Archivi del mese: giugno 2014

(Dis)avventure nel sordido mondo delle telecomunicazioni

Allora, oltre allo stalking telefonico sul numero di casa (nuovissimo, nemmeno tre mesi di vita) ad opera di Teletu, Telecom Italia, Fastweb e Sky, vecchi marpioni seriali ai quali ingenuamente avevo creduto di aver fatto perdere le mie tracce pensando bene di chiudere invece che trasferire la vecchia utenza al momento del trasloco, in passato sono stata afflitta anche da diverse chiamate indesiderate sul numero di cellulare.
Gli autori sempre loro, quelli che io definisco i miei molestatori di fiducia.
Ad onore della cronaca a casa da una settimana circa mi stanno concedendo tregua, anche se tutte le volte che mi illudo poi ritorna come prima, e peggio.

Devo invece dire che da qualche mese sul mio cellulare non si verifica più stalking di natura commerciale, e forse anche grazie ad un’app gratuita che ho scaricato la scorsa estate e che permette di memorizzare i numeri indesiderati in un registro, in modo che quando questi assassini della quiete chiamano la telefonata si interrompe dopo tre o quattro squilli.
Blacklist consente di fare lo stesso anche con i numeri anonimi infatti, sapendo come l’utenza media si sia scafata nel tempo, questi centrali del terrore e della persecuzione molte volte agiscono in modo anonimo: io però non sempre ho lasciato e lascio settata quest’impostazione nel timore di perdermi  chiamate che potrebbero essere importanti.

In compenso ultimamente, direi da fine marzo, mi sta capitando una cosa strana e quasi divertente ma della quale forse  dovrei anche cominciare a preoccuparmi: per il momento mi viene solo da sorridere delle debolezze e della stupidità umana, e mi stupisco di come, nonostante tutta l’ampia offerta di natura sessuale sul libero mercato, e per tutti i gusti, il più vecchio lavoro del mondo continui sempre a trovare sia reclute che estimatori ed utilizzatori finali.
Si dice così, no ?

Recentemente, non spessissimo ma certamente almeno una decina di volte, mi è capitato di ricevere telefonate di uomini  che chiamano il mio numero alla ricerca di quanto mai vaghi non ben definiti massaggi = sesso.
Ora, i casi sono due, o qualcuno mi ha fatto uno scherzetto pubblicando il mio numero in qualche sito di annunci di mignottame vario, o qualche professionista del settore ha un numero molto simile al mio.
Spero che sia la seconda ovviamente.
Sulle prime, quando il primo babbeo ha chiamato,  ingenuamente ho pensato fosse un contatto per la vendita della casa per la quale avevo messo un annuncio su un portale immobiliare molto noto, così nella risposta ci ho pure messo un certo entusiasmo.
Forse questo entusiasmo gli sarà  parso fuori luogo, o eccessivo, ma il tizio non si decideva a venirne a una.
Sì, mi parlava con la bocca impastata di  “annuncio” ma gli faceva il giro largo intorno, alchè mi sono spazientita e ho chiesto “ma annuncio di che?”.
E lì ho capito.
Ho capito che non cercava casa e nemmeno una fisioterapista, un’ osteopata o una diplomata metodo Feldenkreis, ma solo gnocca.
A posteriori mi sono ricordata di avere comprato una SIM che uso su un vecchio telefono solo per la vendita della casa, e che no, non poteva essere il mio innocente “in tranquilla zona residenziale vendesi  bla bla ” ad avere destato gli ardori e i bollori del tipetto in questione.

La costante di questo e degli altri babbei mezzi-omini che capitano sul mio numero mobile, non mi viene da definirli diversamente, babbei, è la voce sommessa e biascicata di chi sa di stare facendo qualcosa che non sta bene, che non si fa, che non si può, ma hanno già la bava alla bocca, la voce impastata.
Ne avverto lo strisciante senso di colpa, la paura di essere beccati:  me li vedo rinchiusi nel cesso del tipico trilocale per nascondersi dalla moglie/compagna o madre/sorella, seduti sul water, magari fanno scorrere un po di acqua nel lavandino per depistare le indagini.
Non hanno nemmeno il coraggio di andare al sodo e di dire che chiamano per la gno***, che vorrebbero frattaglie, o una fettina di questo o di quello, o di chiedere quale è la mia specialità, immagino si usi così: insomma uomini senza attributi anche quando devono cercarsi e pagarsi una donna per dei servigi.

Credo fosse mercoledi scorso, mi ero appena dotata di un nuovo telefono perché purtroppo per mia distrazione il vecchio ha  fatto una bruttissima fine, così ho pensato di registrare sulla famosa app Blacklist  il numero dell’ultimo babbeo che aveva chiamato  in modo che se si  fosse dimenticato che vendo casa ma non  gnocca, non avrebbe mai potuto raggiungermi.
Era giovane, la voce di un ragazzo.
Non so bene il perché il percome, che questo telefono sto ancora imparando a conoscerlo e ad usarlo, due o tre giorni fa entrando in whatsup vedo un numero/contatto che non conosco e senza un nome attribuito, che so, Giovanni, Carla, Pizzeria Asporto Cleopatra.
Mi viene il dubbio che potesse essere il numero  dell’ultimo babbeo, cerco sul registro delle chiamate in arrivo e la mia intuizione si dimostra corretta, lo stesso numero.

Nella foto del contatto Whatsup si vede un ragazzo con i capelli molto corti, non più di trent’anni, che sbaciucchia una ragazza con gli occhiali e i capelli scuri e mossi lunghi sino alle spalle.
Sembrano felici.
In foto sembrano sempre tutti felici, fa pensare in questo periodo di famigliuole orride.
A me tutto questo oltre che pensare fa venire anche da ridere, che posso farci, siamo proprio uomini e donne, un mondo di babbei.
Mi dispiace per la ragazza.

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Parte seconda, il dramma

Lavorare non solo stanca, ed annoia, ma toglie vita alla vita.
Non è sufficiente, anche se aiuta, farsi una risata ogni tanto, come non è sufficiente un clima, almeno nel mio ufficio, tutto sommato aperto, collaborativo, informale e poco o per niente gerarchizzato.

E va bene, OK, potrebbe essere mooolto peggio, immaginiamoci per esempio di stare ancora con quegli stronzi falsi infami bifolchi leccaculo raccontapalle che mi sono sciroppata per qualche anno in passato.
Ops, erano stronze, infami, bifolche, donne.
Donne delle quali mi sono anche dovuta sciroppare, inerme, impotente e poi rassegnata, descrizioni dettagliate di scodellamenti di marmocchi in diretta, di rotture della placenta e coliche gassose di figli e suoceri.
Sono pochissime le esponenti del Gentil Sesso che in ambienti lavorativi si sottraggano al torbido, al disgustoso, al purulento, o che siano anche solo sfiorate dal pensiero che sarebbe più delicato ed opportuno risparmiare agli altri i dettagli più raccapriccianti della loro o altrui vita intima.
Meno di una settimana fa mi è toccato l’intervento all’intestino di un tale zio con annessa la problematica della ripartenza dei movimenti peristaltici.
Capisco il problema e di malati gravi in famiglia ne so qualcosa, sono assolutamente solidale e partecipe, ma è proprio il caso in un ufficio, tutto sommato tra sconosciuti?.
Perché poi se attacco con i miei, e quell’altra con i suoi cosa diventiamo, la redazione di Studio Aperto? Pomeriggio Cinque?

Sfuggire proprio del tutto al trash/splatter non sembra possibile visto lo standing medio dei Cervelli multipaesani ma, almeno, rispetto a prima, il tenore dei discorsi pare quello di un salotto cultural letterario filosofico con Zygmunt Bauman come moderatore, a parte le sporadiche cadute sullo zio e i suoi (seri) problemi a ritornare alle sue normali funzioni fisiologiche.

Con le vajasse di prima ritornerebbe l’inferno, la discesa negli inferi, quella di adesso al confronto è una passeggiata nel bosco.

Lavorare toglie vita alla vita.
Prendiamo per esempio questo venerdi di merda, e non è nemmeno venerdi 17, che già si sapeva sarebbe iniziato sotto i peggiori auspici.
Infatti mi avrebbe dapprima atteso una inutilissima inconcludente riunione interna per discutere di problemi verificatisi nel corso della settimana: “convocata”, come sempre, un sacco di gente che non ci dovrebbe nemmeno mettere il becco, sarebbe mancata giusto la centralinista, quando basterebbero le tre o quattro persone direttamente coinvolte e che sanno di cosa si sta parlando e che possono spiegare o dire qualcosa di sensato, visto che gli altri si occupano di tutt’altro.
Questa larga compartecipazione di molti ad un problema dei pochi chiamiamolo eccesso di democrazia, o semplicemente una scelta poco intelligente.

Quando questo infausto evento della riunione settimanale si verifica, preferibilmente di venerdi mattina con il preavviso sul proprio account di posta al giovedi sera verso le 20:45/21:00, sembra di assistere ad una di quelle tante sedute un po’ calde di Montecitorio dove tutti sbraitano e non si capisce un tubo e finisce che saltano sui tavoli.
Brutto da vedere, brutto esserci ma, soprattutto, non si risolve mai una mazza.
Il problema multipaesano è sistemico e sistematico, dovrebbero averla capita i Cervelli che siamo diventati i cinesi dei cinesi, e trarne le dovute conseguenze, con tutto il rispetto per una civiltà millenaria di cui però mi importa un belino, tantomeno diventare come loro (mmmh…. non è molto politically correct, vero?).

Alla prossima riunione si parlerà ancora e sempre delle stesse cose, pioverà o ci sarà il sole, sarà poco prima di Natale o una tiepida giornata primaverile, cambia solo quello.
La costante è che non se ne viene mai ad una: queste riunioni non sono luogo o occasione per formulare proposte di miglioramento, che comunque ritengo inattuabili in MP con il Presidio degli attuali Cervelli, ma un modo per tanta gente di sfogare le proprie intemperanze, squilibri ormonali e uterini vari (sempre sempre principalmente, donne).
In alternativa si gigioneggia un po’, si scherza sull’abbronzatura abissina del tapino di turno appena rientrato dalle vacanze, si fa qualche battutaccia triste e un pò zozza, in puro stile italico, piace sempre molto.

Per fortuna oggi, grazie ad intervento che pur da miscredente quale sono non esito a definire divino, poco prima dell’orario di convocazione la riunione è stata cancellata.
Qualcuno deve avere capito che a patatrac già avvenuto e con le attuali numericamente scarse risorse non serviva a un cazzo, e tutti avevano qualcos’altro da fare di più importante che ritornare a discutere sempre delle stesse cose.
Manco la riforma della Giustizia.
Decine di fronti e spalle si sono risollevate, i volti si sono distesi, l’umore generale e personale pure, il weekend in famiglia forse non sarebbe stato avvelenato.

Più tardi mi avrebbe attesa una telecon con dei Clienti, no, con IL Cliente: sapevo che non potevano essere altro che rogne, del resto mica indicono una teleconferenza per dirti bravo, solo per menare il torrone.
Da ciò sono stata esonerata, un po’ ancora per fortuna, visto che il mio nome rientrava tra gli invitati, e un po’ perché sarei stata io la centralinista di turno, sapendo poco niente di quei fatti e delle problematiche relative, o solo marginalmente.
Però tutta tensione che si accumula, aspettare da due giorni le H 11:00 del venerdì, come un detenuto nel braccio della morte, per stare a sentire le loro minchiate.

Il mio dramma personale ha avuto luogo a partire da poco prima dell’ora di pranzo ed è consistito in una battaglia impari ed inutile con uno stupidissimo file Excel che avrei dovuto compilare con dei dati, roba da cinque minuti, non fosse che la stronza demente che me l’ha mandato aveva cancellato tutti i dati pregressi, lo storico, come peraltro la volta precedente.
Risultava quindi impossibile impostare la mia parte di lavoro, e mi è toccato stare lì con il righello a cavarmi gli occhi per delle ore a copiare i dati persi, recuperandoli qua è lá, una roba talmente noiosa, certosina, pedissequa e dallo scarso valore aggiunto che a un certo punto dopo averle augurato tutto il peggio mi è venuto da piangere e mi sono dovuta togliere dall’aia per cinque minuti dal nervoso.
Segno evidente che queste ultime settimane che sembrano fatte di quindici giorni lavorativi stanno cominciando a logorarmi.
Non sono manco riuscita a completare la ricostruzione, quindi so già lunedì cosa mi aspetta.
Muoio dalla voglia.

Lavorare stanca, toglie vita alla vita, toglie energia e serenità ai giorni e alle notti, e se tutto questo sbattimento a malapena serve per darti quei due soldi che ti servono per farti campare, così che il giorno dopo pasciuto e rifocillato tu possa ritornare a contribuire al PIL nazionale, magari è anche lecito chiedersi ogni tanto ma chi me lo fa ffa’, no?

Per fortuna domani vado a visitare quello che so, che sento, potrebbe essere la casa dei miei sogni, il mio nido, il mio buon retiro.
Tutte le volte che vado a vedere una casa mi chiedo però se davvero ho così voglia di legarmi ancora di più e con un altro cappio al collo a Vorkuta e a questa vita, e penso con deferenza ed ammirazione alle gesta eroiche e coraggiose di tante/i bloggers in giro per il mondo dei quali seguo le vicende e le alterne fortune.
I love expats blogs.
Visto da qua la loro sembra tutta un’altra vita, la vita che avrei voluto per me, e Multipaesana piccina picciò.

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Multipaesana a parte

Multipaesana a parte, che come detto, scritto e riscritto grazie al cielo che c’è, questo per scongiurare che anche la sfiga di una eventuale disoccupazione sotto-occupazione e/o precarietà si abbatta su di me, che ci mancherebbe solo questa, mi domando se esista al mondo qualcuno che sia veramente felice del lavoro che fa.
Cioè che apra gli occhi tutte le mattine con la voglia di fare, di produrre, qualcuno al quale non pesi imbarcarsi con una certezza quasi matematica in infinite rogne sempre diverse ma alla fine sempre uguali, in questioni di lana caprina, in scocciature, ritardi, contrattempi, malumori: qualcuno che abbia gioia e voglia di incontrare i colleghi, che trovi sempre sempre lo stimolo e le motivazioni per fare le cose che lo terrano impegnato per le successive otto dieci ore o anche più, trasporti esclusi.
Perchè diciamolo, qualsiasi tipo di lavoro esso sia, sempre quello è, dalla catena di montaggio al pilota di voli intercontinentali, dal dentista al lattoniere, dal travet all’infermiere.
Certo, ci sono lavori oggettivamente più logoranti di altri, o anche fisicamente molto pesanti, ma questo non sembra essere un fattore discriminante.

Mi chiedo se è solo per me che è così pesante e noioso, ma di un no-io-sooooo che mi verrebbe quasi voglia di dare ragione a quel tipetto in loden il quale l’unica giusta che ha sparato è stata quando ha affermato “Mhhh, che noia trent’anni anni lo stesso lavoro, fare sempre le stesse cose”.
A parte che, Mario, adesso gli anni sono diventati quaranta abbondanti, il che fa una bella differenza, la differenza tra il riuscire ad arrivare alla pensione vivo e con un minimo di salute in corpo ed in testa o di andartene prima di vederla, o di schiattare subito dopo, ancora più irritante, o di doverla rigirare paro paro alla badante o a Villa Serena.
E a parte il fatto non trascurabile di dove siano, in questo paese e nell’attuale congiuntura, le alternative per uno che abbia voglia di cambiare, o tentare di migliorarsi, per non cadere dalla padella alla brace.
Senza poi nemmeno volere affrontare la problematica del se ci sarà una pensione dopo aver lavorato praticamente una vita, e di quanto, il che non aiuta certo ad andare avanti avendo almeno quello come obbiettivo, la carota davanti all’asino.
Vero che la generazione dopo la mia questo problema non se lo porrà mai e davvero non potrà mai annoiarsi anzi, saltabeccando da uno stage di due mesi a contratti part-time di quattro-sei mesi quando dice bene fino alla soglia della meno- ed andropausa la massima aspirazione per i trentenni o giù di lì sarà quella di potersi annoiare un po’ in un futuro.

Voglio dire, sono sicura che qualcuno che ama il lavoro che fa ci sarà anche, qualcuno lo conosco e l’ho conosciuto pure io, sempre si trattava di roba dove io sarei schizzata dopo tre giorni.
E comunque la descrizione andava ampiamente nettificata di tutti i rancori, gli astii, i risentimenti e le antipatie con colleghi e superiori, per cui alla fine no, non mi sembrava che fosse proprio una pacchia nemmeno lì.
Certo, forse non sperimentavano la noia e lo scazzo che mi assilla e di cui sto parlando io, ma non ne sono nemmeno certa, che la gente si racconta e racconta pure un sacco di palle.

C’è poi anche un bel po’ di gente che mi da l’impressione di preferire il lavoro alla propria vita, o di non avercela del tutto una vita al di fuori.
Si tratta quasi sempre di uomini, che una donna a prescindere dal ruolo e dall’età avrà sempre un figlio, un cane o lo zio paraplegico dei quali doversi occupare, o la messa in piega da fare, o il corso di Zumba, o un’infornata di cupcakes che aspettano, o un bel libro da leggere.
Ecco, io questa gente che vive per il lavoro non la capisco proprio, si può dire?
E non so nemmeno se siano più sani di me, e se stiano e vivano meglio, che per me è il massimo della disperazione e della tristezza e della vuotezza esistenziale.
E poi, ma la raccontano davvero giusta ?
È davvero sempre necessario tirare le otto nove di sera sabato mattina compreso, o sei tu bimbo mio che hai l’ horror vacui ?

Quindi, spurgata la massa dei lavoratori dalla setta satanica dei work-alcholics, dei quali dovrebbe interessarsi la psichiatria se già non lo fa, cosa che ignoro, e da quelli come me, che con rassegnazione e stoicismo tirano a campare dal lunedì al venerdì, peraltro garantendo a Multipaesana la massima collaborazione, impegno e serietà, esclusi i non pochi disoccupati e sotto-occupati che sinceramente hanno moltissimi e più validi motivi di me per lamentarsi ed essere insoddisfatti, quanti sono quelli che la mattina saltano giù da letto sorridenti ed entusiasti pensando ad un altro molare da estrarre, a dei reports da controllare, al bus da guidare nel traffico cittadino, alle trattative in corso con un potenziale cliente?

Mah….non riesco a credere che siano in tanti, e se sì mi domando dove ho sbagliato, e se con un altro lavoro, il lavoro dei miei sogni, non sarei giunta dopo un certo numero di anni alle stesse conclusioni, che lavorare stanca.

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2014: mettere a posto cose del passato

Ad ondate, a volte per nostalgia di quegli anni e di momenti di felicità pura ed assoluta che ricorderai, a volte per curiosità femminile, a volte per masochismo, talora perché la scema che è in me anche a novant’anni vorrà ancora credere alle favole e ad un mondo buono e generoso che mi è debitore almeno per tutto quanto mi ha tolto e non mi ha mai restituito (aspetta e spera), io spesso ho sentito il bisogno di gettare il sasso nello stagno e rompere il silenzio che ho voluto creare e lasciare così in questi non pochi lustri nei quali non ci siamo mai visti ed incontrati (per mia scelta, forse fino ad adesso anche saggia ed opportuna).
Oggi quel coraggio di fare io il primo passo l’ho trovato, o meglio me lo sono data.

La verità è che non ero mai pronta.
I primi tempi, per anni, rivederti mi avrebbe semplicemente uccisa, non avrei potuto sopportare di vederti partire felice sapendo che tornavi alla tua vita, lontano da qui, lontano da me.
Poi, forse, a fatica e con estrema sofferenza avrei potuto anche sopravvivere, ma non era mai il momento giusto.
Mai abbastanza magra, o troppo magra, mai abbastanza in forma, e quando ero in forma non avevo i vestiti giusti, o la macchina scassata, poi avevo la macchina nuova ma ero ingrassata e con un lavoro di merda, o in quel periodo i capelli mi stavano uno schifo. Donne.
Poi gli anni hanno cominciato a passare anche per me e quindi ho temuto, e temo, la “concorrenza”. Temo anche adesso il confronto con donne più giovani delle quali di sicuro sarai circondato, e amerai circondarti, e che ti si attaccheranno addosso come api sul miele, molte solo per il motivo del quale ti devi essere reso conto da tempo anche tu.
La concorrenza la temevo anche a diciotto anni quando potevo difendermi, figuriamoci adesso: il confronto sarebbe impietoso.
Non è che adesso sia pronta, 4 kg di troppo, macchina scassata, lavoro di merda, capelli così così, tonicitá, meh.

Ora invece la mia esigenza è diversa: è fare i conti con il passato, è chiudere, o riaprire, un ciclo di vita, come mi impongono anche altri eventi piuttosto “densi” che si stanno verificando e che sono slegati dalla tua persona.
Cribbio, lo diceva l’oroscopo che il 2014 sarebbe stato un anno intenso sul piano emotivo, e non solo.

E’ un bisogno di pancia e di testa, ma è anche (ancora) curiosità femminile, e un briciolo di vanità per essere comunque sempre stata presente, in qualche modo, nei tuoi pensieri.
E’ volere capire perché mi hai sempre cercata, non ossessivamente ma senza mai mollare il colpo, come se anche per te fosse difficile o impossibile liberarsi di quello che abbiamo vissuto, e magari del pensiero di ciò che potevamo essere.
E’ cercare di comprendere se questa ossessione fosse “giustificata”, o solo un (lungo) abbaglio di gioventù.
E’ soprattutto sapere che se mi dovesse o ti dovesse succedere all’improvviso qualcosa di brutto io non me ne sono andata da questo mondo senza averti rivisto e guardato negli occhi ancora una volta, forse sperando di trovare delle spiegazioni, un perchè, delle scuse.
Ho capito che non potrei tollerare di vivere con il rimpianto di non averti più incontrato, di non averti più voluto rivedere, ed è uno sbaglio grossolano quello di evitare di fare i conti con il passato per paura e codardia.

In realtà non credo avremo il coraggio, la voglia, la sincerità, e nemmeno la serenità sufficiente per dirci veramente quello che proviamo, come abbiamo vissuto realmente tutti questi anni, se ci siamo pensati, se ci siamo mancati, se le nostre scelte sono state giuste o sbagliate, cosa sentiamo stando vicini per qualche ora dopo tutto questo tempo.

Saranno più le cose taciute di quelle dette, ne sono sicura, e fingere una calma apparente.
Per quanto mi riguarda fingere che tutto vada liscio e sia sotto controllo, che la mia vita sia proprio così come l’ho voluta.
Una menzogna colossale, ma lo capirai da solo.
O magari riuscirò ad essere davvero calma come in un giorno qualsiasi, non avendo nulla da ma proprio nulla da perdere.
Forse mi sarai del tutto indifferente: è, in effetti, una possibilità.
Intanto io la bomba l’ho lanciata, e qualcuno dall’altra parte ha già risposto, e prima o poi succederà.

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La cosa bella dell’estate

Una delle cose belle dell’estate è quando dopo diversi giorni di fila di sole e di afa intensa e soffocante finalmente verso sera arriva la pioggia, e un po’ di frescura, e io me ne sto sdraiata e molto poco vestita, perché comunque fa ancora caldo, a guardare vecchie commedie di Hollywood.
Che dire, uno dei miei generi preferiti: come le facevano gli americani in quegli anni poi, beh, mai nessuno.
Oltre a farmi sorridere mi ricordano che le labbra rosso intenso, come hanno capito e fatto proprio le Parigine, sono molto femminili, hanno un loro perché e possono essere chicchissime.
Mmmmhhm, voglia di provarci.

La cena è stata leggera ed indolente, pomodori cuore di bue in insalata con cetrioli e dei crackers integrali, un buon vinello bianco e fermo e fresco e un fettone di anguria per concludere (l’anguria sapeva di niente).
Prima però una bella doccia rigenerante per togliersi di dosso la stanchezza della giornata interamente spesa a pulire (sigh) e a completare finalmente, a distanza di quasi tre mesi, l’insediamento in questa casa, con gli ultimi scatoloni aperti e ogni cosa che ha una sua precisa collocazione, tutta la ratatuia dei miei hobby, dello sport, i manualetti di istruzione degli elettrodomestici, persino i libri, tutti in ordine alfabetico per autore a seconda del genere, narrativa italiana, testi in lingua, letteratura angloamericana, i russi, i francesi, i tedeschi.
Una soddisfazione.

Sfatta a sfinita, ma era ora, e ne valeva la pena.
Tutto in ordine, tutto lindo, tutto brilla, ma chi sono?
Sono una fatta così, pigrizia, lassismo, indolenza e procrastinazione continua e poi grandi slanci in apnea e full-immersion a mille per recuperare e andare in pari, come a scuola.
Io ad esempio non ce l’avrei mai fatta a venirne fuori in un’ oretta tutte le sere della settimana con otto ore di Multipaesana sul groppone, come le persone normali: certo, per me meglio fottersi il weekend.
Sono anche una che dopo diversi tentativi tutti falliti di lucidare i pavimenti di marmo bianco con metodi naturali, diversi intrugli e alchimie senza mai venirne a capo e peggiorando solo la situazione, ha dovuto dichiararsi sconfitta e passare alla boccia del provvidenziale Lavaincera Emulsio (sempre oggi).

La cosa bella dell’estate quando la sera piove è lasciare le finestre aperte in modo che la leggera brezza faccia danzare le tende, e godersi l’arietta fresca, un bel sollievo e un vero conforto dopo giorni e giorni di pelle appiccicaticcia, di vestiti che si fondono addosso e di facce paonazze e lucide.

La cosa bella dell’estate quando la sera piove è l’odore e l’umidore che sale dai giardini, dalle aiuole, di natura che rinasce e si rigenera, di steli e corolle che si risollevano dopo essersi imbevuti della loro linfa vitale.
Domattina gronderanno ancora goccioline e l’erba sarà più verde e lucida.

Se si vive nel lombardo veneto poi, territorio climaticamente e meteorologicamente svantaggiato che si trasforma nella Palude Stigia per due o tre mesi all’anno, la cosa bella dell’estate quando la sera piove è potere almeno nutrire la speranza che la giornata di domani sia tersa e serena, con il cielo limpido e azzurro come nei disegni dei bambini a scuola, e magari guadagnarci anche qualche grado in meno.

La cosa bella dell’estate quando a giugno la sera piove è stare ad ascoltare il tic e tac leggero ma incessante della pioggia, e sapere e potere contare sul fatto che ci saranno ancora tante giornate lunghe e di sole e di luce in cui potersi lamentare della canicola che non da tregua.

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Due giorni fa di tre anni fa

Tre anni fa in questi giorni mi succedeva una cosa del tutto inaspettata e con la quale non pensavo mi sarei più trovata a dovere fare i conti, una cosa stranamente bellissima.
In un freddo, piovoso e ventoso pomeriggio di giugno di tre anni fa mi mi è proprio partita la brocca, come a una quattordicenne in gita con la scuola.
Però quelle cose che sembrano una rivoluzione copernicana, epiche, che portano con se il germe di grandi cambiamenti e di stravolgimenti di vita, destinate comunque vadano a lasciare un segno.

La cosa mi ha talmente stralunata al punto che per un buon numero di mesi non mi sembrava nemmeno più di camminare, ma di lievitare sulla terra, e che tutti gli dei di questo pianeta e di tutti gli Universi avessero concertato per farmi (ri)provare quelle sensazioni ed emozioni impagabili vissute solamente molti anni prima e quasi cadute nell’oblio.
Gli dei non solo mi donavano tanta beatitudine ma mi regalavano anche l’illusione che la cosa, subito partita in quarta, potesse durare e stabilizzarsi, e fare di me una donna “seria”, nel senso di compiuta e finita, realizzata.

Talmente stralunata da essere noncurante delle oggettive difficoltà rappresentate dalla distanza, da vissuti ed esperienze molto diverse e, anche se solo in parte davvero minima, da lingue e culture di provenienza differenti.
Per fortuna la cosa è stata reciproca e l’estate del 2011 l’ho sfangata in grazia di Dio, sempre con la bocca aperta a domandarmi il perchè e il percome di tanta felicità, e cosa avessi fatto di speciale per meritarmi tutto quello* e, soprattutto, ancora ignara del fatto che sarebbe arrivato uno dei periodi più difficili e pesanti della mia vita che mi ha fatto declutterare un sacco di persone.
*Sì, perchè comunque una voglia rigirarsela, una donzella sempre qui finisce, a pensare che l’amore debba essere meritato, che esistano delle condizioni, dei requisiti minimi.

A prescindere da come è andata a finire, un meraviglioso promettente soufflè che si è sgonfiato a poco a poco, due annetti scarsi, su entrambe le frontiere e non solo per i motivi che ho già elencato e che, diciamolo, una un po’ più sgamata della sottoscritta avrebbe subito saputo individuare, ma che una tosta avrebbe anche saputo volgere a suo favore, ma forse anche per divergenze caratteriali e di “approccio” alla vita, sta di fatto che mi sento un po’ così così, non la lacrimuccia che non ho per nulla facile ma il rimpianto per quell’occasione e promessa di felicità andata perduta.
Adesso so con certezza che quella era la mia ultima cartuccia, l’addio alle scene.

Anche perché di tutta la mercanzia che ho visto passare, non solo dalle mie parti ma anche in lidi di amiche, conoscenti e parenti, e pur con tutte gli attriti e le difficoltà che ho elencato penso che quest’uomo, incontro che più fortuito non si può, fosse proprio una brava e bella persona.

Besides, Italians don’t do it better (generally speaking).

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Quelle che ammiro

Quelle che ammiro, perché non sarò mai come loro, che se non ci sono riuscita in tot. anni adesso sono pochissime le possibilità di riuscire a cambiare, sono quelle toste e determinate.
E costanti, aggettivo che fa a pugni con me dalla più tenera età, in quanto l’unica cosa in cui io riesca ad essere costante in modo invidiabile è la mia incostanza.

Purtroppo, come mi faceva notare uno storico accompagnatore di gioventù, tenace e determinato come pochi, anche nello spezzarmi il cuore, una persona può essere dotata di tutta l’energia e l’entusiasmo di questo mondo, di idee originali e di buoni propositi, e anche in rari casi di talenti non comuni, ma senza un piano, un progetto, senza un obiettivo realistico e soprattutto senza tanta costanza e tenacia non andrà mai da nessuna parte e non combinerà mai nulla di buono.
La sottoscritta ad esempio, il classico petardo bagnato, senza particolari talenti ma sempre pronta ad infiammarsi, a lanciarsi in tanti progetti (adesso in verità nemmeno più quello), e ad interessarsi a mille cose ma destinata nel 95% dei casi a disperdersi, a spegnersi, a perdersi in un bicchiere d’acqua, a frantumarsi in mille insignificanti rivoli che vanno tutti per conto loro, e che poi diventano paludi, acque ferme e stagnanti, da far invidia al delta del Rodano e del Mississippi messi insieme.

Queste indubbie ed indiscutibili qualità, a me sconosciute, mi suscitano ancora più ammirazione e rispetto quando si manifestano in un essere di sesso femminile, anche se poi tante volte questo tipo di donna non mi sta nemmeno tanto simpatica.
Un po’ per invidia, credo, un po’ perché un piano, un progetto, implicano sempre un calcolo matematico, un’analisi dei costi benefici, una certa lucidità, razionalità e pragmatismo che non mi appartengono, e aggiungo “non mi appartengono, purtroppo”.
Poi certo, ed è un altro grande merito, conta moltissimo la non comune capacità di fare ogni giorno dei piccoli o grandi sacrifici in vista di quel Qualcosa, del Sogno, del Progetto, e contano anche molto le botte di culo, che se sei nata in un campo profughi del Darfur o in una famiglia di alcolisti immagino che l’unico progetto che si possa avere e concepire è quello di sopravvivere.

Queste Wonderwomen che ammiro e invidio sono quelle che hanno accalappiato un marito bello e ricco se volevano un marito bello e ricco, o uno stronzo ma interessante se ne volevano uno stronzo ma interessante, e fanno esattamente il lavoro che sognavano dall’età di cinque anni con o senza l’incoraggiamento dei genitori, sia che si tratti di fare l’archeologa specializzata in Egittologia che la commessa in una boutique di lusso.
Sono quelle che quando cominciano una dieta poi la seguono per trent’anni, e non è più una dieta ma un cambio di regime alimentare, sono quelle che riescono ad andare dal parrucchiere una volta alla settimana, sempre sempre, tutte le settimane, ma che a casa con phon e spazzola e aggeggi vari riescono a fare altrettanto bene, perché si applicano e si impegnano, e secondo loro, una volta che hai imparato, è un attimo stirare, lisciare, gonfiare, ondulare.
Sono quelle che riescono ad essere sempre perfette ed in ordine perché è nella loro vita tutto è pianificato, programmato: sempre depilate, pettinate, pittate, smaltate, stuccate, come la loro casa, la loro macchina, la loro scrivania e i cassetti dentro la scrivania, la loro dispensa, la loro agenda.

Donne così, che io ammiro in silenzio e da lontano perché mi fanno sentire ancora più miserabile ed imperfetta di quanto già non mi senta, io le riconosco già dopo pochi giorni.
Sono quelle che se dicono che non mangeranno più in mensa perché la mensa fa schifo, ti avvelena e ti farà scoppiare le arterie di colesterolo, cosa che io vado ripetendo da anni, poi si portano sempre da casa qualcosa di buono e salutare, ma tutti i santissimi giorni, non una volta ogni tanto, soltanto quando ne hanno voglia e se ne ricordano come faccio io.

Sono le stesse che se dicono che vogliono cominciare ad andare a correre la sera ci puoi giurare che tre sere alla settimana invece di stare a cazzeggiare in internet si mettono gli scarpini e gli auricolari e vanno davvero a correre, e a sudare, senza rimandare, senza trovare scuse, in ogni condizione meteorologica.
Per questo, maledette, sono sempre magre e toniche, non magre e basta, rinsecchite e con le scapoline in fuori da uccelletto.

Sono quelle che qualsiasi cosa si mettano in testa molte volte riescono anche ad ottenerla, e quando non è esattamente quello che volevano spesso nel loro cammino verso la Meta incappano in qualcosa di altrettanto bello, solo inaspettato.
Comunque ci provano sempre, lottano, perseguono il loro obiettivo in modo costante e con positività, non si raccontano frottole e non trovano scusanti, attenuanti, giustificazioni.
Non si arrendono e non abbandonano ancor prima di cominciare, e non si lamentano durante il cammino, o poco e molto raramente.

Sono, per l’appunto, donne toste, donne alle quali anche il mondo è più incline a concedere favori e simpatie.
A loro magari non va la mia di simpatia, che trovo più simpatiche e divertenti le sfigatone, ma tutta la mia ammirazione e il mio rispetto, cavoli, sì.
Avrei così tanto da imparare da donne così, e credo la mia vita ne trarrebbe immensi benefici.

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Sulla volgarità

Riflettevo ieri, durante e dopo un’interminabile quanto necessaria seduta dalla mia parrucchiera, sull’essenza ed idea di volgarità, e quanto anche questo concetto sia definito, inquadrato e percepito come tale in modo del tutto soggettivo, non universale, non sempre facilmente comprensibile.
E di come anche su questo, in genere, io mi ritrovi a pensarla diversamente da un mucchio di gente, forse dalla maggioranza.

Ci sono certe persone, colleghe ad esempio, che riescono ad esprimere una volgarità senza uguali anche a bocca chiusa, non so, tipo che mi basta vederle arrancare malamente sotto il solleone con il tacco dodici e la stampa zebrata per andare in magazzino, o con il capello siliconico piastrato con l’asfaltatrice che nemmeno si muove con il vento, per provare quell’irritazione, disgusto e fastidio estetico che derivano solo dall’assistere all’esibizione di una certa malagrazia ed ineleganza interiore, volgarità, appunto.
Per non dire di quando la bocca la aprono.
Anche se dalle loro labbra a canotto in via di implosione non fuoriesce nemmeno uno di quelli che, tecnicamente, si potrebbero definire improperi, o parolacce, basta il tono ed il volume sul quale impostano e modulano la voce, la tracotanza e l’aggressività senza uguali con le quali si avventano sul malcapitato pacifico interlocutore che per me è vaiassa fatta e finita.

E poi ci sono altre persone delle quali un va a cagare o un membro maschile citato di tanto in tanto, se per dare enfasi o colore alla frase ed al sentire, mi lascia del tutto indifferente, anzi mi fa sorridere, me li fa sentire più umane, e per nulla volgari.
Forse perché la volgarità per me è più in quello che si pensa e si è che in come lo si esprime verbalmente.
Sarà perché sono anche io di quella partita quindi, chiedo venia per la cacofonia partita-parte, mi sento di parte.

Poi, un sabato mattina dalla parrucchiera capita di finire distrattamente coinvolta in una conversazione tra giovani matrone della vecchia scuola, vecchia scuola alla quale mi sento di appartenere un po’ anche io.
Le giovani matrone tra un tono-su-tono e una meche ma-non-troppo-bionde-mi-raccomando- questo sabato mattina deploravano e deprecavano il crudo linguaggio in uso in certe realtà, nello specifico nella realtà lavorativa di una di loro.
Realtà lavorativa nelle quale, mi pare di avere capito, non vengono nemmeno nominate o maledette questa o quella Divinità o la poco onesta professione di qualche genitrice ma, immagino, il solito membro maschile di tanto in tanto, giusto se una si rovescia il caffè addosso o se il contabile è sparito nottetempo con in mano un circolare da millemila milioni di euro.
Ed era orrore, nasini arricciati all’insù e scuotimento di teste, chiome per lo più bionde che oscillavano nell’aria arroventata dai phon e dalla calura estiva, ed il fumetto che passava in sovrimpressione, o tempora o mores.

Bene, poi mi sovviene il ricordo di una di queste giovani matrone con il filo di perle probabilmente prima appartenuto alla nonna e poi alla mamma, educatissima e timorata di Dio quanto basta da chiedere scusa agli astanti quando proferisce un testa di cavolo, che raccontava della morte improvvisa di un genitore di una sua amica, e che sì, certo, le aveva fatto le condoglianze, le aveva mandato un sms.
Un sms, cazzo.
E di come tutto questo lei lo considerasse normale, cioè di buon gusto, sensibile, socialmente accettabile, mentre a me aveva fatto rabbrividire, l’avevo trovata una mossa davvero orrenda, indecente, brutta dentro.
Molto ma molto peggio di quando vedo qualcuno che mangia con i gomiti sul tavolo, che è solo una questione di forma.
E comunque, se fossi fuori a cena con un Sean Penn, o uno Javier Bardem, o un Vincent Cassell, gli unici sogni erotici in grado di smuovere quell’unico ormone e neurone rimastimi, e li vedessi che mangiano scompostamente mi alzerei da tavola senza neanche dire “è stato bello, però addio”.
Mi verrebbe anzi voglia di tirar loro un ceffone, che era quello che mi beccavo io in tempi in cui non esisteva ancora il Telefono Azzurro.

Ma tant’è: sulla volgarità, sul buon gusto, sulla decenza ed indecenza come su tutto, ma proprio tutto il resto, a ciascuno il suo modo di pensare, di vedere, di sentire le cose, come è giusto che sia.
Il mondo senza queste differenze sarebbe una noia mortale.

***

Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.
Cesare Pavese, La spiaggia, 1942

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)