La teoria dei plateau e l’ordine mondiale

La prof. di tedesco del Goethe Institut, validissima e meritevole istituzione, ci spiegava che quando si studia e si cerca di imparare una lingua si procede per plateau*, a livelli.
Soprattutto con una lingua come il tedesco tendenzialmente ostica agli italiani, però questa specifica non so se la facesse lei o se me la sono inventata io a posteriori nella mia testa.
Lei usava proprio plateau che in tedesco, come anche in russo, l’uso di francesismi, prestiti linguistici e/o scopiazzamenti vari dalla lingua di una cultura e civilizzazione ritenuta in qualche modo superiore, in passato faceva più chic delle crinoline e degli orecchini di perle.
É stato così che certe parole sono diventate di uso comune.

Ho sempre pensato che se avessi avuto dei figli mi sarebbe piaciuto mandarli alla scuola tedesca, anche se a Vorkuta non pullula esattamente di scuole tedesche.
Ma, del resto, nemmeno mi sarei mai immaginata di restare incastrata a Vorkuta, per cui nella mia testa avevo già facilmente aggirato questo ostacolo.
Scuola tedesca, primo per l’elevatissima qualità dell’insegnamento ricevuto dal punto di vista puramente meramente linguistico, assai meglio che l’università dove ho ponzato io, secondo perché a una smidollata anarchica tendenzialmente fancazzista e posticipatrice seriale come me servivano anche ma soprattutto metodo, rigore, disciplina, sprone alla perseveranza.

In un certo senso il Goethe Institut é stata una scuola di vita, purtroppo giunta in età adulta e perciò tardivamente, quando oramai un mediocre patrimonio genetico combinato ad un’educazione oscillante tra militarismo prussiano, indifferenza e deprecabile lassismo avevano fatto danni irreparabili.
Inoltre, in vita mia, credo di avere stimato poche persone e poche donne tanto quanto Frau X, una donna in platino ed acciaio inox: dolcemente inflessibile ed incorruttibile, sottilmente crudele e spietata con pigri e fancazzisti e con chi si inventava scuse per non studiare o non fare i compiti, ma anche ironica, colta e saggia come poche.
E così elegante, sempre, ma di quell’eleganza che ha poco o niente a che vedere con quello che ci si mette addosso, ma con quello che si è dentro, e comunque pulita, sobria, senza patacche, senza logo, senza marca.

Questa storia dei plateau é proprio vera, l’ho capita ieri, e mi sono ritornate in mente le parole della mia Frau X.
Ad avercene in giro di Frau X, specie nelle scuole, dove secondo me sono davvero determinanti: quanto mi é mancata la sua spina dorsale in tutti questi anni.
La teoria dei plateau, neanche tanto sballata, sostiene che studiare le lingue, o forse solo alcune lingue, per me ad esempio é molto più vero con il russo, sia un po’ come cercare di costruire un grosso puzzle.

Si apprendono pezzi e brandelli di cose, nozioni: all’inizio sono informazioni recepite in modo quasi passivo, vuoto, il tutto é ancora scollegato, senza alcun nesso, inerte.
Poi la nostra zucca comincia a mettere insieme i vari pezzi, a relazionare e combinare le informazioni: lentamente si delinea un abbozzo di quadro generale, i dati ricevuti si incastrano dove e come dovrebbero.
Quando questi primi ed all’apparenza nebulosi insegnamenti sono chiari, poi assorbiti e fatti nostri, quasi interiorizzati, allora si può dire che il primissimo livello sia completato.
Si comincia allora biascicare e a scrivere di avere oggi mangiato una mela, che il libro sta sul tavolo, o che domani ci si recherà in visita dalla nonna, o cose più complesse a seconda anche della lingua.
Questa della nonna, ad esempio, in russo potrebbe già rivelarsi un bel ginepraio. Ci vado a piedi o con un mezzo di trasporto, e se con un mezzo son cazzi, perché si apre un capitolo immenso, e poi vado per fermarmi un po’, o ci faccio solo un salto, con o senza intenzione di restare?

Nel frattempo però giungono nuovi input ed informazioni: la zucca avanza in modo naturale verso un livello superiore ma tutto ancora da consolidare.
Il processo non avviene sempre in modo lineare: a volte succede che qualcosa di ritenuto assimilato, o un elemento nuovo, stanchezza o altro ci precipitino nel terrore o nel caos, e ci rimandino indietro di un livello o due. Una retrocessione più significativa di questa, cioè oltre la soglia di quanto realmente ed effettivamente consolidato, é difficile.

Tutto questo per dire che, ieri, dopo circa cinque anni di studio, sono finalmente riuscita a formulare correttamente la frase “quando parte?”, dopo aver scelto tra i 28 verbi di moto quello giusto con l’aspetto giusto, e considerato che la persona in partenza, terza persona singolare formula di cortesia, sarebbe partita sí, ma in aereo, cioè volando, e questo in un immediato futuro.

Mi sarei poi volentieri lanciata in un’ardita conversazione su ciò che succede tra Russia ed Ucraina, tasto dolente per la mia professorina che é di sangue misto, ma mi sono diplomaticamente fermata a un “la situazione è molto complessa, leggo molto ma non ci capisco niente”.
Cosa vera e che mi ingrugnisce, perché vorrei sempre capire tutto di tutto, sentendomi anche un po’ chiamata parte in causa per via della mia militanza attiva con grammatica e vocabolario sottobraccio.
Più di così, comunque, non avrei nemmeno saputo dire.
A me infatti succede spesso di essere risbattuta violentemente dal plateau teorico ai due o tre, ma anche quattro, plateau precedenti, cosa che la teoria non prevedeva, che io sappia.

Però la professorina, che mi sa avrebbe un sacco di cose da insegnarmi oltre al russo, a mia domanda di chiarimenti sulla situazione geopolitica in atto ha saputo rispondere riassumendo magistralmente venticinque anni di storia mondiale, meglio di qualunque analista politico, diplomatico, giornalista, tuttologo che io abbia letto.
“Praticamente é come essere tornati alla guerra fredda tra America e Russia, e l’Ucraina che sta di mezzo ne paga le conseguenze. Solo che la guerra non é più fredda ma abbastanza calda, perché nella mia città natale** chiamano alla leva ragazzi giovanissimi e padri di famiglia, e in parecchi non ritornano e, tranne che parenti ed amici nessuno ne sa niente, nessuno ne parla”.

Tutto questo in italiano ovviamente, se no non avrei capito molto.

* non so il francese ma ci deve essere un accento da qualche parte
** Ucraina occidentale

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