Archivi del giorno: 10 gennaio 2015

Di un’altra teoria

E comunque, di questo inizio anno, la cosa più notevole é che sogno spessissimo.
Inoltre faccio dei sogni così belli, così sereni, così piacevoli, che se potessi mi spaparanzerei in prima fila per vedermeli comodamente su un mega schermo, come si fa con uno di quei bei filmetti poco impegnativi che scorrono via senza arruffare troppo l’anima e senza lasciare aperti inquietanti interrogativi esistenziali.

Odio quando suona la sveglia, e non per il solito motivo, e cioè che devo andare a guadagnarmi il pane, e principalmente per mantenere otto mesi buoni l’Agenzia delle Entrate, ma perché il suono dell’arpa birmana che ho scelto per la sua totale non aggressività e non belligeranza mi interrompe sempre sul più bello.
Così non voglio mai saltar fuori, perché sto meglio a letto, quando dormo.
Quando dormo é la parte migliore della giornata: é come trovarsi in viaggio, in un viaggio perfetto, così riposante, così interessante, divertente, appagante.
A volte sogno proprio di essere in viaggio in un posto che mi interessa, che mi piacerebbe vedere: altre volte non sono in viaggio ma la sensazione é la stessa, sono sempre io ma ho un’altra vita, che poi é quello che sogno ad occhi aperti, da sveglia, nei momenti migliori, cioè quando non vedo morte e distruzione che avanzano.
Che casino.
Le mie notti sono migliori dei vostri giorni che, se non sbaglio era anche il titolo di un film.

Invece da sveglia sono un rigurgito di timori funesti, e certo le apnee notturne non aiutano, di pessimismo cosmico su scala personale e universale, una ribollita unica e continua di pensieri su un’altra teoria, questa stramaledettissima, però esistente nei testi di psicologia, quella della profezia che si auto avvera http://it.m.wikipedia.org/wiki/Profezia_che_si_autoadempie
Per cui, spesso, é come se scacciassi insistentemente una mosca dal piatto: cioè, appena prende il via il trend dei pensieri foscoliani, sepolcrali e mortiferi con proiezione di disgrazie prossime venture mi autoimpongo pensieri confortanti o piacevoli, o sciocchi.
Come ripetermi che saranno 7,5 euro buttati, ma io un rossetto rosso lo voglio, lo esigo dalla vita, anche se per non metterlo mai, o mettermelo davanti allo specchio per poi levarmelo subito.
Potrei osare, ma non oso, a me piace scivolare via liscia per la strada e rossetto rosso e labbroni (naturali, neee) potrebbero non essere la migliore accoppiata.

Però io un po’ a questa teoria della profezia che si auto avvera ci credo, se ha valenza negativa: ci credo che se uno pensa solo alla merda é più facile che gli arrivi addosso solo merda, o più spesso merda di quanto avrebbe potuto e dovuto.
Insomma un po’ di guano sarebbe evitabile, o meglio, minimizzabile.
Per questo cerco chirurgicamente di scacciare certi pensieri.
Invece sono matematicamente certa che se anche uno pensa solo a rose e fiori e coppe di champagne, per quanto ci si metta d’impegno, e specie se quell’uno sono io, ci sarà sempre qualche piccione sopra la sua testa, o una palata sul muso prima o poi arriverà, ma anche più di una.
Credo che il nostro atteggiamento sia una delle poche “zone/aree” della vita dove possiamo incidere in qualche modo, e che il nostro atteggiamento possa in qualche modo, e solo parzialmente, condizionare, direzionare certi fatti dell’esistenza.

Come si spiega, però, questa sostanziale diversità tra giorno-coscienza e notte-inconscio subconscio?
Cioè: la notte é una salutare evasione liberatoria da uno stato ansiogeno, o alla fine delle fiere é più il teatro che faccio e in fondo, sono tranquilla e serena come una colomba lobotomizzata per cui é inevitabile che faccia sogni giulivi e sgravati da ogni pensiero che pesi più di 21 gr?
C’è modo di capirlo senza dover comprare un’auto, seppure utilitaria, a rate, a una sconosciuta alla quale si suppone debba raccontare i fatti miei?
Cosa conta di più? Giorno, A) o Notte, B) ?
Dov’é il test, in che sito, rivista, trasmissione, blog, giornale?

Mi dispiace molto di perdere traccia di cosa sogno, anche perché poi mi piacerebbe analizzarli i sogni, oltre che a ricordare per puro piacere questi belli che sto facendo da giorni.
Per di più ho l’impressione di sognare a puntate: se solo riuscissi a ricordare.
A Cupertino dovrebbero darsi una mossa e pensare ad un videoregistratore per l’attività onirica.
Stamattina ero in Paradiso e qualcosa, stavolta non l’arpa birmana, mi ha scaraventata a terra, in questa valle di lacrime ed ingiustizie, e di ricrescita dopo sei settimane, e di casa da pulire.

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La teoria dei plateau e l’ordine mondiale

La prof. di tedesco del Goethe Institut, validissima e meritevole istituzione, ci spiegava che quando si studia e si cerca di imparare una lingua si procede per plateau*, a livelli.
Soprattutto con una lingua come il tedesco tendenzialmente ostica agli italiani, però questa specifica non so se la facesse lei o se me la sono inventata io a posteriori nella mia testa.
Lei usava proprio plateau che in tedesco, come anche in russo, l’uso di francesismi, prestiti linguistici e/o scopiazzamenti vari dalla lingua di una cultura e civilizzazione ritenuta in qualche modo superiore, in passato faceva più chic delle crinoline e degli orecchini di perle.
É stato così che certe parole sono diventate di uso comune.

Ho sempre pensato che se avessi avuto dei figli mi sarebbe piaciuto mandarli alla scuola tedesca, anche se a Vorkuta non pullula esattamente di scuole tedesche.
Ma, del resto, nemmeno mi sarei mai immaginata di restare incastrata a Vorkuta, per cui nella mia testa avevo già facilmente aggirato questo ostacolo.
Scuola tedesca, primo per l’elevatissima qualità dell’insegnamento ricevuto dal punto di vista puramente meramente linguistico, assai meglio che l’università dove ho ponzato io, secondo perché a una smidollata anarchica tendenzialmente fancazzista e posticipatrice seriale come me servivano anche ma soprattutto metodo, rigore, disciplina, sprone alla perseveranza.

In un certo senso il Goethe Institut é stata una scuola di vita, purtroppo giunta in età adulta e perciò tardivamente, quando oramai un mediocre patrimonio genetico combinato ad un’educazione oscillante tra militarismo prussiano, indifferenza e deprecabile lassismo avevano fatto danni irreparabili.
Inoltre, in vita mia, credo di avere stimato poche persone e poche donne tanto quanto Frau X, una donna in platino ed acciaio inox: dolcemente inflessibile ed incorruttibile, sottilmente crudele e spietata con pigri e fancazzisti e con chi si inventava scuse per non studiare o non fare i compiti, ma anche ironica, colta e saggia come poche.
E così elegante, sempre, ma di quell’eleganza che ha poco o niente a che vedere con quello che ci si mette addosso, ma con quello che si è dentro, e comunque pulita, sobria, senza patacche, senza logo, senza marca.

Questa storia dei plateau é proprio vera, l’ho capita ieri, e mi sono ritornate in mente le parole della mia Frau X.
Ad avercene in giro di Frau X, specie nelle scuole, dove secondo me sono davvero determinanti: quanto mi é mancata la sua spina dorsale in tutti questi anni.
La teoria dei plateau, neanche tanto sballata, sostiene che studiare le lingue, o forse solo alcune lingue, per me ad esempio é molto più vero con il russo, sia un po’ come cercare di costruire un grosso puzzle.

Si apprendono pezzi e brandelli di cose, nozioni: all’inizio sono informazioni recepite in modo quasi passivo, vuoto, il tutto é ancora scollegato, senza alcun nesso, inerte.
Poi la nostra zucca comincia a mettere insieme i vari pezzi, a relazionare e combinare le informazioni: lentamente si delinea un abbozzo di quadro generale, i dati ricevuti si incastrano dove e come dovrebbero.
Quando questi primi ed all’apparenza nebulosi insegnamenti sono chiari, poi assorbiti e fatti nostri, quasi interiorizzati, allora si può dire che il primissimo livello sia completato.
Si comincia allora biascicare e a scrivere di avere oggi mangiato una mela, che il libro sta sul tavolo, o che domani ci si recherà in visita dalla nonna, o cose più complesse a seconda anche della lingua.
Questa della nonna, ad esempio, in russo potrebbe già rivelarsi un bel ginepraio. Ci vado a piedi o con un mezzo di trasporto, e se con un mezzo son cazzi, perché si apre un capitolo immenso, e poi vado per fermarmi un po’, o ci faccio solo un salto, con o senza intenzione di restare?

Nel frattempo però giungono nuovi input ed informazioni: la zucca avanza in modo naturale verso un livello superiore ma tutto ancora da consolidare.
Il processo non avviene sempre in modo lineare: a volte succede che qualcosa di ritenuto assimilato, o un elemento nuovo, stanchezza o altro ci precipitino nel terrore o nel caos, e ci rimandino indietro di un livello o due. Una retrocessione più significativa di questa, cioè oltre la soglia di quanto realmente ed effettivamente consolidato, é difficile.

Tutto questo per dire che, ieri, dopo circa cinque anni di studio, sono finalmente riuscita a formulare correttamente la frase “quando parte?”, dopo aver scelto tra i 28 verbi di moto quello giusto con l’aspetto giusto, e considerato che la persona in partenza, terza persona singolare formula di cortesia, sarebbe partita sí, ma in aereo, cioè volando, e questo in un immediato futuro.

Mi sarei poi volentieri lanciata in un’ardita conversazione su ciò che succede tra Russia ed Ucraina, tasto dolente per la mia professorina che é di sangue misto, ma mi sono diplomaticamente fermata a un “la situazione è molto complessa, leggo molto ma non ci capisco niente”.
Cosa vera e che mi ingrugnisce, perché vorrei sempre capire tutto di tutto, sentendomi anche un po’ chiamata parte in causa per via della mia militanza attiva con grammatica e vocabolario sottobraccio.
Più di così, comunque, non avrei nemmeno saputo dire.
A me infatti succede spesso di essere risbattuta violentemente dal plateau teorico ai due o tre, ma anche quattro, plateau precedenti, cosa che la teoria non prevedeva, che io sappia.

Però la professorina, che mi sa avrebbe un sacco di cose da insegnarmi oltre al russo, a mia domanda di chiarimenti sulla situazione geopolitica in atto ha saputo rispondere riassumendo magistralmente venticinque anni di storia mondiale, meglio di qualunque analista politico, diplomatico, giornalista, tuttologo che io abbia letto.
“Praticamente é come essere tornati alla guerra fredda tra America e Russia, e l’Ucraina che sta di mezzo ne paga le conseguenze. Solo che la guerra non é più fredda ma abbastanza calda, perché nella mia città natale** chiamano alla leva ragazzi giovanissimi e padri di famiglia, e in parecchi non ritornano e, tranne che parenti ed amici nessuno ne sa niente, nessuno ne parla”.

Tutto questo in italiano ovviamente, se no non avrei capito molto.

* non so il francese ma ci deve essere un accento da qualche parte
** Ucraina occidentale

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