Archivi del mese: ottobre 2013

Latte detergente Avril, evviva

Finalmente anche qui qualcosa di buono e di bello di cui poter parlare, una cosina che ho potuto testare per un congruo periodo di tempo, e cioè all’incirca da metà maggio.
Si tratta del Latte detergente Avril all’olio di melograno e aloe vera nel formato 500ml che ho acquistato (e pagato di tasca mia) insieme ad altri prodotti per la pulizia del viso ed ad una crema per pelli con couperose sul sito “il Giardino di Arianna”.
Avril è una marca bio francese che non conoscevo, pertanto non so se avrei potuto reperire questo prodotto in qualche erboristeria della zona, e comunque non sempre ho voglia di girare per negozi. Lo shopping, specialmente quando ci si riduce a farlo di sabato con un sacco di gente in giro, invece che una piacevole avventura quale dovrebbe essere si puo’ trasformare in qualcosa di molto stressante.
A volte capita poi che, per sfinimento, se non trovo in breve tempo quello che mi interessa commessi e/o proprietari vari riescano a convincermi ad acquistare qualcosa d’altro che, dicono loro, è uguale o mooooolto meglio di quello che io cercavo.
Per evitare tutto questo, sia quando devo comprare prodotti che già conosco (caso A), o che voglio testare (caso B), come nel caso specifico, mi rivolgo ad internet. Specialmente per libri, accessori, prodotti cosmetici e/o informatici, mentre dopo qualche esperienza non entusiasmante (le taglie, le taglie) ho deciso che vestiti e calzature è meglio vederli e provarli di persona.

Premetto che la mia pelle è, ahimè, anagraficamente matura, se pure non particolarmente segnata o solcata da rughe, ma veramente ipersensibile e iperreattiva nei confronti di certi prodotti o trattamenti “sbagliati”.
Estetiste direbbero, se ne consultassi, che è una pelle tendente alla couperose, ma sarebbe errato. Se non la maltratto con prodotti infimi, se non mi ubriaco, se non ci sono fenomeni atmosferici estremi, la mia pelle se ne sta tranquilla e uniformemente slavata come un cencio per i fatti suoi. Le epidermidi molto chiare e sottili delle bionde dal sottotono più rosato che dorato si comportano spesso così.
Dunque non che avessi o abbia problemi di particolare tipo tranne questa estrema sensibilità e reattività ma, dopo aver provato un po’ di tutto nel corso degli anni e avendo comunque definitivamente e con convinzione abbandonato i prodotti e le marche della grande distribuzione, non avevo ancora trovato qualcosa di veramente idoneo ed economico (eh già, a 50euri al bottiglino certo che c’era) per struccarmi e detergermi il viso.
Credo avessi letto da qualche parte un paio di recensioni positive su questo latte, cosi ho cercato di capire se potesse fare anche al caso mio. Dalla descrizione e lista degli ingredienti sembrava di sí, per quel poco che io potessi capire. Dovendo poi scegliere se ripiegare sui prodotti di due marche bio tedesche che già conoscevo ed apprezzo ho preferito “rischiare” ed accordare la mia preferenza a questo brand che forse avevo sentito nominare da qualche blogger o vlogger ma del quale non avevo esperienza diretta. Penso che un fattore non secondario nella mia scelta sia stato il prezzo conveniente di 9 euro.

Ho cominciato ad usare questo latte detergente da subito, ma nei primi tempi non con grande costanza in quanto dovevo e volevo esaurire un pessimo gel lavaviso di un inquietante color turchese, davvero troppo aggressivo per me, specie per l’uso quotidiano.
Il prodotto, colore bianco tra il bianco e l’avena, ha una consistenza perfetta, liquido ma non troppo, ed un gradevole, delicatissimo, non invadente profumo naturale, quasi mandorlato: ha un’ottima resa e quindi il flacone da 500 ml dura un sacco di tempo.
Io non amo usare i dischetti di cotone se non per “rifinire” la pulizia, preferisco invece mettere un po’ di prodotto sulle mani e massaggiare ripetutamente il viso con movimenti circolari, fare penetrare bene il prodotto, ancora massaggiare e poi sciacquare il tutto con acqua tiepida. A quel punto sì, ricorro ad un dischetto o due con qualche goccia di latte detergente. In genere, tranne che in piena estate, mi trucco sempre ma in modo molto leggero e con prodotti naturali, quindi a sera non è che sul mio viso siano rimaste molte tracce di make up. Questo per dire che il latte detergente nel mio caso non deve rimuovere strati ed incrostazioni di ceroni, ciprie, fard, illuminanti, bronzer e correttori e quindi per me svolge più che egregiamente il suo dovere (sono certa che rimuoverebbe anche un trucco pesante, solo con più tempo e pazienza). La cosa che ho apprezzato maggiormente sin dai primi giorni e amo ancora adesso è l’efficace azione detergente. Usando altri struccanti spesso mi è capitato di trovare residui di trucco ancora la mattina successiva, o che sentissi il bisogno di lavarmi ulteriormente il viso con un altro prodotto o sapone perché la sensazione era quella di unto e di “pastrocchio”. Allo stesso tempo si tratta di un latte che non lascia in alcun modo il viso irritato, disidratato, arrossato, cosa che detesto e mi succede spessissimo, ma solo una sensazione di pulito, di cute protetta, rispettata. Per una pelle come la mia che dopo una tranquilla pulizia serale può incarognirsi con macchie rosso violacee per diverse ore se uso qualcosa di sbagliato, è davvero un grande successo, specie se considero il rapporto qualità prezzo.
Non so cosa sia che faccia il miracolo, se l’olio di melograno, l’aloe vera, l’olio di semi di girasole o il burro di karité o tutti quanti insieme, so solo che è una formula che funziona.

Adesso, fine ottobre, questa confezione sta finendo e anche scadendo, ha una durata di sei mesi dall’apertura, e a breve comincerò ad utilizzare gli altri detergenti dei miei acquisti di maggio: sono certa che, a meno che questi nuovi prodotti riescano davvero a sorprendermi, ricomprerò questo latte detergente, probabilmente ancora online se dopo due o tre puntate in erboristeria non dovessi trovarlo.

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Ho imboccato una brutta strada

Mi è stata venduta come una delle cose belle/notevoli/consigliabili da vedere qua vicino, per farci una passeggiata o una sgambata, una corsetta in bici, per respirare finalmente dell’aria pulita, che io mi lamento sempre della bruttezza senza speranza di questi luoghi, e del fatto che non ci sia molto da fare, e che la depressione a me viene molto più spesso ad uscire che non a stare chiusa in casa dove almeno ho sempre un sacco di cose interessanti di cui occuparmi.
Allora, per non avere questo rimpianto e perché adoro stare in mezzo al verde, la natura e gli spazi aperti, mi decido che è ora di superare le resistenze e i miei pregiudizi e di fare la conoscenza con questa meraviglia di parco.
C’è pure un sito web che illustra i diversi intinerari, evvai: un modo diverso e piacevole di trascorrere una giornata nel fine settimana magari approfittando di una di quelle rare giornate serene e col cielo azzurro che di tanto in tanto capitano anche da queste parti. Tutto aggratis.
Una domenica mattina convinco percio’ una povera ignara amica ad avventurarsi per qualche oretta di fitness dolce in questo Eden a portata di mano e di piede ancora colpevolmente sconosciuto ad entrambe.

Peccato però che nessuno, nemmeno il sito, dica, suggerisca, supplichi, anzi intimi agli incauti sprovveduti passeggiatori della domenica, a caratteri cubitali ed in diverse lingue, di non avventurarsi lungo la sponda est del fiume (ma potrebbe anche essere quella ovest, visto il mio senso dell’orientamento), perchè da quella parte la visione di cio’ che si presenterebbe ai loro occhi, specie se di domenica mattina prima di un lauto pasto, potrebbe seriamente pregiudicarne la digestione, ma soprattutto l’incolumità fisica e l’equilibrio pissicologico.
A posteriori, nella migliore delle ipotesi e con assoluta granitica certezza, la visione di quella parte/sponda del parco fa rimpiangere di non essere rimasti a letto per due ore supplementari di sonno, un buon libro, il giornale, ma persino una giornata di lavoro.
Oltre ad avere confermato l’esattezza dei pregiudizi che nutrivo, quella che doveva essere un’innocua passeggiata ha aperto una triste riflessione e presa di coscienza dello scempio che è stato fatto e della devastazione che si è abbattuta su questo territorio negli ultimi decenni, il tutto ben oltre ogni mio timore, intuizione o consapevolezza.
Insomma stavo meglio prima, prima di sapere, prima di vedere.

Su questa sponda del fiume (ripeto, credo che dall’altra parte la situazione sia decisamente diversa, un po’ come le due Germanie prima della caduta del muro di Berlino) dopo i primi trecento quattrocento metri di percorso, piacevoli da percorrere ed esteticamente gradevoli, il sentiero diventa impervio, stretto, molto scivoloso, in alcuni punti si spinge anche troppo vicino all’acqua che, dopo le piogge di questi giorni, scorre in abbondanza e pericolosamente irruente. Anche parecchio inquinata, ci sono divieti di balneazione ovunque, non che qualcuno potrebbe mai pensare “chiare fresche, dolci acque”.
Il fiume dissemina generosamente qua e là sacchetti di plastica e schifezze varie che esseri incivili hanno gettato a monte.
Il timore che una pantegana più lunga del mio avambraccio potesse saltare fuori non mi ha mai abbandonata.
Non ci sono o sono insufficienti le indicazioni per cui, non fosse stato per un gentile signore sbucato dal nulla e che ha camminato per un tratto con noi, non avremmo mai saputo come e dove proseguire.
Il percorso, non molto frequentato, si snoda sotto vari cavalcavia e ponti autostradali dove c’è poca visibilità anche in orari diurni, il che pone problemi di sicurezza personale anche perché, ci diceva il gentile peripatetico signore, talora in queste aree più nascoste e al riparo da sguardi indiscreti ci girano loschi figuri e balordi.
Noi in verità di gente strana non ne abbiamo incontrata, ma è verosimile che col buio la situazione cambi. Io, comunque, da sola mai e poi mai, nemmeno alle ore 10:00 del giorno di ferragosto e, dopo che il signore ci ha salutate, entrambe abbiamo preferito fare retro front.
Comunque, tranne poche radure e sparuti boschetti dove gli occhi e la mente possono tirare un sospiro di sollievo, il paesaggio, fortemente antropizzato, e la “natura” sono a dir poco spettrali e desolati, da Day After, insomma proprio nulla che valga la pena, anzi.
Potrei fare il copia ed incolla di un precedente post: paesini e paesucoli insignificanti che si mischiano, alternano o avvicendano a centri commerciali, addensamenti di villette a schiera, rotonde, strade e superstrade, capannoni ed aziende. Il tutto alla cazzo e senza un senso, senza un progetto, un’idea di fondo su come valorizzare o quantomeno non abbruttire un territorio che già di suo, bisogna riconoscerlo, ha poco da offrire.
Uno scenario che un amico straniero ha definito in modo coinciso ma eloquente industrial decadence.
Tra gli orrori architettonici di questi paesucoli che il parco lambisce mi è rimasta impressa una casupola di non più di due piani che vantava ben quattro diverse tipologie di serramenti, in alluminio, in legno naturale, bianchi e pure in ottone. Mi sono fermata a guardarla per qualche minuto, incredula.
Detto questo, dopo questa summa teologica dell’orrore non credo ci sia null’altro da aggiungere, se non che magari in primavera riproverò a fare lo stesso percorso, non dalla parte della DDR, bensì dall’altra parte del fiume.

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Il rap del ragioniere

Questo è il rap del Ragioniere
quando un cliente ci paga,
per lui ci fa un piacere
certo ragionieri si nasce e non si diventa
ed è questo che ci spaventa,
Lui ci nacque, ne siam certi,
per questo teniamo gli occhi bene aperti

Questo è il rap di *****,
uno degli ultimi proprietari terrieri,
che in ***** coltiva un orticello
con produzione di rosso novello
che poi rivende a caro prezzo al vicino
spacciandolo per un DOC di Montalcino

Questo è il rap di un professionista
che del suo settere legge ogni rivista,
ed in più circolari e pubblicazioni,
ma che rottura di marroni,
però zitto, assorto, seduto al suo scranno,
è il solo momento in cui non fa danno

Questo è il rap di un padre perfetto, marito esemplare, ma un poco interdetto
che quando il caffè deve comperare
in ventiquattro rate lo vorrebbe pagare
e non ha mai voluto farsene una scorta,
anche perché è di memoria corta

Poi si dovrebbe anche raccontare
di quando un fornitore bisogna pagare
allora è un circo, un teatro, una farsa
come dovesse scucirli dalla sua tasca

Questo è il rap del Resp. Amministrazione
che conta i giorni alla pensione
ma giudicate voi con coscienza …
come potremo noi mai farne senza

*Ragioniere

Malinconica ed antiquata figura, in via di rapida estinzione ed obsolescenza, che ha caratterizzato ed animato la vita della piccola media impresa lombardo veneta fino ai primi anni del nuovo secolo. Nel passaggio / trasformazione da semplice, nostrana e schietta MPI a Multipaesana (MP) il ragioniere lombardo veneto, tipicamente con riporto e borsello e stuzzicadenti in bocca – arnese che in ore post-prandiali veniva fatto agilmente roteare tra i denti e la lingua per non ostacolare la fonazione nel delicato e garbato dialetto locale – viene sempre più spesso scalzato da un giovine laureato di belle speranze ed amante degli Happy Hours, possibilmente laureato nel più prestigioso ateneo lombardo veneto, perciò italico (e che comunque non viene nemmeno menzionato nella classifica delle duecento migliori università del mondo).
Quando l’ultimo Raccomandato de Luxe fa persino rimpiangere i bei tempi del Rag., ecco.

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I have (used to have) a dream

Se avessi la bacchetta magica e/o fosse ancora consentito sognare, pur non avendo più vent’anni, o se solo avessi avuto gli attributi per prendere delle decisioni e assumermi delle responsabilità importanti circa la mia vita, invece di farmi scivolare addosso i giorni e gli anni come un condannato nel braccio della morte di un carcere texano, io non sarei già da tempo a ***, la simpatica ed amena Vorkuta lombardoveneta dal cielo livido e infestata da cemento, capannoni, rotonde e centri commerciali.
Se avessi combattuto e portato avanti con coerenza e determinazione il mio piano, o il mio sogno, sogno tornato da due anni prepotentemente alla ribalta dopo essere stato soffocato dalla razionalità, dalla real Politik e dal tentativo di integrazione nella comunità, nella vita e nei costumi locali, sarei probabilmente non millemila chilometri lontano da qui, ma NON qui, e quasi certamente in un altro paese europeo.

Pur non spiaccicando mezza parola di francese io mio sogno era e sarebbe il sud della Francia fino alle sue propaggini più meridionali, includendo con ciò anche la costa settentrionale mediterranea della Spagna.
Tralasciando parte della Costa Azzurra, troppo costosa, mondana, turistica e piena di italiani, e il litorale Nizza Cannes che mi sembra sia più cementificato persino della periferia di Milano, il resto tutto fa brodo, anche l’entroterra, anzi soprattutto l’entroterra rurale dei piccoli paesini nel raggio di un’ora massimo da una media o grande cittadina, Nimes, Montpellier, Tolone, Marsiglia, Aix en Provence.
Ad Aix en Provence ci vivrei proprio, è una cittadina deliziosa e vivibilissima circondata da paesaggi da sogno, e non le manca proprio niente: diverse università, delle belle piazze sempre brulicanti di vita, mercati con cibarie e spezie invitanti, bei negozi, situata non sul mare ma non troppo lontano dalla costa, dunque già in odore di Mediterraneo.
Forse un poco provinciale ma nemmeno paragonabile ad una realtà italiana di pari dimensione perché il multiculturalismo è di vecchia data, e a differenza di qui, anche una nutrita comunità di nord europei ha scelto, probabilmente per gli stessi motivi che spingerebbero me, di trasferirsi da quelle parti, e c’è sempre un po’ di turismo, in tutti i periodi dell’anno.
Un paesino sulle colline, una casetta in pietra tra la macchia mediterranea, magari un orticello, una quarantina di minuti dal mare, il blu che si intravede in lontananza, una connessione Internet: tutto quello di cui avrei bisogno.
E che dalla Multipaesana continuassero ad accreditarmi lo stipendio, magari non realizzando per i prossimi X anni che la mattina non timbro il cartellino.
Mica chiedo di fare la vita dell’ereditiera, tra fashion shows e jet privati e ville con quarantotto camere da letto.

Il Mediterraneo, che sogno, che spettacolo, che meraviglia.
La cosa che colpisce di più uno slavato pallido nord italico padano tutte le volte che fuoriesce dall’ultima delle tante gallerie che perforano gli Appennini come una forma di emmental prima di arrivare in Liguria, e personalmente mi spalanca sempre il cuore ed i polmoni e mi carica di energia vitale a mille, è l’incredibile colore del cielo, quanto possa essere terso e splendente. Noi proprio non ce ne capacitiamo. E la quantità e la qualità della luce, da restare abbacinati, e come questo miracolo si compia nello spazio geografico di poche centinaia di chilometri.
Mediterraneo: anche se a Genova come ad Aix en Provence d’inverno può anche farci un freddo cane, ma mai come a Vorkuta, e mai così a lungo, e se fa freddo l’aria è cristallina e frizzante, non lugubre ed appesantita dalle polveri sottili che ci stanno decimando.

La mia ossessione si chiama Mediterraneo, i suoi profumi, i suoi colori, i suoi sapori, la luce che scalda la pelle ed il cuore, i raggi del sole che riescono ad essere tiepidi e benevolenti anche a gennaio.
Per fortuna non è ancora vietato sognare, e allora io sogno, sogno di vivere in odore di Mediterraneo.

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I migliori se ne vanno

I migliori se ne vanno, da questo paese intendo. L’ho già visto succedere e, in un caso, mi ha dilaniato il cuore.
Anche colui che chiamo “il volontario” ma che ovviamente ha un nome, che conosco, ed un cognome, che ignoro, ha in progetto, ma molto più che progetto, infatti è una cosa molto concreta che deve solo finalizzarsi nei prossimi mesi, di lasciare Vorkuta e la sua periferia ancor più angosciante, e in generale l’Italia, per trasferirsi lontano da qui, esausto e demoralizzato da questo paese per il quale, come me, non intravede alcun futuro. Meglio detto, lui qui non intravede alcun futuro per se, il paese, lo penso anche io, potrà continuare a campare, in qualche modo, perlomeno le sue istituzioni.

Pronto ed ansioso di cominciare una nuova vita nel Natal, Nord Est del Brasile. Così mi descrive la sua prossima vita che si colloca nel più ampio fenomeno della triste ma inevitabile diaspora italiana dei nostri tempi: meravigliosa natura selvaggia ed incontaminata, ampi spazi deserti, gente semplice e tranquilla, oceano ed infradito trecentosessanta cinque giorni all’anno, forte di un contratto lavorativo con un’azienda (italiana, c’è da dire, ma non quella per la quale già lavora) migliorativo rispetto alla sua situazione attuale e cioè, immagino già da come me l’ha descritta, la solita Multipaesana del cazzo infestata da nipoti, zii e cugini ed incapaci inetti amici di famiglia, nel più tipico stile da Cupola Mafiosa Multipaesana lombardoveneta.
Non saranno rose e fiori nemmeno lá, ma che dovevo dirgli? Resta qui alla periferia di Vorkuta a farti succhiare il sangue da queste ignobili malefiche sanguisughe che ci governano per finire al sesto piano in un condominio degli anni settanta per il quale paghi un mutuo per venti o trent’anni, mentre il giorno te la spassi in una Multipaesana gestita da una famiglia della Sacra Corona Unita lombardoveneta e la sera fai la spesa in un centro commerciale? Tutto questo per avere, forse, tra vent’anni o trenta, ottocento euro di pensione da goderti a Vorkuta? E forse manco quelli?
Per carità, fila via. Un rifugio dei cani lo trovi anche lá, e se non lo trovi crealo tu.
Quel giorno se ti serve ti accompagno io all’aeroporto, e portati via anche un pezzo del mio cuore di cui un piccolo infinitesimale pezzo è rimasto in Brasile un secolo fa. In quei giorni ero così felice da non poterci credere, mi ero comprata pure dei bikini brasileiri, non avevo nemmeno timore a girare da sola per la città, beata incoscienza, che adesso a Vorkuta mi si gela il sangue a parcheggiare la macchina dopo le sei di sera.

Beato lui!! Mi sento già più sola, anche se lo conosco da poco e non l’ho mai visto al di fuori del rifugio.
Anzi, mi dispiace proprio, perché è uno delle poche persone che ho incontrato negli ultimi tempi con il quale il dialogo ed il confronto fluiscono naturali e senza forzature, forse perché anche lui come me, più giovane di me e comunque non certo un teenager, qui si sente assolutamente un disadattato. Anche per via di questo cielo de mmerda, per troppi mesi all’anno.
Per metà romagnolo da parte di uno dei genitori, egli stesso mi ha confessato di essersi sempre sentito fuori luogo in terra padana, e di patire il lungo inverno siberiano lombardoveneto in maniera indicibile. Mi ricorda qualcuno/qualcosa.
Cielo di mmerda che, vorrei far presente, dal giorno del mio post specifico al riguardo è stato azzurro e sereno invece che plumbeo e minaccioso sì e no per ventiquattro ore, e già da quel dì il grigio monocolore imperversava da due settimane. Roba da mandare chiunque al manicomio o dal medico di base a supplicare una fornitura di Seroxtat, anche gli orgogliosamente padani. Almeno per arrivare alla fine di aprile, toh.

Questo, e l’amore per i cani, in particolare per quello che vorrei potesse diventare il mio cane è ciò che me lo fa incontrare ogni volta con piacere e senza la minima ombra, traccia, o sfumatura di quella tensione anche solo remotamente, allusivamente sessuale che sempre di instaura tra un uomo ed una donna dall’età della prima pubertà, anche con il fruttivendolo se gli si sorride una volta di più. Fortunatamente e reciprocamente niente, assolutamente nulla di tutto questo, pronta a metterci le mani sul fuoco.
È anche per questo che non rimpiango affatto i miei venti o trenta anni e i loro ormoni impazziti, è stato incredibilmente estenuante gestirli, addomesticarli, conviverci. Oltremodo inutile è anche stato cercare di tenerli a bada per oltre trent’anni.
Ed è piacevole pascolare i quattro zampe del rifugio parlando con lui di cani, pochi li amano come il mio volontario. Così sto imparando a conoscerli tutti, uno ad uno, nome, età, gusti, caratteri, abitudini, ma è bello parlare anche del più e del meno, e delle nostre vite. Ed è curioso queste vite si siano incrociate casualmente davanti al recinto di un cane, che pure è l’ottava meraviglia del mondo.

Avessi un qualche interesse/talento/comprensione per come funzionano gli impianti di condizionamento, me ne andrei anche io, come farà il mio volontario.
E comunque non in Brasile, perché non è nelle mie corde: essendo solo stata a Rio de Janeiro tanti anni fa, e pur essendo rimasta letteralmente folgorata dalla bellezza indescrivibile della baia nella quale sorge e si è sviluppata, e serbando dei ricordi bellissimi e dolcissimi di quei giorni, non è un paese / un luogo dove penso che potrei integrarmi con facilità. E poi troppo lontano dalle mie radici, anche culturali.
Ah, tempi felici quelli, potessi tornare indietro quanti errori stupidi e madornali non rifarei, in primis quello di scegliere di tornare a vivere a Vorkuta che avevo saggiamente scelto di abbandonare non appena ne avevo avuto la possibilità.
I migliori se ne vanno: infatti io resto qui. Il desiderio di aria e sole però non muore, diventa anzi ogni giorno più forte, si insinua come un forasacco nelle narici di un cane, sempre più in profondità.

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Avrei voluto scriverlo io

“Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretti a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo”.

Sante parole, sante. Ovviamente non l’ho scritto io, l’ha invece scritto Jeff Sparrow, del quale fino ad oggi non avevo mai nemmeno sentito parlare. Sento il bisogno di approfondire.
Aggiungerei, per sentire queste parole veramente totalmente mie, un capitalismo malato.
Io temo che il peggio non sia ancora arrivato, altro che timidi segnali di ripresa, o la ripresina nel 2014.
Meglio cominciare a farsi l’orto di guerra.
*O tempora, o mores, mala tempora currunt*

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So’ metereopattica

Dieci o dodici giorni di cielo pallido, slavato, talora con sfumature e venature color del piombo, ininterrottamente, e cioè senza mai un solo spiraglio di sole, un po' di luce, o un se pur fugace lembo di azzurro, il tutto condito da un'umidità al 100%, possono far precipitare vertiginosamente l'umore, tutte le speranze di sfangare in maniera indolore e decorosa l'autunno-inverno e anche i buoni propositi riversati con tanto ottimismo, forse fuori luogo, nel business plan redatto ad agosto, che era solo due mesi fa.

Nata qui e qui vissuta per la maggior parte della mia vita, se della sedicente padania non sopporto nemmeno il nome, per non dire quanto mi sia estranea la fantasiosa costruzione ehm…ehm…ideologica che sta alle spalle di questo toponimo relativamente recente, nulla può superare l'avversione che nutro sin da piccola per il suo miserabile clima che con gli anni ogni giorno di più mi sta proprio facendo uscire fuori di testa.
Purtroppo infatti questo cielo di mmerda, che persino quello sopra le ciminiere dell'Ilva dei nostri giorni o della Porto Marghera degli anni '70 avrebbe un colorito più sano, pur diffondendo miasmi e vapori altrettanto insalubri, solo più silenziosi e discreti, non è affatto una rarità, anzi rappresenta quasi la normalità. Nessuno come me può comprendere a fondo la costernazione, lo smarrimento, l'incredulità di chi, abitando questi luoghi, proviene da altre regioni del pianeta più fortunate dal punto di vista meteorologico climatico.
Cioè da quasi tutte, siano esse a Sud, a Nord, ad Est, ad Ovest.

Quello che personalmente non sopporto non è tanto il freddo, al quale ci si abitua benissimo, o il caldo estremo di poche settimane all'anno, anzi questo io già lo rimpiango, e nemmeno la pioggia, che quando c'è vo' ce vo' ed ha anche una sua malinconica bellezza, un suo fascino, una sua poesia, come la neve.
No, io non sogno spiagge tropicali o mari caraibici, non mi interessano proprio e non mi muovono nulla dentro, né visti in cartolina né dal vero hanno mai suscitato in me emozioni particolari o speciali quando ci sono capitata, quelle poche volte.
Quello che io non sopporto é questo cielo di mmerda.
E solo una questione di pochi gradi di latitudine e longitudine non centrati per un pelo: basterebbe uscire da questa infelice fascia di lombardo veneto ed esisterebbero i colori, il cielo azzurro, le nuvole bianche, per me la felicità, o quantomeno una promessa di felicità.
Non c’è giorno che non lo sogni o non lo pensi, in cui non abbia pensato o sognato di lasciare questa città grigia.
Il motivo di tali e tante evasioni pindariche non sarebbe, ovviamente, solo il cielo di mmerda.

Fino a pochi anni fa qua il lavoro abbondava ed il benessere, anche se altrui, cosa che non mi ha mai causato problemi, era palpabile, evidente, quasi sfrontato. Adesso incuria, degrado e decadenza postindustriale si stanno rosicchiando ogni angolo e strada, ogni edificio e luogo senza distinzione tra pubblico e privato, per cui mi è facile pensare che qualora fossi costretta o destinata a fare la fine del topo allora preferirei di gran lunga fare la fame al sole ed in un clima più mite, magari con uno scorcio di mare all'orizzonte, eh.
Questa cappa lattiginosa ed incolore incombe inesorabile sulle teste padane doc e su quelle degli ivi residenti per almeno trecento giorni all’anno, da gennaio a dicembre. Questo cielo che pare urlare ogni giorno memento mori, ricordati che devi morire, sei nato per soffrire, accompagna quasi ogni momento della nostra vita smorzando ogni slancio ed entusiasmo, attutendo le passioni, togliendo leggerezza alla vita ed ammorbando ogni cosa.
Hai voluto la bicicletta? le vacanze in Grecia? un nuovo taglio di capelli ti sta finalmente bene? hai trovato l’Amore? un lavoro decente? sei uscito indenne da un frontale? Tie’, adesso paga, questa è la tua maledizione, ed adesso goditi questo cielo di mmerda.
Poteva solo andarti peggio.

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Avere o non avere un cane

Da circa tre settimane, anzi oramai quattro, frequento con una certa assiduità il canile della cittadina dove vivo, la temibile Vorkuta lombardoveneta della quale ho già avuto modo di parlare in precedenti posts.
Con una certa assiduità significa due volte alla settimana che è il massimo che potrei fare per motivi di incompatibilità tra gli orari della struttura in questione e quelli della Multipaesana dove mi guadagno la pagnotta quotidiana.
Due volte alla settimana per quattro settimane rappresenta già una sorta di piccolo record personale, considerato anche che non sono lì nelle vesti di volontaria ma in quelle di anomala visitatrice.
Anomala perché non saprei bene definire il mio status, in bilico tra generica amante dei cani e (forse) aspirante futura adottante, se pure in preda a millemila ansie, dubbi e paure, e nemmeno saprei descrivere con esattezza il mio stato d’animo tutte le volte che varco i cancelli del rifugio, se non la sensazione di pace generale, di stare facendo la cosa giusta e che non vorrei essere in nessun altro posto. Tre emozioni che raramente provo, e quasi mai nello stesso momento.
Stranamente poi uno dei miei rari sorrisi mi si stampa sulle labbra tutte le volte che ritrovo i miei beniamini (inevitabile che si creino delle simpatie/preferenze), e da lì ad una sequela ininterrotta e stomachevole persino a me stessa di Pucci Pucci, Ammmore mio, ma quanto sei bello etc etc. il passo è breve.

In realtà io da un canile non sapevo nemmeno cosa aspettarmi non avendoci mai messo piede primi dell’inizio di settembre: quello che ho trovato ha però superato di gran lunga le mie aspettative. Perciò non posso fare a meno di riconoscere una gran nota di merito a chi lo gestisce e, soprattutto, alla numerosa nutrita schiera di generosi volenterosi volontari che si impegna e si avvicenda quotidianamente. Poi forse, in qualche misura, anche all’amministrazione comunale di Vorkuta, della quale tutto si può dire ma non che in alcuni settori, come ad esempio nel caso dell’efficiente rete bibliotecaria, non offra dei servizi di un certo livello.
Nel complesso un bell’ambiente, sereno, gioioso, una struttura molto curata e pulita, un discreto turn-over di cani, pelosi che vengono adottati, altri che arrivano, qualcuno che purtroppo muore, anche molti recinti vuoti, il che è un buon segno.
Per lo più i cani che sono ospitati in questo rifugio sono piuttosto anziani e, temo, molti finiranno i loro giorni in quei recinti. Mi conforta però il pensiero che in molti casi stanno meglio li che con eventuali adottanti distratti o negligenti perché, ripeto, le cure materiali e non solo materiali che ho visto prodigare nei confronti di questi animali sono l’unico incoraggiante segnale percepito nell’ultimo ventennio che forse al mondo c’è qualche speranza di un futuro migliore e che non tutto è perduto.

Beh, ma io che ci faccio lì? Me lo chiedo anche io. La prima volta sono capitata al rifugio un venerdì pomeriggio sospinta da una generica curiosità e da un mai sopito amore per i cani forse riesploso negli ultimi tempi probabilmente per via del fatto che a breve, finalmente, avrei lo spazio per un quattro zampe, e anche più di uno, mentre nella situazione attuale potrei a malapena appendere al muro la foto di un odioso cagnolino toy.
A Vorkuta per ogni marmocchio che si incontra per strada, in carrozzino, passeggino, portato in spalla o tenuto per mano ci sono almeno tre cani, tutti ben pasciuti e ben tenuti, tutti felici e scodinzolanti tanto quanto i loro orgogliosi padroni.
Ad essere richiamati, ed anche con una certa stizza, sono più spesso i bambini.

Ci faccio che, come ho già scritto, ci sto bene, e ogni visita mi fa sentire anche meglio.
Ci faccio che mi piacciono tanti cani, penso spesso a loro durante la settimana, vorrei che venissero adottati al più presto, specie i più anziani e quelli malati e/o malconci. Di cuccioli non ne ho mai visti ma credo che vadano via come il pane.
Ci faccio che mi sono innamorata alla follia di un cagnolone, ed è stato per puro caso, non era quello il piano. Se proprio quello che avevo in testa e che vedevo nel film della mia vita futura era un cane di media taglia, non mi piacciono quei cagnini che sembrano dei ratti, un cane femmina opportunamente, dovutamente e saggiamente sterilizzato.

Invece l’ammmore che mi è scoppiato è per un cane maschio di taglia grande, non enorme eh, ma grandino, trenta Kg tutti, e non c’è momento durante la settimana che io non ripensi a quei suoi occhi grandi ed espressivi, a quel nasone freddo ed umido, al suo codone scodinzolante, ai suoi zampotti contro la grata del cancello.
Non ricordo di avere visto qualcosa di tanto bello, di tanto pulito ed avente senso così compiuto, in molti, molti anni.
E vorrei portarmelo via, farlo diventare il mio cane, e sarebbe anche facile, bastano carta d’identità e codice fiscale, se solo io fossi una persona normale, come tanti che arrivano lì ed in meno che non si dica si caricano in macchina i loro sei chili o quaranta di animale, senza porsi troppi se e troppi ma. Di certo nemmeno lontanamente sfiorati dal dubbio di non esserne all’altezza.
Per me non è così. Sono sempre stata oltremodo allergica all’assunzione di ogni tipo di responsabilità e alla formalizzazione di legami con ogni tipo di essere vivente, umano, animale e vegetale: ho sempre cazzeggiato, tergiversato, rimandato, differito e posticipato sino all’ultimo anche l’acquisto del concime per le piante, perciò mi domando incessantemente se sarei / sarò in grado di far costantemente fronte alle necessità, non solo materiali, di un altro essere vivente il quale dipende in tutto e per tutto da me. Sarei in grado di offrirgli di meglio della situazione non ottimale ma nemmeno tragica del canile dove si trova?
Avrò la costanza, la forza mentale e fisica di portarlo fuori almeno due volte al giorno, di farlo pascolare per prati e campagne nei fine settimana, di coccolarlo, di preparargli del cibo sano, di pulire dove sporca e di duplicare gli sforzi per l’igiene anche in casa visto che perderà un sacco di pelo, tutto questo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno fin che morte non ci separi?
Sono sicura che nessuno al mondo si pone tutte queste domande, nemmeno prima di sposarsi.
Quel rifugio non è certo un lager ma, come diversi volontari hanno riconosciuto e confermato a mia specifica domanda, i pelosi non vengono portati a passeggiare più di una o due volte alla settimana. Immagino la sofferenza per il mio cagnolone, giovane, in salute, esuberante. Io non posso pensarlo lì, sto male a pensarlo in quella gabbia tutto solo, specie la notte.
Ieri ho accompagnato un volontario mentre lo portava in passeggiata, una ventina di minuti in tutto.
Persona di una certa sensibilità e disponibilità si era accorto, come anche altri ad onor del vero, che stazionavo da giorni sempre e solo davanti a quel recinto cercando di entrare in confidenza e di familiarizzare con quel bel giovanottone dal pelo setoso che sì, è molto affettuoso ed adorabile, ma anche discretamente fifone. Necessita perciò di un minimo di lavoro preliminare, di un approccio graduale, senza spaventarlo od opprimerlo, e posso dire con le mie visite di essermi già guadagnata una bella fetta della sua fiducia.
È per questo che l’adoro, per quei suoi occhioni paurosi che ti guardano spesso quasi a cercare conferme, sicurezza ed approvazione, e giuro che non so cosa farò, è un tale casino e so a malapena badare a me stessa, ma di certo non potrò mai perdonarmi qualora dovessi essere così vigliacca e pusillanime da volere scordare quegli occhi e da decidere di lasciarlo invecchiare là dentro.
E io so che ne sarei capace, pur di non avere pensieri, responsabilità, gravami, obblighi, scadenze.
Ieri, mentre procedeva spedito e sculettante al guinzaglio tra il sentiero in mezzo ai campi, tutto orgoglioso del fatto che ben due persone si stessero occupando di lui, e perciò un po’ strattonando e zigzagando anche per l’eccitazione di trovarsi finalmente a sgambare, pensavo che se non fossi come sono potremmo davvero stare molto bene insieme, e completarci a vicenda.
Sono terrorizzata, sento come se gli avessi promesso qualcosa e che dovrò tradirlo.
Ho paura che non potrò mai più avere una vita mia.
A volte vorrei persino non aver mai messo piede là dentro, vorrei non averlo mai visto.
Mi faccio orrore, ma ci penso sempre.

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