Archivi del mese: novembre 2014

Genesi e storia del mio programma di fitness casalingo

Da accanita e appassionata navigatrice della rete, di blogs e di Youtube quale sono avevo già scoperto quest’estate l’esistenza di questo “fenomeno”.
Sì, perché, dai, anche questa è una moda, ma una cosa positiva, uno dei risvolti positivi della depressione, stagnazione, crisi economica che dir si voglia.
É stata una scoperta casuale, mentre cercavo, curiosavo, ascoltavo, leggevo di altro, infatti avevo proseguito oltre 🙂 .
Perché con le mie due orette di tennis a settimana, irrinunciabili da un decennio, e le lunghe camminate che ero solita farmi nei fine settimana per i luoghi più verdi e meno desolanti di Vorkuta, non potevo nemmeno dire di essere fisicamente del tutto inattiva.

Purtroppo però nemmeno potevo dire di sentirmi totalmente in forma, perché lo vedevo: poca tonicitá, pochi muscoli, poca fibra.
Muscoli per costituzione lunghi e sottili e per niente inclini a sviluppare “massa”, quasi invisibili.
Eleganti se un po’ definiti e sodi, ma a novant’anni per diventare o rimanere tali necessitano di costante faticosa manutenzione.
Lo sentivo anche: picchi di insopportabile mal di schiena, e il mio solito problema di rigidità muscolare a livello lombare che risale a molti anni addietro e il cui nemico numero uno è la sedentarietà, e la postura scorretta che ne deriva.

Grazie a uno scoliosi combattuta alla cazzo secondo le direttive del più brillante primario ortopedico vorkutese e delle consuetudini del tempo: nuoto e ginnastica specifica fino allo stordimento.
Risultato farmi odiare ogni sport per una trentata d’anni.
Poi, come si usava in quegli anni bui, bustino in resina color cipria/nude con impalcatura di metallo agganciabile sul davanti con viti e cacciavite.
Alla metà fine degli anni 70 era un must: in una via di sei famiglie e con una dozzina di bambini tra i sei e i dodici anni eravamo in quattro a portarlo.
Improvvisamente, ad un certo punto, tutti i corsetti correttivi sono spariti dalla faccia della terra e i bambini affetti da scoliosi abbandonati al loro triste destino.
Era comunque davvero comune vedere deambulare dei poveri martiri di marmocchi come impalati dentro una gabbia di ferro e resina, un vero e proprio strumento di tortura.
Vai a capire il perché di quella fissa e sicumera, di tanta ostinazione, che facevano anche in fretta ad ingabbiarti se non eri a squadra quando ti misuravano a scuola.
Io, per sfiga, avevo l’età adatta nel pieno del trend, e nella vita mi sono beccata anche il corsetto, e secondo me mi ha rovinato del tutto la schiena.
Anche la Moderna Ortopedia credo lo confermerebbe (e mi sconsiglia il tennis), ma tant’è, a me é andata così.

Comunque, la felice combinata tennis camminate andava avanti già da un po’ di anni tra alti e bassi e nella consapevolezza dei miei limiti estetici e fisici, di sottofondo sempre arrovellata dal tarlo dell’iscrizione in palestra che rimando per l’esattezza solo dal 2010, primavera credo.
Poi arriva il 2013 con la chiusura di importanti capitoli di vita durati troppo a lungo e notevoli livelli di stress e di ansia.
Verso l’inverno 2013 e la primavera di quest’anno mi accorgo che devo perdere dei chili, mi trovo da troppo tempo nella “zona alta” della fase fisarmonica, cioè quei quattro cinque chili che perdo e riprendo senza pensarci, senza volerlo a seconda dei momenti, delle stagioni.
Quei quattro ma anche facciamo sei chili sono lì tutti assieme da almeno un anno, e non si muovono.
Siamo a primavera inoltrata e per motivi vari, non ultimo che a me le cose che piacciono sono tante e sempre le stesse ma mi piace cambiare, variare, alternare perché se no perdo motivazione e mi annoio, con le camminate comincio a rallentare.
Smetto definitivamente proprio quest’estate che, é arcinoto, è stata assai più gradevole e mite in Scandinavia.
A quel punto mi si ripropone il quesito palestra sì palestra no.
Cosa diavolo faccio, mollo il tennis?
E poi, visto che mi sono rimessa sotto con il russo, che per poco che paghi sono sempre soldini che se ne vanno, e le bollette in questa casa sono un salasso, ma davvero mi va e mi posso permettere di tirare fuori un’altra millata di euri ?

Primi di settembre: con un ritardo di tre mesi arriva quella breve ma intensa estate che ci siamo goduti e, nel caldo infernale che durerà fino a metà ottobre circa, comincio timidamente ad approcciare il workout di cui forse ho sentito parlare per primo sul Tubo, il 30 Days Shred di Jillian Michaels.
Me mi stende in pochi minuti, che io ho sempre avuto dei problemi con l’attività aerobica anche non particolarmente intensa, e ce li ho tuttora, e cominciare con il caldo non aiuta.
Proseguo svogliatamente e disordinatamente con Jillian, qualcosa comunque faccio.
Nel frattempo mi doto di due pesi da 1,5 kg cadauno, di una corda per saltare (accertato: troppo troppo faticoso per me), di gym ball, recupero dal fondo dell’armadio due cavigliere stinte con pesi incorporati ricordo californiano.
Non c’è un piano, un progetto, e poca convinzione, poca gioia.
È un dovere e non un piacere e quando è così io non ho mai combinato nulla di buono.

Dopo un silenzio di un paio d’anni verso la fine di settembre si riapre il capitolo Merda Umana, non posso dire inaspettatamente, però il suo pop up mi coglie di sorpresa, e io sorprendo me stessa perché la differenza questa volta è che decido, o meglio acconsento di vederlo, di rincontrarlo.
È passato qualche annetto dall’ultima volta che ci siamo visti.
Ricostruzioni storiche abbastanza accurate fatte da parte mia a posteriori mi permettono di stabilire che sono passati 22,5 anni da quel dì, mica robetta.
Perché io sono una che non se la lega al dito e sa perdonare, é il mio lato migliore :-).
Sacramento con me stessa perché se avessi perseguito con costanza il programma di Jillian Michaels avrei almeno alle spalle una ventina di giorni di fitness e benessere, e qualche minimo risultato e beneficio estetico sarebbe già visibile.
Un capitolo penoso quello della Merda Umana, breve ma assai denso ed intenso, probabilmente anche patetico: mi mette sottosopra per un mesetto abbondante.
Adesso mi sembra di esserne fuori, sono riuscita a inquadrare la faccenda, ma mai dirlo, che sta’ cosa é né più né meno come la malaria, e quell’uomo è il Demonio.

Masochisticamente decido quindi di rivedere la Merda Umana in un periodo così così, a parte il fatto che sono passati quasi ventitré anni, e ventitré anni azzo, non sono bruscolini nemmeno per Angelina Jolie.
Dopo il primo incontro con la Merda Umana, boh, sono tranquillissima, serena, quasi indifferente, e la forma fisica non mi pare nemmeno più un problema.
Ma é il secondo e sinora ultimo incontro con la Merda Umana che mi fa perdere l’equilibrio, il senso della misura, delle cose, il senso della Realtà :-(.
Forse perché a momenti rivedo e rivivo quel fuoco che mi mangiava viva, e torno a ridere a crepapelle dopo tanto tempo, e a parlare di musica, di politica, di posti e cose che ci piacciono, e a infervorarmi, e abbiamo sempre qualcosa da dire, qualcosa di cui sorridere insieme.
Si, c’era qualcosa, c’era, c’era. Mi sento sciolta, leggera, felice.
Ritorno alla mia vita agitata e turbata ma decisa a fare qualcosa per me stessa: é il 14 di ottobre e prende il via il programma di fitness ufficiale.

Ciò significa che solo un mese e mezzo fa, pensavo, sapevo, credevo, (desideravo) che avrei rivisto la Merda Umana dopo poco tempo, e che quella volta lì sarebbe stata diversa.
Mi avrebbe cioè trovata al meglio di me stessa, e per quell’obbiettivo ero pronta a sudare copiosamente e a stringere i denti.
È quindi evidente che la miccia che mi ha fatto tornare a muovere le chiappe con più convinzione é stata lui, la Merda Umana, ma la M.U. era già circondata da materiale infiammabile, stavo già andando in quella direzione, mettiamola così.

Conoscendomi riprendo il fitness con una routine meno ambiziosa e più leggera, anche i workout di Jillian Michaels che sembravano fatti a mia misura erano e sono ancora troppo pesanti, ne faccio solo dei pezzi.
Non rinuncio all’idea di allenamenti più intensi e di livello avanzato, ma ci devo arrivare con i miei tempi e con i miei ritmi.
Lavoro muscolare, lavoro isometrico, posso morire senza un lamento, fatemi fare cento jumping jacks di fila e mi accascio al suolo.
Con un approccio più light anche la mia disposizione mentale si modifica, sono serena e senza ansia, mi spingo dove posso arrivare e l’asticella si sposta ogni giorno, ovviamente, sempre più avanti.
L’attenzione si sposta da un bisogno di benessere fisico a quello di benessere mentale, in perfetto equilibrio.

Nel volgere di brevissimo tempo comincio a trovare la cosa proprio piacevole: allenarmi, muovermi, far andare le chiappe mi fa stare proprio bene, aiuta a scaricare tensioni e stress da Multipaesana e non.
Il fattore Merda Umana non c’entra più col mio programma fitness, che è tutto mio, per me stessa.
Single indomita ed incallita apprezzo la compagnia che mi fa la voce di sottofondo, considero tutte le Jillian, Leslie, Rebecca-Louise, Susana, Denise e Mary Helen e i loro codazzi come delle amiche non giudicanti con le quali è bello ritrovarsi ogni giorno.
Ognuna ha il suo stile, carattere, personalità, convinzioni: molte si assomigliano, qualcuna meno, altre per niente.
Ambientazioni e riprese professionali o più casalinghe, età diverse, scuole di pensiero diverse, fisici tutti sani ed atletici ma anche loro molto differenti: alcuni eccessivi, troppo pompati, più culturismo che benessere.
Altri sodi e tonici ma più da donna “normale”, altri supersexy dalle curve paraboliche, qualche androgina, altre comunque troppo scolpite e muscolose per i miei gusti e per carità, di gusti a ciascuno i suoi.

Le guru americane sono bravissime a motivare, le migliori, non c’è nulla da dire, è nel DNA della nazione.
Il Yes we can non avrebbe mai potuto essere pensato in Italia, per esempio.
Qui sarebbe già diventato Mhhhhhh, maybe we can but.
Chapeau, anche se qualcuna a volte un filino esagera.
Sorrisoni sbiancati da trentasei a cinquantotto denti però ce li hanno davvero tutte tutte, qualcuna è più materna (adoro), altre si comportano in modo più marziale e godicchiano a far le carogne.
Ci sono tanti video lá nel Tubo, basta cercarli, basta andare su un qualsiasi motore di ricerca e si vede subito quanta roba salta fuori.
É anche divertente e curioso imbattersi in tutta quella varietà umana, come fare un piccolo studio antropologico (adoro).
Fino ad ora non ho mai trovato un uomo che facesse un allenamento che mi senta di voler seguire, tranne un tipetto sulla gym ball per fare mobilità e flessibilità della parte bassa della schiena, molto interessante.
Perché?

Nemmeno la musica orrenda, ripetitiva ed ossessiva, mi da fastidio.
Ho voglia di uscire dal lavoro, e io ho sempre voglia di uscire dal lavoro, per arrivare a casa, cambiarmi in fretta e cominciare a fare le mie cosette per un tempo che varia dai trenta quaranta minuti all’ora e mezza, tre o quattro volte alla settimana.
Sia chiaro che Io non sarò mai né una patita né una portata per il fitness estremo, cioè per quegli allenamenti ad alta intensità che fanno versare pozze di sudore e che spingono ad andare troppo oltre i propri limiti: non potrei nemmeno per via della schiena alla quale devo prestare massima attenzione.
Non ci arriverò mai, mi manca la testa, mi manca il fisico, ma non ne capisco nemmeno il senso.
Uno sforzo calibrato alle mie forze senza eccessive aspettative e pigiate di acceleratore, cioè ad intensità cardio medio bassa, anche se più prolungato nel tempo, è il mio allenamento ideale.
Mi viene anche meglio quando apporto delle modifiche per renderlo meno ripetitivo o più confacente ai miei bisogni = specifico per aree individuate in precedenza e che necessitano di intervento.
A questo faccio seguire una trentina di minuti con pesi e cavigliere per gambe e cosce, addominali, e qualcosa di specifico per le braccia.

È passato un mese e mezzo dall’osservazione scrupolosa del piano Benessere e Forma Fisica ed ora come ora non so se vorrei tornare in palestra.
Certo, per alcuni versi sarei più seguita, ma neanche tanto.
Ciò che apprezzo enormemente dell’home fitness é che faccio quello che scelgo e voglio io, che non è la stessa cosa che seguire un corso.
E poi che lo faccio in qualsiasi momento, per venti minuti o tre ore di fila, e smetto quando voglio.
Mi vesto come mi pare e piace, che in una palestra di Vorkuta devi pensare anche a quello se no i primi a scagarti sono la receptionist e gli istruttori, e poi non devo preparare e svuotare borsoni (odio).
Il fitness plan é anche gratuito, ovvio.
Posso dirottare queste risorse su altre cose, necessarie o superflue.

Mi manca l’aspetto socializzazione?
Of course not, primo perché siamo a Vorkuta, blerch, secondo perché lo spostamento in macchina da e per la palestra significa sempre e comunque code e tempo perso, traffico, smog, imprecazioni (odio).
Aggiungere stress allo stress per andare a rilassarsi? Assurdo, no?
E poi una volta arrivata tutta la gente che si trova nei classici orari impiegatizi, troppa (odio).
La mia palestra, una buona palestra non delle più economiche, dalle sei alle venti era pressoché impraticabile.
Poi non è che in anni di palestra abbia mai combinato chissà che, o chissà quale arricchimento umano, emotivo, culturale, proprio no.
Il massimo che mi sono portata a casa, probabilmente dalle docce comuni, è stato un bel fungo difficile da debellare, e uno stalker (accertato).

Ultimo, ed é l’unica cosa che potrà interessare il viandante.
Azzo, i risultati si vedono, ci sono.
Anche con un programma di sole sei settimane raffazzonato alla mia maniera e anarchico quanto basta ma pensato con un minimo di criterio e di obbiettivi —>
– le gambe sono già tutt’altra cosa, culotte de cheval o saddle bag vistosamente in remissione, come i ghiacciai alpini
– cosce più dure e sode, si apprezza il ritorno del muscolo femorale e di quello posteriore che non so come si chiami, ma in inglese lo chiamano harmstring
– sedere perennemente dolorante dalle contrazioni ma sollevato di qualche centimetro
– pannicello di grasso addominale pure in remissione, si comincia ad intravedere la possibilità che sotto ci siano le costole, anche se non le voglio tutte fuori, blerch
– sta ricomparendo anche il punto vita
– sporgenza addome ridotta

Sulle braccia non posso dire ancora niente perché ho cominciato da poco.
Per alcuni esercizi che faccio i pesi che ho mi sembrano leggeri, per altri troppo pesanti, perché ?

Sono proprio contenta di questi risultati forse impercettibili a terzi specie sotto i fagotti invernali, ma ci sono, perché mi guardo e conosco bene il mio corpo.
Spero di non perdermi per la strada.
No, non bastavano le mie lunghe camminate, anche venti chilometri, perché non è un lavoro specifico.
E no, non basta il tennis, specie il tennis che gioco io.
Con questo non voglio dire che le camminate facessero male: tutt’altro, se tornassi anche a camminare sarebbe un completamento ulteriore di ciò che già faccio.
Basta muoversi, cominciare a muoversi: far andare le chiappe fa sempre bene, qualsiasi attività fisica è meglio che stare seduti o sdraiati a ponzare.
Poi ognuno è diverso: per il mio corpo, per la mia struttura/costituzione io non potrò mai abbandonare il lavoro di potenziamento muscolare, e questo mese e mezzo ne é stata la dimostrazione.
Piacendomi un filino di più trovo più piacere nel vestirmi e ad usare le cose che ho già (adoro) senza fare acquisti inutili di tipo compensativo derivanti dalla frustrazione (odio).
Perché non ci sarà mai un paio di pantaloni che farà sparire le culotte de cheval (odio) se ce le ho, sono loro che devono sparire.

Calcolo che ci vorranno altri tre mesi così per essere a regime.
Merda Umana avvisata 🙂
Poi però dovrò continuare, non si può mollare per far tornare tutto come prima.
In primavera voglio assolutamente comperare una bicicletta e sfruttarla al massimo fino ad autunno inoltrato.
Dimenticavo, io non sto seguendo alcuna dieta o particolare restrizione alimentare e non mi peso e non mi interessa, vedo il corpo che cambia.
Può essere che magari stia mangiando di meno ma non perché l’abbia scelto o deciso.
È questo, che non era poco e il mondo non ne sentiva certo la mancanza :-), é tutto.

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Scoperte

Una bella rivelazione dell’autunno/inverno 2014 è stata ed è la scoperta quasi causale dell’universo del fitness da casa, una cosa che se me l’avessero detto solo ad agosto mi ci sarei fatta due risate.
La seconda invece è stata una ri-scoperta, la riscoperta della musicalità e della bellezza della lingua russa stupidamente abbandonata anni fa causa incompatibilità caratteriale didattica e pedagogica con una certa prof. che era riuscita a farmela detestare come nemmeno ho odiato la matematica alle elementari e medie.
Non sono solo io ad essermi data, Signora, un sacco di gente dei suoi corsi si perde molto prima del quarto anno al quale ero arrivata io, darebbe da pensare, no ?
E cosa c’è di peggio per chi insegna di riuscire nel nobile intento di far odiare la propria materia ?
Chissà se Lei ci ha mai riflettuto.

E’ cambiato tutto, e mi dispiace solo non averlo fatto parecchio prima, quando ho deciso che non ero più disposta ad accettare che il ricordo di quella donna inacidita, maldisposta e pure parecchio maleducata, soprattutto perchè la pagavo per insegnarmi qualcosa e lei ci riusciva male e poco, rovinasse per sempre quello che era stato interesse, Amore, Poesia.
Ma aveva significato anche tanto sbattimento, intere domeniche con la grammatica e il manuale in mano invece che a spasso o ballare la zumba.

Da qui la domanda: perchè gettare via tutto e non invece archiviare l’Acida ?
“Via gli stronzi e/o insulsi che mi rendono la vita più difficile quando non è proprio il caso” è forse la più importante scoperta del 2014 insieme a quella di non sprecare tempo ed energie per uomini e donne insinceri e ai quali non interessa realmente di me nonostante tutti i bla bla.
E si capisce quando è così, arriva sempre il momento che lo capisci, la prova del nove.
Io lo chiamo Decluttering Umano, razionalizzazione e riorganizzazione delle energie, dei sentimenti, scegliere e decidere chi e che cosa vale la pena di.
Di razionalizzazione e smaltimento c’è bisogno in casa come nella vita.
Domani, tra parentesi, farò un bel giro in discarica per mollare un sacco di fuffa inutile ed orrenda, perciò non regolabile o vendibile, che ancora è emersa in questa casa.

La mia professorina dagli occhi di ghiaccio è una ragazzetta in pace con se stessa ed il mondo e soprattutto senza problemi di stress malgestito e di aggressività e, nonostante sia relativamente più inesperta vista la giovane età, insegna comunque il russo per lavoro e in particolare a madrelingua italiani, mi risulta metodologicamente molto più organizzata e coerente, rigorosa, non dico più preparata.
E’, quindi, assai più efficace.
E poi ha una carnagione da urlo, tanto levigata e perfetta da sembrare di cera, ma questo moltissime slave, e non so come facciano, ma sto divagando.
Comunque, via la vecchia strega (mia coetanea :- ) e via il mal di pancia che ha cominciato a farmi venire dal terzo anno, stronza.

Certo, non basterebbero i 5 tomi del DSM http://it.m.wikipedia.org/wiki/Manuale_diagnostico_e_statistico_dei_disturbi_mentali per capire come ho potuto accettare tanta supponenza ed indisponenza e starmene zitta e muta senza fiatare per quattro anni, più di un tomo del DSM per ogni anno, senza neanche farle capire il mio disagio, ma questo è stato un problema Mio.
Il Suo era ed é che, nonostante i titoli accademici e la conoscenza perfetta della lingua, non dovrebbe insegnare.
La mia parte del problema invece temo abbia molto a che fare con una madre contemporaneamente prussiana ed integralista cattolica e con quegli anni di catechismo coatto tra le elementari e la prima media al quale ero obbligata ad andare, se pur recalcitrante più di un mulo.

Sul fitness da casa che voleva essere la parte spessa e densa di questo post ho un sacco da dire e lo dirò, presto.
Ma che bello, che bello, che bello che è, quanto mi piace.
Al punto che quello che credevo ne fosse il lato migliore, la gratuità, è diventato un fattore del tutto secondario, anche se non del tutto trascurabile.

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Pedalare e zitta

Sono davvero una perditempo fancazzista della peggior specie, una disadattata sovversiva frikkettona dalle disdicevoli simpatie ed aspirazioni pauperiste, outcast buona a nulla se penso che per me il massimo della felicità sarebbe vivere in un posto dove per procacciarsi il cibo non devo nemmeno andare a fare la spesa, e quindi lavorare?
Un posto, se esiste, dove fosse sufficiente raccogliere frutta caduta dagli alberi e tuberi e verdure spontanee o anche, si vabeh, questo ci sta, potrei anche coltivare qualcosa nel mio orticello?
Purché la mia capanna appena fuori dal villaggio fosse dotata di acqua calda corrente, elettricità e di un’ottima connessione wifi ?

Io sarei tanto felice tutto il giorno in panciolle, o anche non in panciolle, che non sono poi così scamorza: a fare lunghe camminate per boschi e spiagge magari in compagnia di un bel cagnolone di buon carattere, a ricevere amici stressati dall’Italia con la faccia grigia di smog e diossina, a leggere tutti i libri che non ho letto, a vedere i film che non ho visto, a riprendere le asana yoga, a intrecciare cestini, a infilare collane di perline e conchiglie, a intagliare il legno e ad intessere nuove amicizie con donne e uomini che non sappiano cosa sia un mutuo, di quante voci si componga la RC auto, che non abbiano mai sentito parlare di canone RAI nella bolletta dell’elettricità, che non conoscano gli orrori della nail art o l’effetto serra che genera una mutanda in fibra sintetica spacciata per tecnologica.
Perchè io mi ci vedrei benissimo così, un cappellone di paglia ed un tunicozzo di lino bianco da vestale greca e poco altro di più tra i miei averi.
Finita anche la schiavitù della ricrescita.

A me sembra di non appartenere, di non farne più parte di questo mondo, non lo capisco e non mi ci riconosco più.
Ne ho fatto parte fino all’altro ieri, ci sono stata dentro.
Ci ho provato e mi sono illusa. A volte mi ci sono adagiata felice, sguazzandoci: andava bene così.
Altre volte mi sono adeguata sognando e rincorrendo sogni che non erano i miei, mi sono lasciata trascinare senza nemmeno volerlo.
Ho sgambato, lavorato per un congruo numero di anni che mi sembrano già uno sproposito, ho corso, sudato, voluto, desiderato, desiderando sempre di avere qualcosa di più o di meglio perchè niente era mai abbastanza.
Non ho avuto tutto quello che volevo, ovviamente, nè materialmente nè immaterialmente.

Adesso vorrei solo essere lasciata in pace, anche se questa non sembra un’opzione contemplata nè gradita: vorrebbero solo farci pedalare sempre più veloce, produrre e spendere di più e più in fretta, per poi farci schiattare con un tempismo perfetto per non gravare sul SSN già spolpato all’osso.
Non so proprio se riuscirò a tirarmene fuori da questa giostra sulla quale nessuno mi ha chiesto se volevo salire, e mi sento in colpa anche solo per pensarlo e scriverlo sapendo la disperazione che c’è là fuori.

Comunque, si capisce, è lunedì.

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… … …

A farmi perdere del tutto la ragione è bastato qualche giorno fa, spulciando tra le statistiche di questo blog poraccio, notare che tra la gente passata di qui per sbaglio o per curiosità ci fosse capitato anche qualcuno da quel cazzuttissimo ed insignificante paese europeo che in tanti non saprebbero nemmeno localizzare su una cartina geografica.
Ero in ufficio, sì in teoria a lavorare, ma sarà stato uno di quei momenti di libertà che mi prendo ogni tanto e che mi consentono di tirare avanti, non più esecrabile che cazzeggiare davanti al distributore di bevande a parlare e sentire parlare del nulla cercando di arginare il vomito compulsivo che provo in quei momenti di forzata socializzazione.
E devo anche avere esclamato qualcosa ad alta voce per il terrore, per la vergogna di essere stata scoperta.

Perché il pensiero, l’associazione mentale è stata, meschina ma ancor più supponente che sono, la Merda Umana mi ha scovata, rintracciata, sa tutto di quello che penso e ho provato.
Poi, con un po’ più di tempo a disposizione e a sangue freddo ho realizzato che sicuramente si era trattato solo di una coincidenza visto che anche persone da posti lontanissimi, impensabili ed impronunziabili come lo Swaziland capitano qui o in altri lidi, certamente per errore.
Mi domando attraverso quali ricerche o connessioni, mi sfugge proprio, ma non è questo il punto.

Il punto é, ovvio, che La Merda Umana non ha tempo, capacità tecniche ma soprattuttissimo nessun interesse o curiosità di rintracciarmi online e farsi i fattacci miei, anche se in un momento di rara sincerità gli ho detto che mi piace scrivere, cosa che ha sempre saputo, e che tengo in vita un oscuro sconosciuto blog, da qualche parte nello sconfinato cyberspazio.
Solo il fatto di avere pensato una tale enormità, una cosa che più distante di così dalla realtà non potrebbe essere mi riempie di profonda vergogna, vergogna per me stessa.
Non so se ciò sia più imputabile a stupidità o ingenuità, o ad entrambe le virtù, delle quali abbondo.
La mia parte razionale, che vorrebbe, pretenderebbe, aspirerebbe ad essere razionale, almeno alla soglia dei novant’anni come vado ripetendo, se potesse prenderebbe a calci nel sedere quell’altra parte animale ed incontrollabile che se ne viene fuori con certe stronzate, con certe pensate che nemmeno una quindicenne vergine amish della Pennsylvania con la cuffietta di pizzo e le guanciotte rosse.
In certi momenti mi detesto proprio, ferocemente.

Allora, smanettando maldestramente con il telefonino o smartphone che dir si voglia come fosse stato rovente ho pensato bene, ahhhhaaha, di oscurare e mettere in privato alcuni post personali e piuttosto rivelatori di certi miei stati d’animo che ho pubblicato all’incirca un mese fa.
In verità stati d’animo anche piuttosto contraddittori ed ambivalenti, ma comunque spie di un certo turbamento, di certi rimescolamenti nel profondo, nel melma-magma dell’esistenza.
Ancora, a novant’anni.

Post adesso privati e che pochissimi hanno letto, primo, e sicuramente non la M.U., secondo.
Perché la M.U. ha proprio altre cose da fare, interessi, pensieri per la testa, preoccupazioni, curiosità, terzo, anche se a momenti gli sovviene che esisto, e mi chiede notizie, ma poi tutto finisce lì.
Quarto, e però perché io ci casco sempre ed ancora, una noia, un passo avanti e due indietro, un giorno no e tre sì.
Quinto, perché quello rimane un nervo così scoperto.
Sesto, per il momento i post restano privati, si sa mai 😦 .
In fondo potrebbe essersi successivamente collegato da un server o da un indirizzo italiano o terzo, non so bene come funzioni ma tecnicamente mi sembra possibile, e con questo siamo alla follia 😦 :-(.
Settimo spengo la luce e mi metto a dormire che è meglio :-), oggi é già diventato domani.

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Il cinema, me e il peggior film di tutti i tempi

Se c’è un hobby o passatempo che ho sempre coltivato con costanza nel corso degli anni, e ce n’è più di uno, questo è senza dubbio il cinema.
Forse più che hobby o passatempo non è improprio chiamarla una passione.
La chiamano la Settima Arte, ma dovrebbe essere la Prima.
A me è quella che prende più di tutte, quella più intuitiva, forse anche quella più facilmente approcciabile non richiedendo per la sua comprensione una preparazione particolare, studi specifici.
Almeno credo: più pancia e pelle che altro, ecco.
Quando si vede un film infatti c’è un’unica domanda da porsi: mi é piaciuto?
E due sole risposte possibili, si o no.
Tutto il resto, secondo me, non conta, é fuffa.
Un sistema binario di un’ammirevole, invidiabile, sconcertante semplicità: vorrei che così funzionasse il mondo.

Se parliamo d’arte mi piace anche andar per musei, ma non è affatto la stessa cosa.
Un po’ perché alla enne Crocifissione, natura morta o ritratto di nobildonna in crinoline comincio a distrarmi, a divagare, a sentire il bisogno di aria fresca e di luce e, pur apprezzando ed ammirando la maestria e la tecnica degli artisti del passato, i giochi di luci e colori, come sapessero rendere intensi o espressivi certi sguardi o vivo un paesaggio o una scena, il mio grado di coinvolgimento si ferma ad un certo punto.
Riesco a capire quanto certi artisti siano stati innovativi, rivoluzionari o, viceversa, siano stati figli o schiavi del loro tempo, certo, ma é già un esercizio intellettuale che poco ha a che fare con la passione come l’intendo io.

Rimango dunque, in fondo, sempre un po’ freddina, come se quadri, affreschi o anche sculture fossero cose morte e senz’anima, meri manufatti senza alcun aggancio con la vita, la realtà, l’attualità, con un corpo e una mente vivi e pulsanti.
Come il sole d’inverno non riescono a scaldarmi, ad accendermi fino in fondo.
Per certi versi in alcuni casi preferisco l’arte moderna sebbene talora di fronte a certi sbrodeghezzi devo ammettere che non la capisco proprio e, come Fantozzi, mi verrebbe solo voglia di esclamare: una cagata pazzesca.

Il cinema é la forma d’arte che riesco ad assorbire meglio, che intrattiene e tiene esercizio i miei sensi, che mi fa pensare, riflettere, sognare, immedesimare, divertire, quella che mi lascia sempre qualcosa dentro, anche a distanza di tanti anni.
Ci sono stati diversi film spartiacque o marcatori nella mia vita, cioè che hanno segnato un’epoca, un periodo, un momento preciso, un amore, o la fine di un amore, un sogno che avevo, qualcosa in cui credevo.
Altrettanto posso dire di alcune, molte, canzoni: musica, sempre roba di pelle e di pancia.
Ci saranno sempre altri film e altre canzoni.

Credo che la mia continua quasi inesauribile voglia di vedere film sia puro e semplice desiderio d’evasione, di vivere altre vite, provare emozioni che non sono mie, sia che le abbia provate sia che non mi appartengono, un bisogno di espandermi nell’universo oltre i limiti contingenti imposti dalla mia esistenza.
Poi anche un certo piacere e desiderio di ficcare il naso negli affari degli altri, di spiare altre vite, vedere e immaginare altre case, altre ambientazioni, di confrontarmi con problemi e dilemmi, indifferente se diversi o simili ai miei.

In pratica una guardona, io che sono la discrezione fatta persona e la persona meno curiosa in assoluto nella vita reale, io che detesto Multipaesana anche solo per quelle continue chiacchiere da ratto di sottoscala su chi sta trescando con chi, sulla macchina nuova del Diretur e la cugina buttana di Tizio.
Ultimamente, grazie all’acquisizione di due tristi noiosissimi figuri, tanto giovani anagraficamente quanto vecchi e già derelitti dentro, due figli di Canale 5 e Italia 1 venuti su a merendine al catrame e reality, le mie nove ore quotidiane di Multipaesana stanno ridiventando un inferno di pesantezza.
Crescerebbe a dismisura la voglia di mandarli tutti in quel posto, di cantarglieli in faccia lo schifo e il disgusto che provo, ma è un altro argomento, e sarebbe tutto un altro post.

Forse poi, anche se trascorressi nove ore al giorno con persone vive, brillanti ed interessanti e non con dei replicanti / emuli di Tronisti, mi piacerebbe comunque essere trasportata in altre dimensioni lontane da qui nello spazio e nel tempo quando ne ho voglia e bisogno, cioè molto spesso.
Giorni fa quando ho deciso di prendermi un permesso per riappropriarmi un po’ di me stessa e godere del silenzio, sapevo che quel dì non avrei fatto assolutamente utile di produttivo, di necessario, di utile, roba come pulire casa, tirar su le foglie secche, o stirare una montagna di roba, e che probabilmente mi sarei ammazzata di film.
Me lo dovevo.

Così venerdì 21 novembre, giorno libero dal dovere e con un tempo magnifico del quale mi dispiace anche poco non aver goduto, complice un velo di tristezza di cui non ignoro la provenienza, l’ho proprio trascorso a casa a stordirmi di film e a sgranocchiare cioccolato nero e amaro.
Attività meravigliosa, intima, frugale, che se oggi fossi uscita di casa come minimo mi sarei data allo shopping compulsivo di roba inutile o di duplicati di cose che già ho.

Del cinema e di vedere film mi piace tutto, é come leggere un libro per immagini e come sentirlo attraverso la voce dei protagonisti, solo facendo meno fatica.
E mi piace molto leggere, sarei anzi un’avida lettrice sulla base delle desolanti statistiche sulla lettura in Italia.
A volte le colonne sonore fanno la loro parte, quindi un film può essere appagante o memorabile anche solo per l’udito.
Poi mi piace la trama, come viene deciso una storia venga sviluppata e narrata, mi piace la fotografia che in alcuni film anche non bellissimi può raggiungere la perfezione assoluta, come vengono impostati i dialoghi, i silenzi, le riprese, le inquadrature, i fermi immagine, i primi piani.
Mi piace la sua completezza, il suo racchiudere tutti gli altri prodotti della creatività umana, poesia, letteratura, musica, fotografia, arti plastiche e figurative.
Della serie che nei momenti peggiori, o migliori, di questa passione, mi è capitato di fiondarmi fuori da una sala a proiezione terminata per rientrare in un’altra a vedere un altro film.
O, ai tempi in cui ancora si andava di VHS e noleggio, non era infrequente me ne portassi a casa cinque o sei per fine settimana, e che me li vedessi tutti in un giorno.
Gli anni migliori per tutti sono stati quelli della pirateria, godevo come un’assatanata, ma è un periodo oramai conclusosi da tempo.

Non sono un’esperta ma di film ne ho visti davvero tanti, e se non li ho visti ne ho letto: non mi fermo di fronte a niente, tranne fantasy, fantascienza e film eccessivamente d’azione.
Mi piace curiosare, provare, trovo piacevoli film che fanno incassi miliardari e film indie che non si caga nessuno.

Oggi però ho visto una roba che non so nemmeno si possa chiamare un film.
Ci sono finita per caso rovistando tra le novità nel programma di streaming online a pagamento Amazon Prime al quale posso accedere grazie alla generosità e credenziali fornitemi da un amico.
Credo questo servizio sia solo disponibile negli USA, infatti io vi accedo tramite un server VPN, un server privato, na’ roba che non so spiegare nemmeno bene e, con i suoi limiti e vantaggi, questa é diventata la mia principale fonte alla quale attingere.
Ci sta un sacco di robaccia, americana e non, ma anche film sconosciuti e di cinematografia estera (con i sottotitoli): coreani, israeliani, giapponesi, polacchi, indiani, di tutto.
Basta saper pescare nel mucchio, e poi si possono vedere tutte le maggiori serie televisive che però io non mi filo.

La pesca di oggi pessima, a dir poco.
Io lo sapevo avrei dovuto mollare dopo tre-minuti-tre di orologio, che il buongiorno si vede dal mattino, che già dall’inizio dopo i canonici minuti di tolleranza e di diamogli una possibilità mi aveva straziato ed infastidito le gonadi, calpestato i chakra, e non capivo proprio dove volesse andare a parare, quale fosse la storia, quale fosse il genere.
Mi sembrava un thriller quasi, perché dei tizi sparivano e finivano ammazzati, ma mica chiaro come, ma non lo era un thriller: l’unica cosa che sono riuscita ad accertare da sola é che fosse ambientato in Scozia e, non essendoci mai stata, l’unico merito di questo insulso e pretenzioso brodeghezzo dal titolo Under the skin è l’aver compreso che io con uno scozzese non potrei mai comunicare se non a gesti e figure da sussidiario.
Non sembrano infatti parlare inglese, ma una lingua propria di ceppo sconosciuto.

Allora: Scarlett Johansson é questa tizia solitaria sempre imbronciata, cupa e misteriosa, infatti le hanno tinto i capelli di scuro che così fa dark, che gira per la Scozia e raccatta uomini soli qua e là e li seduce.
Si direbbe che ci faccia sesso perché ad un certo punto si spogliano, ma non è nemmeno chiaro, perché dopo dei nudi assai casti sia della Scarletta che di questi ometti costoro finiscono affogati in una brodaglia indefinibile.
Che io credevo che la brodaglia fosse una metafora della libido e dell’amplesso, il mare denso di passione morbosa che li avvolge, e sí, mi sembrava una cagata pazzesca, ma non avevo capito niente.
Ma questo l’ho appreso solo dopo essere stata su Wikipedia, che sempre sia benedetta, dove ho letto la trama di questo capolavoro, peraltro tratto da un libro.
Un altro capolavoro immagino.

Però mi era chiaro che i malcapitati finissero stecchiti, ma non si capiva come, e non aveva importanza, perché lei era una serial killer con degli evidenti problemi con gli uomini.
Stavo insomma vedendo una specie di Monster, più onirico, meno esplicito, violento e crudo.
Sbagliatissimo.
A confondermi ancor più le idee un tipo in motocicletta, di certo un complice (questa l’ho azzeccata) ma del quale non era affatto chiaro il ruolo, che compariva sempre sul luogo della sparizione dei poveri malcapitati.
Di certo un torbido triangolo in cui lui si divertiva a vederla adescare sconosciuti e poi magari tutti insieme appassionatamente.
Lei ha sempre il muso lungo quindi si deduce questa cosa non le vada tanto a genio, ma si presta ai giochetti perché è molto innamorata del motociclista, o ne è succube.
Toppato anche qui.

Ad un certo punto mentre lei cammina per un bosco un forestale o guardaboschi o giù di lì tenta di violentarla, forse ci riesce, forse no, no matter, e mentre lei scappa o si rialza dopo la violenza si vede qualcosa che le pende dal sedere e dalla schiena, come un pezzo di tessuto scuro.
Che io ovviamente ho pensato fosse sangue, dopo lo stupro, ma perché ho visto troppi film.
Non sembrava sangue in realtà: enorme a quel punto il mio smarrimento, il mio sconcerto, la mia assoluta non comprensione di cosa stesse succedendo.
Poi salta fuori un alieno, rinsecchito come una mummia, scuro, pelato, senza orecchie e naso, un alieno come lo disegnerebbe uno scolaro di seconda elementare, che forse la soccorre. La consola? Boh.
Ma il feroce stupratore le butta addosso una tanica di benzina e le dà fuoco e lei diventa un mucchietto di cenere in mezzo alla neve.

Wikipedia mi ha edotta sul fatto che si tratti di un recente (2013) film di fantascienza nel quale la protagonista interpretata da Scarletta ed il motociclista altri non sono che degli alieni infiltrati sulla terra, nientemeno che.
Non pervenuto il perché lei ce l’abbia a morte, è il caso di dirlo, con gli esseri umani di sesso maschile, cosa le abbiano fatto.
Più che a me o alle mie amiche, per dirne una, ma noi mica andiamo in giro ad accopparli, sappiamo vedere oltre, andare avanti.
Comunque a me sarebbe piaciuto tanto saperlo.
Ciò che mi ha fatto impazzire più di ogni altra cosa, il busillis: il pezzo di tessuto che pendeva dal pregevole derrier di Scarletta era la sua pelle d’aliena sotto il travestimento/maschera da Umana, mentre la brodaglia densa nella quale le povere vittime morivano era proprio una brodaglia densa da alieni, nessuna sottile metafora dell’amore carnale.

Io un film così sciapo e malfatto, giuro, non l’avevo mai visto.
Fossi stata al cinema sarei stata capace di mettermi a fischiare, ma non credo nemmeno sarei arrivata alla fine.
A tutto c’è un limite.
Non so se sta Cosa qui sia arrivata nelle sale italiane, ma se qualcuno leggesse queste righe, me ne guarderei bene.

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Illuminazione da sabato pomeriggio

Oggi mi son sentita vecchia, cioè una di quelle che, adesso mie coetanee, un tempo avrei guardata inorridita giurando e spergiurando magari col fidanzatino di turno in parte, che io mai e poi mai sarei diventata come loro.
Una di quelle che il sabato pomeriggio lo passano dal parrucchiere, blerch.
Un giorno sei tu quella col thigh gap e i capelli sciolti giù per la schiena alla Maria Maddalena, ma poi ti distrai un attimo e ti ritrovi quarantenne e oltre, e del thigh gap non c’è più traccia.
Da un bel po’, pensandoci bene, anche se adesso è di moda, mentre prima te la menavano per essere secca da fare paura, il medico di famiglia consigliava vitamine e ricostituenti e in casa si rischiavano pure due sberloni.
Anche se pensavi che a te non sarebbe mai potuto succedere perché eri scolpita nella roccia, quasi immortale, adesso sei tu quella che avvizzisce.
E non è nemmeno quello il problema, il problema è, ma come ha fatto il tempo a volare così in fretta?

Ho forse perso la dentiera, mi sono incanutita o ingobbita tutta d’un colpo?
No, anzi, la remise en forme procede e raramente mi sono sentita meglio di così.
È che oggi, dopo aver fatto sistemare la macchina come tutti i donnini saggi ed avveduti, cambio gomme, olio, filtro olio, sostituzione guarnizioni freni, tutto questo senza manco uno straccio di marito o di amante a ricordarmelo, che comunque se Multipaesana non fosse in culo al mondo nella provincia di Vorkuta io se potessi eviterei proprio del tutto di avere una macchina, con quel che mi costa mantenerla, e andrei con i mezzi o in bici, succede che oggi mi sono pure buttata dal parrucchiere.
Cosa c’è di più vecchio e stantio, cosa grida INPS e calze contenitive color carne più di un sabato, e un sabato pomeriggio dal parrucchiere?
Quello che ho sempre pensato per decenni, quando a fischiare dal parrucchiere di sabato erano principalmente le mamme.

Ora, non è che non ci sia mai stata, o non ci vada dal parrucchiere.
Ovviamente, ci vado, e negli ultimi tempi c’è stato pure un incremento delle frequenzioni, senza mai tuttavia e per fortuna raggiungere i picchi e la regolarità nel processo di molte altre mie coetanee.
Un pó perché nel biondo cenere chiaro il bianco si mimetizza, un pó perché il liscio con solo lieve movimento sulle punte non è impossibile da gestire, fino ad un certo punto.
Di solito, però, dal parrucchiere ci vado almeno il sabato mattina molto presto in modo da potermela dare a gambe quando arriva l’orda della massaie e delle avventrici fisse, quelle che, con la pioggia, la neve o la canicola africana, rimaste vedove il giorno prima o partoriti tre gemelli nottetempo, fanno tappa fissa dal loro parrucchiere di fiducia tutte le santissime settimane che Dio concede loro sulla terra e magari, tempo e soldi permettendo, anche due volte alla settimana.
Sia chiaro, come farei io adesso se potessi, che col ciuccio che non mi laverei la testa per un’intera settimana.
E non perché mi piaccia andarci, tutt’altro, ma perché mi rendo conto della differenza abissale che fa, alla mia età, avere capelli curati ed in ordine.

Ci sono un mucchio di donne che la parrucchiera non la cambiano come me a ogni giro di valzer di governo, ma frequentano per anni e anni sempre lo stesso posto. Entrano come al bar e dicono “il solito”, oppure non dicono proprio niente, si fidano ciecamente della professionista prescelta e si mettono totalmente nelle sue mani.
Io, invece, dalle parrucchiere in genere, soprattutto quando tengono in mano le forbici, sono tranquilla e mi fido come quelli che in aereo tengono le unghie conficcate nei braccioli della poltrona fino ad atterraggio avvenuto.
In genere un prolungato ed elevato tasso di fedeltà ad un posto equivale ad un elevato tasso di logorrea durante le sedute, ed é quel chiacchiericcio di sottofondo da gineceo su mariti, nipoti, prostate asportate e parti cesarei uno dei tanti motivi per cui io dal parrucchiere mi annoio, mi sono sempre annoiata da morire e mi é sempre parso di buttare anni di vita.
Beh, adesso non più.
Adesso una seduta dal parrucchiere mi leva quindici anni all’anagrafe, veh… facciamo dieci.
OK, facciamo cinque, carogne.
Fa schizzare se non proprio alle stelle almeno verso l’alto quella parabola altalenante-discendente che è la mia autostima.
Mi fa sentire meglio quando mi guardo nello specchio o cammino per la strada, femmina, peccaminosa, na’ puledra.

Purtroppo infatti, uno dei segni dell’invecchiamento che si manifesta più precocemente, sappiatelo belline, è che i capelli, a prescindere da quanti bianchi o grigi ne spuntino, con il tempo diventano molto più indisciplinati, crespi, ribelli, perdono lucentezza, setositá.
Per citare un francesismo io ho sempre usato la delicata espressione diventano peli di topa di topo, quindi necessitano di molta molta più manutenzione.
Un sacco di soldi praticamente, ma purtroppo ne vale assolutamente la pena.
Io adesso le capisco tutte le Sciure Cinzie e Silvane, perché hanno praticamente l’abbonamento dalla parrucchiera, mica perché sono sceme, o pigre.
Perché già dopo i trenta, certamente dopo i quaranta, è una discesa senza freni verso il baratro della dipendenza assoluta da parrucchiere anche se si odia ferocemente la chiacchiera vuota, specie quella che rimbalza tra bollettino parrocchiale e quello ospedaliero e tocca tutta la stampa rosa di vips e nullità varie.

Però oggi io l’ho capito: quando si hanno un certo numero di primavere si può anche andare in giro tutte sbrindellate con la camicia di fuori e casual ultra spinto come piace a me, ma se si hanno i capelli curati e ben gestiti si è sempre, come diceva mia nonna, a posto.

Vorrei tanto lanciare una sfida, quante donne riuscirebbero o riescono a fare sul proprio scalpo le magie che riesce a fare una professionista di forbici, colore, phon e spazzola.
Io nel tempo mi sono dotata di piastra lisciante, ferro arricciacapelli, phon professionale, phon con spazzole intercambiabili più decine di prodotti per la messa in piega e non sono mai, mai nemmeno lontanamente riuscita, nemmeno dopo essermi piazzata per ore davanti allo specchio armata di pinze spazzole e di tutta la migliore buona volontà, a sembrare più che una deficiente con i capelli spenti, bruciati, informi, senza vita.

Da tre volte, dopo due anni e più di fedeltà, ho deciso di mettere i cornini all’ultima parrucchiera che mi ero trovata della interminabile serie che ho frequentato nel corso degli anni, praticamente un album di figurine Panini.
Oggi i miei capelli ricordano, persino troppa robbba e troppo anni Ottanta, la chioma fluente e dotata di vita propria della defunta e compianta Farrah Fawcett.
Ci han dato troppo di spazzola per così dire, che a me bastava un po’ di volume alle radici e poi me ne sarei anche andata via con i miei capelli lisci.
Volume alle radici è diventato il mio mantra, il mio chiodo fisso.

Volume alle radici e colpi biondo miele vuol dire e vorrà dire nei prossimi anni sacrificare altre spese per l’aspetto della mia chioma, come ho fatto stamattina rinunciando a ben due cappotti da urlo ad un prezzaccio da outlet.
Che tanto avrei potuto sceglierne al massimo solo uno, sempre per il budget.
Perché, é questa la perla di saggezza di oggi sabato 15 novembre, capelli a posto e parka pulcioso da dissidente di ex Lotta Continua é ok, cappottino bon ton avvitato in vita, chicchissimo, in cachemire Loro Piana e capelli di mmmerda, no bbuono.
Meglio la prima, quindi adieu vitino di vespa da cappottino nero bon ton.
Per adesso la frequenza delle mie visite dal parrucchiere si attesta sulle sei settimane circa, ancora accettabile, pensare che solo un paio di anni fa ci andavo una volta ogni tre mesi.

Per motivi di costi e di tempo spero di riuscire a campare ancora un bel po’ senza dover diventare una di quelle che marca visita tutte le settimane.
So che se lo facessi starei, sembrerei e mi sentirei meglio io stessa ma è, davvero una questione di risorse, risorse primarie: tempo e denaro.

C’é anche da dire che nell’intervallo tra una seduta e l’altra io i capelli me li lavo e curo con prodotti naturali e rimedi della nonna sperimentati e collaudati ormai da tempo.
Con capelli secchi, sfibrati, svuotati, opachi non avrebbero alcun senso né i riflessi mielati né il taglio più o meno azzeccato che mi fa la parrucchiera, che tutti quegli intrugli chimici alla lunga non mi pare proprio facciano granché bene ai capelli.
Spero sempre che anche in Italia e a Vorkuta arrivino, come in tanti altri posti civilizzati ed evoluti, dei parrucchieri bio che usino solo prodotti di derivazione naturale, non così aggressivi, sarei proprio curiosa di andarci.

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La sera penso

Alla luce di recenti avvenimenti di diversa natura credo che per me mai come adesso sia il momento di vivere nel presente.
Non solo nel senso di carpe diem, ma anche per fare il punto zero, resettare, per ripartire, cambiare marcia.
Non ho più, adesso, nessuna scusa, e una scusa in particolare.

Quando non si hanno più inutili e tardivi rimpianti né nostalgia del passato il passato è davvero una porta chiusa, uno scrigno.
Allora è davvero ora di guardare avanti.

Sebbene nutra ancora dei sogni non mi beo al pensiero di chissà quali meraviglie, o schifezze, abbia in serbo per me il futuro.
So che per motivi eminentemente pratici non è ancora arrivato il momento giusto per i cambiamenti che vorrei, e nemmeno per fare davvero chiarezza.

Sarò in grado di analizzare tutto in modo nitido e trasparente quando sarò nelle condizioni di potere fare delle scelte.
A volte l’impazienza fa capolino ma cerco di ricacciarla al suo posto.
Devo, più che altro.
In quest’attesa mi propongo solo di vivere meglio, con tutte le sfilacciature e cicatrici del caso.

Cioè, al futuro non voglio pensarci troppo, tanto il mio presente di oggi che era il futuro di ieri è comunque diverso da come l’avevo pensavo, immaginato, desiderato.
E avrei vissuto meglio se mi fossi arrovellata di meno su quello che sarebbe o non sarebbe venuto dopo.
Non so se sia una cosa bella o brutta ma così è.
Forse non sapevo cosa volevo, o non l’ho desiderato abbastanza, o non sono stata abbastanza brava, un po’ di tutto questo.
Oppure credevo di desiderare delle cose che non volevo realmente, c’è anche questo.
Ammiro e stimo quelli ai quali le cose sono andate esattamente come volevano, so che ne esistono.
Ma ho anche smesso di fare paragoni e paralleli, che ogni vita e persona è unica.

E questo lasciarsi andare, piuttosto che cercare illusoriamente di tenere tutto sotto controllo, non è male come sensazione, meno stancante.
Come viaggiare con un bagaglio a mano di pochi chili invece che con un valigione e tre bauli.
Come lasciarsi trasportare dalla corrente, perciò godendosi molto meglio il viaggio e il paesaggio.
Anche se questo viaggio e questo paesaggio non sono nemmeno particolarmente eccitanti.
In fondo sono una persona tranquilla che cerca solo pace e serenità, beni comunque preziosi.
Da irrequieta e scalpitante che ero lo tranquilla lo sono diventata, forse anche troppo tranquilla.
Non l’avrei certo detto a venti o trent’anni.
A tratti non mi riconosco e non mi dispiace.
La domanda è se il prezzo da pagare sia non essere più capace di accendersi dentro come una lampadina se non per le piccole cose.

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Varie

Per essere in pieno autunno padano tutto sommato non me la sto passando male, compatibilmente con il tempo di merda che sta flagellando l’Italia e, del resto, bastano quattro gocce d’acqua per metterla in ginocchio da Nord a Sud.
Il freddo vero, grazie al cielo, perlomeno qua non si è ancora visto, in compenso queste piogge incessanti sono davvero davvero deprimenti, mi schiacciano al suolo come farebbe lo zampone di un tirannosauro.
Mi innervosiscono, mi annoiano, sono la morte civile.

Ovviamente ha cominciato a diluviare la sera stessa in cui, a cena da un amico, abbiamo deciso di farci un lungo weekend insieme, che io non vedo l’ora di preparare il valigino, di darmi alla macchia per quattro/cinque giorni e fare qualcosa di diverso con qualcuno di simpatico e vibrante, l’Anti-Depresso per eccellenza, colui del quale vorrei avere il carattere, l’ottimismo, la faccia di tolla.
La sua compagnia dunque una garanzia, soggetto già testato sia per weekend che per vacanze lunghe in spazi ristretti, promosso a pieni voti.

Dopo aver discusso le due papabili destinazioni, in verità alquanto diverse tra di loro, Budapest o i Castelli Romani, hanno vinto i Castelli Romani che permettono di decidere la partenza anche all’ultimo minuto previa consultazione portale meteo e, soprattutto, garantiscono cibo e vino nostrano in abbondanza. Magari anche del sole senza dovere gelare a temperature sotto lo zero.

Nonostante la scelta sia ricaduta su una meta italiana in queste ultime settimane ogni giorno trovo almeno un buon motivo per avercela a morte con questo paese e pensare che, risolte un paio di cosette che purtroppo dipendono più da terzi ancora sconosciuti che da me, essenzialmente la vendita di una fottutissima casa (ottimo periodo, naturalmente), sarei davvero felicissima e forse anche sollevata di trasferirmi in un altro paese.
Più civile, migliore, o solo diverso, non so come dire.
Ma cambiare, anche solo per cambiare.
Via da questa decadenza, marciume, decomposizione, aria ferma e stagnante dal fetore insopportabile che aleggia ovunque.
E da questo tempo di merda che, ma questo non so nemmeno quante volte l’ho detto e l’ho scritto, per me resta comunque un fattore determinante. Anche a novant’anni, che mi irrita anche solo il pensiero che pure da morta mi possano ancora spremere qualcosa o, con la scusa della differenziata, riutilizzarmi come concime per qualche malmessa aiuola piena di sterpaglie e bottigliette di plastica.
Non lo penso mica da ieri, ma certe mosse vanno studiate, preparate, pianificate: non sono la diciannovenne che parte per fare la au-pair a Londra e che quando ritorna ritrova la cameretta con la tapezzeria a fiorellini che ha lasciato da mamma e papà, i pupazzetti di peluches sulle mensole e la torta di mele in frigorifero che, così, non ci vuole nemmeno tutto quel fegato a partire visto che non si rischiano nemmeno le poche certezze che si hanno qui.

Allora, oggi sono nera, ma nera, con una fantomatica società dal nome apparentemente rassicurante che rilascerebbe via Internet Certificati di Efficienza Energetica per gli immobili.
Incautamente, mesi fa, essendo io iscritta alla mailing list di uno di quei siti che propone coupon scontati, ho comprato un buono per ottenere questo documento a (su per giù) 30€, che la visita di un vero e serio professionista costerebbe dieci volte tanto e direbbe esattamente le stesse cose.
Quelle cose, cioè, che si possono dire del 70% ed oltre degli immobili italiani che per quanto riguarda la classe di efficenza energetica di appartenenza lasciano molto a desiderare anche a causa del vecchiume del nostro patrimonio immobiliare.
Documento comunque indispensabile, così vuole la legge, nei casi di compravendita: si sa mai, prima o poi succederà, spero presto.
Anche a seguito di questa esperienza negativa mi sono comunque rimossa da questa mailing list, così mi evito ogni giorno di cancellare tre o quattro mail inutili, sono sempre gli stessi articoli ed offerte che girano, e di grandi affari io non ne vedo da quel giorno di maggio.
Che poi un affare non è stato, visto che io il mio Certificato non sono riuscita ad ottenerlo. Almeno credo.
Sì, perchè dopo essermi impiantata sul sito più e più volte, dovendo ricominciare tutte le volte da zero con nome, cognome, indirizzo di residenza, dati dell’immobile e codice fiscale, barchamenandomi tra IPAD e computer, ogni volta da capo per cercarne di venirne fuori e di non fare nottata incollata alla tastiera, addirittura mentre compilavo i campi si bloccava tutto, essendo riuscita solo al decimo tentativo ad arrivare alla fine in un estenuante percorso ad ostacoli, non sono nemmeno riuscita a capire se la mia richiesta sia andata a buon fine.
Dopo aver compilato tutte le pagine del modulo non ho ricevuto alcuna mail di conferma, visto alcuna videata ricapitolativa o messaggio che dicesse che la mia richiesta sarebbe stata processata, un grazie per avere utilizzato il servizio etc etc.
Succede sempre in casi del genere o simili quando, appunto, non è una fregatura come nel mio caso.

Ho subito mandato delle mail con richieste di spiegazioni ma sapevo che nessuno avrebbe risposto.
Così è stato fino ad adesso e tale resterà.
Questo succedeva una settimana fa.
La mattina seguente, sempre armata di tanta santa pazienza, mi attacco al loro numero verde, ci sto incollata TUTTA la MATTINA dalle ore 09:00 e in TUTTA la mattina, a parte farmi ascoltare badilate di musica classica NESSUNO ha risposto alla mia chiamata.
Dopo sei minuti circa di orologio di attesa la telefonata cadeva automaticamente dicendo che gli operatori erano tutti impegnati e suggerendo di riprovare più tardi.
Verso le 13:00 io però ho smesso, capita l’antifona.
Ad oggi ancora nessuna risposta alle mie mail, e che dire? Degli imboscati.
Questa l’efficienza serietà di una società italiana con una dicreta visibilità ed operante in quello che in teoria dovrebbe essere uno dei più moderni e strategici settori, questa l’importanza e l’attenzione che rivolgono ai Clienti. Scommetto che sarà pure certificata con tutte le Certificazioni di Qualità possibili ed immaginabili, mucchi di scartoffie piene di timbri e firme e date illeggibili che certificano procedure esistenti ed insesistenti, revisioni di documenti, Processi di Miglioramento Continuo verso la Total Quality e stronzate simili.
Questo comunque il risultato.

Lunedi cercavo online sulla stampa nazionale e spagnola notizie sull’esito del quasi-referendum di Barcellona per l’indipendenza catalana e, tra le molte, mi colpiva parecchio la foto di una specie di piazza nella quale centinaia e centinaia di persone facevano ordinatamente la fila, una fila lunghissima e tutta inanellata su se stessa come un megaserpentone, tutti in attesa del proprio turno.
E si parla di Spagna, cugini latini, idioma neolatino, una faccia una razza, mica della Norvegia o della Nuova Zelanda.
Mi è venuto allora in mente la scena disumana alla quale ho assistito davanti alle casse di H&M solo qualche settimana fa.
Una normale situazione quotidiana, una quindicina di persone nervose ammucchiate a casaccio, un mostro umano sudato e vociante in movimento perpetuo, tutti pronti a scannarsi tra di loro.
Nel mucchio gente pacificamente parcheggiata lì davanti a fare conversazione perchè incontratasi per caso, e che manco si spostava, e infiltrati vari dell’ultima ora nella non-coda, quell’agglomerato umano dalle molte teste.
Prima e dopo gente parcheggiata al bivacco sulle scale mobili, gente che non lascia un varco per passare a chi è di fretta perchè si sa, madre e figlia venticinquenne entrambe con l’horror vacui non possono mettersi una dietro l’altra, no, devono stare vicine, vicinissime, una in parte all’altra, e occupare tutto lo spazio disponibile.
Perchè se loro hanno un pomeriggio intero per cazzeggiare al supermercato non è concepibile che la fretta possa avercela qualcun altro.

E il traffico vomitevole che impazzisce per dieci o duemila gocce d’aqua non fa differenza, gente che ti sta attaccata al sedere e abbaglia perché rispetti i limiti di velocità, le distanze di sicurezza, e magari ti permetti anche di guidare con prudenza lungo strade piene di toppe, buche o voragini per salvaguardare la tua ed altrui pellaccia, e mai, mai, in tanti anni che faccio quella strada si è visto una pattuglia di vigili o della polizia che facesse dei controlli, per cui tutti se ne fregano alla grande, nella certezza dell’impunità assoluta.

Questo non è un paese per giovani, non è un paese per vecchi, non è un paese per chi si trova nel mezzo del cammino, non è un paese per cani e per gatti, e a me piace sognare e pensare che esistano posti dove sia possibile non farsi venire la bile quasi ogni giorno, o incassare sempre e cedere alla rassegnazione, che è anche peggio.
Un posto dove si possa, fino all’ultimo, progettare, sognare, sperare, pensare di potere cambiare le cose, e magari credere in qualcosa.

Perciò contentissima di continuare a portare avanti il mio programma fitness casalingo che non contempla ulteriori stressanti spostamenti in macchina, code per il parcheggio, code nella sala pesi, code per le docce, code per tornare a casa.
Lo posso fare anche in mutande con una maglietta strappata, lo faccio quando voglio per quanto tempo voglio e mi fa risparmiare quegli 800/1000 euri all’anno.
Il fatto è che dopo la ruggine iniziale ci sto provando davvero gusto nonostante la fatica e la débâcle di ieri sera quando ho dovuto abbandonare un workout troppo impegnativo per il mio livello di preparazione, il No more trouble areas workout di Jillian Michaels, durata 56 minuti e 18 secondi.
Prima mi ero vista tutto il video, non sembrava così pesante, ma gli affondi con le gambe ed i pesi in mano con le braccia sollevate mi hanno stroncata dopo pochi minuti.
Evidentemente gambe e braccia non sono ancora pronte, devo ancora lavorare.
Stasera però ci voglio riprovare, e nei prossimi giorni anche, mi basta guadagnare e rosicchiare qualche minuto di più ogni volta nella speranza di arrivare a completarlo in un tempo ragionevole perchè mi sembra di gran lunga l'allenamento più completo e divertente trovato sino ad adesso, e adatto alle mie necessità.
Qui lo riconfermo, Youtube – mio social più amato – è una vera e propria miniera d'oro anche per chi ama il fitness da casa, manna dal cielo.

Un poco più modeste invece le soddisfazioni sul fronte russo, lo studio della lingua russa intendo.
Anche qui parecchia ruggine, e un pizzico di pigrizia in più, ma la professorina che mi sono trovata mi piace, simpatica, paziente, non esosa, preparata e regala anche soddisfazioni ed elargisce gratificazioni dove il caso.
L’obbiettivo sarebbe (provare a) dare l’esame di livello B1 nel luglio del prossimo anno, ma ho paura a dirlo perchè la strada è ancora lunga e irta di pericoli.
Mi ripeto, i maledettissimi aspetti dei verbi ed i verbi di moto, il resto fila più o meno liscio.
Spero di farcela, la voglia e la motivazione ancora ci sono e mi sostengono. L’utilità della cosa, bah… chiamamola ginnastica per il cervello.

Anche qui, scaricata apposita App su IPAD, recuperati a costo zero una serie di Podcast gratuiti con lezioni di lingua, di tante lingue, veramente tante, livello da principiante assoluto ad avanzato.
Tra le tante lingue anche il russo: testi brevi ma molto attuali, fatti bene.
Il canale migliore nel quale mi sono imbattuta sino ad adesso è RussianPod101.com.
Gli speakers leggono un testo, è disponibile anche la trascrizione, e poi commentano i vocaboli o le espressioni idiomatiche più rilevanti, spiegando anche alcune cose di grammatica.
Non so se, per il russo, potrebbero essermi sufficienti i Podcast senza la mia professorina, onestamente non credo proprio, ma sono sicuramente un ottimo ausilio soprattutto per la comprensione del parlato e per acquisire senza troppa fatica nuovi vocaboli e modi di dire, non ultimo per migliorare la pessima pronuncia e cadenza dalle sgraziate inflessioni lombardovenete. Per avere accesso a tutto il materiale del canale, e sembrerebbe davvero parecchio, chiedono un abbonamento di qualche mese, se ricordo bene dai tre in su: ho verificato i prezzi e non mi è sembrata un cosa esagerata, infatti mi propongo di valutare se ne valga la pena.

Vorrei anche parlare di alcune creme viso che mi stanno piacendo parecchio, ma la sto facendo troppo lunga e Jillian mi chiama.
Magari ci farò un post apposito.
Non sono bio e mi odio per avere ceduto alle lusinghe della grande e detestabile multinazionale che appena posso evito, però funzionano.
Avevo un problemino, ho cercato di risolverlo con un prodotto naturale di una valida ed innovativa azienda italiana ma la situazione non migliorava.
Mi sono informata, avevo sentito tanto parlare di questo brand e linea specifica, che faceva meraviglie o quasi, così ho acquistato due prodotti online dopo aver girato invano per mezza Vorkuta.
Diamine, funzionano, magari non fanno meraviglie ma solo il loro onesto dovere, e io guardo al risultato (damn, quattro anni buoni senza televisione ma non ancora del tutto disintossicata).
Ci metto pure il carico da novanta: perché io valgo.

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