Pedalare e zitta

Sono davvero una perditempo fancazzista della peggior specie, una disadattata sovversiva frikkettona dalle disdicevoli simpatie ed aspirazioni pauperiste, outcast buona a nulla se penso che per me il massimo della felicità sarebbe vivere in un posto dove per procacciarsi il cibo non devo nemmeno andare a fare la spesa, e quindi lavorare?
Un posto, se esiste, dove fosse sufficiente raccogliere frutta caduta dagli alberi e tuberi e verdure spontanee o anche, si vabeh, questo ci sta, potrei anche coltivare qualcosa nel mio orticello?
Purché la mia capanna appena fuori dal villaggio fosse dotata di acqua calda corrente, elettricità e di un’ottima connessione wifi ?

Io sarei tanto felice tutto il giorno in panciolle, o anche non in panciolle, che non sono poi così scamorza: a fare lunghe camminate per boschi e spiagge magari in compagnia di un bel cagnolone di buon carattere, a ricevere amici stressati dall’Italia con la faccia grigia di smog e diossina, a leggere tutti i libri che non ho letto, a vedere i film che non ho visto, a riprendere le asana yoga, a intrecciare cestini, a infilare collane di perline e conchiglie, a intagliare il legno e ad intessere nuove amicizie con donne e uomini che non sappiano cosa sia un mutuo, di quante voci si componga la RC auto, che non abbiano mai sentito parlare di canone RAI nella bolletta dell’elettricità, che non conoscano gli orrori della nail art o l’effetto serra che genera una mutanda in fibra sintetica spacciata per tecnologica.
Perchè io mi ci vedrei benissimo così, un cappellone di paglia ed un tunicozzo di lino bianco da vestale greca e poco altro di più tra i miei averi.
Finita anche la schiavitù della ricrescita.

A me sembra di non appartenere, di non farne più parte di questo mondo, non lo capisco e non mi ci riconosco più.
Ne ho fatto parte fino all’altro ieri, ci sono stata dentro.
Ci ho provato e mi sono illusa. A volte mi ci sono adagiata felice, sguazzandoci: andava bene così.
Altre volte mi sono adeguata sognando e rincorrendo sogni che non erano i miei, mi sono lasciata trascinare senza nemmeno volerlo.
Ho sgambato, lavorato per un congruo numero di anni che mi sembrano già uno sproposito, ho corso, sudato, voluto, desiderato, desiderando sempre di avere qualcosa di più o di meglio perchè niente era mai abbastanza.
Non ho avuto tutto quello che volevo, ovviamente, nè materialmente nè immaterialmente.

Adesso vorrei solo essere lasciata in pace, anche se questa non sembra un’opzione contemplata nè gradita: vorrebbero solo farci pedalare sempre più veloce, produrre e spendere di più e più in fretta, per poi farci schiattare con un tempismo perfetto per non gravare sul SSN già spolpato all’osso.
Non so proprio se riuscirò a tirarmene fuori da questa giostra sulla quale nessuno mi ha chiesto se volevo salire, e mi sento in colpa anche solo per pensarlo e scriverlo sapendo la disperazione che c’è là fuori.

Comunque, si capisce, è lunedì.

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7 commenti

Archiviato in Craps, Outlet valve

7 risposte a “Pedalare e zitta

  1. I pensieri del lunedì hanno un sapore diverso

  2. Tunica blu per me, e potrei essere tua vicina di capanna.
    Credo che tirarsene fuori sia possibile e probabilmente non si può fare in modo radicale, io ho cominciato con veganismo, minimalismo e baratti … E si va avanti!

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