Archivi del mese: ottobre 2014

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Se ad ogni stato d’animo corrispondesse un colore sarebbe impossibile dire quale prevale ed è prevalso nella seconda fase – il dopo – perché ogni giorno, ogni ora del giorno di tutti questi giorni hanno assunto tinte e sfumature diverse, con trasparenze ed opacità pure variabili.
Impossibile da replicare esattamente un tale caleidoscopio di colori.
Quello su cui mi sono settata da ieri e che detiene per ora il record della stabilità e della costanza è il grigio piombo/antracite, bellissimo da indossare per l’autunno inverno ma che, metaforicamente parlando, equivale a un sonoro vaffa alla M.U.
E, con ciò, un ritorno a tuffo carpiato alla mia vita e alla mia routine, e senza nemmeno particolare mestizia.
Per ora, perlomeno, funziona e va bene così.
Sul fatto che possa durare o che sarà sempre così non ci metto però la mano sul fuoco.

Il piano era chiarissimo e steso già in fase di andata sul treno, ri-scomparire nel silenzio delle nebbie padane e lasciare eventuali ulteriori contatti all’altrui inziativa, ma con uno schedule segnato a penna su agenda cartacea, come si conviene a tutte le quindicenni in fase di sconvolgimento ormonale.
Senza dimenticare relative letture ed interpretazioni ben definite schematicamente per ciascuna fase.

Fase A: se non batte un colpo prima del 31 c.m. brutto segno, se pur parzialmente giustificabile, comprensibile e compatibile con trasloco /trasferimento in altro paese europeo.
Viceversa assai incoraggiante se battesse un colpo, per quanto in tutta onestà mi è ancora a tutt’oggi impossibile definire a che pro, a che titolo, a che scopo “incoraggiante”, cioè quale fosse il film che mi proiettavo nella testa.
A tratti, a seconda di come girava la ruota dei colori, erano scene di “Harry ti presento Sally”, visto e rivisto troppe volte per non fare breccia anche nel cuore di una cinica smaliziata non più teen ager.

Fase B, scadenza 15 Novembre, grosso modo un mese dal ns Carramba-che-sorpresa.
Se non batte un colpo entro questa data inequivocabile ed inesorabile la lettura che certi segnali volontari ed involontari colti in occasione dei due incontri, principalmente comunicazione non verbale, erano limitati alle insolite circostanze, all’Amarcord. Possibile anche che li abbia fraintesi, seppure su questo presuntuosamente mi sento di affermare di no.
Tradotto, iniziale curiosità ed entusiasmo non sufficienti a recuperare e mantenere vivo nel tempo non si sa bene cosa.
Fondamentale entro questa data la ricezione o meno di un invito “formale” a fare visita, con riferimenti spazio temporali concreti.
Ipotesi, per il Ponte dell’Immacolata, per le Vacanze di Natale, dormi (questa volta) a casa mia, se vuoi vieni con un’amica, insomma roba del genere, cerca un volo, un treno, un cargo, un calesse per giovedi 19 Nov., o lunedi 15 Dic.
Non valido e non accettabile “quando passi di qui, se ti capita, se ti va di venire” che non denotano alcun reale interesse e desiderio.
Proiezione nel tempo della cosa: ci si sentirà più spesso di prima, probabilmente ci si vedrà ancora prima della dentiera e della protesi all’anca ma senza urgenze, senza reali necessità.
Non più “Harry ti presento Sally” ma “La verità è che non gli piaci abbastanza”, da accettare con saggezza e serenità, che è già un miracolo al mondo e un successo o guinness personale restare in contatto per trent’anni con qualcuno.

Fase C, scadenza settata per 31 Dicembre 2014: nessuna nuova entro questa data, nemmeno gli auguri per il panettone e per l’Anno Nuovo e meno che meno “ciao come stai, perché non vieni qui per qualche giorno?”.
Per quanto memore del w.e carino e spensierato e, continuerò a ripetermi, assolutamente doveroso, rimuovere il file da disco fisso.
La M.U. aveva questa curiosità di rivedermi, di riprendere i contatti, ce l’ha avuta per tanto tempo, suo bisogno di rivedersi e risentirsi gggiovane, probabilmente colpevole l’andropausa.
Desiderio avverato e compiuto, probabilmente una delusione, finita lì, la vita continua come prima.

Come sempre, però, non avevo contemplato tutte le opzioni.
In piena fase A, quattro giorni fa, domenica, orario serale, la M.U. si fa viva con una breve descrizione dei suoi giorni frenetici spesi a sistemare ed organizzare un sacco di cose e mi dice che la tana, dotata di tutti i comfort, è praticamente quasi a posto tranne dettagli minori, se voglio andarci in visita. Carino, garbato: mancano però proposte concrete, che non vorrei certo capitare nel weekend in cui sono in visita tutti i cognati e i cugini di secondo grado, e so per certo ci sarà spesso un intenso avvicendarsi di parenti e amici.
Mentre se avesse scritto il w.e XX sono libero e possiamo andare a vedere questo e quello, e poi la sera ti porto di qui e di là e in un posto carino a mangiare, sarebbe stato assai diverso.
Soprattutto, però, mi colpisce la mancanza di entusiasmo, la mancanza di slanci emozionali, come se in fondo non glie ne fregasse più di tanto, che se anche solo avesse vagamente subliminalmente accennato qualcosa di simile ad un “mi farebbe un filino di piacere rivederti e averti qui” sarei già sul sito del più scaccione vettore low cost o su Bla Bla Car a pianificare 4/5 giorni di break autunnale. Battere il ferro finchè è caldo.
Comunque, sorpresa e compiaciuta dal suo farsi vivo in fase A, definito a priori segnale “incoraggiante”, ma piccata per questo dettaglio non del tutto come avrei voluto e forte della mia ferma strategia secondo la quale, fosse proprio il caso, toccherebbe a lui calare le brache, rispondo altrettanto vana e facendo qualche domanda su come procede l’insediamento nella nuova città.
Decido di ignorare del tutto volutamente questo invito informale e un po’ vago, ed esterno preoccupazioni per certe mie vicende delle quali l’avevo messo al corrente, e altre varie ed eventuali in cascata, nulla di troppo tragico in realtà, e anche condito con un po’ di ironia.
Scendo quindi, io, su un piano personale, riapro delle porte.

La M.U. invece risponde in modo freddo e impersonale chiarendomi qualche punto da me posto sul recente trasferimento, e non manifestando interesse per le mie ansie e preoccupazioni, tantomeno cercando anche solo diplomaticamente di mitigarle, ridimensionarle.
La mancanza di compartecipazione, di empatia, di generosità, per me, in un uomo, una delle cose peggiori, l’equivalente di una quasi totale mancanza di maschietà e omitudine. Sappilo, amico mio.

Ed ecco il grigio piombo antracite, il mavaffa, la fine di tutti i film che possa essermi proiettata in queste settimane, e il ritorno a tuffo carpiato nella mia realtà, che è meglio.
Ho un sacco di cose da fare e alle quali pensare.

Sono solo curiosa di sapere, mi è consentito e dovuto, se e quali eventuali ulteriori fasi ci saranno, perché penso ce ne saranno, basta stare seduta sul greto del fiume ed aspettare.
Io di fretta non ne ho, che nel frattempo devo se pur di poco dimagrire :-).
Non so invece ancora dire come mi sentirei, e anche questa è una possibilità, se fosse davvero la fine, ma fine per sempre, di questo importante capitolo della mia vita.

La cosa migliore che mi è rimasta di tutto ciò, cioè di essermi fatta convincere a vederlo e poi persino di avergli reso visita è l’essere riuscita a vincere me stessa, le mie paure e spaventose spaventevoli insicurezze, l’essermi mostrata in tutta la mia imperfezione.
Mi sento molto più forte, coraggiosa, più pronta anche ad affrontare altre sfide che mi incutono da sempre ansie e timori: mi domando anzi perché ci è voluto tutto questo tempo per essere pronta.

La seconda cosa bella che mi è rimasta è che dal rientro dal famoso w.e, cioè dal 13 di questo mese oramai agli sgoccioli, eredità e contaminazione dei momenti nei quali la mia mente bacata di quindicenne di novant’anni si proiettava “Harry ti presento Sally”, ho messo in piedi un piano fitness che signori miei… Quasi 40 minuti intensi al giorno di gambe addominali e glutei con cavigliere e bilancieri, fino allo sfinimento, nella comodità della mia odiata-amata casa.
E i risultati in due settimane già si vedono e si sentono, incredibile vedere come il corpo ed i muscoli reagiscano alle nostre costanti sollecitazioni.
Opportuno aggiungere presto anche una routine a cadenza almeno trisettimanale per braccia e pettorali.
Per me, assolutamente per me, e poi, just in case.
Non ho più nemmeno la smania delle ultime settimane di dover controllare ogni minuto i messaggi, o whats up, o la posta, che io nonostante questi sturbi le quindici primavere le ho passate da un pezzo.
Anche se non si direbbe visto che il trailer di qualche film che mi son fatta mi piaceva proprio, e mi sarebbe anche piaciuto crederci.

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E così è andata, il giorno che temevo e aspettavo, la resa dei conti, anni e anni di dinieghi, scuse, giustificazioni per rimandare quello che ho sempre saputo sarebbe stato inevitabile come, un giorno, lo sarà la morte: in mezzo una mezza vita, e non per modo di dire.
Ma questo succedeva già tre settimane fa oramai.

Purtroppo dopo la prima volta, tutto sommato abbastanza neutra se glisso sulla sensazione di imminente svenimento mentre mi appropinquavo in tenuta assai casual e sbarazzina al luogo convenuto, ecco, dopo la prima volta c’è stata la seconda.
Dalla prima sono uscita a testa alta, come finalmente liberata da un peso trascinato inutilmente e troppo a lungo (ovviamente, troppo ottimismo mal riposto) e, anzi, vedevo assai più in imbarazzo ed intimidito la M.U., soprattutto nella fase commiato del nostro brevissimo incontro che si sa, in circostanze simili è forse la parte più difficile, perchè non è che dici “ti chiamo mercoledi” o “ci sentiamo presto per andare a vedere quel film”.
Io me la sono cavata con una vago “ci sentiamo” senza alcun riferimento spazio/temporale.

La seconda volta è stata ad assai più elevata intensità e densità.
Dopo quel primo fuggente imbarazzato saluto di commiato in una Vorkuta deserta già all’ora di cena costui si rifa vivo il giorno seguente dicendosi molto contento di avermi rivista e di avermi trovata in grande forma (sic).
Va bene così, pensavo, adesso roditela anche tu per un po’ e arrivederci tra un’altra ventata d’anni.
Ovviamente, come sempre, mi sbagliavo, ignoravo il tunnel in cui mi sarei infilata.

Pochi giorni dopo arriva, semifurtivo, inaspettato e sibillino, un invito a fuggire dalla noia di Vorkuta per fargli visita nella città dove ha abitato sino a pochi giorni fa.
Forse non avrei dovuto, ma ha insistito e mi ha convinta tanto amabilmente ed in modo tanto suadente che non ho potuto sottrarmi.
E non ho voluto sottrarmi, che volevo la prova del nove, rimettermi alla prova, stupida presuntuosa.
Non che la M.U. sia o sia mai stato un incantatore di serpenti anche se, devo riconoscere, essere sgommato da Vorkuta da decenni un pochino ha affinato il soggetto e, anzi, certe premure ed attenzioni e galanterie non me le ricordavo proprio.

Insomma, dopo due giorni di trattative vengo-vado-non vengo-ma-dai-vieni-che-ci-divertiamo e arrangements vari e ipotesi papabili outfits da indossare e da schiaffare nel trolley, decido di partire e di lasciare che le cose vadano come devono andare e basta, senza timori, senza ansie o smanie di controllo.
Ho, persino, delle sensazioni positive e piacevoli.
Male che vada rivedo la città dove ho abitato, dove abbiamo abitato.
Anche se su questo passato si glisserà abilmente, come non fosse mai successo, tranne un piccolo involontario riferimento scappatogli manco fosse un peto: si parlava delle zone migliori della città in cui abitare, quando gli esce “anche dove stavamo noi non era male”.
Miracolo, se ne ricordava, e quel “noi” pronome plurale mi ferisce come una pugnalata a tradimento, non la sola purtroppo.

Alla fine della fase di trattativa definito viaggio e sistemazione (grazie a suo gentile interessamento) organizzo un minitrolley con l’indispensabile: tutta roba stracomoda che sapevo saremmo stati motorizzati su due ruote, e me ne frego di cosa penserà del mio abbigliamento, dei miei 4 kg di troppo, dei segni del tempo sul mio volto.
Trovo il tempo però, la sera prima della partenza, di buttarmi da un parrucchiere per una piega veloce che fa sempre la differenza.
Mai fatto nemmeno per matrimoni, Capodanni o occasioni simili. L’investimento, 19€, si rivela un’ottima mossa, mi da sicurezza ed un aspetto decente e curato, almeno quello.

Il (breve) viaggio è solo l’ansia di arrivare, di stare finalmente insieme per un po’ di tempo in calde assolate giornate d’ottobre, di raccontarsi un po’, e la consapevolezza di stare finalmente facendo qualcosa per me, di stare facendo quello che voglio, quello che desidero, e NON quello che DEVO.
E’ una sensazione potentissima ed inebriante, di libertà, e vorrei poterla provare ogni giorno.
Saranno due giorni e mezzo tutti miei, in un posto che mi piace moltissimo, e sono pronta ad accogliere tutto e a vivere tutto senza paure pregiudizi preconcetti, come fossimo persone nuove, senza un passato.
In effetti, dopo tutto quel tempo, siamo quasi degli sconosciuti.

Invece purtroppo no ma, ovviamente, posso parlare solo per me.
La mia sensazione è quella di ritornare a casa, di essere a casa, di non essermi mai mossa, come avessimo cenato insieme almeno tre volte a settimana tutte le settimane di tutti questi anni, e trascorso vacanze insieme, e sapessimo ogni dettaglio uno dell’altro, il colore della macchina, il gusto di gelato che preferiamo, cosa abbiamo fatto la scorsa estate.
E ricordo tutto, il colore degli occhi, le mani, le dita, la forma delle unghie, il tic, il modo di camminare, ricordo anche quanto sia simpatico e divertente, e che forse è lui la persona con cui ho riso di più al mondo.
Oltre che pianto naturalmente, e probabilmente più pianto.
Con lui, e poi per lui.

Non mi preoccupa nemmeno più quello che indosso, se ho i capelli ancora a posto, se gli sembro sua zia zitella.
Sono quella che sono e ho deciso che volevo essere lì, e sono serena e tranquilla, e felice di esserci.
Tranne i momenti in cui mi parla della sua vita, delle cose che ha fatto, e allora realizzo il tempo che è passato, quanto siamo cresciuti lontani, e diversi, e mi sento offesa e tradita, ed anche gelosa e invidiosa della sua felicità, dei suoi successi, degli obbiettivi che ha raggiunto, della vita interessante che conduce e che voleva, lo ammetto.
Ma é solo perchè non c’ero io nel Masterplan, e realizzare questo ad ogni fotografia mostrata, ad ogni racconto di cose fatte mentre io stavo da un’altra parte è una serie di stilettate che colpiscono sempre in profondità. Riesco però abilmente ad abbozzare a ogni colpo e a non fare trapelare nulla di quello che provo ma, quando gli racconto certi fatti miei di questa mezza vita senza incontrarsi e mi si incrina la voce, la sua di voce si ingentilisce e diventa quasi paterna, e mi da due tre colpetti innocenti sul ginocchio con la mano.
E così anche quando si ride di certi difettucci nevrosi del mio carattere.
Ed ecco come, senza nemmeno accorgermi, sono già nel tunnel, nella prima parte del tunnel.

Perché poi c’è la seconda parte del tunnel, la nebulosa in cui mi trovo adesso, e che é più difficile da spiegarmi e da spiegare, e che forse non è nemmeno quello che sarebbe più scontato e facile immaginare.

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