Barometro Umano

C’è poco da fare, quando splende il sole la vita e il mondo mi sorridono, anche se son sempre io, con la stessa cellulite, nello stesso posto, con lo stesso lavoro, con le stesse ansie, seccature e noie di tutti i giorni.
Solo più serena, carica, positiva, ottimista, godereccia.
Anche se domani è lunedì, e io il lunedì faccio sempre una fatica bestiale, riesco a non pensarci: me la voglio godere fino al tramonto questa bellissima giornata tutta gialla e azzurra.

Non è più solo un’impressione oramai, ma un fatto matematico: è il barometro il mio tiranno.
Per il mio bene dovrei seriamente considerare una migrazione verso climi più favorevoli, ovvero inverni brevi e non eccessivamente freddi, temperature miti nelle stagioni intermedie e, soprattutto, una preponderante prevalenza di cielo terso e sereno.
Nemmeno se piovesse manna dal cielo o mi pagassero per non lavorare potrei perdonare alla mia Vorkuta lombardo veneta la quasi permanente mancanza di colori come in brutto film in bianco e nero, e quella brodaglia grigiastra e sicuramente velenosa che incombe sulle nostre teste.
E’ una delle cose che mi fa soffrire di più.

Mi basta davvero poco, sono relativamente a bassa manutenzione: anche oggi si tratta di sciallarsela al sole con un bel libro, uno spruzzino con acqua rigorosamente fredda e una buona protezione solare.
Un cestino di fragole magari.

Ultimamente, da pochi mesi, cioè da quando è scoppiata la fase moderatamente asociale, ho ricominciato a leggere parecchio.
Non che abbia mai smesso in realtà.
Penso che a stuzzicare l’appetito abbia contribuito non poco il trovarmi davanti (sempre causa trasloco) tutto quel ben di Dio cartaceo pazientemente accumulato negli anni e negli anni gelosamente custodito, adesso tutto sparpagliato tra i tavoli, le sedie, i divani, e già ripulito e scremato dai tomi per i quali non nutrivo più alcun interesse e che ho regalato a una delle biblioteche cittadine.

Non sapevo o non ricordavo proprio di avere tali e tante meraviglie: mi sono già fatta una lunga lista mentale di tutto quello che voglio leggere, o rileggere.
Dai libri dell’infanzia, la mia d’infanzia non ne vuole sapere di finire, ad alcuni classici comprati e poi magari mai nemmeno aperti ma sempre in attesa del momento giusto, dai divertenti libri di viaggio di Bill Bryson a quelli più avventurosi di Colin Thubron, ai testi di scuola e dell’università conservati se erano di materie interessanti o di programmi che mi erano piaciuti.
Ho realizzato con stupore e delusione di non avere nulla di Tennessee Williams, quello che ho letto l’avevo preso in prestito in biblioteca.
Credo che dovrò rimediare, voglio il possesso fisico dei libri che mi piacciono, ora meglio in formato ebook però, per problemi di spazio.

Ieri, mentre cercavo di dare una logica e un criterio al come riporre sugli scaffali i libri della mia “biblioteca”, sono fortunatamente incappata in un gioiellino che temevo non avrei mai più ritrovato.
Già nella casa nella quale abitavo fino a qualche settimana fa mi sembrava di averlo perso di vista e desideravo rileggerlo da un bel po’ di tempo.
Un libro che mi era piaciuto tantissimo e che metterei sicuramente nella Top 50 dei Preferiti, gustoso, gustosissimo, come le fragole che sto spiluccando.
Si tratta di L’arpa d’erba di Truman Capote.
Ricordo a grosse linee la trama, poi memorie confuse mi rimandano e si sovrappongono a Il Giovane Holden e Huckleberry Finn, altre perle da rispolverare quanto prima.

Rileggendo un libro che ho amato molto, lo stesso succede con i film, sono sempre curiosa di capire se, a distanza di diversi anni, la mia impressione rimane la stessa.
Il risultato non è mai scontato: ricordo la grande delusione nel rivedere Fandango da adulta, un film che nella metà degli anni ottanta per me era assurto a Mito Universale della Settima Arte.
Con Le nozze di Muriel, di qualche anno successivo, ancora delusione.
Sarei curiosa di sapere che effetto mi farebbe Fandango adesso: un Kevin Costner quasi imberbe e bellissimo (tranne il poco felice taglio di capelli), un viaggio con amici in posti mozzafiato dopo il diploma delle superiori, una sorta di rito di passaggio all’età “adulta”, il primo grande amore (Suzy Amis), di certo tutti gli elementi per piacere a una ragazzetta inquieta.
Vorrei proprio rivederlo per la terza volta, chissà se ora riuscirei a dare un giudizio “definitivo” e più staccato dai miei “coinvolgimenti” emotivi, più imparziale e sereno.

Insomma, mille, centomila di questi giorni, un cielo così terso che abbaglia, le mezze maniche, i piedi nudi, le gambe bianchiccie ad imbiondire.
Sono proprio banale io, vorrei che fosse sempre primavera avanzata o estate. Anche in certe giornate d’autunno non me la passo male, ma purtroppo mi fanno già pensare all’abbraccio mortale dell’inverno, allo spleen, alla depressione da mancanza di luce che in parte mi era stata anche diagnosticata.
Tipica dei popoli nordici, ce l’ho nel DNA: per questo nulla mi ricarica di più di un pomeriggio in manica di mutande nella quiete ed intimità del mio terrazzo.
Magari non sto nemmeno diventando asociale, solo più selettiva.

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