C’è crisi

È arrivato il momento di suonarsela e di cantarsela, tutto da sola.
Una qualsiasi delle venticinquenni che trovo da Kiko quando ci sono gli smalti a 1,90 euri e della quale potrei – anagraficamente parlando – essere quasi madre è arrivata ad un punto della vita in cui è messa come me o spesso meglio di me.
Non sono a conoscenza di altre coetanee che si trovino in una situazione così, così… così liquida, ecco.
Se ci sono invece lo nascondono molto bene.
O forse ne esiste un’altra al mondo sfigata come me, e non a caso è amica mia: se mi stessi leggendo ciao, tu sai che sei tu, e non sto dicendo niente di nuovo, le stesse cose che ci diciamo tutte le volte.
Non fosse che mi è sempre interessato poco fare la mamma, e non fosse che non so se sarei riuscita a mettere al mondo un altro infelice e perenne anima in pena sapendo che la genetica è inesorabile quasi come la matematica.
Ovvero, una qualsiasi venticinquenne o su o giù di lì sa meglio di me chi è e cosa vuole, ha un business plan, dei progetti, un ideale modello di vita che la ispira, grinta e determinazione per raggiungere quegli obbiettivi.
Detto meglio, le venticinquenni di oggi in genere sono fighissime e molto toste, un salto in avanti enorme rispetto alla mia generazione di gatte morte e morte di sonno cresciute all’ombra dell’acquasantiera, mi piacciono proprio.
Il guaio è che io mi sento come loro: cioè, se io avessi una figlia sarei parecchio più scema di lei, sarebbe lei a dare consigli e suggerimenti, a cassare idee balzane, ad indicare la via da seguire.

Deduzione: sono evidentemente io che non ho combinato gniente di buono se, avendo quasi il doppio dei loro anni, mi ritrovo più o meno al loro stesso punto ma, ovviamente, con un numero di opzioni a disposizione infinitamente inferiori, per non dire nulle.
Peccato che quando avevo io venticinque anni fossi io quella con le idee chiare, e avanti nei tempi, desiderando e volendo esattamente le stesse cose che parecchie fanciulle di adesso hanno e danno per scontate e per le quali invece io ho dovuto lottare con le unghie e con i denti.
Con la sfiga in più di non riuscire a trovare nemmeno allora nelle amiche del tempo non dico sostegno, appoggio, condivisione, ma nemmeno comprensione.
Le mie amiche vivevano un già allora anacronistico sogno Happy Days anni ’50 e desideravano cose del tutto diverse dalle mie, per cui ero sempre io quella balenga, quella fuori posto, qualla “mica cattiva, ma un po strana”.

Il sogno tipo, indipendentemente dal grado di emancipazione ed evoluzione personale ed indipendenza economica e lavorativa comprendeva lo sposarsi in chiesa e restare a Vorkuta per tutta la vita, una bella casetta a Vorkuta o dintorni con il divanetto in alcantara, un servizio di piatti per tutti i giorni e uno buono per le feste e per gli ospiti, un viaggio di nozze da ricordare e perciò in culo al mondo, pur non avendo mai messo piede nemmeno piede a Roma, o a Nord delle Alpi, e neppure desiderando farlo.
Però qualche isoletta esotica del cazzo in un oceano lontano sì, per poi ammorbare parenti ed amici al ritorno con milioni di diapositive.
E il servizio fotografico che adesso giace sepolto dalla polvere nel fondo di qualche cassetto, nel migliore dei casi, ed allora pagato quasi quanto il viaggio in culo al mondo.
Conosco anche qualcuna che, anni dopo, ha festeggiando il divorzio buttandolo nella pattumiera.
Non poteva mancare un bel vestitone da meringa per la quale si dannavano l’anima per mesi e mesi battendo la città e la provincia da nord a sud, da est a ovest.
Disposte anche a spendere una quantità inconsulta e sconcertante di soldi, come per il servizio fotografico professionale, cioè un tizio pagato profumatamente per riprendere facce ebeti e sognanti e tramonti su campi di grano padani.
Io, innamorata quanto e più di loro guardavo, guardavo e non capivo.

Poi la maggior parte di loro si sono risvegliate da quel sogno che poverette, forse non era nemmeno il loro, ed è anche per quanto di diverso abbiamo vissuto per un certo numero di anni che adesso non possiamo essere allo stesso punto.
Perché, non avendo nel curriculum ciò che ancora viene ritenuto fondamentale a definire e dare dei contorni ad un’esistenza femminile, come figliare o avere un ex marito del quale magari continuare a parlare dalla parrucchiera, del quale lamentarsi ancora o al quale spillare soldi, e nemmeno una carriera degna di questo nome che possa fare di me una che ha dato tutto per il lavoro, perchè nemmeno quello mi interessava, io sono rimasta ferma a quel punto là.
Là dove le nostre strade si erano separate, là dove poi io mi sono seduta e lasciata trasportare dagli eventi e più dalle cose che dovevo fare che non da quello che volevo e sentivo.
Anche perchè non sempre è dato di scegliere, dove vi sono forze di causa maggiore.

Così la mia esistenza, che fino a qualche mese fa non dico corresse felice e spensierata ma perlomeno era compresa ed instradata entro certi binari che più difficilmente di ora osavo mettere in discussione, ultimamente mi si sta rivoltando contro come una serpe impazzita e presentando un sacco di interrogativi tra il quale il più grande e pressante è “cosa voglio fare da grande?”.
Riformulo la domanda visto che sono già grandina: voglio davvero crepare a Vorkuta continuando a fare questa vita che è stata solo un necessario ripiego quando il mio sogno, il mio progetto, è terminato (una vita fa, a dirla tutta)?
E com’è che adesso mi sembra di non riuscire più a starci dentro?
E succede solo a me?
E soprattutto: non sono questi quei quesiti che si pone una ventenne con tutta la vita davanti e non una che in teoria dovrebbe solo raccogliere i frutti di ciò che ha seminato?

La risposta certa per ora, mi sa, è una sola: midlife crisis.
Niente di esistenziale, non sono triste, non sono depressa, non sono preoccupata, non sono ansiosa.
Mi chiedo solo se non sia ora adesso, di pensare anche un po’ a me, e chiedermi se così sono felice, e chiedermelo mi sembra un mio diritto e dovere.

Ieri, per esempio, avrei detto assolutamente, ma proprio no.
Oggi, per esempio, re-immessa nell’automatismo infernale degli stessi orari e del lavoro come in un Metropolis rivisitato in chiave moderna mi sembra che chiedermi se così sono felice sia la domanda più idiota che possa farmi, e anche del tutto inutile, visto che cambiare é un lusso che non posso permettermi.
Come se vi fossero delle alternative a quello che sto facendo e che mi sta stretto.
No, no che non ce ne sono molte di alternative, proprio perché non ho più ventitré anni, e questa è la risposta della me più razionale e conservatrice.
E se ce ne sono di alternative richiedono doti di audacia e coraggio delle quali non so se dispongo più.
Così, visto che la mia risposta alla stessa domanda cambia dalla domenica al lunedì mi chiedo anche se forse mi faccio troppe domande perché non ho una cippa da fare, a parte il lavoro.
Cioè, se mi trovassi una buona palestra, o un corso di aramaico o di geroglifici della terza Dinastia finirebbe tutto in allegria o sarei a pormi, questa volta di martedì, la stessa domanda?

Non sono nemmeno la tipa che la sua crisetta se la risolve con una tiratina alla faccia, o con una una borsa nuova, né arpionando trentenni in discoteca arginata da collant centottanta denari, purtroppo.
Così continuo con le mie Lamentazioni di Geremiade, e con la crisi della venticinquenne di mezza età.
Ferma, bloccata, incastrata, statica, viva solo perché respiro, lavoro, produco, consumo, così mi sento. Vuota.
Io so quali sono i due nodi focali di questa crisi, e mi viene il rigor mortis solo a nominarli: Vorkuta e lavoro, lavoro e Vorkuta.
Queste sarebbero le uniche cose che, eventualmente, potrebbero cambiare, con grande volontà ed impegno, e magari una botta di fortuna aiuterebbe.
Sul resto non ho giurisdizione né potere, anche se essere meno stronza ed intransigente e qualche sorriso in più magari aiuterebbero.

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