sconnesse

Il paesaggio di Bernascate con Casnate o Tepossino sul Minchio, sede della nostra ipotetica famigerata Multipaesana, come qualsiasi altro posto ad alta concentrazione Multipaesana, e cioè per definizione la vasta, monotona ed un tempo laboriosa pianura del Lombardo Veneto, è caratterizzato e costellato da (zoom dall’alto):

Centri commerciali di ogni forma, colore e dimensione nonché di varia ispirazione e stile architettonico: si va come niente dal corinzio al Bauhaus, dal Caesar Palace di Las Vegas al finto bucolico del casale tosco-marchigiano.
Unico comun denominatore il quasi scontato devastante impatto ambientale e l’effetto di ottundimento dei sensi e delle coscienze sulle tribù autoctone che con gli anni ed il regredire della civilizzazione sono diventate assidue frequentatrici di questi posti.
Strani esseri motorizzati, adoratori di feticci quali luci al neon, scalinate in marmo con ottoni, fontane con putti, sushi bar a 8 euri, tristissimi aperitivi dalla prolificante carica batterica, tessuti sintetici infiammabili e Spendi di Più e Paghi di meno Cards.
In questi mausolei o templi senza arte e senza storia il rito si compie preferibilmente in coppia o con famiglia al seguito di sabato o domenica pomeriggio o in prossimità delle feste comandate. Il capo clan o l’officiante cerimoniere si riconoscono perché spingono un carrello pieno.

Rotonde. Decine, centinaia di rotonde che spuntano dal niente in un battibaleno e che pure portano dal nulla al niente, tutt’al più ad un’altra rotonda. Rotonde fatte solo per girarci intorno e per farti incazzare (e per mandare in tilt il navigatore nel novantacinque per cento dei casi).
Nella nebbia ideali per perdere del tutto l’orientamento e spedirti dritto in un fosso a testa in giù, tra le pantegane e una lavatrice arrugginita scaricata col favore delle tenebre dal solito brav’uomo padre di famiglia.

Addensamenti, nugoli di villette a schiera in pietra viva e compensato, o in cartone 18 mm e travi a vista, agglomerati magari non censiti al catasto ma comunque rilevabili dal satellite grazie alla sobria e ragionata scelta del colore degli esterni da parte del geometra incaricato. Giallo canarino e rosa corallo in perfetta sintonia con l’esplosione di colori tropicali e la natura lussureggiante che notoriamente caratterizza questi luoghi, ma anche azzurro mare di Santorini o verde brillante e violetti come le casette in legno di certe isolette del Nord.
Per non parlare delle architetture, vedasi il punto sui centri commerciali.
Pollai dai nomi altisonanti ed altezzosi come ‘residence Maria Adelaide’ o ‘le Cascine del Parco’ affibbiati per farti dimenticare il posto di merda dove sei finito, il pirla che sei stato a finirci, e che ti piove in casa dopo meno di due anni dal rogito. Ben quarantanove metri quadrati su due piani, ma con i sanitari sospesi eh, che oggigiorno se non la fai sospeso non sei nessuno.

Superstrade ed interstrade tracciate a matita e righello, nastri d’asfalto – rovente e liquefatto d’estate, d’inverno perfidamente ghiacciato – che si incrociano, affiancano, rincorrono.
Cartelli, indicazioni, segnalazioni, cartelloni pubblicitari a non finire.
Tra la sagoma imponente di un centro commerciale e qualche capannone malconcio si intravedono lunghi pezzi di autostrada dove sfrecciano TIR a 150 km all’ora. Per poco ancora, fra poche ore scatta il blocco del traffico per i mezzi pesanti.

Capannoni, stabilimenti, impianti, cantieri, ancora capannoni, aziende, aziendine, poli industriali, discariche.

Concludendo: Paesini e paesucoli insignificanti che si mischiano, alternano o avvicendano a detti centri commerciali, addensamenti di villette a schiera, rotonde, strade e superstrade, capannoni ed aziende. Il tutto alla cazzo e senza un senso, senza un progetto, un’idea di fondo su come valorizzare o quantomeno non abbruttire un territorio che già di suo, bisogna riconoscerlo, ha poco da offrire.

Descrizione lunghetta, ma necessaria per comprendere il contesto Multipaesano e l’umore di chi ogni giorno, cinque giorni alla settimana, dieci mesi e mezzo all’anno, e per quarant’anni circa percorre o percorrerà queste strade ed autostrade per ingabbiarsi come un sorcio nella Multipaesana di riferimento almeno otto ore al giorno. Anche in questo venerdì di agosto prima della chiusura estiva.
Infatti anche se ogni Multipaesana degna di questo nome deve la propria sopravvivenza esclusivamente ai mercati e clienti esteri che se ne fregano del ferragosto, a tutt’oggi non se ne trova una che possa rinunciare ad almeno due settimane di chiusura nell’ottavo mese dell’anno.

Adesso stringiamo lo zoom e la inquadriamo finalmente, eccola li, ecco la nostra Multipaesana che si annida e mimetizza nel superbo scenario sopra descritto. Possiamo vedere le macchinine dei dipendenti diligentemente parcheggiate, il giardinetto con l’erba riarsa dal solleone, le palazzine degli uffici, lo stabilimento.
Si distingue persino qualche omino indaffarato che va e che viene, sembrano omini dei Lego, un camion che esce dal cancello, un altro che aspetta il suo turno fuori.
Adesso da guardoni quali siamo scoperchiamo idealmente il tetto della nostra amata quanto ipotetica palazzina uffici di Multipaesana, tanto il prossimo uragano estivo probabilmente farà lo stesso e lo farà sul serio vista la pregevole fattura che vanta il complesso, e cosa vediamo?

Vediamo uffici stranamente vuoti, silenziosi, scrivanie insolitamente sgombre ed ordinate, telefoni muti. Gli ultimi superstiti si affannano a lasciare le consegne o memorie testamentarie ai colleghi che rientreranno prima, annaffiano le piante, svuotano e ripuliscono un po’ di cassetti.
Il clima è insolitamente sereno, pacato, quasi amichevole, l’aria leggera: si scherza, si ride, si cazzeggia, tutti con gli occhi rivolti al grande orologio a muro. Alle cinque in punto scatta il coprifuoco.
In verità ogni piccolo nostro eroico lavoratore in cuor suo è dal sette di gennaio che non vede l’ora di pigiare sull’acceleratore e di sgommare ancora via, di fare perdere le proprie tracce, ed è solo grazie a questa prospettiva o illusione di libertà a tempo determinato che oggi si sprecano sorrisi e battute dove di solito volano coltelli. Così, senza neanche bisogno di fingere, impensabile anche solo fino all’altro ieri.
Ai primi di settembre capiremo o ci ricorderemo che a renderci quasi accettabili i soliti soggetti non poteva che essere il pensiero di non vedersi più per due settimane, solo questo e nulla più di questo. A metà dello stesso mese il carico di tensioni e gli scazzi avranno già raggiunto il livello record, dimenticati i buoni propositi di diventare una persona migliore, di soprassedere, di farsi scivolare le cose addosso con la saggezza ed il distacco di un monaco buddista.
La verità è che per mantenere un minimo di sanità mentale in una Multipaesana, sanità individuale e collettiva, bisognerebbe chiudere la baracca per due settimane ogni due settimane, però guarda un po’, nessuno Fido Condottiero la vuole capire.
Questo desiderio per non dire urgenza di fare perdere le tracce, di ritrovare finalmente se stessi anche se per così poco tempo, facendo già mentalmente il count down al Natale per darsi coraggio, è un sentimento comune e riemerge ogni anno in agosto senza distinzioni di casta, per una volta Poveri Diavoli e Raccomandati e Imboscati di primo, secondo e terzo grado allo stesso livello, sentendo e pensando per lo più le stesse cose.
E cioè che fondamentalmente il detto che il lavoro nobiliti l’uomo è una stronzata colossale, salvo rare e fortunate eccezioni: che avere tempo per curare i propri interessi ed hobbies, gli amici e la famiglia è una fortuna impagabile, che il poter scegliere il posto e le persone con le quali spendere le proprie giornate è l’unica vera e grande ricchezza, che il prostituire l’anima ogni giorno è degradante e faticoso tanto quanto prostituire il proprio corpo, e lo facciamo tutti.
L’unico dramma di una vita senza lavoro, perlomeno il lavoro in una Multipaesana, sono la luce ed il gas che vengono staccati, dire addio alla casa, all’Ipad e al gelato al pistacchio, poi i morsi della fame, prima quella che fa dimagrire, poi quella vera sinonimo di miseria nera.
Ma se facendo solo quello che pare e piace e che interessa queste privazioni si potessero evitare la vita sarebbe davvero una figata. Esempi: leggere libri ad oltranza e sfiancarsi di film per cinque giorni di fila in un ottobre piovoso, un lungo weekend al mare ma fuori stagione, poltrire a letto la mattina d’inverno invece di bestemmiare per far partire la macchina per poi infilarsi nel traffico isterico che si trova solo da queste parti.
E comunque io sono convinta che la stratificazione di certe visioni paesaggistiche, l’esposizione continua a talune brutture o all’insipienza assoluta dei luoghi in cui si vive o si lavora contribuiscano a modificare o influenzare la forma mentis, il carattere o l’umore, la qualità della vita di una persona. A me basta spostarmi di duecento chilometri, a volte ne bastano anche solo quindici, per vedere il mondo con altri occhi, in un’altra prospettiva.
Andare in vacanza, nel senso di non lavorare, indipendentemente che vada da qualche parte o che rimanga a casa, per me significa in primo luogo ripulire gli occhi ed il cervello dallo squallore e dalla bruttezza Multipaesana, squallore fisico in prima battuta. Invece lo squallore e la miseria umana alle quali contribuisco mio malgrado è un argomento di tale vastità e spessore che non so se sono in grado di affrontare.
Ma se lo dicessi, se in Multipaesana parlassi del mio bisogno e fame di grazia e di bellezza mi staccherebbero la testa a morsi o mi guarderebbero come venissi da Marte. Non che non abbia mai avuto la consapevolezza di venire davvero da un altro pianeta.
Perché in questa quasi non spiacevole atmosfera pre-vacanziera non possono mancare i convenevoli di rito e le domande su dove si trascorreranno le ferie agostane, ed il più ganzo e colui che riscuote più ammirazione è sempre quello che andrà più lontano o nel posto più esotico e più in culo al mondo. Che importa se gli altri 330 giorni dell’anno te li fai tutti, tu e i tuoi figli, in quel cesso di Bernascate?
L’importante è fingere entusiasmo e condivisione per la scelta delle destinazioni in modo che nessun curios-pettegolo sia indotto a farsi i fatti altrui e ad indagare sul perché e sul percome delle proprie scelte sempre diverse dalle loro.
Intanto il tempo passa e qualcuno comincia a salutare: si ricambia con un entusiasmo ed un calore che non sta del tutto nelle proprie corde, ma oggi è una specie di vigilia di Natale e quindi volemose bbene. Poi il tizio spegne il PC e se ne va, il ronzio dell’aria condizionata si fa più evidente.
Quando arriva il proprio turno di lasciare il gabbio quasi non ci si riesce a credere dalla gioia, dal senso di libertà che ci sopraffà, come fosse per sempre e non per due ridicole settimane.
Anche se non si è stati concepiti né cresciuti come polli da batteria solo per essere produttivi e per arricchire centri commerciali ed una Multipaesana, un lustro di vita Multipaesana è più che sufficiente per trasformare un idealista, un ribelle ma innocuo libero spirito e libero pensatore in un automa decerebrato: in verità esisterebbero, se uno volesse anche solo prenderle in considerazione con un po’ di ottimismo ed audacia, altre ipotesi di vita.
Ma è proprio il tipo di vita che si conduce per tutto l’anno che impedisce il guardarsi dal di fuori, il porsi delle domande su quello che si è e quello che si fa, su quello che si vuole.
Allentando i ritmi e con una mente più libera dagli orari, dai riti, dagli obblighi multipaesani la mente vaga per territori sconosciuti ed inesplorati: questa è la parte di gran lunga migliore del distacco da Multipaesana.

Quando si spegne il PC per l’ultima volta ad agosto tutte le volte la sensazione è che un giorno potrebbe anche esserci un addio: purtroppo al terzo lunedì si è nuovamente in trincea col proprio nome di battaglia.

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