I have (used to have) a dream

Se avessi la bacchetta magica e/o fosse ancora consentito sognare, pur non avendo più vent’anni, o se solo avessi avuto gli attributi per prendere delle decisioni e assumermi delle responsabilità importanti circa la mia vita, invece di farmi scivolare addosso i giorni e gli anni come un condannato nel braccio della morte di un carcere texano, io non sarei già da tempo a ***, la simpatica ed amena Vorkuta lombardoveneta dal cielo livido e infestata da cemento, capannoni, rotonde e centri commerciali.
Se avessi combattuto e portato avanti con coerenza e determinazione il mio piano, o il mio sogno, sogno tornato da due anni prepotentemente alla ribalta dopo essere stato soffocato dalla razionalità, dalla real Politik e dal tentativo di integrazione nella comunità, nella vita e nei costumi locali, sarei probabilmente non millemila chilometri lontano da qui, ma NON qui, e quasi certamente in un altro paese europeo.

Pur non spiaccicando mezza parola di francese io mio sogno era e sarebbe il sud della Francia fino alle sue propaggini più meridionali, includendo con ciò anche la costa settentrionale mediterranea della Spagna.
Tralasciando parte della Costa Azzurra, troppo costosa, mondana, turistica e piena di italiani, e il litorale Nizza Cannes che mi sembra sia più cementificato persino della periferia di Milano, il resto tutto fa brodo, anche l’entroterra, anzi soprattutto l’entroterra rurale dei piccoli paesini nel raggio di un’ora massimo da una media o grande cittadina, Nimes, Montpellier, Tolone, Marsiglia, Aix en Provence.
Ad Aix en Provence ci vivrei proprio, è una cittadina deliziosa e vivibilissima circondata da paesaggi da sogno, e non le manca proprio niente: diverse università, delle belle piazze sempre brulicanti di vita, mercati con cibarie e spezie invitanti, bei negozi, situata non sul mare ma non troppo lontano dalla costa, dunque già in odore di Mediterraneo.
Forse un poco provinciale ma nemmeno paragonabile ad una realtà italiana di pari dimensione perché il multiculturalismo è di vecchia data, e a differenza di qui, anche una nutrita comunità di nord europei ha scelto, probabilmente per gli stessi motivi che spingerebbero me, di trasferirsi da quelle parti, e c’è sempre un po’ di turismo, in tutti i periodi dell’anno.
Un paesino sulle colline, una casetta in pietra tra la macchia mediterranea, magari un orticello, una quarantina di minuti dal mare, il blu che si intravede in lontananza, una connessione Internet: tutto quello di cui avrei bisogno.
E che dalla Multipaesana continuassero ad accreditarmi lo stipendio, magari non realizzando per i prossimi X anni che la mattina non timbro il cartellino.
Mica chiedo di fare la vita dell’ereditiera, tra fashion shows e jet privati e ville con quarantotto camere da letto.

Il Mediterraneo, che sogno, che spettacolo, che meraviglia.
La cosa che colpisce di più uno slavato pallido nord italico padano tutte le volte che fuoriesce dall’ultima delle tante gallerie che perforano gli Appennini come una forma di emmental prima di arrivare in Liguria, e personalmente mi spalanca sempre il cuore ed i polmoni e mi carica di energia vitale a mille, è l’incredibile colore del cielo, quanto possa essere terso e splendente. Noi proprio non ce ne capacitiamo. E la quantità e la qualità della luce, da restare abbacinati, e come questo miracolo si compia nello spazio geografico di poche centinaia di chilometri.
Mediterraneo: anche se a Genova come ad Aix en Provence d’inverno può anche farci un freddo cane, ma mai come a Vorkuta, e mai così a lungo, e se fa freddo l’aria è cristallina e frizzante, non lugubre ed appesantita dalle polveri sottili che ci stanno decimando.

La mia ossessione si chiama Mediterraneo, i suoi profumi, i suoi colori, i suoi sapori, la luce che scalda la pelle ed il cuore, i raggi del sole che riescono ad essere tiepidi e benevolenti anche a gennaio.
Per fortuna non è ancora vietato sognare, e allora io sogno, sogno di vivere in odore di Mediterraneo.

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