Archivi del mese: luglio 2014

C’è crisi

È arrivato il momento di suonarsela e di cantarsela, tutto da sola.
Una qualsiasi delle venticinquenni che trovo da Kiko quando ci sono gli smalti a 1,90 euri e della quale potrei – anagraficamente parlando – essere quasi madre è arrivata ad un punto della vita in cui è messa come me o spesso meglio di me.
Non sono a conoscenza di altre coetanee che si trovino in una situazione così, così… così liquida, ecco.
Se ci sono invece lo nascondono molto bene.
O forse ne esiste un’altra al mondo sfigata come me, e non a caso è amica mia: se mi stessi leggendo ciao, tu sai che sei tu, e non sto dicendo niente di nuovo, le stesse cose che ci diciamo tutte le volte.
Non fosse che mi è sempre interessato poco fare la mamma, e non fosse che non so se sarei riuscita a mettere al mondo un altro infelice e perenne anima in pena sapendo che la genetica è inesorabile quasi come la matematica.
Ovvero, una qualsiasi venticinquenne o su o giù di lì sa meglio di me chi è e cosa vuole, ha un business plan, dei progetti, un ideale modello di vita che la ispira, grinta e determinazione per raggiungere quegli obbiettivi.
Detto meglio, le venticinquenni di oggi in genere sono fighissime e molto toste, un salto in avanti enorme rispetto alla mia generazione di gatte morte e morte di sonno cresciute all’ombra dell’acquasantiera, mi piacciono proprio.
Il guaio è che io mi sento come loro: cioè, se io avessi una figlia sarei parecchio più scema di lei, sarebbe lei a dare consigli e suggerimenti, a cassare idee balzane, ad indicare la via da seguire.

Deduzione: sono evidentemente io che non ho combinato gniente di buono se, avendo quasi il doppio dei loro anni, mi ritrovo più o meno al loro stesso punto ma, ovviamente, con un numero di opzioni a disposizione infinitamente inferiori, per non dire nulle.
Peccato che quando avevo io venticinque anni fossi io quella con le idee chiare, e avanti nei tempi, desiderando e volendo esattamente le stesse cose che parecchie fanciulle di adesso hanno e danno per scontate e per le quali invece io ho dovuto lottare con le unghie e con i denti.
Con la sfiga in più di non riuscire a trovare nemmeno allora nelle amiche del tempo non dico sostegno, appoggio, condivisione, ma nemmeno comprensione.
Le mie amiche vivevano un già allora anacronistico sogno Happy Days anni ’50 e desideravano cose del tutto diverse dalle mie, per cui ero sempre io quella balenga, quella fuori posto, qualla “mica cattiva, ma un po strana”.

Il sogno tipo, indipendentemente dal grado di emancipazione ed evoluzione personale ed indipendenza economica e lavorativa comprendeva lo sposarsi in chiesa e restare a Vorkuta per tutta la vita, una bella casetta a Vorkuta o dintorni con il divanetto in alcantara, un servizio di piatti per tutti i giorni e uno buono per le feste e per gli ospiti, un viaggio di nozze da ricordare e perciò in culo al mondo, pur non avendo mai messo piede nemmeno piede a Roma, o a Nord delle Alpi, e neppure desiderando farlo.
Però qualche isoletta esotica del cazzo in un oceano lontano sì, per poi ammorbare parenti ed amici al ritorno con milioni di diapositive.
E il servizio fotografico che adesso giace sepolto dalla polvere nel fondo di qualche cassetto, nel migliore dei casi, ed allora pagato quasi quanto il viaggio in culo al mondo.
Conosco anche qualcuna che, anni dopo, ha festeggiando il divorzio buttandolo nella pattumiera.
Non poteva mancare un bel vestitone da meringa per la quale si dannavano l’anima per mesi e mesi battendo la città e la provincia da nord a sud, da est a ovest.
Disposte anche a spendere una quantità inconsulta e sconcertante di soldi, come per il servizio fotografico professionale, cioè un tizio pagato profumatamente per riprendere facce ebeti e sognanti e tramonti su campi di grano padani.
Io, innamorata quanto e più di loro guardavo, guardavo e non capivo.

Poi la maggior parte di loro si sono risvegliate da quel sogno che poverette, forse non era nemmeno il loro, ed è anche per quanto di diverso abbiamo vissuto per un certo numero di anni che adesso non possiamo essere allo stesso punto.
Perché, non avendo nel curriculum ciò che ancora viene ritenuto fondamentale a definire e dare dei contorni ad un’esistenza femminile, come figliare o avere un ex marito del quale magari continuare a parlare dalla parrucchiera, del quale lamentarsi ancora o al quale spillare soldi, e nemmeno una carriera degna di questo nome che possa fare di me una che ha dato tutto per il lavoro, perchè nemmeno quello mi interessava, io sono rimasta ferma a quel punto là.
Là dove le nostre strade si erano separate, là dove poi io mi sono seduta e lasciata trasportare dagli eventi e più dalle cose che dovevo fare che non da quello che volevo e sentivo.
Anche perchè non sempre è dato di scegliere, dove vi sono forze di causa maggiore.

Così la mia esistenza, che fino a qualche mese fa non dico corresse felice e spensierata ma perlomeno era compresa ed instradata entro certi binari che più difficilmente di ora osavo mettere in discussione, ultimamente mi si sta rivoltando contro come una serpe impazzita e presentando un sacco di interrogativi tra il quale il più grande e pressante è “cosa voglio fare da grande?”.
Riformulo la domanda visto che sono già grandina: voglio davvero crepare a Vorkuta continuando a fare questa vita che è stata solo un necessario ripiego quando il mio sogno, il mio progetto, è terminato (una vita fa, a dirla tutta)?
E com’è che adesso mi sembra di non riuscire più a starci dentro?
E succede solo a me?
E soprattutto: non sono questi quei quesiti che si pone una ventenne con tutta la vita davanti e non una che in teoria dovrebbe solo raccogliere i frutti di ciò che ha seminato?

La risposta certa per ora, mi sa, è una sola: midlife crisis.
Niente di esistenziale, non sono triste, non sono depressa, non sono preoccupata, non sono ansiosa.
Mi chiedo solo se non sia ora adesso, di pensare anche un po’ a me, e chiedermi se così sono felice, e chiedermelo mi sembra un mio diritto e dovere.

Ieri, per esempio, avrei detto assolutamente, ma proprio no.
Oggi, per esempio, re-immessa nell’automatismo infernale degli stessi orari e del lavoro come in un Metropolis rivisitato in chiave moderna mi sembra che chiedermi se così sono felice sia la domanda più idiota che possa farmi, e anche del tutto inutile, visto che cambiare é un lusso che non posso permettermi.
Come se vi fossero delle alternative a quello che sto facendo e che mi sta stretto.
No, no che non ce ne sono molte di alternative, proprio perché non ho più ventitré anni, e questa è la risposta della me più razionale e conservatrice.
E se ce ne sono di alternative richiedono doti di audacia e coraggio delle quali non so se dispongo più.
Così, visto che la mia risposta alla stessa domanda cambia dalla domenica al lunedì mi chiedo anche se forse mi faccio troppe domande perché non ho una cippa da fare, a parte il lavoro.
Cioè, se mi trovassi una buona palestra, o un corso di aramaico o di geroglifici della terza Dinastia finirebbe tutto in allegria o sarei a pormi, questa volta di martedì, la stessa domanda?

Non sono nemmeno la tipa che la sua crisetta se la risolve con una tiratina alla faccia, o con una una borsa nuova, né arpionando trentenni in discoteca arginata da collant centottanta denari, purtroppo.
Così continuo con le mie Lamentazioni di Geremiade, e con la crisi della venticinquenne di mezza età.
Ferma, bloccata, incastrata, statica, viva solo perché respiro, lavoro, produco, consumo, così mi sento. Vuota.
Io so quali sono i due nodi focali di questa crisi, e mi viene il rigor mortis solo a nominarli: Vorkuta e lavoro, lavoro e Vorkuta.
Queste sarebbero le uniche cose che, eventualmente, potrebbero cambiare, con grande volontà ed impegno, e magari una botta di fortuna aiuterebbe.
Sul resto non ho giurisdizione né potere, anche se essere meno stronza ed intransigente e qualche sorriso in più magari aiuterebbero.

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Spicchi di vita italiana

25 euri e spicci per rifare la carta d’identità in scadenza imminente, dopo dieci anni ridottasi a un indecente Pezzino di carta raggrinzito e stracciatello, che negli ultimi viaggi in giro per l’Europa mi vergognavo a mostrare ad albergatori, asilanti vari e addetti agli imbarchi.
25 euri per il formato elettronico, quello evoluto da paese del Primo o Secondo Mondo, con le foto che ti fanno loro con una sorta di webcam (ed approvare, perché nel caso non ti piacessi qui a Vorkuta sono persino pronti a cercare e studiare insieme a te l’inquadratura migliore, no Photoshop) e con le impronte digitali dell’indice.
Per questo vogliono sapere se si è destrorsi o sinistrorsi: io ho dovuto mentire perché essendo in realtà ambidestra li avrei mandata fuori di testa, non è un caso contemplato.
Mi sono spacciata per destrorsa.
E poi te la infilano in una bella bustina azzurra plastificata e semi rigida per non farla smagnetizzare, con sopra il logo del Ministero degli Interni, tutto incluso nel prezzo.
Quando me l’hanno data in mano che emozione, un guizzo di orgoglio, un tuffo al cuore, poi mi è venuto in mente chi ci sta agli Interni, e va beh.

E ti consegnano anche una bustina sigillata con dentro PIN e PUK e altri codicilli cifrati e vogliono assolutamente che tu la busta la apra subito e controlli, lì e immantinenti, roba della massima importanza, la Sicurezza Nazionale è racchiusa in quella busta che ti mettono in mano.
Infatti non si bene quando, e non si sa bene per che cosa, in un futuro la C.I. servirà a interagire con la Pubblica Amministrazione per la richiesta di certificati vari e quant’altro. Fantascienza.

Per che cosa esattamente potremo usare la nostra bella e costosetta C.I. Elettronica, e a partire da quale anno (Paese mio ti adoro) l’impiegata dello Sportello Unico non me lo sapeva dire, ha scosso il testolino biondo e ha sollevato le braccia quasi al cielo.
Ma non importa, io per quel giorno sarò pronta.
A differenza, sembrerebbe, di moltissimi connazionali e abitanti della provincia di Vorkuta nella quale rumours mi dicono essere solo tre i Comuni che rilascino il documento in questo formato.
Per questo ho scelto di spendere 25 euri contro i 5 euri e spicci della versione cartacea.

Tutti questi non ben precisati vantaggi mi venivano spiegati dalla gentile zelante addetta di cui sopra mentre, assieme ad un Vigile Urbano o Messo Comunale (era in divisa) appoggiato al bancone e già ansimante per il caldo tropicale alle otto e trenta del mattino, lei ed altre impiegate dell’Anagrafe cercavano di capire, urlandosi da un cubicolo alias postazione di lavoro all’altra, dove fosse finito il parente di un defunto che si trovava in quel momento alla Casa del Commiato.
Suppongo che il Defunto fosse alla Casa, e il parente prossimo irrintracciabile, ma potrebbe anche essere stato il contrario, che il parente aspettasse alla Casa l’arrivo dell’Estinto con o senza corteo, magari bloccato per via del traffico, e questo pareva essere davvero un bella grana sabato mattina allo Sportello Unico di Vorkuta.
Una penosa vicenda che anche all’utenza che sopraggiungeva mano a mano non è stata chiara: quello che possiamo certamente affermare è che ci fosse di mezzo un Defunto, anzi IL Defunto e, per chi ancora lo ignorasse, nell’occasione abbiamo anche appreso che a Vorkuta esiste questa Casa del Commiato, e che questo sabato mattina lavorava, si spera non a ritmi serrati da catena di montaggio.

Tempo richiesto per il rilascio del documento con scenetta surreale tragicomica annessa, alla Chiari – Tognazzi – Vianello anni 50′, venti minuti.
Comunque, sarà un posto di merda Vorkuta, ma ci sono delle cose che funzionano piuttosto bene.
Il mio rapporto con la PA si è di molto intensificato in questi mesi, e posso assicurare che nonostante quello che si legge e si dice non è peggio che farsi ignorare o trattare a pesci in faccia in un qualsiasi Mutandissima, Esathlon o ristorante della nazione.
Nella media, perlomeno, sono assai più preparate e cortesi le impiegate del comune di Vorkuta, e disponibili ad aiutare e risolvere eventuali problemi, tranne una acida come yogurth andato a male e che evito se posso perché vorrei prenderla a sberle.

Un mese fa ho fatto la richiesta per l’assegnazione di un bidone per il compostaggio, vabbeh due moduli perché gli uffici (rispettivamente pianoterra e primo piano) tra di loro non si parlano: quindi una richiesta all’ Ufficio Ambiente e una all’ Ufficio Tributi, fare compostaggio a Vorkuta comporta uno sconto del 10% sulla TARI, o Tares, o Tasi?
Mi confondo sempre, insomma sulla tassa sui rifiuti comunque.
Dopo qualche settimana mi contattano chiedendomi di poter effettuare, in orari di lavoro, loro ma anche miei, un sopralluogo per capire esattamente dove collocare in giardino detto bidone.
Perché ovviamente c’è una normativa, deve stare almeno a tot metri dalla casa dei vicini, in luogo areato, deve stare sopra a del manto erboso etc etc.
Li invito a venirselo a vedere da soli il giardino, che non è Versailles, e che capiranno benissimo dalla strada visto che la visuale è del tutto libera, non ci sono siepi che impediscono la vista.
Paiono convinti e io continuo la mia vita pensando che siano venuti.
Poi tutto tace per qualche giorno o settimana, ma a un certo punto mi richiamano: pare che proprio debbano venire a vedere, di persona, il sopralluogo da soli, no, non poteva andare.

Mi prendo un permesso di un’ora per uscire prima, e arrivano due, sì due, zelanti impiegate dell’Ufficio Ambiente con tanto di cartellino di riconoscimento appuntato, si fanno un paio di giri intorno alla casa e confabulano tra di loro: io le idee le ho già chiare, lo metterò subito oltre il portico, in modo che quando vado a gettare qualcosa sono al riparo, non devo attraversare calpestare erba, fango, ne beccarmi la pioggia, ed è anche il punto più lontano dalle abitazioni dei vicini, mentre per me sono dieci metri dalla porta di casa.
Dico loro quello che penso e approvano, incredibile.
Loro me lo volevano fare mettere in uno dei quattro angoli del giardino (quadrato), cioè praticamente sulla strada, strada in cui passa essenzialmente gente a piedi perché nella via il transito in auto è consentito solo ai residenti.
Quindi ammorbare i vicini non andava bene, ammorbare i passanti, i bambini in bicicletta, in carrozzina, gente a spasso con il cane, invece sì, piace.
Dopo qualche giorno richiedo altro permesso al lavoro per aspettare alle otto di mattina l’operaio del Comune di Vorkuta che, puntuale e zelante come pochi, scarica un bidone enorme di plastica di colore verde scuro, lo monta, mi fa firmare un modulo, lascia un libretto per l’utilizzo e se ne va.
Tutto questo aggratis, non ho dovuto sborsare un cent (nulla che non sia ampiamente compreso nelle Addizionali Comunali, sia chiaro, che a Vorkuta vanno giù duro, me lo dovevano dare oro e platino).

Il bidone è davvero molto grande, non lo riempirò mai, e comunque fare compostaggio, anche se non ha dato ancora i suoi frutti, cioè pregiato terriccio per i miei fiori, e ci vorranno dei mesi, è una figata pazzesca.
Ho vissuto per anni al settimo piano in un buco di posto, e ogni tre ore specie d’estate avrei dovuto prendere l’ascensore per scendere e buttare un torsolo di mela, la buccia di un melone, roba che col caldo e il sole che batteva a picco sul terrazzo cominciava a puzzare e a fermentare in pochissimo tempo.
Poter scendere le scale e liberarmi di tutti gli scarti senza dover convivere con quel bidoncino puzzolente e sgocciolante e grondante liquami mi sta migliorando la vita, e il tipo di alimentazione.
Prima di prendere un pescetto, o un melone, o un cocomero, pensavo che il piacere di mangiarmeli sarebbe subito stato rovinato dal pensiero di dovermi liberare presto e subito dei loro resti, così tante volte mi ributtavo sul carboidrato, che adoro, ma mi fa prendere cinque etti solo a nominarlo.
E’ una pacchia anche per fiori appassiti, le foglie ingiallite, avanzi di cibo veri e propri, roba purtroppo andata a male.
Mai più senza bidone del compostaggio, anche perché hanno avuto il buon gusto di non stamparci sopra l’orgoglioso stemma di Vorkuta (clava e pelle d’orso) o la foto del Sindaco e, conoscendoli, lo temevo moltissimo.

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Spese folli e ancora stalking telefonico

Spese folli in questi giorni: immune e impossibilitata a prendere parte all’orgia dei saldi estivi causa autoimposte ristrettezze economiche e non sufficiente interesse per la materia ho trovato alla LIDL dei jeggings in denim che, scontati a 6,99€ dalla più astronomica cifra di 7,69€, e nonostante le molte perplessità che hanno sempre suscitato in me jeggings leggings e tutta la famiglia dei pantaloni ultraskinny, sono finiti subito nel mio carrello.
Alla peggio sapevo che avrei potuto cambiarli entro trenta giorni, riavere i miei soldi o scontare il relativo importo da una spesa successiva.

Le perplessità, ed una certa avversione, nasce(va) non tanto dal tipo di indumento in sè quanto dall’uso assolutamente sconsiderato che se ne fa e che molto spesso da luogo a quell’antipatico quanto orrendo fenomeno del camel toe, osservabile ovunque.
Non c’é un nome altrettanto carino ed efficace in lingua italiana per spiegare il concetto.
Personalmente una delle visioni più brutte e fastidiose: posso sorvolare e ignorare culi trasbordanti o secchi e cadenti, e rotoli di ciccia che schizzano qua e là a casaccio ma sull’effetto camel toe non transigo.
Infatti se è difficile modificare forme non perfette il camel toe si può, e deve, essere evitato.
Quindi, perlomeno per quello che mi riguarda, via libera a leggings, jeggings e ultraskinny ma SOLO con magliette, camicie, tuniche, maglioni e quant’altro lunghezza sottosedere (almeno, sottosedere).
Per dire che a me pantaloni stretch molto attillati danno fastidio e non piacciono nememno in palestra o addosso a tipe ultra toniche ed in forma per praticare attività sportive, che basta un minimo movimento e camel toe è lì, magari in duplice versione con un maxi camel toe pure tra le terga.

Dopo averli già indossati una volta posso dire che si tratta di uno dei migliori affari fatti, in campo vestiario, e alla LIDL.
Vestono davvero bene, ci ho guadagnato una taglia in meno, complimenti dalle colleghe (quindi forse non vestono poi così bene?).
Il tessuto molto morbido e leggermente elasticizzato li rende estremamente confortevoli e piacevoli da indossare.
Al contempo sono sufficientemente contenitivi da modellare forme anarchiche e leggermente fuori controllo in zona vita e culotte de cheval e hanno anche una certa struttura tale da non potere essere confusi con un collant o una calzamaglia alla Peter Pan che nemmeno mi piace l’effetto “sto praticamente in mutande”.
Il colore è bellissimo: un denim medio chiaro ma leggermente più scolorito e slavato sul davanti all’altezza delle cosce, le gambe troppo magre come le mie assumono un minimo di forma e tridimensionalità.
Credo che li porterò tutta l’estate e altrettanto facilmente in autunno inverno sotto maglioni lunghi o vestitoni di maglia dentro stivaletti tipo chelsea o stivali classici tipo cavallerizza.
Anzi, ancor meglio con temperature più fresche visto che essendo attillati non c’è un grande ricambio d’aria, ma non sono nemmeno impossibili da portare adesso, molto meglio dei jeans normali.
Non hanno cerniera, bottoni, o cuciture impunturate che possano dare fastidio, quindi molto più comodi dei jeans tradizionali pur sembrando, all’occhio esterno, dei veri e propri pantaloni.
Onesta ed accettabile la composizione: 80% cotone, 18% poliestere, 2% elasthan.

Ennesimo capitolo sullo stalking telefonico da parte di società commerciali varie, prevalentemente compagnie telefoniche: nella puntata precedente il mio numero (forse lo scherzo di qualche idiota di mia conoscenza) o un numero di telefono molto simile (solo sfiga) deve essere apparso in qualche sito / bacheca di sesso in vendita, ma sotto mentite spoglie.
La raffinata formula escogitata dalla professionista in questione è quella dell’offerta di massaggi, massaggi completi per l’esattezza, per i quali un discreto numero di gente mi chiede con una certa frequenza preventivi e quotazioni.
Direi due tre volte alla settimana, ancora tollerabile.
Soluzione del problema: non rispondere a numeri che non si conoscono, prima o poi finirà.
Quindi, a parte questi amanti del sesso mercenario che compongono il mio numero di cellulare alla ricerca di ginnastica ed emozioni a pagamento e che c’entrano relativamente con lo stalking, vorrei invece segnalare un numero infestante assai più della gramigna e dal quale tenersi ASSOLUTAMENTE alla larga e da BANNARE subito se si è dotati di strategie e apps antistalking:

011 / 5699894.
011 / 5699894
011 / 5699894

011 / 5699894

Ovvio che in un paese normale ci sarebbe un’autorità che senza far imbarcare un povero diavolo in lunghi estenuanti perigliosi e costosi percorsi di denunce, raccomandate e diffide impedirebbe tutto ciò, e anche la compravendita dei numeri di telefono da parte di agenzie specializzate, a discapito della privacy e nonostante la firma al Registro delle Opposizioni, ma qui, come risaputo, fatta la legge trovato l’inganno.
Se si prova a chiamare questo numero, con prefisso di Torino, risponde sempre sempre-sempre-sempre occupato, ed è questa la prova del fatto che siano i soliti stalkers rompicoglioni.
Quindi un maledettissimo centralino automatico.
Ho la sensazione, quasi la certezza direi, che si tratti di WIND INFOSTRADA, il mio stimatissimo provider di telefonia fissa e mobile.
Vediamo per esempio le chiamate ricevute nella giornata odierna, 17 luglio:
Ore 09:53
Ore 12:55
Ore 16:20
Ore 16:46
Può bastare, penso.

Parliamo invece adesso del numero di casa: dopo avere espresso all’ultima operatrice, con voce leggermente alta che quasi ci ho rimesso due corde vocali, ed in modo sufficientemente colorito, cosa pensavo delle loro chiamate e delle loro strepitose offerte telefoniche, e dopo che hanno continuato a chiamarmi ogni pomeriggio / sera per almeno due tre volte a distanza di pochi minuti, ho deciso di tenere SEMPRE staccato il telefono.
Una misura estrema alla quale sono dovuta ricorrere per potere vivere in pace a casa mia e che trovo di una violenza inaudita e di una profonda ingiustizia.
Per fortuna questa misura non impedisce il funzionamento del wifi per accedere alla rete da tablet / PC, e quando devo fare una chiamata ci vuole un secondo per renderlo funzionante, basta reinserire la spinetta.
Per i curiosi e per chi vive il mio stesso dramma, il numero che sarebbe da segnalare alle autorità giudiziarie PIU’ di OGNI ALTRO è quello di TELETU: non sono riuscita a segnarmelo visto il mio cordless obsoletissimo che non registra i numeri delle chiamate in entrata, ma inizia con 06 / 816 e qualcosa.
Così ho deciso di lasciare ancora attaccato il telefono per i prossimi giorni nella certezza che presto richiameranno, e potrò prendere nota del numero, per poi tornare a lasciarlo staccato per i prossimi sei mesi almeno.
Vorrei tanto, ma ho troppe cose da fare e alle quali pensare, intraprendere una mini battaglia legale, reagire in modo attivo invece di tollerare passivamente mettendo in atto strategie difensive.
Forse basterebbe rivolgersi a qualche associazione di consumatori: non credo di essere la sola ad essere stata presa di mira.

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Ode sperticata al cibo italiano

Ora, non so per gli altri abitanti di questo pianeta, ma per me uno dei piaceri in assoluto più grandi, dei più stabili nel tempo, dei più affidabili e sul quale so di poter sempre contare, persino capace di dare un senso, uno scopo, un obiettivo alla vita, e insostituibile compenso per tutte le piccole e grandi legnate ed insoddisfazioni quotidiane è mangiare, è il cibo.
E quando penso a mangiare e al cibo io penso in modo quasi del tutto esclusivo al cibo italiano, o prevalentemente mediterraneo.
Anche se, specialmente in inverno, non solo non disdegno ma apprezzo molto anche la cucina nordica, dove per nordica intendo comunque nordica italiana, cioè subalpina, o comunque tuttalpiù alpina, ed in particolare modo la cucina valtellinese e quella tirolese o di quelle zone a cavallo tra Italia e le regioni più meridionali del sud Europa.

Più a Nord delle Alpi o, a est o a ovest di certe longitudini, posso sopravvivere e anche in modo gagliardo per qualche giorno, ma poi comincia l’anelito per i sapori, gli odori, la qualità, gli accostamenti, i colori, la ricchezza, la varietà del cibo italiano.
Al quinto giorno in genere comincio a fremere e a sognarmelo la notte e, ovunque mi sia mai trovata nel mondo, in genere ci so sono solo due cose che mi mancano terribilmente del mio paese, come si mangia e la presenza del civilissimo bidet.
Persino la cucina di Vorkuta offre degli spunti interessanti, risotti e primi piatti soprattutto, ma non si può dire che qui sappiano realmente cucinare, che regna l’inveterata usanza di buttare burro dappertutto, persino nel sugo al pomodoro, persino sopra al burro, uno scempio.
Quando non è burro è addirittura panna da cucina, barbari.
Per questo qui se ne vanno in tanti a cinquant’anni o hanno le arterie intasate come la tangenziale di lunedì mattina.
Certo, di fronte ad un’aringa cruda su insalata di cavoli e barbabietole o a una lattina di ravioli già conditi versata a scaldare direttamente sul piano a cottura ad induzione (visto fare ad un’amica crauta), anche la cucina di Vorkuta ha un suo perché, una sua dignità e nobiltà, la sua ragione di esistere.

Se dovessi scegliere di fronte ad un plotone di esecuzione, comunque sceglierei la cugina mediterranea propriamente detta, quindi quella del centro e sud Italia, per tutta la vita, o comunque quella dei paesi che si affacciano su questo bacino d’acqua meraviglioso e culla di tante civiltà.
Fuori dall’Italia ricordo solo tre epiche mangiate, roba da estasiare i sensi: 1) Giappone, Tokyo, con dei miei collegi che mi hanno portato in un posto al quale non avrei dato due lire, e da allora mi sono sempre rifiutata di andare o provare ristoranti giapponesi e sushi-bar che, nell’ultimo decennio, anche a Vorkuta sono spuntati come funghi. 2) Sud della Francia ospite a casa di una signora di origine libanese, e oltre al cibo mediorientale, tantissime verdure e spezie sconosciute, ricordo un ospitalità che a Vorkuta nemmeno si riserva ai parenti più stretti il giorno di Natale, 3) Grecia, serata estiva sotto a un pergolato, cena a base di tonnellate di semplice pesce alla griglia, innaffiata da gagliardo vinello bianco, la famosa insalata con feta cetrioli e pomodori e un dolce che non ricordo, ma tanto miele e frutta secca.

Non escludo, anzi sono certa, che esistano delizie impensabili ed immaginabili anche nei più remoti angoli di questo mondo, e certamente se vivessi in giro a zonzo per i quattro continenti avrei una panoramica più completa di quella che è l’offerta gastronomica complessiva, ma se penso anche solo alla pizza, agli spaghetti allo scoglio, alle melanzane alla parmigiana io credo sinceramente che in questo Universo non possa esistere niente di meglio, o anche solo qualcosa di lontanamente paragonabile.
E non sono una che ci tiene a tenere alto l’onore della bandiera, tutt’altro: se mi dessero un passaporto spagnolo o danese o australiano darei in cambio il mio senza pensarci due volte, ma quando ci vuole ci vuole.
Per me il tricolore significa: basilico, mozzarella, pomodoro.

La cosa strana è che io ho scoperto il gusto ed il piacere del cibo solo verso la fine dei miei vent’anni, mentre prima mangiare era una sorta di dovere o una necessità al fine di sostentarmi e nutrirmi, senza contemplare alcun piacere.
Non mi stupisce che tutti mi stessero addosso dicendomi che non mangiavo abbastanza, non era la classica paranoia da madre o zia italiana.
Ho potuto così trascorrere i miei primi trent’anni da vera magra senza alcuno sforzo, a volte da eccessivamente magra, poi ho scoperto quanto è bello mangiare, quante meraviglie si possano scoprire ogni giorno in questo paese e il mio rapporto con la bilancia ha cominciato a cambiare.
Mettiamoci pure il metabolismo dopo i trenta, vah, e dopo i quaranta, che mi fanno rimpiangere le creste iliache sporgenti della mia giovinezza.
Il mio totale quasi ascetico disinteresse per il cibo credo dipendesse molto dal fatto che in casa mia si mangiasse in modo insipido, incolore, insapore, come in un reparto di chirurgia pediatrica, o come in una famiglia di Mormoni ortodossi, tranne magari di domenica o in occasione delle feste, quando stranamente si imponeva più che altro la cucina del ghetto di Roma, non ne ho mai saputo e capito il perché, visto che da generazioni sia il lato materno che paterno della famiglia vivono e si riproducono a Nord del Po tra tribù autoctone.

Questa doverosa ode alla cucina tricolore è dovuta a una recente scoperta, quella meraviglia bruttarella a vedersi ma molto goduriosa che sono i pomodori secchi.
Io non posso più vivere senza: anche oggi a pranzo su un semplice spaghetto integrale con olio e parmigiano mi hanno dato una soddisfazione che ciao, nemmeno più un David Gandy col costumino bianco piccolo piccolo sulla sua barchetta nell’azzurro mare di agosto che mi invitasse a casa sua per il dopocena.
Io sono tutt’altro che una cuoca provetta, mi manca proprio il talento di base, la sensibilità, l’applicazione: se lo fossi chissà quante e quali altre ricette riuscirei a partorire con i pomodori secchi, ma è proprio questo il bello, la cosa straordinaria, che in Italia basta un niente per mangiare bene, per dare soddisfazione alle papille gustative, per toccare il cielo con un dito.

Suppongo che i pomodori secchi siano di casa per molte delle genti che hanno visto la luce a sud della pianura Padana, ma chi ha emesso i primi vagiti tra le nebbie e le calugini del Nord che più che il Mediterraneo evocano le Highlands scozzesi, può avere tranquillamente passato quarant’anni di vita senza mai averli assaggiati, senza sapere che esistano.
O avendoli assaggiati ma senza tenerli in dispensa, o comprarli, come consuetudine.
Una grandissima ingiustizia, un’imperdonabile leggerezza, un’enorme privazione.
Sto cercando di recuperare il tempo perduto, e di questo passo immagino presto mi verranno a nausea.
Vorrei persino provare ad essiccarli io i pomodori, e conservarli per l’inverno, ma il tempo è assolutamente inaffidabile: mi sono svegliata con un bellissimo sole ed è già ora dell’ennesimo temporale, impensabile, a meno di non avere un essiccatoio.
Poi non so nemmeno bene se si possano riporre semplicemente in bustine sottovuoto, come i primi che ho messo nel carrello, o se sia meglio metterli sott’olio, come quelli che acquisto attualmente, con i capperi, ma ho la psicosi del botulismo, e preferisco evitare.
Avessi almeno certezza che il botulino va a piazzarsi nei punti giusti.

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Buoni propositi puntualmente disattesi

A distanza di meno di un anno da un post molto, troppo ambizioso, mi trovo a fare il punto della situazione su “buoni propositi per il 2014” e a constatarne il quasi totale fallimento: ce ne fosse uno andato in porto, o anche solo avviato come si deve.
Una minestrina per neonati avrebbe più consistenza e polso della sottoscritta.
Quindi, come nei problemini di aritmetica e geometria di terza elementare, alla voce Risoluzione del Problema posso aggiungere: “c.v.d”.
Sbadiglio, già visto, noiadelfia, e non posso dire che l’orgoglio ne abbia o ne stia soffrendo più di tanto.

Tra l’altro le settimane e i mesi di questo 2014 galoppano ancora più veloci del solito, alla velocità della luce, e più di metà anno è stato lasciato alle spalle senza che nemmeno me ne accorgessi.
Così, già dall’arrivo dei saldi estivi, qui il 4 Luglio, nella mia testa malata e senza pace si sta avvicinando mestamente ma a grandi passi lo spauracchio “autunno-inverno a Vorkuta”.
Al comparire del primo stivale e del primo golfone a trecce in vetrina, cioè tra dieci giorni massimo, e ancora prima di riuscire a recuperare dalla cantina le infradito e il telo per la piscina o il mare comincerà la fase calante.
Ciò significa che ancor prima di essere andata in vacanza, e senza nemmeno essermi ancora messa del tutto in mode estivo io col pensiero riesco già a sfancularmi la bella stagione, l’idea del riposo, della meritata tregua da Multipaesana, il periodo più leggero e spensierato dell’anno.
Forse anche perchè a Vorkuta dormo ancora con una delle poche copertine in pura lana dell’Ikea e a temporali e fiumi d’acqua ogni giorno mi crescono funghi e licheni in macchina come a novembre.
Mancano solo le caldarroste.

È doppiamente scocciante ed avvilente, che in estate sembra che tutti si divertano un sacco: aperitivi come non ci fosse un domani, cene all’aperto in posticini carini, escursioni, gite, arrampicate, giornate al mare, al lago, borghi da scoprire, e poi conoscenze interessanti, lunghi viaggi, nuovi amori, abbronzatura, facce scure e denti bianchi, gambe da sfoggiare scolpite da nove mesi di palestra, milioni di fotografie, chilometri di video.
Di tutta questa cuccagna quando va bene mi interessa e sfiora solo una piccolissima parte ma, senza dubbio, se ci sono dei mesi che più tengono lontano pensieri grevi e tormentosi e pippe mentali per i quali ho un’innata genetica propensione questi sono giugno, luglio, agosto, ovvero luce, sole, temperature umane, ancora luce.

Questo in teoria, perché nella pratica già a metà luglio comincio con i bilanci di fine anno, e i ricordati che devi morire, formichina laboriosa versus cicala canterina.
Il mese della resa dei conti per eccellenza è però fine agosto, al rientro dalle ferie estive, quando tutta sta eccitazione, frenesia e ormoni che si liberano d’estate si chetano e rientrano nei ranghi.
Poiché da qui a quattro sei settimane non credo cambierà alcunché, ecco punto per punto come mieto e valuto i miei successi sui diversi obbiettivi che avevo allora individuato, era fine agosto dell’anno scorso.

Area benessere fisico-psichico

“Continuare la pratica del tennis almeno una volta a settimana”, OK, obbiettivo centrato (da poco ritornata a due volte a settimana), mentre per “l’alquanto auspicabile introduzione di un corso di stretching o pilates o ginnastica posturale/vertebrale” o “iscrizione alla solita palestra dotata di centro benessere” assolutamente niente di fatto.
Vero che la seconda opzione comportava anche l’esborso di parecchi soldini e non è questo il momento.
Nè un filino più magra, come mi sarebbe piaciuto e piacerebbe, ne maggiore tonicitá e definizione, come avrei dovuto e dovrei.
Inoltre schiena spesso incriccata e dolorante, notti insonni per questo motivo, postura alla Quasimodo totalmente da rivedere.
“Le camminate del sabato e della domenica mattina, ottime per la circolazione, l’ossigenazione dei tessuti, l’umore e, soprattutto, ottime in quanto a costo zero” sono state del tutto abbandonate.
Cause dell’abbandono, pigrizia, noia di fare sempre gli stessi percorsi che conosco a memoria, misantropia sempre più accentuata, voglia di godermi casa mia, gli spazi, la quiete, il verde intorno.

Area miglioramento continuo

“Sforzarsi ogni giorno di fare qualcosa per tenere pulita ed ordinata casa (qualunque ed ovunque essa sia e sarà, nel breve e medio periodo)”: obiettivo parzialmente raggiunto, ed è un successo visto che la casa non è la stessa di prima ma molto molto più grande, anche se tendo a concentrare tutto in una giornata senza diluizioni infrasettimanali.
Non mancando lo spazio per riporre le cose tutto sommato guadagno un bel po’ di tempo, tempo che prima impiegavo solo per riordinare.
Pulire o tenere pulito in paragone mi pesa di meno che, come ero costretta a fare prima, dover calciare le ante dell’armadio per poterlo chiudere o prendermi scope e fustini di detersivi sui denti non appena mi affacciavo nello sgabuzzino colmo all’inverosimile.

“Lo stesso sforzo sarebbe richiesto per la cura e manutenzione del guardaroba”: obiettivo solo parzialmente raggiunto e solo a causa dei maggiori spazi che mi consentono di ordinare gli abiti con un certo senso e criterio senza stiparli, schiacciarli, ammassarli, ma è da quattro mesi che non accendo un ferro da stiro, e credo dica tutto del mio quoziente di casalinghitudine.
Domenica scorsa ho comprato un asse da stiro finalmente sufficientemente alto ma è ancora lí intonso nel cellophane, mi pesa meno qualche piega sulla camicia che tanto si farebbe comunque allacciando la cintura di sicurezza in macchina.
Mi sforzo di stendere bene dopo la lavatrice e per ora vado avanti così.
“Altrettanto importante sarebbe riporre ordinatamente dopo l’uso ogni capo indossato che non debba essere subito lavato, e non lasciarlo in giro per casa per tre settimane a prendere polvere e a sgualcirsi”.
OK questo lo faccio, è molto meno faticoso che prima, per i motivi già esposti.
“Effettuare regolari sessioni di stiro almeno ogni due settimane”, ahhhhh, ahhh, appena visto, non se ne parla proprio.

“Acquistare solo cose che mi stanno bene e che userò davvero, more is less. Pertanto astenersi dallo shopping compulsivo specie se in catene low cost”: obbiettivo raggiunto anche per via del budget limitato causa ingenti spese affrontate ma anche perché avendo più facile accesso e maggiore visibilita del mio parco vestiti mi sono resa conto di essere piena di roba.
La misantropia poi aiuta a star bene e sentirsi bene con 6,90€ di vestitino da casa in cotone della LIDL, che poi non fa nemmeno le grinze.

“Pianificare con cura ed effettuare più spesso, e quindi comprando meno roba, lo shopping alimentare”: obiettivo parzialmente riuscito, oggi ho anche calcolato che da quando faccio la spesa prevalentemente alla LIDL, cioè da febbraio a fine giugno ho risparmiato circa 250/300 euri, e senza dover rinunciare a nulla.
Purtroppo pur risparmiando, e mi sarei aspettata di più in verità, butto via ancora parecchi alimenti, frutta e verdura specialmente, e il motivo è che non riesco, ovvero non ho voglia di impegnarmi a organizzare pianificare i miei pasti.

Area socio-culturale

“Impegnarsi a coltivare le scarse relazioni sociali esistenti”: EPIC FAIL, oramai frequento più cani che persone, e purtroppo aggiungo, perché lo so anche io che non è una cosa bella, che non mi manca nessuno e sento il bisogno di pochissima selezionatissima gente.
“Recuperare ove possibile anche alcune di quelle relazioni che gli anni ed i casi o scelte della vita hanno allontanato ma delle quali rimane il ricordo o la nostalgia: senza aspettative, consapevoli che il passato, quello bello, non ritorna”: non mi riferivo all’Innominato, credo, o non solo a lui, ma è l’Innominato che sono andata a cercare io per la prima volta in vent’anni in un giorno che, allegria, avevo fisso il pensiero della morte che arriva per tutti.
Quello che non ho ancora fatto invece, e non so bene se e quando farò, è preparare il trolley e mettermi in viaggio per vederlo ed incontrarci, ma dopo la prima fase eh-che-vuoi-che-sia, sono ritornata alla fase non abbastanza magra, non abbastanza tonica, capelli così così, lavoro di merda, cicatrice sul braccio etc etc, e a inizio autunno costui si trasferirà più lontano.
Non sarà irraggiungibile ma non più a portata di Italo o Freccia Rossa.

“Tendenzialmente opportuno ed auspicabile sarebbe allargare il giro delle conoscenze/amicizie, cosa che fino a pochi anni mi fa veniva naturale qualsiasi cosa facessi e ovunque fossi: succedeva senza forzature e senza difficoltà, persino in questa città colonia di sociopatici della quale sono una degna rappresentante, ma mi sa che i tempi sono cambiati”: un altro EPIC FAIL.
Ripeto, misantropia e ancora misantropia, più cani che umani.

“A tal fine, e non solo per questo obbiettivo, programmare di tanto in tanto dei fine settimana o ponti in località non necessariamente lontane o al fuori dall’Italia…”: terzo e questo sì doloroso EPIC FAIL, ma qui c’entrano anche delle mie fobie con le quali, come con l’Innominato, devo tornare a fare i conti.
Dal gennaio 2013 non faccio una notte fuori casa, e il budget incide sí, non potrei permettermi di stare sempre in giro, ma fino a un certo punto se si trattasse di un weekend lungo a Roma in autunno, per dire, e uno al mare a settembre.

“Riprendere lo studio di quell’idioma indoeuropeo poi abbandonato ma per il quale ho comunque versato lacrime sudore e sangue, nonché un certo numero di assegni, prima di arrendermi. L’obbiettivo sarebbe conseguire una certificazione B1, ma molto meglio B2, giusto da schiaffare nel cv.”:
Un altro EPIC FAIL ma digerito benissimo, meglio di tutti gli altri.
Motivi: mancanza di voglia, di impegnarmi, di soldi, ma anche per l’indeterminatezza circa la data in cui sarebbe avvenuto il trasloco e sapendo che, come poi effettivamente è stato, mi avrebbe risucchiato e stravolto tre mesi di vita.
Ma anche perché di quel paese gelido ed inospitale non mi importa e interessa più nulla, e anche sapessi parlare bene quel difficile idioma slavo questo non basterebbe a togliermi da Multipaesana, mi ricaccerebbe tuttalpiù in un’altra Multipaesana che ha rapporti con quel paese gelido ed inospitale dal cibo così così.

Non faceva parte dei propositi di fine agosto, ma il bubbone è scoppiato inarrestabile solo poco dopo, a metà settembre: adottare un cane.
Un altro EPIC FAIL.
Il cane che volevo portarmi a casa quando una casa non ce l’avevo perché dovevo traslocare l’hanno adottato alla fine di dicembre, e ancora ci penso, me lo sogno e ci verso lacrime.
Per qualche tempo non ne ho più voluto sapere di cani, e poi dopo quel maledetto trasloco sono stata di corvée per tre mesi, poi ho ripreso ad andare al canile, e adesso mi sto re-innamorando di un altro cagnino, e lui di me, che almeno con i cani ci so fare.
Ma la cosa mi sconvolge come dovessi partorire e mantenere nove gemelli fino all’età della loro pensione, mi spaventa, mi sembra una responsabilità enorme che non so se sono in grado di gestire, e poi se si ammala, e se mi ammalo io, e come faccio a lasciarlo solo nove ore al giorno cinque giorni alla settimana, insomma un tormento unico.
In più mi sento anche una merda, un essere infame e sadico, perché tutte le volte che guardo negli occhi il mio cagnino che ha già dieci anni so che sono alte le possibilità che non esca mai più da quel recinto, vivo, per andare a stare in una famiglia.
Tecnicamente nemmeno io sono una famiglia, e magari quelli del canile nemmeno lo vogliono dare un cane a un single.
È così tranquillo e dolce, uno zuccherino, che non so quanto possa far gola a qualcuno, e quando me ne vado perché stanno chiudendo e lo vedo che torna ad accucciarsi al fresco sul suo pallet di legno mi sento come l’avessi pugnalato alle spalle, mentre lui quasi mi sorride.

A parte discorso cagnino anziano del canile, che mi macererà ancora ed è discorso ancora aperto, per il 2015 e per gli anni a seguire dichiaro comunque ufficialmente chiusa la stagione dei buoni propositi.

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Letture estive

L’estate, che in questa città è sempre piuttosto instabile, troppo calda o troppo piovosa, o entrambe le cose insieme, mi spinge spesso a letture più leggere e d’evasione di quelle che vorrei fare, tipo alcuni mattonazzi classici o pietre miliari della letteratura mondiale.
Sì, sono dei must, quanto il tubino nero, e mi arricchirebbero assai assai, ma in questi giorni proprio non mi riesce di prenderli in mano pur avendone in quantità in casa, e anche se la lista di quelli da leggere o da rileggere dopo tanti anni è lunghissima, e nonostante gli sforzi e i soldini investiti negli anni per racimolare una sorta di biblioteca ideale alla quale attingere in mancanza di stimoli libreschi.

Così, approfittando della genialata che la rete bibliotecaria locale consente anche il prestito di ebooks, vuoi mettere la comodità di non dovere nemmeno uscire di casa per prenderli o riportarli, magari sotto il sole cocente o sotto un acquazzone a carattere torrenziale, mi sono buttata in rete per pescare qualcosa che non fosse “Cento ricette per l’estate” o il solito manuale di auto-aiuto e crescita personale alla Bridget Jones.
E di questi ultimi solo io so di quanto ne avrei bisogno in questo periodo.

Ho scaricato dei titoli di autori che mi incuriosivano, titoli che forse non avrei fatto la fatica di andare appositamente a cercare fisicamente in biblioteca, pur avendocela a tre passi.
Visto che la scelta di ebooks ad adesso é in crescita ma tutt’altro che vasta, mi sono buttata sul filone molto modaiolo e sfruttato, e forse anche già superato, del giallo scandinavo.

A parte Agatha Christie, della quale sono stata in gioventù un’accanita lettrice, non ho mai particolarmente amato ne frequentato spesso e volentieri il genere giallo o poliziesco.
Mi piacerebbe prima o poi leggere qualcosa di Simenon, da persone diverse ho sempre avuto degli ottimi riscontri, ma di lui non ho mai letto niente.
L’anno scorso ero però incappata in un libro di uno svedese a me del tutto sconosciuto, e sia la storia che l’ambientazione bretone mi avevano totalmente irretita e stregata al punto che a distanza di nemmeno dodici mesi lo rileggerei volentieri, pur ricordando ancora abbastanza la trama e come si sono svolti i fatti.
Non fosse che per tornare a immergermi in quelle atmosfere magiche e in quegli odori di maree ed oceano che, visti e provati dal vero, mi sono rimasti stampati indelebilmente nella memoria, nel cuore e nei sensi.
Lui è Håkan Nesser e il libro, che mi sentirei di consigliare a chiunque, è “Era tutta un’altra storia“.
Anche la psicologia dei personaggi non era malaccio, più sfaccettati, mi sembra, rispetto a quelli dell’altra autrice sempre svedese di cui parlo più avanti.
Interessante che l’analisi e il lavorio di scavo nella mente sia fatta sia a livello di gruppo, che di dinamica di coppie, che individuale.
Si trattava infatti un gruppo di svedesi, coppie, per l’appunto in vacanza in Bretagna d’estate.

Con gli scandinavi ci ho riprovato pochi giorni fa.
È stato il turno della (mi risulta) molto più famosa Camilla Lackberg, ed il fatto che ne abbia terminati due in tre giorni vuol dire che si poteva fare senza troppo fatica.
Specialmente il primo “La Principessa di Ghiaccio” mi ha coinvolta in una storia abbastanza avvincente e complicata da volere arrivare in fretta alla fine, e indotta a sfiancanti elucubrazioni su chi potesse essere l’autore del delitto, ma acqua, acquissima.
Non posso dire che la scrittura sia eccezionale, niente di che, e personalmente avrei anche sperato di sentire e respirare maggiormente le quiete atmosfere svedesi, la natura, cose delle quali invece non c’è molta traccia.
Peccato, poteva essere ambientato ad Atene o in Pennsylvania, ma allora perché giallo scandinavo?
Voglio dire, a parte tutti quei nomi e cognomi tipo librerie e divani Ikea…
Personalmente avrei anche evitato la scelta un po’ scontata di fare accasare tutti, anche la più recalcitrante ostinata delle zitelle trova l’ammmore.
Santiddio, ma perché devono sempre sistemarci tutti, da una donna poi, e svedese, mi aspettavo qualcosa di diverso.
Anche poco credibile, amori perfetti e riusciti ricuciti a distanza di decenni, manco un romanzo Harmony, qui si poteva fare di meglio.

Il filone agenzia matrimoniale e per single si amplifica e ramifica nel secondo libro “Il bambino segreto” con risvolti veramente poco credibili e così scontati da portare allo sbadiglio, con l’aggiunta che qui tutti figliano come conigli, ma almeno posso dire di avere fatto centro abbastanza velocemente e di avere individuato quasi subito l’autore del primo omicidio.
Forse erano più numerosi o più ingenui gli indizi seminati qua e là tra le pagine, ma il fatto che la storia nasca e si dipani da eventi nati al tempo della Seconda Guerra Mondiale, con frequenti incursioni in quel passato, l’invasione della Norvegia e il nazismo, mi ha tenuta incollata sino alla fine, e forse me lo fa considerare un pochino più interessante rispetto al precedente, ma non che l’abbia preferito.
Nel complesso mi sento di potere affermare che gli intrighi e le vicende sono abbastanza originali e ben costruite, la scrittura fila via liscia e leggera che di più non si può, e se mi capiterà di trovare altri libri scaricabili della Lackberg in fondo perché no, questi due li ho divorati, ma di comprarli o rileggerli in un futuro non credo ne sentirò mai l’esigenza.

Potrei invece fare lo sforzo, pedibus calcantibus, di andare in biblioteca per cercare qualcos’altro di Håkan Nesser il cui libro, se non ho ingigantito il tutto a dismisura solo per via della magnificenza delle coste bretoni, ampiamente descritte, mi ha lasciato qualcosa in più.
Più profondo, più realistico, più credibile: un intreccio di fatti meno eclatante e ambizioso, la sparizione di una ragazzina dopo una gita in barca in mare, quasi la cronaca di un giornale.
La meschinità, la malvagità e complessità dell’animo umano si rivelano poco a poco, in modo più subdolo, sommesso, sottile, come purtroppo nelle storie vere.

Ho poi ancora da parte quello che doveva essere la chicca dei miei quattro downloads mensili consentiti dalla micragnosa quanto efficiente rete bibliotecaria di Vorkuta/Mumbai: Amelie Nothomb, “La cosmetica del nemico” (o forse senza articolo?, boh).
Per il quarto vedrò.
Sono solo alle prime pagine, e non mi sono fatta ancora un’idea.
So che altri suoi due libri, e i suoi cappelli da Pifferaio Magico, me l’hanno fatta adorare.

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Lunedì

OK, me l’aspettavo, non ci avrei scommesso che potesse durare a lungo, del resto le cose che vedo io evidentemente le rilevano anche altri occhi, più giovani e freschi, lucidi e disincantati.
Insomma, l’Ultimo Acquisto Aziendale, il Rinforzo Puntello al nostro Ufficio al quale furono ingenuamente promessi mari e monti, dopo poco più di un mese se ne è andato, e qui siamo di nuovo in braghe di tela.
Persino questa vecchia Volpona che sapeva che sarebbe successo, e in tempi brevi, non si aspettava così presto.
Dimissioni immediate poi, come se fosse scoppiato un focolaio di ebola, ma senza neanche togliersi garbatamente qualche sassolino dalle scarpe, che almeno la ns Risorsa poteva permetterselo, anche se i segnali di insofferenza e incredulità per come vanno le cose, per chi voleva vederli, c’erano tutti già dopo pochi giorni.

Se da un lato umano mi dispiace per la sua “dipartita” perchè era una persona carina, simpatica, gentile, interessante e riservata il giusto, dall’altro la cosa biecamente rincuora perchè, se supponiamo che ci abbia lasciati perchè ha trovato qualcosa di meglio, ma in effetti non si sa, vuol dire che là fuori la situazione non è poi così male, o che si sta riprendendo, anche se questo faccio fatica a crederlo e non ne colgo i segnali.
Il che, comunque, potrebbe riaccendere vecchi sogni oramai quasi dimenticati ed ammuffiti, dare un’occhiata in giro, senza stress, senza fretta, anche solo per curiosità.

A dirla tutta siamo alla seconda Preziosa Risorsa che ci fa il gesto dell’ombrello, anzi la Terza, ma la Seconda non ha contato nulla e nemmeno ce la ricordiamo.
La prima era rimasta un paio di anni scarsi poi, in modo burrascoso e non privo di polemiche e di colpi di scena come in un triste feutillon, non le era stato più rinnovato il contratto, salvo poi essere richiamata dagli Stessi in ginocchio e con la lingua di fuori, all’annuncio improvviso di una maternità che avrebbe destabilizzato tutta la baracca.
All’improvviso il fu reietto era diventato importante ed è stato rivalutato, le sue quotazioni schizzate alle stelle a seguito dell’ urgenza e necessità.
Anche perchè tutti sapevano e davano per scontato, tranne quelli che avrebbero dovuto arrivarci, che la futura primipara avrebbe trovato il modo di starsene a casa esattamente il giorno dopo aver felicemente e a buon fine copulato, e che non sarebbe rimasta un giorno di più.

Se invece la Nuova Risorsa ci ha abbandonato in poche settimane non perché ha trovato un’alternativa migliore o che più le aggrada, ma perché talmente disgustata da non potere reggere otto ore di regolare manicomio in cambio di uno stipendio regolarmente puntualmente pagato, straordinari pure pagati e del buono mensa, “solo” perchè nutriva ben altri sogni e ambizioni (non importa se un giorno avrebbero potuto rivelarsi illusioni come lo è stato per un bel po’ di gente, l’importante è averci provato), beh allora beata la ns ex Risorsa che se ne torna da mamma e papà.

Beata lei che per un po’ starà a casa a grattarsi trovando tutto pronto, le bollette pagate, la casa pulita, beata lei che può scegliere cosa le va e cosa non le va di fare nella vita.
Non sono in molti a poterselo permettere, solo i fortunati, specialmente se non hai più ventitré anni, ma trenta e passa.

Quanto vorrei poter fare anche io il gesto dell’ombrello, una veloce stretta di mano a quasi tutti, e tanti saluti, e poi tornare a Casa.
Buttarmi su un divano, potere non pensare a niente se non a cose lievi, frivole, leggere e rassicuranti, come farsi il gel alle unghie o scegliere dove trascorrere la settimana di ferragosto.
Restare gettata lì per almeno tre settimane, senza avere in testa le bollette, l’idraulico, il filtro della lavatrice, l’indifferenziato da differenziare, la TASI a settembre, i soldi da tirare fuori questo mese per Questo e per Quello, e potere coltivare i miei sogni, accudita, rifocillata, protetta, sostenuta.
Ma anche nutrita, lavata, inamidata & stirata, sapendo di potere sempre contare su qualcuno che è li per me e pensa a tutto, ma proprio a tutto, anche al mio futuro.
Adesso come adesso vorrei tanto essere un peso morto, un carico al traino, non riesco ad immaginare una vita più felice e lieve di così, altro che orgoglio e indipendenza.

Ne ho incontrate altre di persone così fortunate, o iper protette e, a prescindere dal caso contingente, mi chiedo come mi sarei comportata io se avessi avuto dei figli, se li avrei appoggiati in una scelta di questo tipo.
Sulla base della mia esperienza il mondo là fuori non è che esattamente ti aspetta e ti reclama, a meno di non possedere particolari o speciali assi nella manica, o entrature di un certo tipo.
Io non me lo sono mai potuto permettere di fare ciao ciao senza avere sottomano un’alternativa, manco di pensarci, tanto più a quell’età quando era già totalmente indipendente in tutto e per tutto da un bel numero di anni e fare marcia indietro era impossibile.
Mi sono sempre tenuta e ho cercato di conservare quello che passava il convento, che mi piacesse o meno.

Io insomma sempre molto Realpolitik, e non per scelta, quindi non biasimo le scelte altrui, le scelte di persone che possono permettersi di rinunciare a un lavoro pulito, onesto, in regola, trasparente per rincorrere altre mete, più alti o diversi obbiettivi, e fare a meno di uno stipendio, anche se non esaltante.

Adesso ci toccherà ricominciare, avanti il prossimo: chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo, io mi occupo di questo, Tizio fa questo, Caio fa quell’altro.
Zero voglia proprio, come di trovare e re-instaurare nuovi equilibri psico-social-lavorativi.

Totalmente su un altro piano: non mi vengano più a raccontare che la viscosa è una fibra naturale paragonabile al cotone, altrettanto fresca e altrettanto confortevole.
La viscosa è, come il poliestere e tutte le fibre sintetiche, l’Apoteosi del Male in campo tessile, specialmente d’estate, specialmente d’estate a Vorkuta / Mumbai sotto il monsone e con una percentuale di umidità terra-cielo del 99,99999%.
Mai più farsi fregare, mai più camere a gas, di lunedì poi.
Una giornata lunga lunga, e non all’insegna della freschezza.
In tutti i sensi.

2 commenti

Archiviato in Ci salvi chi puo', Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo), Outlet valve, Vita Multipaesana