Archivi del mese: gennaio 2015

Una domanda

Ma chi è Sergio Mattarella? Oltre ad essere il nostro nuovo fiammante PdR voglio dire? Adesso devo andare a leggermi chi è, che cosa fa e da dove viene.
Comunque auguri, e buon lavoro.

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Expo 2015

In uno slancio patriottico che non sapevo di avere ma non dimentica della sfiducia che nutro per qualsiasi medio grande evento partorito da menti italiane, dalla politica italiana e su suolo italiano più in su della Sagra del Vino Novello ieri mi sono accaparrata un biglietto di ingresso per Expo 2015 che comincerà il primo di maggio in terra padana.
Confindustria locale, ma credo e spero anche quelle delle altre regioni, mettono a disposizione dei biglietti d’ingresso scontati per i dipendenti delle superstiti aziende del territorio alla modica cifra di venti euri, che mi sembra un prezzo accettabile.

All’inizio, e parlo oramai di diversi anni fa, avevo seguito con interesse tutte le vicende che avevano portato al nascere di questa manifestazione poi, alla seconda o terza lotta di poltrone, all’ennesima diatriba sui terreni da acquisire eccetera eccetera mi sono persa per strada.
Non so quindi a che punto siano con i lavori dell’area Expo, con il padiglione Italia e quelli dei vari paesi, non so fino a che punto siano state rinnovate, migliorate, potenziate le infrastrutture per accogliere, e lo spero davvero, milioni di persone.
So che da queste parti negli ultimi tempi ci sono stati dei lavori abbastanza frenetici sulla rete stradale.
Con uno stop brusco di qualche mese per il fallimento di un’azienda appaltante, ovvio. Poi una mattina sono ricomparse deviazioni, tute arancioni, camion che portano ghiaia, adesso dal terreno sbucano piloni come margherite.
Ignoro i dettagli ma colleghi mi dicono che tra poco mi sarà più comodo e facile raggiungere Multipaesana, sai la gioia.

Ho capito che già da tempo é stato cassato un progetto iniziale che a me pareva interessante, quello delle Vie d’Acqua: il progetto intendeva recuperare al loro ruolo originario, la navigabilità, i canali di Milano e delle aree circostanti.
Il motivo di questo abbandono penso sia stato la mancanza di soldi, ma va, e poi il fatto che molti comuni del circondario opponessero forti resistenze, questo per farla breve.
E questo è tutto quello che so di Expo 2015: niente.

Ci andrò quindi, se poi ci andrò davvero, praticamente ad occhi chiusi non sapendo affatto cosa aspettarmi e cosa trovarmi a un evento del genere.
Ma questo questo anche se si fosse tenuto a Stoccolma o a Brisbane: nella fattispecie, essendo nato e cresciuto tra molte polemiche in Italia, terra di ogni ladrocinio e sconcio e non avendo più seguito informazioni ed aggiornamenti al riguardo, per me sarà un quasi totale salto nel buio.
Non voglio essere pessimista e nemmeno menare gramo, voglio tenere aperta la mente alla possibilità che, anche solo per leggi probabilistiche, ogni tanto si possa a produrre qualcosa di positivo.
Sono curiosa, sono possibilista, non mi spingo oltre: intanto mancano solo tre mesi.
Unica mia certezza che, dato il tema, di sicuro qualcosa si mangia, ed è già un buon inizio.
Incrociamo le dita e speriamo di non fare una figura di merda.

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di ritorno da breve visita al sito ufficiale, che non è male: lingue in cui è disponibile, italiano, inglese, francese.
Come nel 1972. No spagnolo, no cinese, no russo, no tedesco, no portoghese.
Senza parole.
Perciò la stiamo già facendo una gran figura di merda, ecchici.
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Spiaggia e marea

Qualche sera fa in modo del tutto casuale cercando su google delle informazioni di non so che natura ho risolto un enigma che aveva turbato la tranquillità di una vacanza pochi anni fa.

Si era su una bellissima isoletta a nord dell’Olanda intorno a metà agosto, cioè gli inizi di dicembre per un’ italiana freddolosa.
Ci trascinavamo avanti ed indietro e su e giù per questa lunghissima spiaggia selvaggia letteralmente spazzata dal vento, tre femmine dalle sembianze disumane imbacuccate come Armaduk.
Bambini molto biondi giocavano con gli aquiloni e qualche rara barca a vela si avventurava in mare: alle nostre spalle dune di sabbia incredibilmente bianca, qualche casetta ordinata e ricoperta di fiori, in lontananza sicuramente un faro, insomma un sereno idillio da cartolina.

Nonostante avessimo macinato qualche decina di chilometri sulla battigia giocando a rimpiattino con le onde lunghe e schiumose e l’acqua gelida da lì non ce ne volevamo più andare, e non solo per la suggestione del luogo.
Quel giorno nella ciurma si erano verificate delle piccole incomprensioni, cosa del tutto normale tra tre femmine, per cui non so più bene chi non parlasse con chi, dunque si continuava a trottare per sbollire gli animi.

Ricordo però vividamente il mugugnare straniti commenti circa dei cartelli posti su dei pali. Incontravamo quei cartelli ogni qualche centinaio di metri, erano conficcati nella sabbia e fin dentro il mare: vi era disegnata una manina rattrappita ed agonizzante che sbucava da una superficie non ben identificata ad invocare aiuto.
Non vi erano scritte, spiegazioni, né in olandese ne in altre lingue, solo quella manina inquietante rivolta al cielo.

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Una cosa come questa, insomma, solo che io ricordo una mano sola, assai più espressiva nella lenta agonia, e non ricordo affatto la scritta, che al significato della parola Drijfzand in tre ci saremmo arrivate.
Le sabbie mobili sono una cosa abbastanza seria, credo.

Da donne di terraferma e provenienti da diverse giungle d’asfalto e cemento avevamo pensato che quel cartello stesse ad indicare che in quei punti il mare era pericoloso, magari le correnti più forti, e che fosse caldamente sconsigliata la balneazione, il che ci sembrava cosa normale e comprensibile.
Però quella manina, insomma, non mi convinceva: a me era rimasta la sensazione che ci stesse sfuggendo qualcosa.
Nei giorni successivi avevo continuato a pascolare in spiaggia ma istintivamente mi ero tenuta lontana dall’acqua.

Ecco che a pochi anni di distanza grazie al magico Google scopro che quel minaccioso avvertimento sta(va) ad indicare la presenza ed il pericolo di sabbie mobili.
Sabbie mobili ? Argh!!
L’avessi saputo allora sarei stata tutto il tempo in camera a leggere, a intrecciare corone di fiori, a mungere mucche in una stalla.

Non so chi se lo sia studiato quel cartello, magari é stata istituita un’apposita commissione a Bruxelles, oppure potrebbe essere il frutto del genio locale.
In ogni modo, a meno di non essere del posto o di provenire da luoghi dove questo scherzetto della natura è comune e frequente, cioè dal 0,0001 % del resto del pianeta, credo fosse quantomeno poco chiaro.

Nella mia testa le sabbie mobili esistevano solo nei telefilm con Tarzan e Cita, perciò parecchio lontano dall’Olanda.
Da quelle domeniche pomeriggio in compagnia del Re della Giungla uno degli incubi più ricorrenti della mia infanzia, quello di finire risucchiata da una fanghiglia che fa le bolle e che mi trascina con se verso il centro della terra senza che nessuno possa fare niente per tirarmi fuori.

Sollevata per aver messo a posto anche questo tassello della mia vita e probabilmente ancora satura dei ricordi di quella e di altre isolette dei mari del Nord, stamattina appena sveglia dovevo assolutamente sapere come si dicesse in russo “marea”.
Non che nelle mie scarne conversazioni mi serva saperlo, volevo capire se per i russi è un sostantivo maschile, femminile o neutro.

Non può esistere che marea non sia di genere femminile, non c’è fenomeno naturale che sia più femminile di questo.
Inoltre, ma questo è il mio gusto personale, non c’è alba o tramonto che mi tramortisca di stupore più dello spettacolo del mare che si ritira o che avanza per chilometri e chilometri.

In russo, ovviamente, finisce in consonante, perciò è sostantivo maschile, il mareo.

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La sveglia

É successo stamattina per la prima volta in tutta la mia vita, almeno che io ne abbia memoria.
Nello stesso preciso istante in cui mi sono svegliata in modo naturale è suonata la sveglia, l’ormai funesta arpa birmana che mi da il buongiorno da tot. anni nei giorni feriali.

Praticamente un pollo da batteria: non so chi devo ringraziare per avermi ridotto così, se sia stata una pura coincidenza o se ciò sia l’inizio di un cosiddetto trend, spero di no.
Ultimamente vengo molto più spesso brutalmente strappata dalle braccia di Morfeo e da sogni bellissimi, tipo che due giorni fa mi stavo facendo due lingue caste ma appassionate con la M.U.
Meno spesso Lei nemica mi trova già vigile ed attenta pronta e programmata a scattare in direzione del gabbio.

Nei weekend e festivi in questa casa vige la sveglia naturale, assai più rispettosa di bioritmi, stati psicofisici e umori.

Sono convinta che mi allunghi la vita e che doni assai all’incarnato, poi è la mia personale ed innocua forma di protesta contro la routine che, da estemporanea quale sono, faccio fatica a digerire.

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Adattamento ed adattabilità della specie

Nulla dovrà scalfire il mio equilibrio e la mia imperturbabilità all’ennesimo rimescolamento delle carte. Anche quando ci sarà da sbellicarsi dalle risate resterò una sfinge, una sfinge operosa.
Farsi scivolare le cose addosso é l’unica risposta e l’unico atteggiamento sano per preservare un minimo di equilibrio mentale e di dignità in posti insalubri.

Non è ancora il momento di togliersi sassolini e macigni dalle scarpe, nemmeno so se mai arriverà: nel caso solo piccoli colpi ben assestati ad arte in punta di fioretto senza insinuare sino in fondo il sospetto che essi abbiano in seno un soggetto non allineato rispetto alla maggioranza silenziosa, perché questa è l’unica cosa che conta, essere allineati, schierati.
Però nemmeno passare per un protozoo, un’ameba, un celenterato.

Non mi additerei a fulgido esempio da seguire per l’umanità e per i posteri ma è così che funziona: avranno fatto così mio padre, e prima di lui il padre di mio padre, in tempi migliori e peggiori degli attuali.
Tutti ci adattiamo perché tutti dobbiamo campare consapevoli del fatto che, adesso, ogni altra alternativa, qualora anche ci fosse, potrebbe facilmente essere peggio della realtà nota che, a seconda degli standard personali, si potrebbe definire da così a così a immonda.

Del resto in natura non sopravvive la specie più forte o intelligente, tantomeno la più integerrima o irreprensibile, ma quella che meglio riesce ad adattarsi alla situazione contingente, al mutare dell’ambiente e delle circostanze, cioè la specie Paracula.

Io comunque, faccio una fatica bestiale, che da Ariete l’arte del compromesso non è proprio il mio forte.

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo), Outlet valve

Pensierini della sera

Potrei anche tagliarmi un po’ i capelli, son dieci anni che più o meno son sempre della stessa lunghezza, dello stesso non-taglio.
É che io purtroppo con le parrucchiere, salvo rare eccezioni, proprio non riesco a spiegarmi o a farmi capire.
Loro, tutte, mi odiano, lo so: do pochissime soddisfazioni, pochissima libertà d’azione, pochissimo spago alle chiacchiere, ai racconti, alle intrusioni, all’ascolto.
Tanto loro (capelli) se ne infischiano di qualsiasi taglio futuristico e ingegneristico e ritornano sempre la stessa sbobba liscia in meno di mezza giornata.
Bisognerebbe intervenire geneticamente sulla struttura, quelle più oneste lo sanno e non mi propongono cose ardite o impossibili.
Corti non mi piacciono, non mi ci vedo, non mi ci sento, però un po’ più corti di così, che sono il limite da me ammissibile per soggetti della mia veneranda età, si potrebbe fare.
Vantaggi: un sacco di roba in meno da asciugare, il dritto rimane dritto spaghetto e non si piega all’insù alle spalle, l’illusione di aver fatto un cambiamento.
Di svantaggi non ne vedo, mi basta riuscire a raccoglierli in una coda o alla nido di serpenti quando serve.

Leggo che sono in leggera ripresa i mutui casa, il che vorrebbe dire che si sta muovendo qualcosa nel mercato immobiliare dopo anni di calma piatta.
Sarà, io dai primi di ottobre non ho più sentito e visto anima viva.
Nemmeno quel belin che mi diceva che sarebbe andata via come il pane per via della posizione e di tutto il bla bla bla.
Ergo, se Maometto non va alla montagna, la Montagna andrà a Maometto, sarò proattiva.
Mi sono stampata dei bigliettini in serie, sarò l’unica bionda a fare volantinaggio nelle cassette della posta dei miei concittadini.
Sarà un volantinaggio mirato, auto promozione del prodotto in quartieri /condomini dove il mio fiuto mi faccia pensare ci possano essere famiglie giovani con figli piccoli interessate a questo posto, se no io qui ci schiatto.
Conto che il 99% dei bigliettini finirà direttamente nel sacco azzurro della carta da riciclo, esattamente come faccio io con il 99,99999% di quello che trovo nella mia di cassetta, quindi avrò un bel da fare a seminare.
Nel 95% dei casi di quei pochi che andranno a buon fine sarò contattata da agenzie, e non so quanto valga la pena fare in modo che tutte le 875 agenzie della zona promuovano nello stesso momento lo stesso immobile.
Penso sia meglio poche ma buone e più serie, da evitare come la peste alcuni grossi franchising con cui ho già avuto modo di fare la conoscenza.
Il belin di cui sopra, ad esempio, anche se tace da troppi mesi é l’unico che mi abbia ispirato fiducia e so che può avere la clientela, le conoscenze, gli agganci giusti.

Non che abbia fretta di fare un altro trasloco, ma voglio e ho urgenza di sentirmi sciolta, slegata e libera. Liberata.
Comincio a stare stretta, e non è certo questione di spazio.
Nulla posso e nulla voglio fare se questo tassello non si mette a posto.
Ho bisogno di ordine, di pulizia, di semplificare, sono troppi i fronti aperti.

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Delle occasioni perdute

Ho trovato in giardino la prima incoraggiante primula della primavera, e se oggi facessi un giro per supermercati ed ipermercati vari, cosa che non farò, sono certa che troverei allestiti i primi reparti stagionali, della serie: Giardinaggio, Arredo Giardini & Zone Esterne.
Semi e sementi, attrezzi ed articoli vari da giardinaggio, vasellame di ogni forma e colore, sdraio, tavolini, panche, amache, barbecue, gazebo, ombrelloni, luminarie da San Rocco, cose così.
Me lo sento, o lo vorrei.
Articoli che mi fanno impazzire di gioia e felicità più che a mandarmi in giro per Montenapoleone con una American Express Platinum senza massimali di spesa, perché io vorrei tanto, tanto, tanto avere un giardino come quello qui sotto.
Ed anche la casa colonica credo ristrutturata che si intravede, che per la cronaca si trova in Provenza a Bormes las Mimosas, un posto che mi fa venire i brilloni agli occhi solo a pensarci.

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E se invece questi articoli non ci fossero ancora sul mercato in virtù di retrogradi ragionamenti circa la data di calendario e avessero pensato di farli spuntare come funghi solo fra tre o quattro settimane vi dico che vi state sbagliando di grosso: datevi una mossa perché se finanche a Vorkuta splende un sole che spacca le pietre vuol dire che adesso é già il momento giusto.

Datevi una mossa anche perché sono già tutta in fregola per l’idea dell’orto, e potrei fare pazzie.
Oggi non fareste alcuna fatica a farmi tornare a casa con un trattorino spacca zolle ben accessoriato, o con tutti i sette nani da disporre elegantemente qua e là.
Quest’anno lo voglio davvero un piccolo orticello: dovrà essere modesto, poco impegnativo, verdure facili da coltivare come lattuga, carote, zucchine, ma aromi a profusione.
Se una mia amica nel centro città, su un balcone male esposto ed al primo piano é riuscita ad avere pomodori per tutta l’estate la scorsa estate allora penso che qualcosa di buono posso ottenerlo anch’io, perlomeno provarci.
L’anno scorso sono stata per mesi in ballo con il trasloco e poi non ha mai smesso di piovere, ma l’intenzione c’era già.

Si comincia credo, zappando, cioè estirpando zolle d’erba ed eventuali sassi ed erbacce dopo avere identificato una zona riparata, bene esposta e che dreni facilmente.
Ma anche che io possa facilmente innaffiare, all’antica, perciò sul retro della casa: zona identificata.
La terra dovrà risultare soffice, morbida, e quella con la zappa sarà la parte più difficile e faticosa: da lì in poi penso basti concimare, dare alla terra i giusti nutrienti e poi mettere le sementi o le piantine nei periodi più indicati per la loro semina, magari dopo essersi consultata con qualcuno in un consorzio agrario, ammesso ne esistano ancora, o in una serra*.

Ora, io non godo nell’ammazzarmi di fatica a tutti i costi che ho già la schiena a pezzi, ma mi piace tantissimo l’idea di non spendere soldi al supermercato per cose che crescono quasi da sole su terra abbondantemente soggetta a gabelle di ogni tipo, e anche di evitarmi la scocciatura di andarci solo per della lattuga, un cetriolo, un pomodoro.
Vedo già la scena: io che apro il cancello, poi mi faccio due passi e invece di raccogliere merli morti mi porto direttamente in cucina la cena in un bel cestino di vimini, altro che chilometro zero.
E magari anche qualche fiore, che mi piacciono così tanto.
Alla perfezione di questa scena bucolica manca solo un cane, il mio cane, non c’è un solo giorno in cui non ci pensi.

Sono perciò estremamente amareggiata e per la prima volta in vita mia alquanto delusa dell’Ikea perché sul suo catalogo che ho sfogliato in largo ed in lungo urlano (ancora?) per la loro assenza lettini e sdraio per la bella stagione.
Io sto pianificando tutto ed ho bisogno di redigere un piccolo piano degli investimenti “orto giardino e balcone”: che si spiccino, in Sicilia forse oggi vanno al mare.

L’anno scorso tra le tante spese sostenute, attese ed inattese, avevo rimandato l’acquisto di un meraviglio lettino con parasole Ikea in non so quale esotico legno scuro riciclato o di non so quale foresta protetta, ed adesso non c’è più.
Non c’è più nemmeno nulla di simile, niente! Che indecenza!

Quindi per avere rimandato quell’acquisto, un bene per me indispensabile, e per soli centocinquanta miseri euri, ho perso un’occasione di essere felice per molti, molti anni.
Poi piano piano sarebbero venuti i fratellini e sorelline, il tavolo da pranzo ed almeno due sedie: tutti così solidi, essenziali ma eleganti, proprio una bella famiglia.
Oppure mi sarei fatta una famiglia allargata, multiculti e colorata, ridipingendo in colori vivaci qualche vecchia sedia da recuperare ai mercatini dell’usato, che tutto nuovo e perfetto non mi piace, ci deve essere sempre qualcosa di decadente e più vulnerabile.

A costo di mangiare pane secco e cipolle per due settimane o più mi rifiuto di mettere le chiappe per tutta l’estate su un orrendo, freddo ed impersonale lettino di plastica da trenta euri, e nemmeno lo voglio in metallo, lo voglio di legno.
Con un bel materassino dal rivestimento in misto lino in colore chiaro e naturale, panna, ecrù, kaki, al massimo tortora, materassino sul quale ovviamente appoggiare un telo da mare, ma sempre in toni neutri.
E mi rifiuto anche di credere che l’Ikea non abbia a cuore il benessere dei suoi clienti italiani amanti del sole, della mamma e della bella vita: vedo decine e decine di tavoli e sedie, divanetti, poltroncine, ma nulla che si avvicini anche solo lontanamente al concetto ed idea di sdraiabilitá.

La felicità è stare sdraiata al sole con un centrifugato di frutta fresca di stagione e la protezione solare sul tavolino a portata di mano, un bel libro da leggere in grembo, ed un cappellone di paglia, che mi manca.
Gli Svedesi lo sanno benissimo, tranne quelli dell’Ikea.
Spero che ci riflettano bene e si mettano a lavorare sodo, posso aspettare fino a fine febbraio, non oltre.
E no, ho già guardato Leroy Merlin online: i lettini che ci sono non mi piacciono.

* o in biblioteca

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Tornando a casa

Stasera, o meglio oggi pomeriggio, dopo essere stata a pagare visita al mio A. che era tutto vispo e scattante come non l’ho visto mai in tutto questo tempo e sembrava un cucciolo di pochi mesi, appena aperto il cancello di casa ho visto una piccola macchia gialla sotto la corolla ancora rinsecchita dell’acero.
Mi sono avvicinata, era una piccola tenera primula.
Di quelle color giallo pallido, secondo me spontanea.

Ho avuto un fugace attimo di felicità pensando alla stagione che verrà.
Anche se porterà un altro compleanno, e quest’anno sarà una cifra tonda da fare paura.
Comunque, non è un po’ prestino la primula adesso per queste latitudini?

Dopo due giorni di umore sotto le scarpe causa n* cambiamenti in vista ed annunciati @Multipaesana, che però non si capisce esattamente quali siano perché il dono di parlare chiaro non è di quelle Genti, l’ho voluto interpretare come un segno favorevole e propiziatorio inviatomi dal Destino.
Poi ho posato lo sguardo altrove e notato che ciuffi d’erba stanno tirando su il capo qua e là, rinvigorendosi.
Si riconoscono dagli altri perché sono di un verdino limonoso ed hanno tutta la sfrontatezza della gioventù.

Poi ho visto un uccello, penso un merlo, morto stecchito. Ben gli sta, che i merli portano i semi di tutte le piante più infestanti.

Comunque non sono stata io a farlo secco, e mi domando di cosa sia morto.
Di vecchiaia, di stenti, di un colpo apoplettico, di dispiaceri?
Il cadavere, che non ho esaminato da vicino, si presenta comunque intatto, non è stato quel maledetto gattaccio selvatico che gira da queste parti e che sembra una tigre siberiana.

Cosa voleva dirmi quindi il Destino con questi segnali di segno opposto?
Prima poff, la primula, la nascita, e poi poff, il corvo stecchito, la morte, come in una tragedia greca?
Ricordarmi che la vita è un cerchio?
Io spero di fermarmi al primo giro anche perché al secondo non so se avrei la forza di lavorare ancora altri quarant’anni, specie in quel posto di mmmerda.
Valuterei in un altro giro solo l’opzione ereditiera o mantenuta, e molto ma molto cautamente.

Più terra-terra a me resta il quesito: biologico o sacco nero dell’indifferenziata?

Me ne fotto e lo metto nel sacco che passano prima a ritirare prima che il poveretto cominci a camminare, devo consultare il calendario fornitomi dall’amministrazione comunale.

Uno di quei rari momenti in cui vorrei uno straccio di marito, così manderei avanti lui a raccoglierlo, col guantino usa e getta.

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Amici alla fine

L’inverno qui é ancora lungo da sfangare e già mi sono giocata buona parte della sesta stagione di Friends.
Ieri sono andata nel panico quando Netflix sembrava essersi impiantato, poi magicamente la cosa si é risolta.
Nel frattempo ho pulito, e non è stata una cattiva idea, un’iniziativa sbagliata.
Invece di continuare ad abbuffarmi come nei giorni scorsi ho cominciato a centellinare le puntate per ritardare il momento degli addii, ma cresce l’ansia da separazione.
Poi sarà il vuoto pneumatico, l’inverno fuori e dentro di me.
Ma com’è che prima, cioè quando avevo più o meno la stessa età dei protagonisti, questa serie me la filavo poco e di striscio?

Tutti i libri mi sembrano troppo lunghi o noiosi tranne quelli che ho già letto e che, già testati, so che potrò rileggere all’infinito.
Avrei anche voglia di imbarcarmi qualcosa di nuovo e sconosciuto ma, tra la miriade di titoli in circolazione tutti strombazzati come rivelazione o autore dell’anno e vincitori di streghe e bancarelle o altro non so per che cosa decidermi.
Non vorrei dire, ma tra profumi e libri ne hanno creati e scritti talmente tanti che forse si sta esagerando, e così come mi sono disaffezionata quasi del tutto all’uso di profumi, che oramai si é più unici con il proprio solo odore addosso, forse mi sto disaffezionando anche alla lettura dei libri.
Mi dispiace però per i libri perché mi hanno tenuta viva per tanto tempo.

Mi sento come la tipa vestita di giallo di una pubblicità di tanto tempo fa che si rivolgeva annoiata al suo autista Ambrogio: “Voglio qualcosa di buono ma leggero”.
Vorrei qualcosa di buono e leggero anch’io: divertente ma non stupido, se fosse possibile.
Mi piacciono le letture scorrevoli ma che lasciano dei ricordi, come dei piccoli semi che continuano a germogliare all’infinito, mi piacciono quelle righe di inchiostro che aiutano a trovare un significato ed un senso alle cose, e se con me non ci riescono perché non capirò mai che cosa ci faccio qui, che almeno sia piacevole trascorrere del tempo in loro compagnia.
I libri infatti tengono compagnia come e più delle persone, se le persone sono quelle sbagliate, e rendono più lieve e meno faticoso questo breve passaggio terreno.
Certo, non é che tutti sono Natalia Ginzburg di Lessico famigliare o Cesare Pavese di tutti i suoi romanzi.

Oppure, invece della narrativa, mi accontenterei di un saggio che mi insegnasse cose che non so, e sono miriadi, dalla storia alla geopolitica, dalle religioni alla filosofia, dall’antropologia alla matematica, ma senza farmi sentire un’idiota non affiliata ad una setta.
Anche uno di quei manuali cosiddetti di auto aiuto fatto un po’ bene, quelli che a volte possono davvero aiutare ad innestare dei comportamenti e meccanismi virtuosi.
Una mia amica accanita tabagista dai primi anni delle superiori era riuscita a smettere di fumare da un giorno all’altro dopo la lettura di uno di questi libri.
Io avrei bisogno di una mossa per scuotermi dal torpore.

Meno che mai ho voglia di trascinare queste stanche membra in biblioteca, trecento metri, cioè quattrocento dei miei passi.
Biblioteca dove, tra parentesi, devo riportare un libro dalla copertina rosa cipria da almeno tre mesi.
Strano che non me l’abbiano ancora sollecitato: forse perché mi conoscono, forse perché il libro non se lo caga nessuno anche se, a ottobre, l’ho dovuto prenotare.
Mi vergogno anche solo a menzionare il titolo, anche perché di libri avrei da aprirne ben altri, che la magistra mi attende martedì pomeriggio e non ho fatto ancora un tubo, e continuo a rimandare.

L’accidia, quando il fannullismo supera certi limiti e frequenze, sarebbe un male da debellare a suon di bastonate.
Io mi debellerei a suon di bastonate.
Soprattutto confina pericolosamente con la depressione invernale da mancanza di luce che ha un nome suo particolare che non ricordo.
Anche se oggi oltre le tapparelle in effetti vedo un sole da settimana bianca, e non ci sarebbero scusanti e controindicazioni allo stare in giardino a preparare l’orto di guerra per la primavera, o al fare una vasca in centro con qualcuno.

In quanto soggetta che alle undici non si è ancora alzata dal letto, dal calduccio del piumone stimo immensamente ed invidio profondamente, e lo dico davvero in sincerità, tutti quelli che a quest’ora, caricati a molla, stanno facendo qualcosa di personalmente socialmente significativo e/o finalizzato: jogging, volontariato, pulizie di casa, rosolamento di arrosto, scodinzolamenti su piste da sci, accudimento di persone o animali.

Urge trovare un degno sostituto di Friends, accetto consigli, valuto tutto tranne fantasy e fantascienza e robe troppo da bimbominkia.
Ho accesso a tantissime serie più vecchie e recenti.
Voglio ridere e sorridere e continuare a fare dei bei sogni.
Ho sentito parlare bene di How I met your mother, e so che c’è una quantità di gente che da fuori di matto per Breaking bad, ma non credo che questo sia da ridere.
Se no dei bei libri, da Sturm und Drang, cioè che lascino un segno, non sciacquatura di piatti.

Ancora meglio se capaci di essere artefici di quel cambiamento o miracolo per cui tra un anno esatto invece di star qui a far la Schopenhauer in gonnella dei poveri sarò in grado di tirare io le redini, almeno di provarci, ad esempio
– mandando davvero in giro dei cv, anche se i tempi sono ovunque quelli che sono almeno provarci a respirare una ventata d’aria fresca
– fare un bel giro di qualche settimana a zonzo per il mio continente preferito con i passaggi di Bla Bla Car che è un’esperienza più volte fatta e sempre divertente, incontrando personaggi incredibili e diversissimi tra loro. Fare ripetuti giri, anzi, anche non lontani, fiere, mostre, sagre, eventi vari, semplice voglia di vedermi una città.
– riuscendo a pianificare meglio le cose e a rispettare gli impegni presi senza procrastinare che per me é la cosa più difficile in assoluto .
Esiste un libro così?

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Leggendo il giornale

Quando sono a casa inoperativa ed improduttiva sfoglio i giornali online per impiegare il tempo: lo faccio sempre comunque, ma oggi ci ho proprio da passa’ a jurnata visto che non potrei concludere molto di più.
Ogni giorno trovo diversi articoli sui quali mi piacerebbe esercitare il mio diritto d’opinione, o confrontarmi con qualcuno, ma poi manca il tempo e la concretezza necessaria a racimolare e mettere per scritto quei pensieri confusi e sparsi, pensieri che a volte fanno anche a botte tra di loro.

A botte come nel caso, notiziona della serata di ieri ripresa stamattina a grancassa da tutti i quotidiani, della liberazione delle due giovani cooperanti italiane rapite in Siria alla fine di luglio.
Anche se la mia intenzione in realtà non era parlare di questo ma di un altro fatto che occupava poco più di un trafiletto, e solo su uno dei maggiori quotidiani.
A me, di primo acchito, a queste due tardo-adolescenti una bella sculacciata sul sedere verrebbe voglia di darla dopo averle per bene interrogate, rifocillate, fatte riposare e poi spedite a casa.
Il che non esclude che sia felice e sollevata per loro e per le loro famiglie, anche qualora per ottenere ciò sia stato necessario pagare, come non è difficile credere, un congruo riscatto che andrà a foraggiare guerre e terroristi.
Era giusto e doveroso fare di tutto per portarle a casa, come quando vanno a recuperare qualche improvvisato velista in mezzo al mare o qualche pirla che si avventura in montagna con le infradito.

Poi però scatta la fase B del pensiero, quella meno giudicante e che non ha dimenticato cosa voglia dire avere vent’anni, nonostante i miei siano piuttosto lontani nel tempo.
I miei vent’anni sono stati avidi di letture, e pieni di diari cifrati e di meditazioni esistenziali, perché in fondo sono sempre stata un’introversa felicemente autarchica, seppure non asociale come invece adesso.
Ma sono anche stati zeppi di feste e festini, di amiche-nemiche del cuore con relative faide e riappacificamenti, di Pantaloni dai quali farsi adulare e conquistare, di appuntamenti al buio e non, di Superga rosa (sí, rosa 😦 ) e di mode e di tagli di capelli osceni importati dalla Perfida Albione o, peggio, dalla Milano da Bere.
Il massimo del mio idealismo é stata una brevissima parentesi di militanza tra le fila giovanili di un partito nel quale, comunque, stavano tutti i ragazzi più carini ed evoluti della città, cioè quelli che sapevano esprimersi in italiano corrente senza tenere uno stuzzicadenti in bocca.
A me, cioè, non sarebbe mai venuto in mente, a venti come a quarant’anni, di andare un po’ alla Brancaleone in un paese dove é in corso una sanguinosa guerra civile per dispensare kit sanitari o altro, sapendo forse di poterci lasciare la pelle o comunque di essere esposta a dei seri pericoli, e lontana da casa.
Quindi per queste due bambine rimango un po’ indecisa, indecisa se meritino una bella sculacciata o una carezza sul viso.
Forse tutte e due.

Il trafiletto invece: da qualche parte una preside di un istituto alberghiero o simile vieta l’acceso ai laboratori, cioè alle cucine, ad un ragazzo con i dreadlocks, alias capelli da rasta, adducendo motivi di decoro ed igiene.
Detto che mia madre da giovane non poteva indossare i pantaloni perché sua madre, insegnante, glielo impediva per motivi di decoro, e che quindi il concetto di decoro é alquanto soggettivo e mutevole nel tempo, infatti mio padre ce l’aveva con certe mie minigonne che sono adesso da educanda, forse la preside non si è mai fatta un giro fuori dall’Italia, nelle capitali europee, a New York, a Los Angeles, a Singapore, a Sydney (in AU nemmeno io).
Come si fa nel 2015 ad essere così provinciali?
Poi a me i dreadlocks non piacciono per niente, ma questo è un problema mio, non mi piacciono nemmeno tutti questi shiatush che girano, o le finte bionde.

Igiene: in fatto di igiene e pacifica convivenza tra gli individui anche io come la preside conduco un’inutile solitaria battaglia.
Dicono che tutti abbiamo una missione da compiere su questa terra, la mia è una Crociata contro l’utilizzo di fibre sintetiche in luoghi pubblici.
Questo è uno dei più grandi attentati all’igiene che la mente umana possa concepire, ma il misfatto viene sempre più tollerato su scala planetaria grazie anche alla diffusione delle catene d’abbigliamento low cost.
Io ne proibirei comunque l’uso in cucina, in ogni cucina, anche perché alcuni tessuti sintetici, come riportano le stesse etichette, sono altamente infiammabili.
E comunque dico: se uno in cucina indossa correttamente la cuffietta d’ordinanza come la legge prevede sopra, si spera, capelli puliti, dreadlocks o taglio umbertino, ma che gliene frega alla preside o ad altri?

Sull’igiene personale poi ci si può solo affidare all’altrui buon cuore e all’Altissimo, che nessuno va a vedere se tra gli altri studenti o colleghi c’è qualcuno che usa da una settimana le stesse mutande rivoltandole, o se non si lava le mani dopo essere state in bagno.
Del resto, su intero piano di Multipaesana, ad andare in bagno con dentifricio e spazzolino dopo aver pranzato in mensa siamo in due.
Ce ne fosse una dico una delle casalingue con le mutande in poliestere 100% che si “vantano” di passare l’aspirapolvere tutte le sere e di lavare le tende di casa ogni mese.
Gli uomini almeno si sa che sono prevalentemente zozzi. 🙂

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo), Outlet valve