E così è andata, il giorno che temevo e aspettavo, la resa dei conti, anni e anni di dinieghi, scuse, giustificazioni per rimandare quello che ho sempre saputo sarebbe stato inevitabile come, un giorno, lo sarà la morte: in mezzo una mezza vita, e non per modo di dire.
Ma questo succedeva già tre settimane fa oramai.

Purtroppo dopo la prima volta, tutto sommato abbastanza neutra se glisso sulla sensazione di imminente svenimento mentre mi appropinquavo in tenuta assai casual e sbarazzina al luogo convenuto, ecco, dopo la prima volta c’è stata la seconda.
Dalla prima sono uscita a testa alta, come finalmente liberata da un peso trascinato inutilmente e troppo a lungo (ovviamente, troppo ottimismo mal riposto) e, anzi, vedevo assai più in imbarazzo ed intimidito la M.U., soprattutto nella fase commiato del nostro brevissimo incontro che si sa, in circostanze simili è forse la parte più difficile, perchè non è che dici “ti chiamo mercoledi” o “ci sentiamo presto per andare a vedere quel film”.
Io me la sono cavata con una vago “ci sentiamo” senza alcun riferimento spazio/temporale.

La seconda volta è stata ad assai più elevata intensità e densità.
Dopo quel primo fuggente imbarazzato saluto di commiato in una Vorkuta deserta già all’ora di cena costui si rifa vivo il giorno seguente dicendosi molto contento di avermi rivista e di avermi trovata in grande forma (sic).
Va bene così, pensavo, adesso roditela anche tu per un po’ e arrivederci tra un’altra ventata d’anni.
Ovviamente, come sempre, mi sbagliavo, ignoravo il tunnel in cui mi sarei infilata.

Pochi giorni dopo arriva, semifurtivo, inaspettato e sibillino, un invito a fuggire dalla noia di Vorkuta per fargli visita nella città dove ha abitato sino a pochi giorni fa.
Forse non avrei dovuto, ma ha insistito e mi ha convinta tanto amabilmente ed in modo tanto suadente che non ho potuto sottrarmi.
E non ho voluto sottrarmi, che volevo la prova del nove, rimettermi alla prova, stupida presuntuosa.
Non che la M.U. sia o sia mai stato un incantatore di serpenti anche se, devo riconoscere, essere sgommato da Vorkuta da decenni un pochino ha affinato il soggetto e, anzi, certe premure ed attenzioni e galanterie non me le ricordavo proprio.

Insomma, dopo due giorni di trattative vengo-vado-non vengo-ma-dai-vieni-che-ci-divertiamo e arrangements vari e ipotesi papabili outfits da indossare e da schiaffare nel trolley, decido di partire e di lasciare che le cose vadano come devono andare e basta, senza timori, senza ansie o smanie di controllo.
Ho, persino, delle sensazioni positive e piacevoli.
Male che vada rivedo la città dove ho abitato, dove abbiamo abitato.
Anche se su questo passato si glisserà abilmente, come non fosse mai successo, tranne un piccolo involontario riferimento scappatogli manco fosse un peto: si parlava delle zone migliori della città in cui abitare, quando gli esce “anche dove stavamo noi non era male”.
Miracolo, se ne ricordava, e quel “noi” pronome plurale mi ferisce come una pugnalata a tradimento, non la sola purtroppo.

Alla fine della fase di trattativa definito viaggio e sistemazione (grazie a suo gentile interessamento) organizzo un minitrolley con l’indispensabile: tutta roba stracomoda che sapevo saremmo stati motorizzati su due ruote, e me ne frego di cosa penserà del mio abbigliamento, dei miei 4 kg di troppo, dei segni del tempo sul mio volto.
Trovo il tempo però, la sera prima della partenza, di buttarmi da un parrucchiere per una piega veloce che fa sempre la differenza.
Mai fatto nemmeno per matrimoni, Capodanni o occasioni simili. L’investimento, 19€, si rivela un’ottima mossa, mi da sicurezza ed un aspetto decente e curato, almeno quello.

Il (breve) viaggio è solo l’ansia di arrivare, di stare finalmente insieme per un po’ di tempo in calde assolate giornate d’ottobre, di raccontarsi un po’, e la consapevolezza di stare finalmente facendo qualcosa per me, di stare facendo quello che voglio, quello che desidero, e NON quello che DEVO.
E’ una sensazione potentissima ed inebriante, di libertà, e vorrei poterla provare ogni giorno.
Saranno due giorni e mezzo tutti miei, in un posto che mi piace moltissimo, e sono pronta ad accogliere tutto e a vivere tutto senza paure pregiudizi preconcetti, come fossimo persone nuove, senza un passato.
In effetti, dopo tutto quel tempo, siamo quasi degli sconosciuti.

Invece purtroppo no ma, ovviamente, posso parlare solo per me.
La mia sensazione è quella di ritornare a casa, di essere a casa, di non essermi mai mossa, come avessimo cenato insieme almeno tre volte a settimana tutte le settimane di tutti questi anni, e trascorso vacanze insieme, e sapessimo ogni dettaglio uno dell’altro, il colore della macchina, il gusto di gelato che preferiamo, cosa abbiamo fatto la scorsa estate.
E ricordo tutto, il colore degli occhi, le mani, le dita, la forma delle unghie, il tic, il modo di camminare, ricordo anche quanto sia simpatico e divertente, e che forse è lui la persona con cui ho riso di più al mondo.
Oltre che pianto naturalmente, e probabilmente più pianto.
Con lui, e poi per lui.

Non mi preoccupa nemmeno più quello che indosso, se ho i capelli ancora a posto, se gli sembro sua zia zitella.
Sono quella che sono e ho deciso che volevo essere lì, e sono serena e tranquilla, e felice di esserci.
Tranne i momenti in cui mi parla della sua vita, delle cose che ha fatto, e allora realizzo il tempo che è passato, quanto siamo cresciuti lontani, e diversi, e mi sento offesa e tradita, ed anche gelosa e invidiosa della sua felicità, dei suoi successi, degli obbiettivi che ha raggiunto, della vita interessante che conduce e che voleva, lo ammetto.
Ma é solo perchè non c’ero io nel Masterplan, e realizzare questo ad ogni fotografia mostrata, ad ogni racconto di cose fatte mentre io stavo da un’altra parte è una serie di stilettate che colpiscono sempre in profondità. Riesco però abilmente ad abbozzare a ogni colpo e a non fare trapelare nulla di quello che provo ma, quando gli racconto certi fatti miei di questa mezza vita senza incontrarsi e mi si incrina la voce, la sua di voce si ingentilisce e diventa quasi paterna, e mi da due tre colpetti innocenti sul ginocchio con la mano.
E così anche quando si ride di certi difettucci nevrosi del mio carattere.
Ed ecco come, senza nemmeno accorgermi, sono già nel tunnel, nella prima parte del tunnel.

Perché poi c’è la seconda parte del tunnel, la nebulosa in cui mi trovo adesso, e che é più difficile da spiegarmi e da spiegare, e che forse non è nemmeno quello che sarebbe più scontato e facile immaginare.

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