Ode sperticata al cibo italiano

Ora, non so per gli altri abitanti di questo pianeta, ma per me uno dei piaceri in assoluto più grandi, dei più stabili nel tempo, dei più affidabili e sul quale so di poter sempre contare, persino capace di dare un senso, uno scopo, un obiettivo alla vita, e insostituibile compenso per tutte le piccole e grandi legnate ed insoddisfazioni quotidiane è mangiare, è il cibo.
E quando penso a mangiare e al cibo io penso in modo quasi del tutto esclusivo al cibo italiano, o prevalentemente mediterraneo.
Anche se, specialmente in inverno, non solo non disdegno ma apprezzo molto anche la cucina nordica, dove per nordica intendo comunque nordica italiana, cioè subalpina, o comunque tuttalpiù alpina, ed in particolare modo la cucina valtellinese e quella tirolese o di quelle zone a cavallo tra Italia e le regioni più meridionali del sud Europa.

Più a Nord delle Alpi o, a est o a ovest di certe longitudini, posso sopravvivere e anche in modo gagliardo per qualche giorno, ma poi comincia l’anelito per i sapori, gli odori, la qualità, gli accostamenti, i colori, la ricchezza, la varietà del cibo italiano.
Al quinto giorno in genere comincio a fremere e a sognarmelo la notte e, ovunque mi sia mai trovata nel mondo, in genere ci so sono solo due cose che mi mancano terribilmente del mio paese, come si mangia e la presenza del civilissimo bidet.
Persino la cucina di Vorkuta offre degli spunti interessanti, risotti e primi piatti soprattutto, ma non si può dire che qui sappiano realmente cucinare, che regna l’inveterata usanza di buttare burro dappertutto, persino nel sugo al pomodoro, persino sopra al burro, uno scempio.
Quando non è burro è addirittura panna da cucina, barbari.
Per questo qui se ne vanno in tanti a cinquant’anni o hanno le arterie intasate come la tangenziale di lunedì mattina.
Certo, di fronte ad un’aringa cruda su insalata di cavoli e barbabietole o a una lattina di ravioli già conditi versata a scaldare direttamente sul piano a cottura ad induzione (visto fare ad un’amica crauta), anche la cucina di Vorkuta ha un suo perché, una sua dignità e nobiltà, la sua ragione di esistere.

Se dovessi scegliere di fronte ad un plotone di esecuzione, comunque sceglierei la cugina mediterranea propriamente detta, quindi quella del centro e sud Italia, per tutta la vita, o comunque quella dei paesi che si affacciano su questo bacino d’acqua meraviglioso e culla di tante civiltà.
Fuori dall’Italia ricordo solo tre epiche mangiate, roba da estasiare i sensi: 1) Giappone, Tokyo, con dei miei collegi che mi hanno portato in un posto al quale non avrei dato due lire, e da allora mi sono sempre rifiutata di andare o provare ristoranti giapponesi e sushi-bar che, nell’ultimo decennio, anche a Vorkuta sono spuntati come funghi. 2) Sud della Francia ospite a casa di una signora di origine libanese, e oltre al cibo mediorientale, tantissime verdure e spezie sconosciute, ricordo un ospitalità che a Vorkuta nemmeno si riserva ai parenti più stretti il giorno di Natale, 3) Grecia, serata estiva sotto a un pergolato, cena a base di tonnellate di semplice pesce alla griglia, innaffiata da gagliardo vinello bianco, la famosa insalata con feta cetrioli e pomodori e un dolce che non ricordo, ma tanto miele e frutta secca.

Non escludo, anzi sono certa, che esistano delizie impensabili ed immaginabili anche nei più remoti angoli di questo mondo, e certamente se vivessi in giro a zonzo per i quattro continenti avrei una panoramica più completa di quella che è l’offerta gastronomica complessiva, ma se penso anche solo alla pizza, agli spaghetti allo scoglio, alle melanzane alla parmigiana io credo sinceramente che in questo Universo non possa esistere niente di meglio, o anche solo qualcosa di lontanamente paragonabile.
E non sono una che ci tiene a tenere alto l’onore della bandiera, tutt’altro: se mi dessero un passaporto spagnolo o danese o australiano darei in cambio il mio senza pensarci due volte, ma quando ci vuole ci vuole.
Per me il tricolore significa: basilico, mozzarella, pomodoro.

La cosa strana è che io ho scoperto il gusto ed il piacere del cibo solo verso la fine dei miei vent’anni, mentre prima mangiare era una sorta di dovere o una necessità al fine di sostentarmi e nutrirmi, senza contemplare alcun piacere.
Non mi stupisce che tutti mi stessero addosso dicendomi che non mangiavo abbastanza, non era la classica paranoia da madre o zia italiana.
Ho potuto così trascorrere i miei primi trent’anni da vera magra senza alcuno sforzo, a volte da eccessivamente magra, poi ho scoperto quanto è bello mangiare, quante meraviglie si possano scoprire ogni giorno in questo paese e il mio rapporto con la bilancia ha cominciato a cambiare.
Mettiamoci pure il metabolismo dopo i trenta, vah, e dopo i quaranta, che mi fanno rimpiangere le creste iliache sporgenti della mia giovinezza.
Il mio totale quasi ascetico disinteresse per il cibo credo dipendesse molto dal fatto che in casa mia si mangiasse in modo insipido, incolore, insapore, come in un reparto di chirurgia pediatrica, o come in una famiglia di Mormoni ortodossi, tranne magari di domenica o in occasione delle feste, quando stranamente si imponeva più che altro la cucina del ghetto di Roma, non ne ho mai saputo e capito il perché, visto che da generazioni sia il lato materno che paterno della famiglia vivono e si riproducono a Nord del Po tra tribù autoctone.

Questa doverosa ode alla cucina tricolore è dovuta a una recente scoperta, quella meraviglia bruttarella a vedersi ma molto goduriosa che sono i pomodori secchi.
Io non posso più vivere senza: anche oggi a pranzo su un semplice spaghetto integrale con olio e parmigiano mi hanno dato una soddisfazione che ciao, nemmeno più un David Gandy col costumino bianco piccolo piccolo sulla sua barchetta nell’azzurro mare di agosto che mi invitasse a casa sua per il dopocena.
Io sono tutt’altro che una cuoca provetta, mi manca proprio il talento di base, la sensibilità, l’applicazione: se lo fossi chissà quante e quali altre ricette riuscirei a partorire con i pomodori secchi, ma è proprio questo il bello, la cosa straordinaria, che in Italia basta un niente per mangiare bene, per dare soddisfazione alle papille gustative, per toccare il cielo con un dito.

Suppongo che i pomodori secchi siano di casa per molte delle genti che hanno visto la luce a sud della pianura Padana, ma chi ha emesso i primi vagiti tra le nebbie e le calugini del Nord che più che il Mediterraneo evocano le Highlands scozzesi, può avere tranquillamente passato quarant’anni di vita senza mai averli assaggiati, senza sapere che esistano.
O avendoli assaggiati ma senza tenerli in dispensa, o comprarli, come consuetudine.
Una grandissima ingiustizia, un’imperdonabile leggerezza, un’enorme privazione.
Sto cercando di recuperare il tempo perduto, e di questo passo immagino presto mi verranno a nausea.
Vorrei persino provare ad essiccarli io i pomodori, e conservarli per l’inverno, ma il tempo è assolutamente inaffidabile: mi sono svegliata con un bellissimo sole ed è già ora dell’ennesimo temporale, impensabile, a meno di non avere un essiccatoio.
Poi non so nemmeno bene se si possano riporre semplicemente in bustine sottovuoto, come i primi che ho messo nel carrello, o se sia meglio metterli sott’olio, come quelli che acquisto attualmente, con i capperi, ma ho la psicosi del botulismo, e preferisco evitare.
Avessi almeno certezza che il botulino va a piazzarsi nei punti giusti.

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