Mavaffa

Sono appena tornata da un funerale.
Un funerale, per quanto l’estinto possa esserci stato in vita anche abbastanza indifferente, non è mai di per se cosa piacevole.
Nella migliore delle ipotesi, anche solo per associazione mentale, un pensierino fugace viene sempre rivolto al fatto che prima o poi verrà anche il nostro turno, o quello delle persone che amiamo, e la cosa é abbastanza angosciante.
Anche per quelli per i quali su questo pianeta non è sempre rose e fiori e che non se la starnazzano dalla mattina alla sera come oche giulive.
A me non è la meta ultima che fa paura, infatti io ci vedo solo riposo e finalmente pace, é il momento della transizione, del passaggio, il non sapere se magari avverrà nel momento migliore della mia vita, e in che modo, soprattutto in che modo.

In più soffro di claustrofobia, non una cosa che mi sono inventata per distinguermi e darmi un’etichetta, proprio una cosa seria e parecchio limitante nella vita reale di tutti i giorni.
Per cercare di venirne a capo ho sborsato tanti di quei sesterzi che se me li fossi tenuti in saccoccia adesso avrei almeno una macchina pluri-accessoriata nuova fiammante, o dieci Birkin di Hermes, o avrei circumnavigato il globo due o tre volte quindi, personalmente, per varie questioni non ultime quelle ecologiche io so che non vorrò mai finire bullonata in una cassa di legno a marcire.
Non mi aiuta quindi sapere che lei, adesso, é lí, in un posto freddo e buio lontana da tutti i suoi cari, umani e animali, e dalle tante cose belle che possedeva e che amava.
Preferirei avere in mano un mucchietto di ceneri, la sentirei più vicina.

Se poi l’omelia del parroco, in Italia anche atei e miscredenti vengono salutati così, non riesce a recare alcun conforto, anzi non ci si riesce a capacitare di tutti quei minacciosi “dovremo rendere conto a Dio” il funerale può diventare un’esperienza altamente destabilizzante ed emotivamente molto impegnativa, magari a scoppio prolungato.
Ed è questo il motivo per cui, pur avendo retto quasi algidamente in presenza di terzi parenti ed estranei, al rientro in macchina ho rotto le dighe e ora sembro un panda gigante con il mascara colato giù per le guance.

È ancor più doloroso se la persona che è venuta a mancare rappresentava uno degli ultimi brandelli della famiglia, e in più era pure uno dei soggetti migliori di tutto il parentame capitato in sorte: quello con il quale si è interagito maggiormente anche per similitudini caratteriali e di gusti, perché è vero che il sangue non è acqua.
Persino, fatta salva la differenza d’età, noi siamo, o meglio eravamo, due gocce d’acqua.

Allora rivedi tutta, ma proprio tutta la tua vita come in un filmino in cinemascope fatto scorrere a ritroso nel tempo, specie se il funerale avviene in un piccolo paesino tra i monti che ti ha visto diventare più grande e più alta un’estate dopo l’altra, un fine settimana dopo l’altro.
É un buco di paese di trecento anime dove tutti, ma dico proprio tutti quelli rimasti in vita del buco di paese e di tutto il circondario si ricordano di te e di tuo fratello da infanti, poi da piccoli, e poi da ragazzini.
Anche se non ti vedono da venti o trent’anni ti chiamano ancora per nome, e non è un nome né comune ne facile, e ricordano genealogie, eventi e cronologia della tua vita famigliare, manco fossi stata una celebrità che li ha onorati della sua presenza.
Perché è questo il bello dei posti piccoli, che si lascia una traccia senza essere nessuno e senza fare niente di speciale.

Quindi torni a casa distrutta pensando che vorresti prenderti un altro giorno di permesso dal lavoro per rimettere a posto l’animo, sapendo in realtà benissimo che il ricordo di questa persona ti assillerà per lungo tempo ancora.
Soprattutto il rimpianto di non essersela goduta abbastanza, l’aver fatto sì che delle incomprensioni, delle cose mai dette, mai spiegate e mai volute affrontare vi abbiano allontanate negli ultimi anni, continuando a rimandare il chiarimento all’infinito.
Così il redde rationem non è mai arrivato.
Adesso è troppo tardi per rimediare e per dire quello che avresti voluto dire, per porre le domande che ti bruciavano sulla punta della lingua, troppo tardi per una conciliazione, troppo tardi per chiedere perché.
Ti porterai addosso questo rimorso e senso di colpa per sempre, e sono un fardello molto pesante.

Poi rientri a casa mesta e mogia, senti ronzare il telefono nella borsa: in ufficio sanno che sei stata via per un funerale.
Già la mattina una collega ti ha wozzappata per mezz’ora per chiedere cosa fare, cosa dire, per chiedere consiglio su cose di quasi quotidiana amministrazione e tu, pazientemente ma con la testa già altrove, hai risposto.

Questa sera l’ennesimo suo wozzap ti notifica e riassume gli eventi della giornata lavorativa.
Casomai avessi avuto modo e tempo di pensarci.
L’hai mandata educatamente a cagare e no, non senti alcun rimorso.

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2 commenti

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2 risposte a “Mavaffa

  1. Ci sta. Ci sta tutto, un vaffa a chi la sensibilità non ce l’ha neanche sotto la suola delle scarpe.

    • Senza parole, senza parole, senza più parole.
      Non so se è più insensibilità o crassa stupidità.
      Così so ancora una volta di più dove sto e con chi passo il mio tempo otto ore al giorno.
      Ciao

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