Archivi del mese: settembre 2014

Ciccia russa

Per una volta, forse, con le idee chiare.
A differenza di numerosi altri “rientri”, dove per rientro non intendo necessariamente il ritorno da una vacanza in un altrove ma la fine delle vacanze estive e il lento declino dell’estate, quest’anno mi sembra di avere le idee un pochino più chiare.
Visto che quei pochi giorni liberi che ho avuto li ho trascorsi a casa, come peraltro l’anno scorso, e in entrambi i casi non è stata una scelta del tutto slegata dal timore di possibili ristrettezze economiche, che ovviamente avrei preferito e mi avrebbe fatto bene anche cambiare un po’ aria, e poi un po’ anche complice la pioggia continua, ho avuto modo di pensare e di vedermi dal di fuori.

Quello che ho visto dal di fuori in quella settimana e manciatina di giorni di riposo, e mi limito per ora solo all’esterno, ha cominciato a farmi paura.
Mi ero accorta in realtà già da tempo che negli ultimi mesi, forse dalla primavera, avevo cominciato a metter su chili, e non c’era bisogno di controllare la bilancia (che fino a qualche settimana fa non possedevo nemmeno) perchè tutte le mattine nell’infilarmi non tutti ma alcuni delle paia di pantaloni che possiedo vedevo giorno dopo giorno lievitare un preoccupante miscuglio di panza e maniglie dell’amore fino al raggiungimento di uno dei più sgradevoli (secondo me) effetti estetici, il cosiddetto muffin top.

Cioè, diverse paia di pantaloni mi vestono ancora normalmente o mi sono addirittura larghi, ma solo perché in passato ho spesso sbagliato taglia nel comprarli, soprattutto quelli che hanno una componente di fibre elastiche. Oggettivamente, pur non avendo misure fuori dalla norma o così anomale, faccio sempre difficoltà a trovare pantaloni che mi vestano decentemente, e non dico nemmeno a pennello, anzi è proprio una mission impossible.
Penso che sia in parte per via della mia costituzione fisica e dell’odiatissima moda, per fortuna adesso esaurita, di fare pantaloni a vita da bassa a bassissima.
Mentre i secondi li ho sempre evitati come la peste bubbonica, con qualche chilo in meno anche il pantalone con la vita un po’ più bassa dello standard, ovvero che “segna” due dita al disotto dell’ombelico, non stava male e anzi valorizzava la curva dei fianchi e la linea della vita.
Purtroppo per via della mia altrettanto odiatissima costituzione fisica verso la fine dell’inverno ho cominciato a perdere di vista il punto vita e somigliare sempre più al mio scaldabagno.

Nemmeno so se sia corretto definirla una costituzione a mela, ma certo è molto più mela di quanto sia a pera visto le gambe lunghe e sottili e le spalle da muratore bergamasco (forse potrei essere triangolo invertito ?!?): sta di fatto che quando per sedentarietà o abuso di carboidrati accumulo grasso questo si deposita prevalentemente in zona addominale, ed il resto abbastanza uniformemente ma sempre nella parte superiore del corpo.
Non sono grassa, non lo sono mai stata, sono leggermente sovrappeso: un giorno però mi sorpresa nello specchio di un negozio e, d’acchitto, non mi sono nemmeno riconosciuta.
Lì ho capito che dovevo davvero fermare, se non invertire, e in modo forzato, questo trend.
Sì, perchè oscillazioni di peso anche di 4/5 chili = 1 taglia mi succedono spontaneamente, senza che nemmeno me ne accorga, solo perchè ci sono periodi in cui mangio di più, altri in cui il cibo è meno importante e consolatorio.
Questa volta invece la fase di accumulo grassi durava da troppo tempo, e si stava cronicizzando.
Oltre al fattore estetico l’altro fattore scatenante è stato il preoccupante mal di schiena che mi affligge ultimamente, e non che sia una novità dato che soffro di mal di schiena da tempo immemorabile.

Nonostante abbia ripreso a giocare a tennis due volte alla settimana (e continuerò così anche se costretta a giorni diversi), e nonostante siano la sedentarietà e la rigidità muscolare a causare questi dolori, praticare questo sport non è nè specifico nè sufficiente per contrastare i miei due problemi, ciccioli e mal di schiena, mal di schiena e ciccioli.
Era fine agosto ed è scattato qualcosa dentro di me, una molla.
Quando mi parte la molla devo solo sperare che continui e resti in carica per un po’.

Dal 1° settembre, cioè da poco, ho cominciato a prestare più attenzione alla mia alimentazione, ad eccezione di oggi, stra-abuso di deliziosi irresistibili baci di dama.
Non a seguire una vera e propria dieta, che conoscendomi so non riuscirei mai a seguire visto che richiede troppa organizzazione e mi sa di triste e poco fantasioso, ma a tagliare, evitare, ridurre qualche cosa qua e là, e ad ingozzarmi di megainsalate miste, e non è certo un sacrificio visto che le adoro.
Di tanto in tanto mi lancio in sessioni ginniche casalinghe (risparmio soldi, di tempo, benzina) seguendo uno dei tantissimi video e canali appositi disponibili su Youtube: basta avere un tappetino da yoga e un paio di bilancieri della Decathlon, magari anche dei pesi/cavigliere.
Mi sono anche presa, sempre da Decathlon, la corda per saltare.
Da piccola, cioè mille anni fa, ci saltavo come una cavalletta ma adesso saltare alla corda é un’attività estenuante, getto la spugna dopo tre minuti, con la faccia paonazza e la lingua di fuori.
E non potevo certo perdermi la gymball in vendita da LIDL (7,99€ qualche settimana fa) che però non ho ancora avuto modo di sperimentare, ma deve essere perfetta per il mal di schiena.

La triste conclusione, a me già nota da anni: purchè NON sia esercizio cardio dove entro in affanno in brevissimo tempo, per flessibilità, forza, resistenza ho la resistenza di un mulo e mi diverto pure.
Con gli esercizi cardio no, non posso proprio dire di divertirmi, è na’ fatica bestiale.
Il programma con il quale mi trovo meglio è quello iniziale per semischiappe “30 Days Shred livello 1” della celeberrima Jillian Michaels ma, cercando, ho trovato risorse infinite, validi programmi fitness per tutti i gusti e per tutte le necessità, e tutti gratuiti.
Avendo questa valida alternativa credo proprio che non ci sarà nessuna iscrizione alla mia vecchia costosa palestra nemmeno per quest’anno, anche perché quelle low-cost non mi convincono.

La seconda novità, e sono la prima io a stupirmi di questo ritorno di fiamma perché credevo di averci messo una pietra sopra a inizio 2008, è che mi è venuto il trip di riprendere lo studio del russo.
A che cosa mi serva e a che cosa mi servirà sapere il russo alla soglia dei novant’anni non è dato di saperlo, ma penso che qui la molla sia scattata perchè tendo sempre, prima o poi, a portare a termine le cose che inizio, magari senza guardare troppo alla tempistica, ma in corsi e ricorsi storici.
Infatti, se avessi continuato spedita e non avessi interrotto il mio studio, sarei adesso quantomeno fluente.

Non lo parlerei comunque con nessuno se non con le paciose badanti ucraine che si ritrovano ai giardinetti di Vorkuta, non lo parlerei per lavoro, non ho amici russi e non ho più alcun rapporto con la Russia da un sacco di tempo.
Non ultimo la Russia è troppo fredda climaticaticamente per i miei gusti per destare in me accesi entusiasmi, rimpianti o sogni a occhi aperti di improbabili svolte di vita e trasferimenti.
Io da qui le chiappe le sposto solo per andare a stare al sole, in un clima temperato, vicino al mare, e sempre in Europa, almeno questo mi è chiarissimo da tempo.
Vero però che mi piacerebbe molto fare un viaggio nella wilderness Siberiana, in zone remote e relativamente incontaminate e poco occidentalizzate, dove ancora regna assoluta e la fa da padrona la natura, maestosa.

Per finire, e certamente perchè oltre la ex Cortina di Ferro io non ci ho mai vissuto, preferivo la Russia del prima perestroika: almeno era un paese completamente diverso e non un quasi clone che rincorre sfacciatamente ed esasperandoli i peggiori vizi, valori, miti e costumi dell’Occidente.
Così, almeno, mi pare sia diventata la Mosca degli ultimi anni, ma è anche vero che Mosca non è la Russia, e che si tratta di un paese immenso, in grande parte ancora sconosciuto, e per questo non privo di un certo fascino.
E poi quanto mi aveva fatto sognare il Dr. Zivago, e quella musica melanconica, e Julie Christie con il colbacco e il maglione panna a collo alto, bellissima, e le distese sterminate di neve.
E i racconti di Cechov che mi piacevano tanto a vent’anni: insomma, se li cerco ne trovo di perché ho attaccato con il russo e non, ad esempio, con i balli latino americani.

Oltre al fatto che sembro più russa di molte russe, il russo è una lingua bellissima: mi piacciono i suoi suoni, mi piace il suo lessico sterminato, mi piace perché esprime e riflette alla perfezione ogni vibrazione del complicato, insondabile ed ipersensibile animo russo, apparentemente gelido ed inerte invece caldo, e passionale come pochi.

Ma è anche, ahimè, una lingua oggettivamente molto difficile, ed ogni giorno ci sbatto la faccia.
Anzi, quando ho mollato uno dei motivi era che mi ero proprio stufata di scontrarmi contro quegli ostacoli quasi insormontabili per noi Italiani, i FAMIGERATI aspetti dei verbi e l’uso dei verbi di moto.
Mi sono trovata una professorina madrelingua, giovane e poco esosa, dotata di tanta pazienza, di volontà granitica e dei tipici occhi di ghiaccio dei russi determinata, perchè si tratta di una sfida anche per lei, a riportarmi in breve tempo agli antichi fasti e splendori.
Dove per antichi splendori si intende un misero livello B1 del quadro linguistico europeo, in altre parole un basso intermedio.
Farei i salti di gioia se riuscissi a superare l’esame TORFL, fine febbraio 2015 o Luglio 2015, si vedrà la data per me più opportuna, se e quando sarò pronta.

Il secondo motivo per cui mi sono ributtata in quest’ impresa è che avendo assolutamente bisogno per mia natura di sfide, stimoli, curiosità e gratificazioni di tipo intellettuale che Multipaesana è assodato non possa darmi, mi sembrava un’ottima attività per far fare un po’ di esercizio a quel mononeurone che mi è rimasto nel cervello, che è poi il motivo per il quale iniziai nell’ottobre del 2004.
Null’altro che questo, non credo che la conoscenza del russo possa aggiungere più di tanto al mio cv, alle mie quotazioni sul mercato, lo fo’ per me e perché mi diverte, ci trovo gusto.
Non essendo particolarmente social, non offrendo Vorkuta niente di che, odiando il lungo inverno lombardo veneto ecco come sopravviverò per i prossimi cinque o sei mesi.
Comunque, se mi pagassero per studiare quello che mi piace potrei tranquillamente farlo per otto dieci ore al giorno, e sarei la persona più felice della terra.

До свидания

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Una logica inoppugnabile, succede a Vorkuta

Succede a Vorkuta, cioè, è successo ieri.

Dopo quattro anni ininterrotti durante i quali la mia compagna di racchetta ed io abbiamo giocato a tennis insieme due volte la settimana, il martedì e il giovedì, dalle 19:00 alle 20:00, tranne piccoli stop per suo lutto in famiglia, mia distorsione ad una caviglia e brevi malattie di entrambe, ieri il Dio del Tennis ha deciso che non potevamo continuare con questa che era diventata una piacevole e salutare abitudine.
Una specie di rito antropologico anche, visto che si conclude(va) sempre con il fumarsi insieme una non tanto salutare sigaretta e due chiacchiere del più o del meno sedute su una panchina nella bella stagione, o in macchina con la pioggia o con il freddo.
Non abbiamo mai creato problemi, pagamento anticipato su base mensile, sempre puntuali come una cartella di Equitalia sia nell’entrare che nel lasciare il campo.

Per un qualche non ben precisato motivo che comunque non mi è difficile subdorare, si veda più avanti, ieri l’illuminata “direzione” del centro sportivo ci ha comunicato che per noi non sarebbero più state disponibili due ore alla settimana, ma solo una, probabilmente quella del giovedì.
La cosa ci ha molto sorpreso anche perché, come sempre, avevamo già espresso l’intenzione di rinnovare anche quest’anno per tutto l’anno e, anche se ovviamente non c’è mai stato un contratto o un impegno scritto, pensavamo che nessuno ci avrebbe mai potuto “rubare” un’ora.
Insomma in un mondo di gente perbene e di galantuomini noi avremmo una sorta di diritto di prelazione, o simile: siamo arrivate prima, nel settembre 2010, chi viene dopo si becca le ore e i giorni rimasti.

Scrivo la “direzione” tra virgolette perché si tratta di un umilissimo centro sportivo comunale con campi in un usurato stinto linoleum, con vecchietti sputacchianti che giocano a briscola o a biliardo nel baretto accanto, marmocchi che girano ovunque con monopattini e roller, mamme che pascolano infanti, e così via.
La direzione consta di un simpatico tizio in ciabatte e maglietta che gira ogni tanto a controllare che non succeda nulla di strano.
Il prezzo è, lo riconosco, politico: per altri campi, seppure in nobile terra rossa o comunque assai meglio tenuti, ci chiederebbero un po’ più del doppio.
Quindi non un blasonato patinato circolo del tennis che ci costerebbe cinque mesi di stipendio cadauna ma un posto molto, molto informale dove peraltro ci siamo sempre sentite a nostro agio e, inoltre, è comodissimo per entrambe.
In zona c’è solo un altro centro sportivo dove si può giocare a tennis, ma ci sto arrivando.

Ora, é evidente che la direzione può dare il campo a chi vuole, e non più a noi perché siamo diventate brutte e cattive anche se, magari, sarebbe stato meglio, per correttezza, se ce l’avessero detto quando la stagione è ricominciata tre settimane fa.
Però, dopo quattro anni in cui siamo state loro fedeli ed affezionate clienti assegnare la nostra ora a uno stronzo di maestro comparso nella loro vita almeno tre anni dopo di noi, stronzo di maestro che ci aveva già chiesto se potevamo cedergli quell’ora e al quale era stato risposto che no, non potevamo, ci é parsa davvero una grossa ingiustizia, una bastardata, un tradimento.
Anche perché ci sono stati dei periodi, specie in inverno, in cui noi eravamo gli unici esseri viventi a frequentare quel posto che adesso, invece, pare stia proprio diventando più popolare, nel senso di conosciuto, perché popolare tale e quale é rimasto, per fortuna.
Probabilmente garantendo loro più ore alla settimana e magari pagandole anche di più di noi, tanto incasserà tutto come si sa, mai visto un maestro di tennis staccare una ricevuta, il maestro avrà avuto più potere contrattuale di noi.
Però che schifo.
Io sarei tentata di mollare del tutto, e di trovare un altro centro dove giocare, solo che a Vorkuta c’è una tale penuria di campi da tennis che praticamente è una lotta per arrivare primi, specie se si vuole giocare con regolarità.

Pensando come venire a capo di questa cosa, ci dispiace troppo perdere la seconda ora e poi é una questione di principio e di dignità, oggi mi sono ricordata che, non lontano dal nostro amico in ciabatte e dal baretto dove giocano a briscola, esiste un altro centro sportivo dove ho giocato qualche volta una decina d’anni fa.
Non ho mai capito se fosse comunale o privato, ricordo solo che era difficilissimo trovare ore disponibili, come peraltro in tutta la provincia di Vorkuta, a meno che non ci si iscriva a costosi e spocchiosi club privati.

Oggi li ho chiamati e, nella tipica tradizione italica per la quale il cliente o utente che sia é uno stronzo a prescindere, per un paio di ore non mi ha risposto nessuno, nemmeno uno straccio di segreteria telefonica, e volge l’anno 2014.
Deduco quindi che non si tratti, o non si tratti più, di campi privati, ma che in una delle tante inspiegabili occulte ed oscure metamorfosi che hanno sempre a che fare con la res publica, questi siano diventati più che altro comunali, magari anche solo di proprietà pubblica e poi gestiti da privati.

Quando, ore più tardi, qualcuno si degna di rispondere una squillante voce di donna mi dice che é il CSI, che io non so per quale strano meccanismo interpreto come Centro Sportivo Italiano, qualcosa che mi sa tanto di Primo Ventennio, di …. gioventù gioconda e bella sei la vivida fiammella…, e di mens sana in corpore sano e di memento audere semper.
La signora mi spiega che “i campi, che si trovano ad un palmo dal mio naso, sono della Provincia”.
Benissimo, le dico, vorrei sapere come fare per prenotare un campo, di suo nonno, della Provincia, quei campi lí insomma, di via Wwzzyy in Vorkuta.
La signora perde tutta la sua giovialità e si spazientisce, anzi, già contrariata aggiunge sibillina che i campi della Provincia, e come fare a non saperlo é il fumetto che vedo, non si possono prenotare.
Incredula e confusa chiedo allora ingenuamente come si possa giocare a tennis lì che sarebbe quello il motivo per cui essenzialmente chiamo, e mi viene risposto tale quale che “uno viene qui, se c’é un campo libero gioca, se no non gioca”.
Una logica davvero inoppugnabile, e cosa poter obiettare di fronte a tanta saggezza?
Ovvio che la signora sia solo ambasciatrice che non porta pena e che una tale pensata non può che essere stata partorita negli Alti Quartieri Generali, Ufficio Sport, di Vorkuta.
Congratulazioni vivissime.
Però sono gratis, neee.
Io non li voglio gratis, vorrei pagare, pagarli il giusto, ma sapere che stasera giocherò a tennis, non che stasera forse giocherò a tennis, e cioè probabilmentemente quasi mai.
A meno di non essere un pensionato baby che ci prova di lunedì mattina ore 8:30 a febbraio, perché già d’estate alle 8:30 AM la vedo dura, oppure un bambino in età prescolare non accompagnato.

Immagino la scena: uno esce di casa dopo aver preparato la sacca, messo nel baule racchetta e palline, o magari già vestito di tutto punto, io con i capelli legati e puntati come si deve, con il reggiseno antisismico della LIDL, poi si fa pochi chilometri in macchina (io) nel traffico infernale di Vorkuta / Calcutta, macinando un chilometro in dieci minuti quando va bene, in quaranta quando va male, spende dagli 1,65€ agli 1,70€ e più per un litro di benzina, che non tutti gli abitanti della nostra generosa e bella provincia abitano dietro l’angolo, rinuncia ad un film al cinema, a una serata con amici o alla depilazione casalinga solo per dire a parenti o amici, al proprio gatto o all’antifurto “vi saluto tutti perché stasera FORSE, se mi va di c..o, gioco a tennis?”, e questo non una volta all’anno ma una, due volte alla settimana?!
Per poi magari, assai probabile in orari serali, fare marcia indietro e ritornare a casina?
Ma io vorrei vederli, vorrei conoscerli quelli che sono riusciti a trovare libero un campo al primo colpo: immagino i residenti del quartiere, nessun altro.
Però pare di sí, é così che funziona, una lotteria del tennis, ritenta che sarai più fortunato.

Senza parole, davvero: solo a Vorkuta.

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La Signorina Prim (Natalia Sanmartin Fenollera) e orgoglio single

Che sarebbe stato amore, o quasi, c’erano buone probabilità, perchè il libro mi è stato consigliato da persona fidata le cui indicazioni in fatto di letture sono sempre bene accette e tenute in alta considerazione. Spesso riesce a farmi approcciare a nuovi autori, come è stato l’anno scorso con Sholom Auslander (Prove per un incendio, Il lamento del prepuzio) del quale forse non avrei avuto modo di leggere nulla.
Così un venerdi pomeriggio mi sono fatta coraggio e, scarpinando sotto un sole inusualmente cocente, mi sono recata in villa/biblioteca -uno-dei-pochi-vanti-di-Vorkuta- a ritirare il libro che avevo prenotato online.
Grazie al cielo di venerdi i cancelli Multipaesani si spalancano alle 16:00, quindi avevo ancora parecchie ore di luce per godermi sia quei rari raggi di vita e benessere che il mio bottino.

Edizioni Mondadori, copertina caruccia, giornalista spagnola-galiziana alla sua prima opera di narrativa, coetanea (más o menos), faccia simpatica, libro non molto corposo. Evvai.
E difatti finito nello stesso fine settimana.
Però.

Questa Signorina Prim, già il nome racchiude tutta la sua essenza, è una perfettina e molto perbenino e, nonostante questo, riesce a starmi pure simpatica.
Vanta numerosi titoli accademici e una vasta e solida cultura che, purtroppo, non le sono serviti a trovare un lavoro affine alla sua preparazione e sensibilità.
Decide così di lasciare un insignificante noiosissimo impiego da contabile e la vita frenetica e il frastuono della grande città nella quale non si ritrova più per rifugiarsi in un paesino sperduto e sconosciuto, Sant’ Ireneo di Arnois, dove ha ottenuto un posto da bibliotecaria presso un privato, un eruditissimo enigmatico e assai distinto signore.

Mi piace immaginare questo Sant’ Ireneo da qualche parte in Spagna, ovviamente.
Una Spagna, però, diversa da quella mediterranea un po’ stereotipata e più conosciuta della movida e del sole tutto l’anno e dagli inverni brevi e miti.
Molto probabilmente non lontano dalla costa Atlantica, facile intravedere la stessa Galizia dell’autrice. Posti da sogno.
Però.

Nel tranquillo, curato e prospero paesino vive una variegata comunità di provenienza sia autoctona che internazionale, tutte persone accomunate da una stessa visione del mondo e ideale di vita, una sorta di salto indietro nel passato di almeno cinquant’anni, ma in senso positivo e benefico: la ricerca di ritmi più lenti, avere più tempo per se stessi e per gli altri, potere coltivare i propri hobby, i propri interessi, potere approfondire le proprie conoscenze, le gioie della convivialitá.
Tutti svolgono lavori semplici e realmente necessari, anche umili e/o artigianali ma che danno soddisfazione e non creano stress, perchè si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Tutti sono in fuga dal consumismo mordi e fuggi, dalle mode, e tutti si conoscono e si frequentano.
Si gode ancora dei piccoli piaceri quotidiani, come bere una tazza di tè fumante davanti al camino acceso in una giornata di freddo intenso, una passeggiata nel bosco o una buona lettura.
E’ infatti principalmente alla cultura, all’educazione e alla crescita personale che a Sant’ Ireneo viene data una grande importanza.
La Signorina Prim dopo l’iniziale sbigottimento e qualche inevitabile incomprensione con i locali si abitua e si integra molto bene in questa originale comunità, sia i bambini che gli adulti la amano e la rispettano e ricercano la sua compagnia.

Infatti, anche se dopo un certo periodo di tempo sentirà l’esigenza di abbandonare Sant’ Ireneo per compiere un lungo sentimental journey proprio in Italia, secondo lei il paese della grazia e della bellezza (evidentemente il suo itinerario non comprendeva Vorkuta) a Sant’ Ireneo deciderà di fare ritorno, preumibilmente per sempre.
Il viaggio in Italia è per lei, come lo fu per molti gentiluomini nordeuropei nell’Ottocento, un passo necessario e fondamentale per completare la propria formazione ed educazione.

E nel cuore dell’Italia, se non sbaglio tra Norcia e Spoleto, la Signorina Prim oltre a gustarsi la vita lenta e forse parecchio idealizzata ed edulcorata della provincia italiana e la bellezza (questa sì, indiscutibile) di quei luoghi luoghi capisce altre cose di se stessa, e tra un caffè e un cappuccino in piazza all’ombra di una cattedrale qui matura l’idea di tornare a Sant’ Ireneo.
Però.

Però, cara la mia quasi coetanea giornalista galiziana dalla faccia simpatica, che io il tuo libro lo consiglierei comunque anche solo per avere creato questo personaggio garbato e sensibile e un po’ fuori dal coro, poi perché Sant’ Ireneo emana un buon profumo di pulito da sapone da bucato e di pane fatto in casa che io mi ci trasferirei anche domani, e non ultimo per i nemmeno tanto velati ammiccamenti a Jane Austen, però, e questo è il mio punto di vista, però non dovevi cadermi su un improbabile redivivo Mr. Darcy e piazzarmi anche la Signorina Prim con l’eruditissimo enigmatico e assai distinto signore suo ex datore di lavoro.

E’ proprio un finale un pò banalotto, e scontato già da metà libro in avanti, così anche secondo l’opinione della fidata bibliofila di mia conoscenza.
La Signorina Prim secondo me, secondo noi, noi era nata per essere e restare single, e felice, senza patirne, senza farne un dramma, perchè anche questa è una possibilità, o un’opzione, talvolta una scelta.
Peccato non prenderla in considerazione di tanto in tanto anche nella narrativa contemporanea, perchè esiste.
Non è brutto, non è una tragedia, è solo diverso.
E che a piazzarla, o meglio che riuscire a piazzare anche la Signorina Prim che, diciamocelo, non è certo facile mercanzia per i palati maschili, sia stata proprio una donna, mi pizzica anche di più.
Orgoglio single, talvolta ci vuole: esistiamo anche noi, e siamo sempre più numerosi.

Postilla: grazie comunque per avermi fatto ricordare che anche l’Italia é, o potrebbe essere, un paese bellissimo.

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