Archivi del giorno: 2 aprile 2014

Io non ce l’avrei mai potuta fare

Io non ce l’avrei mai potuta fare, lo dico seriamente e con piena consapevolezza dei miei non pochi evidenti limiti.
Ho cominciato ad averne sentore già intorno ai cinque sei anni.
Credo che a quell’età, checché ne dicano, il carattere e la personalità di una persona siano già belli formati e definiti, nessuno cambia realmente, si diventa solo quello che si é destinati ad essere, a diventare.
Solo adesso sento sia proprio ora di ufficializzarlo, non al mondo intero al quale di me giustamente non frega proprio nulla, ma a me stessa.
Per mettere un po’ di cose in chiaro, per fare un po’ di ordine: sembra che il 2014 sia l’anno giusto per trarre dei bilanci e fare una sorta di decluttering dei pensieri e dei tormentoni che mi accompagnano da diversi lustri, decluttering non solo negli armadi e negli scaffali quindi.
Decluttering dei pensieri vuol dire liberarsi finalmente di tanti fardelli, rimuginamenti e seghe mentali ad andamento circolare su come avrei dovuto, come avrei potuto essere, su come come avrebbero voluto che fossi e che diventassi.
Ovvero, come donna, presumibilmente ed auspicabilmente, e questo in tutte le culture, latitudini, censi ed epoche nelle quali sarei potuta venire al mondo, destinata ad essere moglie o compagna di qualcuno, quantomeno madre di almeno una creatura.

Invece gniente di gniente, zero compagni se non per tratti di strada più o meno lunghi, più o meno intensi e più o meno felici, e soprattutto zero posteri, manco un pesce rosso.
Forse un giorno un cane, questo veramente desiderato più di quanto non abbia mai desiderato un figlio, e spero arrivi presto, ma non sono ancora pronta, logisticamente però.
Insomma, felicemente nullipara, per ora con pochississimi rimpianti di non avere figliato e, probabilmente, con lo stesso istinto di maternità dell’Orca Assassina dell’Acquario di San Diego.
Tant’è che gli unici sussulti di desiderio di maternità, sospetto anche di matrice culturale, li ho avuti intorno ai trentacinque anni, quando l’orologio biologico ha cominciato a ticchettare più forte e a lanciarmi dei segnali che non mi è interessato cogliere (certo, anche per mancanza di materia prima decente, non avrei mischiato il mio sangue con chiunque).
E comunque non morivo nemmeno dalla voglia, anche solo l’idea di partorire un melone, brrrrrrr…. mi ha sempre lasciata così, freddina. Sussulti, appunto.

E diciamocelo dunque: io non avrei mai potuto, lavorando, essere moglie ma, soprattutto madre.
Non avrei mai avuto l’energia, la forza, il carattere e la costanza di tenere tutte quelle cose e persone insieme, sotto controllo, con costanza, giorno dopo giorno, dovendo rendere conto a più di un interlocutore come gestisco il mio tempo, le mie risorse, i miei impegni.
E specifico lavorando, che nel mio caso, come in quello della maggioranza dei comuni mortali, é una mera necessità, non certo accrescimento o soddisfazione personale, e tantomeno professionale: avrei infatti molto di meglio con cui riempire le mie giornate della mia Multipaesana dove ogni giorno o è assolutamente totalmente neutro o solo un po’ più piacevole di una colonscopia.

In una giornata come questa, tipica, solite otto ore di lavoro e poi home sweet home, io tendenzialmente appena arrivata a casa non ho più la forza, la benzina, ma nemmeno la testa e la concentrazione per combinare molto, giusto sbrigare un minimo sindacale di faccende, e poi il desiderio, grandissimo, insopprimibile, inarrestabile, travolgente, di farmi una padellata di fatti miei senza dover render conto a chicchessia.
Esempio: stasera lavato due piatti e portato fuori carta, plastica vetro e materiali ferrosi, domani nella mia zona é il giorno deputato al ritiro di questo tipo di rifiuti, appeso su uno stand un maglioncino indossato oggi e che non era da lavare, fatta una cena assai frugale a base di insalata e pomodori ad un orario che manco in Islanda col solstizio d’inverno e, alle 18:18, ero già bella cotta, sdraiabile, non ce n’era più per nessuno.
L’unica cosa a cui anelavo é un divano.

Probabilmente non è normale, probabilmente IO non sono normale, non so, sta di fatto che sono proprio così, un po’ insofferente, un po’ anarchica, un po’ egoista, con troppi interessi inconcludenti e un enorme bisogno di tempo per me stessa, di pace per le mie orecchie, di non avere costrizioni, impedimenti, obblighi e/o doveri oltre a quelli già imposti dalla vita, vita di non ereditiera.

E, a onore della cronaca, non lavoro né in miniera né in un altoforno, faccio le mie fantozziane otto ore regolari e alle 17:02 generalmente ho già innestato almeno la terza sulla via del ritorno. Nemmeno lavoro, che ne so, allo Stock Exchange di Londra, o sono C&O di Apple o salvo preziose esistenze trapiantando organi vitali, no: faccio un lavoro impiegatizio di medio livello con medie responsabilità, ed un medio stipendio.
Inoltre la mia Multipaesana, rendiamole atto, non è nemmeno uno di quei lager che abbondano nella provincia di Vorkuta e che di te risputano solo le ossa spolpate, ma non prima delle 19:45.
Però, io, più di così, poco riesco a combinare.

Un po’ sarà la primavera, un po’ l’età che avanza, mettiamoci la mancanza di stimoli adeguati o forti motivazioni o obbiettivi, che quando c’è da correre per un buon motivo, laurearmi lavorando full time o millemila corsi di lingue o di quello che è l’estro del momento, divento Usain Bolt.
Ieri sera ad esempio era la sera del tennis, e vabbuo’, ottima la scusa di farsi subito la doccia per poi infilarsi a letto a cazzeggiare in internet.
Domani sera sarà dedicata a fare un minimo di ordine in casa, che sabato mattina é in arrivo un tizio di un’immobiliare, e io da due giovedì fa giorno del trasloco vivo ancora con degli scatoloni chiusi dei quali ignoro il contenuto. Poiché mancano all’appello un bel po’ di maglie e Tshirt posso solo supporre siano rimaste tutte là dentro.

Ecco, questa sono io, tutta una vita a sentirmi na’ schifezza, inadeguata, diversa, senza un ruolo preciso, una meta, un traguardo: anni spesi a confrontare la mia vita a quella di altre donne nel goffo, disperato, inutile tentativo di diventare come loro e, solo adesso, forse, conosco qualcuna che la pensi e che viva un poco come me, alla giornata.
Solo adesso comincio ad accettarmi per quello che sono, e non mi dispiaccio nemmeno più di tanto.
E tutto torna, e tutto fa scopa: credo che quella vita non facesse per me e basta, era tutto scritto;

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