Archivi del giorno: 8 giugno 2014

Quelle che ammiro

Quelle che ammiro, perché non sarò mai come loro, che se non ci sono riuscita in tot. anni adesso sono pochissime le possibilità di riuscire a cambiare, sono quelle toste e determinate.
E costanti, aggettivo che fa a pugni con me dalla più tenera età, in quanto l’unica cosa in cui io riesca ad essere costante in modo invidiabile è la mia incostanza.

Purtroppo, come mi faceva notare uno storico accompagnatore di gioventù, tenace e determinato come pochi, anche nello spezzarmi il cuore, una persona può essere dotata di tutta l’energia e l’entusiasmo di questo mondo, di idee originali e di buoni propositi, e anche in rari casi di talenti non comuni, ma senza un piano, un progetto, senza un obiettivo realistico e soprattutto senza tanta costanza e tenacia non andrà mai da nessuna parte e non combinerà mai nulla di buono.
La sottoscritta ad esempio, il classico petardo bagnato, senza particolari talenti ma sempre pronta ad infiammarsi, a lanciarsi in tanti progetti (adesso in verità nemmeno più quello), e ad interessarsi a mille cose ma destinata nel 95% dei casi a disperdersi, a spegnersi, a perdersi in un bicchiere d’acqua, a frantumarsi in mille insignificanti rivoli che vanno tutti per conto loro, e che poi diventano paludi, acque ferme e stagnanti, da far invidia al delta del Rodano e del Mississippi messi insieme.

Queste indubbie ed indiscutibili qualità, a me sconosciute, mi suscitano ancora più ammirazione e rispetto quando si manifestano in un essere di sesso femminile, anche se poi tante volte questo tipo di donna non mi sta nemmeno tanto simpatica.
Un po’ per invidia, credo, un po’ perché un piano, un progetto, implicano sempre un calcolo matematico, un’analisi dei costi benefici, una certa lucidità, razionalità e pragmatismo che non mi appartengono, e aggiungo “non mi appartengono, purtroppo”.
Poi certo, ed è un altro grande merito, conta moltissimo la non comune capacità di fare ogni giorno dei piccoli o grandi sacrifici in vista di quel Qualcosa, del Sogno, del Progetto, e contano anche molto le botte di culo, che se sei nata in un campo profughi del Darfur o in una famiglia di alcolisti immagino che l’unico progetto che si possa avere e concepire è quello di sopravvivere.

Queste Wonderwomen che ammiro e invidio sono quelle che hanno accalappiato un marito bello e ricco se volevano un marito bello e ricco, o uno stronzo ma interessante se ne volevano uno stronzo ma interessante, e fanno esattamente il lavoro che sognavano dall’età di cinque anni con o senza l’incoraggiamento dei genitori, sia che si tratti di fare l’archeologa specializzata in Egittologia che la commessa in una boutique di lusso.
Sono quelle che quando cominciano una dieta poi la seguono per trent’anni, e non è più una dieta ma un cambio di regime alimentare, sono quelle che riescono ad andare dal parrucchiere una volta alla settimana, sempre sempre, tutte le settimane, ma che a casa con phon e spazzola e aggeggi vari riescono a fare altrettanto bene, perché si applicano e si impegnano, e secondo loro, una volta che hai imparato, è un attimo stirare, lisciare, gonfiare, ondulare.
Sono quelle che riescono ad essere sempre perfette ed in ordine perché è nella loro vita tutto è pianificato, programmato: sempre depilate, pettinate, pittate, smaltate, stuccate, come la loro casa, la loro macchina, la loro scrivania e i cassetti dentro la scrivania, la loro dispensa, la loro agenda.

Donne così, che io ammiro in silenzio e da lontano perché mi fanno sentire ancora più miserabile ed imperfetta di quanto già non mi senta, io le riconosco già dopo pochi giorni.
Sono quelle che se dicono che non mangeranno più in mensa perché la mensa fa schifo, ti avvelena e ti farà scoppiare le arterie di colesterolo, cosa che io vado ripetendo da anni, poi si portano sempre da casa qualcosa di buono e salutare, ma tutti i santissimi giorni, non una volta ogni tanto, soltanto quando ne hanno voglia e se ne ricordano come faccio io.

Sono le stesse che se dicono che vogliono cominciare ad andare a correre la sera ci puoi giurare che tre sere alla settimana invece di stare a cazzeggiare in internet si mettono gli scarpini e gli auricolari e vanno davvero a correre, e a sudare, senza rimandare, senza trovare scuse, in ogni condizione meteorologica.
Per questo, maledette, sono sempre magre e toniche, non magre e basta, rinsecchite e con le scapoline in fuori da uccelletto.

Sono quelle che qualsiasi cosa si mettano in testa molte volte riescono anche ad ottenerla, e quando non è esattamente quello che volevano spesso nel loro cammino verso la Meta incappano in qualcosa di altrettanto bello, solo inaspettato.
Comunque ci provano sempre, lottano, perseguono il loro obiettivo in modo costante e con positività, non si raccontano frottole e non trovano scusanti, attenuanti, giustificazioni.
Non si arrendono e non abbandonano ancor prima di cominciare, e non si lamentano durante il cammino, o poco e molto raramente.

Sono, per l’appunto, donne toste, donne alle quali anche il mondo è più incline a concedere favori e simpatie.
A loro magari non va la mia di simpatia, che trovo più simpatiche e divertenti le sfigatone, ma tutta la mia ammirazione e il mio rispetto, cavoli, sì.
Avrei così tanto da imparare da donne così, e credo la mia vita ne trarrebbe immensi benefici.

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Sulla volgarità

Riflettevo ieri, durante e dopo un’interminabile quanto necessaria seduta dalla mia parrucchiera, sull’essenza ed idea di volgarità, e quanto anche questo concetto sia definito, inquadrato e percepito come tale in modo del tutto soggettivo, non universale, non sempre facilmente comprensibile.
E di come anche su questo, in genere, io mi ritrovi a pensarla diversamente da un mucchio di gente, forse dalla maggioranza.

Ci sono certe persone, colleghe ad esempio, che riescono ad esprimere una volgarità senza uguali anche a bocca chiusa, non so, tipo che mi basta vederle arrancare malamente sotto il solleone con il tacco dodici e la stampa zebrata per andare in magazzino, o con il capello siliconico piastrato con l’asfaltatrice che nemmeno si muove con il vento, per provare quell’irritazione, disgusto e fastidio estetico che derivano solo dall’assistere all’esibizione di una certa malagrazia ed ineleganza interiore, volgarità, appunto.
Per non dire di quando la bocca la aprono.
Anche se dalle loro labbra a canotto in via di implosione non fuoriesce nemmeno uno di quelli che, tecnicamente, si potrebbero definire improperi, o parolacce, basta il tono ed il volume sul quale impostano e modulano la voce, la tracotanza e l’aggressività senza uguali con le quali si avventano sul malcapitato pacifico interlocutore che per me è vaiassa fatta e finita.

E poi ci sono altre persone delle quali un va a cagare o un membro maschile citato di tanto in tanto, se per dare enfasi o colore alla frase ed al sentire, mi lascia del tutto indifferente, anzi mi fa sorridere, me li fa sentire più umane, e per nulla volgari.
Forse perché la volgarità per me è più in quello che si pensa e si è che in come lo si esprime verbalmente.
Sarà perché sono anche io di quella partita quindi, chiedo venia per la cacofonia partita-parte, mi sento di parte.

Poi, un sabato mattina dalla parrucchiera capita di finire distrattamente coinvolta in una conversazione tra giovani matrone della vecchia scuola, vecchia scuola alla quale mi sento di appartenere un po’ anche io.
Le giovani matrone tra un tono-su-tono e una meche ma-non-troppo-bionde-mi-raccomando- questo sabato mattina deploravano e deprecavano il crudo linguaggio in uso in certe realtà, nello specifico nella realtà lavorativa di una di loro.
Realtà lavorativa nelle quale, mi pare di avere capito, non vengono nemmeno nominate o maledette questa o quella Divinità o la poco onesta professione di qualche genitrice ma, immagino, il solito membro maschile di tanto in tanto, giusto se una si rovescia il caffè addosso o se il contabile è sparito nottetempo con in mano un circolare da millemila milioni di euro.
Ed era orrore, nasini arricciati all’insù e scuotimento di teste, chiome per lo più bionde che oscillavano nell’aria arroventata dai phon e dalla calura estiva, ed il fumetto che passava in sovrimpressione, o tempora o mores.

Bene, poi mi sovviene il ricordo di una di queste giovani matrone con il filo di perle probabilmente prima appartenuto alla nonna e poi alla mamma, educatissima e timorata di Dio quanto basta da chiedere scusa agli astanti quando proferisce un testa di cavolo, che raccontava della morte improvvisa di un genitore di una sua amica, e che sì, certo, le aveva fatto le condoglianze, le aveva mandato un sms.
Un sms, cazzo.
E di come tutto questo lei lo considerasse normale, cioè di buon gusto, sensibile, socialmente accettabile, mentre a me aveva fatto rabbrividire, l’avevo trovata una mossa davvero orrenda, indecente, brutta dentro.
Molto ma molto peggio di quando vedo qualcuno che mangia con i gomiti sul tavolo, che è solo una questione di forma.
E comunque, se fossi fuori a cena con un Sean Penn, o uno Javier Bardem, o un Vincent Cassell, gli unici sogni erotici in grado di smuovere quell’unico ormone e neurone rimastimi, e li vedessi che mangiano scompostamente mi alzerei da tavola senza neanche dire “è stato bello, però addio”.
Mi verrebbe anzi voglia di tirar loro un ceffone, che era quello che mi beccavo io in tempi in cui non esisteva ancora il Telefono Azzurro.

Ma tant’è: sulla volgarità, sul buon gusto, sulla decenza ed indecenza come su tutto, ma proprio tutto il resto, a ciascuno il suo modo di pensare, di vedere, di sentire le cose, come è giusto che sia.
Il mondo senza queste differenze sarebbe una noia mortale.

***

Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.
Cesare Pavese, La spiaggia, 1942

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)