Il più bel viaggio del mondo

Della serie, dicono che chi si accontenta gode, chi non si accontenta invece in teoria nemmeno quello.

Il più bel viaggio del mondo é quello che mi sto sparando io in questi giorni solo ed esclusivamente nella mia testa e con la mia fantasia, un viaggio quindi molto ecologico e ad impatto zero, un viaggio che assai probabilmente nella realtà non farò mai.
Ma mai dire mai.
Vada come vada, da una settimana e più faccio fatica anche a deambulare e ad avventurarmi per più di venti metri sulle mie gambe, quindi adesso come adesso non potrei andar molto lontano, nemmeno volendo.

Un viaggio ed una meta che in pochissimi sognano, al quale bisogna pensare e prepararsi con largo anticipo, credo anche con un discreto pelo sullo stomaco ed una certa abbondanza di mezzi.
Anche solo per equipaggiarsi come si deve, che se l’inverno russo non è uno scherzo, quello siberiano deve essere proprio l’inferno bianco che dicono.
In tutta onestà io ho poco di entrambi: poco, pochissimo pelo sullo stomaco, e pochi mezzi, e col mio similpiumino da inverno lombardoveneto e la calzetta in cachemire di Mutandissime & Co. a cinquanta sotto zero non durerei più di tre minuti prima di sgretolarmi e cadere a pezzi.
Al momento poi, oltre a disporre solamente di una gamba buona, non sono più portatrice sana di passaporto, quindi nemmeno potrei avere il visto, quindi eccomi qui mentre tutti impacchettano e sciabattano in case iper riscaldate ad imbandire tavole, a sognare come un’idiota e farmi film su qualcosa che mi piacerebbe davvero fare un giorno, davvero tanto, all’avventura.

Ci sono tanti di quei posti dove vorrei andare e nei quali non sono mai stata, vicini e lontani, o ritornare, ma da quando ho ripreso seriamente in mano lo studio del russo, che poi per Natale mi sono pure regalata l’abbonamento per tre mesi a quella stazione di podcasts*** in lingua della quale ho già avuto modo di parlare in qualche post, la Russia, o meglio viaggiare in modo autonomo ed indipendente in Russia, é diventata un pensiero costante, una febbre che mi divora.

Francamente, non mi interessa minimamente Mosca, ove sono già stata prima e dopo la perestrojka, e anche poco San Pietroburgo, che dicono sia bellissima e ci credo pure ma non ci ho mai messo piede, e la Russia europea: il mio sogno é proprio la Russia più profonda e segreta, quella che si estende per migliaia e migliaia di chilometri al di là degli Urali e di cui si sa ancora poco o niente.
Fino a pochi anni fa vi erano ancora vaste zone nelle quali era proibito l’accesso agli stranieri, e non solo, e non mi sento di escludere non possa essere ancora così, anche in parte.

È tutto quello spazio, quella vastità, quel vuoto e quel mistero che mi affascinano, ma anche il suo squallore, la sua storia tragica di deportazioni e di gulag, tutto quel dolore, tutto quel sangue, tutta quella fatica, come sempre grazie alla follia umana.
Della Siberia non butto via niente.
Sarò masochista, decadente o perversa ma a me tutto questo mi intrippa assai di più di una settimana al Four Seasons a NYC a fare shopping per il Natale, o di stare panza all’aria ai Caraibi, che pure non disdegnerei.
Ho pinnato tante di quelle foto in Pinterest, fatto mente locale dei film, dei libri, dei video che direttamente o indirettamente parlavano di Siberia, letto esperienze di gente che ci ha vissuto che un po’ é come esserci stata, sento potrei raccontare delle cose.
Potrei lanciare una nuova moda, fare una sezione fake del blog e intitolarla “Viaggio in Siberia”, senza averci messo piede.
Gente che ci vive o ci ha vissuto comunque pochissima, pochissimi europei od occidentali, mica come a Barcellona, Londra o San Diego, che c’è la fila.

Che ci faccia un freddo porco lo so persino io, io che non faccio altro che blaterare di quanto detesti il freddo e l’inverno, e che sogno un buen ritiro da qualche parte nel clima mite ed amico del mediterraneo, ma sta’ faccenda con la Siberia, che poi non è manco una novità, é solo un riaffiorare di un antico interesse e curiosità, é ná cosa seria.
Da giorni consumo polpastrelli delle dita a cercare e curiosare in rete resoconti di viaggi in solitaria, o comunque al di fuori da gruppi organizzati e dai percorsi obbligati, non sono tantissimi i buongustai.
Non credo nemmeno questo tipo di viaggio sia particolarmente incentivato o gradito, anche ai nostri giorni, almeno questa la mia impressione, forse anche per i mille pericoli insiti nel clima estremo, nella smisurata natura selvaggia, e non solo.
Deve essere impossibile tenere sotto controllo un territorio così immenso e pressoché disabitato, garantire la legge, la sicurezza, l’incolumità di tutti, dei suoi stessi abitanti.
Mosca e il governo centrale poi sono sempre stati avvertiti lontani, remoti, inesistenti: la Siberia é a sé, un altro mondo, rivendica con orgoglio la sua purezza originaria, la sua diversità, così ci diceva la prof. di russo, quella stronza, al corso.

C’è un bellissimo ed avvincente libro su un lungo ed avventuroso viaggio fatto in Siberia all’indomani del crollo della ex URSS e scritto una specie di Tiziano Terzani britannico, quindi uno sguardo più pragmatico ed osservatore che non “filosofico”, un libro che riagguanto puntualmente ogni tot. anni.
Non so se quando l’ho comprato, nel 1998, avevo già sta cosa della Siberia in testa, o se mi è venuta dopo.
Di certo averlo letto mi ha lasciato qualcosa, più che un ricordo, come una nostalgia di un posto dove non sono mai stata.

L’autore é Colin Tubron, esperto viaggiatore inglese di professione, occhi cerulei, volto aristocratico, coltivatore del famoso pelo sullo stomaco.
Tanto di cappello per quello che ha fatto, e per come lo ha descritto.
Il racconto é crudo, greve, di uno che non é alla ricerca del bello ma scontato delle fantasie ed aspettative del viaggiatore medio, cioè, non solo foreste incontaminate, villaggi da fiaba con le casette in legno colorato ed intarsiato e gatti sonnolenti sui davanzali, piccole chiese dalle cupole d’oro.
Non rincorre solo il mito della terra vergine ed inesplorata ma si avventura nei posti più sperduti, tristi ed inospitali, squallidi, tragici, luoghi dove anche la natura é matrigna.
Nel libro mostra come la Siberia sia silenzio e bellezza ma anche deforestazione selvaggia, inquinamento, sfruttamento intensivo ed irresponsabile delle numerose risorse naturali, alienazione e decimazione dei popoli nativi, alcolismo dilagante, follia, prostituzione, violenza, povertà ed ignoranza, ricchezza ed ignoranza, fatalismo, spaesamento di intere generazioni cresciute nelle certezze della ex Unione Sovietica.
Ecco, io non vorrei farmi mancare niente di tutto questo, dello sfacelo, della parte oscura che gronda sangue e puzza di carbone.
Il libro, banalmente, si intitola in Siberia e cavolo, se è da leggere, o da regalare.
O da andare a cercare sullo scaffale, sezione Viaggi, e rileggerselo, con un tazzone di cioccolata fumante, mentre tutti si ossessionano per il Natale, che io invece non vedo l’ora di levarmi di dosso.
AAA Compagni di viaggio cercasi, richiesta conoscenza russo C1.

***Ogni giorno mi risveglio cinguettando cose nuove, una soddisfazione

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5 commenti

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5 risposte a “Il più bel viaggio del mondo

  1. Ma non eri a favore dei posti caldi?

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