Archivi del giorno: 21 marzo 2015

Se tanto mi da tanto 

Forse ho già scritto della mia non cruenta battaglia, ancora senza esito, per portare a termine la voltura per la fornitura di energia elettrica di casa mia. Sono adesso dieci mesi che intercorre questo fitto scambio epistolare tra Enel e me, ma ancora non riusciamo a capirci.

Strano, perché di certo non sono un genio, ma so scrivere e leggere e fare di conto che dovrebbe essere quanto basta a chiunque per compilare un modulo con codice fiscale, indirizzo residenza e della fornitura, dati catastali, null’altro che questo.

Alquanto sorpresa dal (primo) diniego ad accettare la mia richiesta e a completare la pratica ho subito chiamato il numero verde dell’Enel per avere i necessari chiarimenti.  Mi sono sentita un po’ stupida, ma ero (ancora) collaborativa, assai desiderosa di sistemare la questione per sempre. 

Almeno fino a prossima voltura, subentro, nuova utenza. Enel sí, é la stessa Enel che di fatto le bollette le ha intestate a mio nome quasi da subito e in un amen si è intascata i ben settantanove euri e rotti necessari all’operazione.

Un’addetta, in verità molto gentile e che ha risposto in tempi brevissimi, mi ha specificato come e dove riportare esattamente i dati catastali dell’abitazione, e quali ignorare, perché quello pare sia il problema, anche se io non ho fatto altro che copiare i dati da una fottuta visura catastale e metterli nelle caselline corrispondenti. Comunque sia, ricompilo, e rispedisco, fiduciosa di chiudere la vicenda.

Invece no. Dopo qualche mese stessa storia, stessa missiva Enel: ricompilo secondo le leggermente diverse indicazioni della gentile seconda signora del call center su “opere ed omissioni dei dati catastali”, e rispedisco. 

I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, perfettamente legale, registrata, indagata in ogni mq, altezza dei soffitti, posti auto, numero dei locali, e ci pago fior di tasse. Quando dovevano arrivare i bollettini ICI o IMU pare non ci fosse mai alcun problema.

Terza volta, questa volta raccomandata con minaccia di sospendere la fornitura. Terza addetta del numero verde che interpello, Colei della teoria che sostiene l’Omissione della Particella, o del Numero di Registro, non ricordo: e così fu fatto. 

Ricompilo, e rispedisco. I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, perfettamente legale, registrata, indagata in ogni mq, altezza dei soffitti, posti auto, e ci pago fior di tasse, eccetera, eccetera.

Quarta volta che mi arriva una lettera di Enel nella quale mi scrivono che non riescono a formalizzare la pratica: e quarta addetta che sento, questa un po’ sbrigativa e maleducata, e che mi fornisce  ancora indicazioni leggermente diverse su quali dati catastali mettere, e quali omettere. 

Adesso il mostro é da due settimane che ce l’ho sul davanzale del calorifero di camera mia: ci guardiamo in cagnesco ogni mattina e sera, ma io mi sono rotta le scatole. Chi cederà per primo? I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, eccetera, eccetera, eccetera. 

Nel 2015, in alternativa alla sempre valida, efficiente, sicura ed ecologica spedizione della cartaccia per posta, Enel offre niente popo’ di meno che l’alternativa del fax. Quando il futuro è alle nostre spalle.

                                                                                 *****

Un sinistro sms da parte della mia banca mi informa due giorni fa di un addebito di 66 USD su mia carta di credito per il rinnovo dell’abbonamento a un’emittente podcast americana, solo che io la mia iscrizione fatta prima di Natale e che scadeva proprio in questi giorni non l’ho più  rinnovata. E nemmeno era mia intenzione farlo.

Intravedendo losche trame italian style e sentendo puzza di bruciato come un forestale ad agosto mando subito una mail con richiesta di chiarimenti al primo indirizzo mail che trovo. Tempo di risposta da parte di Stacey un’ora, forse un’ora e mezza, ma non di più. Dall’altra parte dell’oceano, non so su quale fuso.

Con molte apologies per the inconvenience Stacey mi dice che inoltrerà la mia richiesta al billing department, e che riceverò notizie entro due giorni lavorativi massimo. Faccio notare che io nemmeno ho chiesto poi così esplicitamente un rimborso, chiedevo solo di sapere perché fosse scattato in modo automatico il rinnovo.

Il giorno successivo quel vecchio amicone di Rob mi scrive chiamandomi per nome che il rinnovo era automatico nell’offerta da me sottoscritta prima di Natale, c’era una clausola nel contratto, cosa che probabilmente non avevo letto o che ho dimenticato. Tuttavia, in base alla loro policy “60 giorni soddisfatti o rimborsati”, mi riaccrediteranno i 66 USD, poi Rob manda a me e famiglia i suoi  warm regards.

Io, da italiana, finché non li vedo sul conto non ci credo. Infatti ancora non credo che succederà realmente. Ma se li vedrò manderò una commossa mail di ringraziamento, a Stacey e a Rob, dall’altra parte dell’oceano.  

E se produce questi frutti farò un silenzioso rispettoso inchino anche a quel sistema che, per alcuni altri versi, mi vede abbastanza critica. 


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Incomprensioni linguistiche

Sciocche considerazioni cultural-linguistiche sull’italiano e su quella lingua slava che cerco di imparare tra non poche difficoltà. Parte di queste difficoltà derivano proprio dal fatto di essere italiana e di avere un’altra forma mentis rispetto a un madrelingua russo, c’è poco da dire e da fare. Si ragiona in modo diverso, e delle lingue straniere questa cosa mi piace, mi affascina proprio: di quelle che avrei studiato, però, é il russo quello che vanta una maggiore “distanza”.

Correzione dei compitini della lezione precedente, ripasso di imperativo negativo di forma imperfettiva. Cerco di tradurre in russo una frase di un eserciziario, frase che in italiano ricordo suonare più o meno come: “non rovinare il libro perché è antico e di valore”. Non sono certa di sapere come si dica in russo “rovinare”, chiedo lumi alla professorina convinta di cavarmela in tre secondi e che poi mi basti aggiungere la desinenza dell’ imperativo singolare. 

La professorina, russa, ma che parla perfettamente l’italiano, mi chiede cosa voglia dire esattamente con “rovinare”. Beh, per me e per altri sessanta milioni di italiani e iscritti all’Aire rovinare vuol dire rovinare, e lei dovrebbe saperlo. 

Sí, ma rovinare come? chiede lei. Rovinare e basta, dico io, ovvero ridurre un oggetto in condizioni diverse e peggiori da quelle originarie, in questo caso da quelle del libro che te ti ho dato/prestato.

Sí, ma cosa intende esattamente ? Sporcare, strappare, macchiare, sgualcire?

Da italiana rispondo che a “noi” non importa come, in casi come questi non facciamo sofismi, siamo pratici:  non ci interessa se non debba cadere dal settimo piano, o non essere infilato nel microonde insieme ai broccoli, se non ci si debba versare sopra un barattolo di marmellata, o che non debba finire nella cuccia nel cane. Tanto il risultato sarà sempre lo stesso, un libro rovinato, quindi perché dannarsi l’anima a precisare, specificare, che importa con che modalità qualcuno dovrebbe non rovinarlo? 

Rovinare é il verbo che racchiude l’insieme di tutte quelle azioni o attivitá, indistinte e indeterminate, volontarie o involontarie, possibili, probabili o anche inimmaginabili che possano arrecare danno al mio libro, o nuocere gravemente alla sua conservazione futura. E tutte queste cose il verbo rovinare magicamente le contempla, tutte insieme, in una sola parola, compreso l’arrivo di Marziani che ci vomitino sopra.

Per un russo no, lui deve sapere come. Alla fine ci accordiamo entrambe su un “non strappare il libro perché è antico e di valore”. Cioè il libro potresti non strapparlo, peró restituirmelo macchiato, bagnato, bruciacchiato, con una cacca di piccione in terza di copertina, ditate di Nutella in copertina, e però va bene perché non ho specificato cosa dovresti non fare? 

Allora, dice lei, dovrebbe (io) rendere diversamente la frase, ad esempio “presta attenzione/abbi cura del libro perché etc. etc.”

Allora, dico io, in questo caso evviva la genericità, indeterminatezza, imprecisione e superficialità della lingua italiana, che poi spesso sono anche tratti associati, da fuori, al carattere nazionale. 

Non so se sia una lingua a plasmare il carattere di un popolo, o il carattere di un popolo che crea e forgia la lingua, e se avessi un cribbio da fare potrei anche spenderci mesi ed anni ad indagare tanto la questione la trovo divertente e interessante, ma tra le due entità ci deve essere una stretta relazione. 

E poi la classica caduta sul bagnato. In un’altra frase che dovevo tradurre circa un esame da sostenere  mi è “scappata” l’espressione “fare una brutta figura”. 

Sapevo che questo terreno infido e scivoloso probabilmente non le sarebbe stato sconosciuto, essendo la bella o brutta figura un’ossessione tipicamente italiana e molto legata all’apparire, perché la professorina oramai vive qui da una decina di anni. Su questo c’è un simpatico libro di Severgnini che consiglio sempre di leggere ad amici stranieri, o quando incontro qualcuno che studia l’italiano o è interessato alla nostra cultura, al nostro modo di vedere la vita. 

Che il tenace lavorio di instillare nelle giovani menti innocenti della prole questo concetto basilare dell’universo culturale italiano cominci già in giovane età ad opera di madri e nonne, meno spesso da parte di esponenti del sesso maschile, la professorina lo deve aver capito da un po’. Infatti si mette a ridere di gusto, come ritrovando qualcosa su cui in passato si deve essere spaccata la testa o confrontata diverse volte.

Mi racconta che anche lei e sua madre questa cosa riescono a dirsela solo in italiano, anche quando sono in Russia tra russi, e che l’espressione é entrata a far parte del loro quotidiano, del loro mondo, ma non riescono del tutto a far capire a amici o parenti cosa voglia dire, a far passare il concetto che sta alla base. 

Non riescono cioé a far capire e a tramettere ad altri russi che vivono in Russia, che se vivessero qui capirebbero, cosa significhi quell’impasto di ansie e preoccupazioni da “bella” o “brutta figura” conosciuto solo da Bolzano a Lampedusa, e che il resto del mondo sembra felicemente volere ignorare.

Compromesso storico anche su questo:  traduciamo con “studia, se no all’esame ti metterai in cattiva luce”, che va bene, ma non è la stessa cosa.

Manca quella sfumatura, manca quel colore. Non sono del tutto soddisfatta.

E temo anche che a fine giugno, al mio di esame, farò proprio una figura di m.

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