Archivi del mese: marzo 2015

Tutto il mondo é paese ?

Questa é una storia vera ed è un po’ che mi preme sulla punta delle dita, e la scrivo perché voglio ricordarmela, specie nei momenti di particolare avvilimento lavorativo esistenziale.

Non ho la pretesa di farla assurgere a vicenda universale anche se, da italiana, é una storia di cui conosco bene prologo, svolgimento ed epilogo, e non dall’altro ieri. Già da quando, all’ultimo anno delle superiori, si sapeva bene che il figlio del vice questore di Vorkuta o del funzionario regionale dell’Agenzia delle Entrate, anche se non aveva voglia di proseguire gli studi, sarebbe finito comunque in un tranquillo posto in banca, alla ex SIP, o al catasto. Per l’eternità, ineradicabile.  

Lo dicevano loro chiaramente e senza la minima ombra di pudore che mami e papi o il prevosto avevano già provveduto a mettere la buona parola ove necessario già a gennaio, non che fossero gli altri, i Figli di Nessuno, a malignare. Infatti poi, puntualmente, finiva così.

In alcuni casi si trattava persino di lavori e posizioni decisamente invidiabili, magari all’ufficio stampa o pubbliche relazioni di quella banca o ente, non allo sportello con il cliente/utente frettoloso e incazzato che ti sputacchia in faccia. In tutti i casi senza alcuna preparazione ed esperienza, anche se si trattava di studenti mediocri o appena passabili e con in tasca il solo diploma che si sarebbe conseguito di lí a breve.

Potrei fare nomi e cognomi se volessi, anno di assunzione (lo stesso di quello della maturità, subito dopo il rientro dal viaggio premio in Grecia o Spagna per rimettersi dalle fatiche), ente o azienda di assunzione, primo incarico. Qualcuno di loro era mio amico. Amica. 

Nel corso degli anni ho poi capito che questa era prassi comune e consolidata e, anche se in forma minore, continua tuttora senza distinzione tra settore pubblico e privato. Anzi, nel privato mi sembra peggio, anche se del pubblico attualmente so pochino.

Ho sempre ritenuto che i paesi nordeuropei, ed altri, ma limitiamoci a quelli fuori dalla porta, in questo fossero culturalmente, eticamente, moralmente e civilmente più evoluti, più democratici, più giusti, e continuo a pensarlo.

B. é un mio buon conoscente, non un vero e proprio amico: una persona gradevole e perbene con la quale sono rimasta in contatto dopo averci avuto a che fare per lavoro per un po’ di anni. Nato e cresciuto in uno dei paesi di questo mitico e forse un po’ troppo idealizzato Nord Europa, ha lavorato come ingegnere per tot. anni, poi l’azienda per la quale lavorava ha chiuso, o delocalizzato, che è la stessa cosa.

Rimasto a piedi nel bel mezzo del cammin di nostra vita approda nell’accogliente ventre di una di quelle multinazionali delle quali si dice che abbiano un fatturato superiore al PIL di tre paesi europei messi insieme. Quelle che, secondo alcuni, orientano gli umori e tirano i fili delle vicende mondiali come burattinai ed esercitando anche più peso di quello delle politiche dei singoli governi. Teoria del complotto, con o senza contorno di massoneria, per chi ci crede.

Assunto con contratti a tempo determinato che scadevano ogni anno o ogni sei mesi a seconda dell’andamento dei Bond tedeschi, o del mestruo di quelle delle H.R., da prova di essere un valido collaboratore, tant’è che sempre gli rinnovano il contratto. Non che il “tagliando” sia un processo facile e indolore: tutte le volte lo tengono in sospeso fino all’ultimo istante nel riconfermarlo, e la “selezione” riparte sempre dall’inizio, come non avesse mai lavorato lí per un anno, poi per diciotto mesi, che poi diventano ventiquattro. 

By-passo quali fossero, e siano,  i test e le modalità di queste prove attitudinali e selettive perché in proposito ho una sola idea, e chiarissima, quelle della vecchia di centocinque anni che sono diventata in certe faccende della vita. Cioè che siano, in sintesi, una cagata pazzesca. Per cui gente che supera certi test logici o matematici poi non sa fare una “O” con un bicchiere o togliere un filtro da un file Excel.

B. é schivo e riservato:  in quegli anni oltre a lavorare con competenza e dedizione prende anche parte agli eventi socializzanti della Mega Ditta secondo il copione della grande multinazionale che si basa essenzialmente su good networking. Tipo essere più o meno costretto a trascorrere tre o quattro giorni all’anno su qualche costa del Mediterraneo, tutto spesato, per migliorare le dinamiche di gruppo, per integrarsi meglio (?), o i festini natalizi da ufficio con il berretto di Babbo Natale in testa così ci si fa la foto tutti felici e sorridenti come in una pubblicità della Cola Cola. Infatti, per non spiacere a nessuno, nelle foto ci sono sempre facce di tutti i colori. Niente di tragico e che non si possa stoicamente sopportare per un lavoro dignitoso e che non è comunque la miniera di carbone.

Scommetto anche che avrà dovuto aprire un account Feisbuk per consentire a capi e curiosi aziendali di farsi tutti i fattacci suoi, e poi di scambiarsi foto di gatti, bambini, matrimoni, e poi tramonti sul mare e anche qualche aforisma o citazione.  Fuori dall’orario di lavoro, per restare in contatto. In certi ambienti se non sei su Feisbuk o Linkedin o altri social non sei nessuno, non esisti, come vivere negli USA senza possedere almeno tre carte di credito.

Il lavoro non è male, l’ambiente nemmeno: dopo circa cinque anni di contratti rinnovati faticosamente di volta in volta, viene deciso dall’alto che parte delle mansioni di questa unità di lavoro vengano delocalizzate. B. si ritrova così nuovamente a piedi.

Fa quindi domanda all’interno della stessa Mega Ditta per altre posizioni, peraltro molto simili e sovrapponibili a quella che aveva ricoperto sino a quel momento, ma gli viene dato il due di picche.

Qualche mese dopo la fine della nostra collaborazione B. in privato mi racconta di come poi abbiano assunto il figlio del suo viscidissimo ex capo, andato in pensione. Viscidissimo mi sono permessa di aggiungerlo io.

Ingenuamente mi chiede se conosca il significato della parola nephotism: gli rispondo che deriva dal Latino, per cui é presente in forma quasi identica anche nella lingua Italiana, e che sí, so benissimo di cosa sta parlando, conosco il fenomeno. 

B. adesso sbarca il lunario con qualche lavoretto occasionale e sopravvive grazie al welfare, non generosissimo ma esistente, del suo paese, e grazie al fatto che entrambi i genitori siano ancora vivi e percepiscano pensione. Sono trascorsi due anni.

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Archiviato in Ci salvi chi puo', Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)

La stagnazione del gusto, con la segatura in testa 

C’è una sola parola per definire la “stagnazione” del gusto che si verifica alla mia età. Tutti i coetanei interpellati sperimentano infatti, prima o poi e in diversa misura, lo stesso fenomeno che ha una natura conservatrice, quasi reazionaria, e subdola.

Con “stagnazione” del gusto non intendo un ostinato e del tutto volontario arroccarsi a priori su proprie posizioni relative alla scelta di musica da ascoltare, di libri da leggere, di film da vedere, di vestiti/cose da comprare e indossare, e nemmeno sostengo a spada tratta la tesi che dopo una certa età, variabile a seconda degli individui,  non si abbiano più voglia e curiosità di ampliare i propri orizzonti, di verificare nuove possibilità, nuove opzioni.

Quella voglia lí di afferrare, visionare, comprendere tutti i prodotti intangibili e materiali dell’intelletto e creatività umana resta sempre, almeno se si è vissuto coltivando quel tipo di interessi, e muore con noi.

Dico solo che il tutto, necessariamente, si contrae, si ridimensiona, sicuramente anche nella consapevolezza che il tempo che resta a disposizione su questo pianeta non è infinito, cosa che non si è portati molto a considerare quando si hanno venti o trent’anni. La pesantezza della giornata lavorativa poi, ad un certo punto della vita, si fa sentire, per cui anche il più prezioso capitale umano, quello fatto di minuti e di ore, si fa più esiguo.

È così che le proprie scelte diventano parecchio più selettive e, nel timore di pigliare delle fregature e quindi di sprecare attimi e ore preziose, o nel dubbio di non essere in grado di apprezzare pienamente o di non essere in sintonia con il nuovo che avanza a ritmi sempre più vertiginosi, si preferisce rimanere su terreno conosciuto.

Poi si aggiungono i vissuti ed i ricordi personali, per cui tendenzialmente, e non c’è nulla da fare, la musica degli anni XX o YY resta la migliore, e sí, il nuovo gruppo non è male ma vuoi mettere i Parmesan & Cheese, uffa ma che noia tutti i legal thriller-polizieschi che vengono sfornati in continuazione in ogni paese del mondo e in ogni frazione italiana, vuoi mettere la Christie, e che schifo i leggings che erano già una porcata quando si chiamavano fuseaux ma almeno ai miei tempi li mettevano solo le ventenni smilze, e via di questo passo.

Io ho capito che questa fase di stagnazione per me è cominciata due anni fa all’incirca, e c’è una sola parola che ci va a braccetto, e fa a paura a dirla, perciò preferirisco ricorrere alla metafora di “inizio della fase di discesa della parabola”. Poi ci sono i vecchi di vent’anni, ma è altra cosa, ben più triste.

Per cui, andando sul contingente, io ho finalmente capito, e metterlo per iscritto mi aiuta a prenderne atto, di essere musicalmente molto vecchia, assai prematuramente invecchiata: ho all’incirca 100 anni, mi sono quasi del tutto bruciata. Ci sono delle cause oggettive, per esempio la convivenza forzata in ufficio con troppe persone che parlano sempre, o comunque troppo.

Musicalmente non riesco ad evolvermi, non riesco più ad appassionarmi a quello che gira di nuovo, e se succede é cosa rarissima, per dire che io sono ferma a Lykke Li e a Xavier Ruud, roba di almeno tre quattro anni fa. Ho fatto mio qualche loro brano, e mi piacciono molto, ma senza mandarmi in quell’estasi mentalmente orgasmatica che mi fa ancora provare Bring on the night dei Police da decenni. 

Con queste ultime acquisizioni fingo di sentirmi moderna ed al passo con i tempi. Di italiani sono rimasta ai Luna Pop e a Cesare Cremonini che poi si è messo a cantare da solo.

Con serial/telefilm mi sono fermata a Friends e a Sex and the City, poi non ce l’ho più fatta a vedere due puntate di fila di altra roba*, e giuro che mi sono impegnata. Del resto rimango nella convinzione che i due appena citati siano ineguagliabili, soprattutto il secondo, che conosco a menadito. 

Dubito potrà mai esserci amore più grande, come per moltissime donne, e uomini, nati più o meno nei miei stessi anni. Quindi: dimostro l’etá che ho, non sono vecchia ma certo non son più giovane, come le quattro ex “ragazze”. Non ritengo probabile il superamento di questo lutto, e il riuscire ad andare oltre, ma nemmeno impossibile: ci sono dei margini, degli spiragli di apertura, se pur ridotti. 

In fatto di film sono invece una ragazzina  e ho ancora tutta la vita davanti: non mi precludo nulla se le recensioni mi dicono bene o se ho qualche curiosità da soddisfare, seguo l’istinto, il fiuto, poi va come va. La mia impressione è che anche oggi si facciano dei gran bei film e delle schifezze, esattamente come ai miei tempi.

Certo che come mi era piaciuto nel 1998 o giù di lí Festen, di a me tuttora sconosciuto o dimenticato regista danese, ehh ehhh, ce ne son pochi. Facile cadere nel giochetto, é subdolissima e infingarda questa stagnazione del gusto :-).

In fatto di libri sono ancora giovane, molto più giovane della mia età anagrafica, ma un pó più cresciuta rispetto alla Me Cinematografica Televisiva. Non ho particolari preclusioni su generi, autori, casa editrice, idiosincrasie o altri fattori discriminanti, o sono gli stessi deterrenti dei vent’anni. 

Registro tuttavia una centuplicata difficoltà ad affrontare i classici, certi classici, per esempio i miei amici russi, ma anche i francesi che, per altri motivi rispetto ai russi, possono oggettivamente risultare alquanto paccosi. Diciamo quindi che i tomi troppo consistenti mi scoraggiano parecchio.

Registro anche che il piacere derivante dalla lettura é ora inferiore rispetto al passato, mi entusiasmo di meno. Nel complesso, comunque, con la carta stampata non me la cavo male.

Nemmeno me la cavo male facendo la media statistica, é la musica che mi rovina, che mi trascina verso il basso. 

Comunque da qui in poi nulla andrà migliorando, sarò sempre più incontentabile e spaccamarroni, come in una pubblicità di tantissimi anni fa. 

Certo che Carosello riusciva a rendere le pubblicità migliori e più interessanti dei programmi stessi. Per l’appunto.

* se non per fini didattici-pedagogici-linguistici e di approfondimento culturale, cioè roba russa, ma non per vero e proprio piacere, seppure sia incappata in alcune brevi serie piuttosto gradevoli.

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Ode alla Svezia

Ode alla Svezia, per diversi motivi.

Il primo, come già descritto in qualche altro post, per Vacanze sull’Isola dei Gabbiani, romanzo per bambini/ragazzi  di Astrid Lindgred che ha plasmato, irrimediabilmente, la mia infanzia, facendo sÍ che sviluppassi un grande amore che il tempo non ha mai estinto per: natura, piccole isole del Nord, cani paciocconi di grossa taglia, fiori e tutto quello che appartiene al mondo vegetale, case vecchie un po’ ammaccate ma dotate di personalità e ancora gagliarde, lentiggini, frutti di bosco.

Per Il Posto delle Fragole che, se chiedo in giro, deve essere piaciuto solo a me.

Per gli Abba, ebbene sì. Per Dancing Queen e Fernando.

Per l’Ikea, di cui non mi stancherei mai di tessere le lodi. Anche perché finalmente, taaa  daaaa, è arrivato lui, e adesso la mia vita almeno per i prossimi sei mesi ha un senso.

Da completare con cuscini, acquistabili a parte. Se fosse già qui potrebbe essere già collaudato oggi visto il sole splendente e il fatto che sono in casa con la porta finestra aperta e la caldaia spenta. Il riscaldamento globale è sicuramente un grande problema e una sfida per il futuro, ma per il lombardoveneto presenta il vantaggio non indifferente di inverni più miti e di primavere anticipate. I semini di calendula messi in semenzaio a fine gennaio sono quasi tutte germogliati, le piantine saranno alte 5/6 cm, però ancora non mi fido di portarle all’aperto perché la notte potrebbe fare ancora troppo freddo. Adesso dovrò chiedere un permesso pomeridiano per andare in negozio, che l’Ikea nei fine settimana é da evitare come la peste e, finalmente, portare a casa Äpplarö. Nonostante avrei gradito poter scegliere tra una gamma di lettini più ampia, come mi sembra di ricordare fosse negli anni scorsi, lui è più che sufficiente per i miei bisogni ed il prezzo mi sembra accettabile.

Per Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza. In genere la cinematografia scandidava mi piace molto, e difatti non sono capitata al cine per caso: questo film non lo considero il capolavoro del film nordeuropeo ma l’ho apprezzato per il cinismo esistenziale ed il disincanto di sottofondo circa la natura e la condizione dell’essere umano. In sala ho sentito dei commenti non proprio entusiastici, però anche gente che rideva di gusto, non so cosa si aspettassero quelli che si sono chiaramente annoiati. Direi che le recensioni in questo caso erano piuttosto fedeli ed azzeccate.

Per Spotify, anche se non sono abbonata.

Per le corone di fiori in testa alle bambine e alle ragazze  la notte della Festa di Mezza Estate, il 21 giugno.

Oggi, soprattutto per Äpplarö.

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TV russa

La TV russa, che mi sforzo di seguire ogni giorno per cercare di migliorare la conoscenza della lingua, ediosolosadiquantoneabbiabisogno, ma anche per allargare gli orizzonti e la mia visione del mondo sicuramente condizionata e limitata dal tipo di cultura in cui sono nata e cresciuta, non trasmette film o telefilm stranieri, leggasi americani: manco mezzo. E manco altri, a dire il vero.

Questo nelle due settimane da quando ho scoperto l’ennesima applicazione salvavita (gratuita e senza canone) di TV estera, e a qualsiasi ora della giornata mi colleghi. Non so se faccia già statistica o sia stata solo coincidenza.

Ma la mia sorpresa, relativa, era già viziata in partenza, avendo dato per scontato che necessariamente un altro popolo, peraltro da sempre in bilico tra Oriente ed Occidente, debba trovare interessante, divertente o istruttivo quello che piace a me, o in Europa, o negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni. 

Beh, non è così. Anche se nel clima sempre più avvelenato da seconda Guerra Fredda di questi ultimi anni non è affatto da escludere una precisa scelta “politica” e di indirizzo, che i russi si facciano in casa serial, commedie, polizieschi, che se li guardino e magari anche li apprezzino come o più di quelli stranieri mi sembra nell’ordine naturale delle cose.

In compenso tutto uguale per quanto riguarda le pubblicità, siamo in un mondo senza confini. Maalox, Vicks, Tantum Verde, una strage di medicinali per influenza e raffreddore, chissà perché :-), ma anche Voltaren, anti -acidità, anti-acciacchi di ogni tipo, e integratori alimentari per sonno, astenia, stress.

Che il popolo russo sia ossessionato dalle malattie e cagionevole di salute? Si direbbe di sì, dal numero impressionante di spot di prodotti farmaceutici. Ma poi anche Ikea, Ferrero Roches e, per mia somma gioia, meno detersivi rispetto a qui, gli essenziali, la dotazione minima. Un popolo che convive felicemente con i residui di calcare e gli aloni sulla tovaglia é già un popolo saggio e fortunato.

Esistono invece trasmissioni su format ormai ricalcati ovunque tipo Grande Fratello, X-Factor, Ballando con le Stelle molto simili alle nostre, anche nei personaggi archetipi quasi universali.

I telegiornali non esitano a trasmettere  dagli scenari della guerra con l’Ucraina immagini pesanti e cruente di morti e feriti, di arti amputati e volti insanguinati, di soldati che sparano per uccidere, di ragazzi giovanissimi dentro e sopra i carri armati, e di civili. Gente impoverita e imbruttita dagli stenti, tante donne con i foulard in testa, molti anziani sdentati, bambini impauriti. Persone ridotte alla fame in case fatiscenti o sventrate a temperature vicine allo zero, o sotto, ma con una dignità che io me la sogno.

E non è una critica, perlomeno per me. Se non c’è morboso indugiare o macabro compiacimento, e i russi non ne fanno, non è la saga dell’orrore dell’ora dell’apericena, anche se all’inizio, da italiana iper protetta per decenni dalla bambagia dei notiziari della tivvu di stato, la cosa mi aveva colpita come uno sberlone in faccia. 

La tragedia, il dolore, la morte sono parte della vita,  facciamocene una ragione che lo sappiamo tutti dalla seconda elementare in poi, anche quando dopo tre minuti si canta e si balla, perché la vita continua sempre, o da qualche altra parte.

Che poi i fatti siano riportati in modo assolutamente imparziale ed oggettivo beh, avrei i miei dubbi, é in corso una guerra (quasi bellamente ignorata in Italia), quindi come potrebbero. Poi la Russia é un paese talmente diverso dal nostro, con una storia così diversa che non so che significato, valore e importanza possa avere il concetto di libertà dell’informazione, che non è certo nato e cresciuto lí. Del resto nemmeno in Italia ce la passiamo benissimo.

Ma questo vale per qualsiasi fonte e mezzo d’informazione che quando, raramente, mi capita di guardare la CCN, spesso additata ad esempio di informazione libera ed indipendente, e mi piacerebbe capire da chi, e quanto questo organismo sia a sua volta libero e indipendente, a me viene in mente la cupola della città di The Truman Show, e la sua faccia da bravo ragazzo.

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Le parole sono importanti, segue

Giovedì sera di una tersa e lucente giornata primaverile, davanti a una pizza e una birra e con il fine settimana che si avvicina c’è voglia di sorridere e di raccontarsi.

Narrant che in un certo importante bullonificio più veneto che lombardo uno dei più alti papaveri la cui altisonante carica spicca, in inglese, su biglietti da visita, annessi e connessi, si avvalga indiscriminatamente ed in modo improprio di Google Translator per compensare un’ostinata incapacità di comprendere e assorbire le più elementari nozioni di questa lingua ripetutamente impartite al corso aziendale.

Il risultato, finito in pasto a più ampio pubblico, è il seguente: “Ci sentiamo presto” —> “I’ll feel you early”. Tenerezza.

Una sciocchezza, in fondo, quando uno ha la certezza di stare nella realtà che produce i migliori bulloni al mondo, bulloni che nessuno potrà mai avere le capacità di replicare dopodomani in Romania, in Polonia, o in Tagikistan.

O se in questa avveniristica realtà audacemente proiettata verso il futuro e necessariamente già internazionalizzata, più per campa’ che per scelta strategica, fai l’addetto al tornio plurimandrino, posizione peraltro ricercatissima (che a pensarci …).

Allora non interloquisci con esterni di diversa lingua/nazionalità, se non nel tuo tempo libero, quando fai quello che vuoi e vedi chi vuoi, e puoi star certo che per lavoro, oltre ad una conoscenza anche approssimativa dell’italiano, nessuno richiederà competenze di tipo linguistico.

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Della tenerezza, cose che fan bene al cuore



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Piacere e spiacere

Sappiamo entrambe che i nostri telefoni non squilleranno, che probabilmente non si cercheranno mai più, che rimarranno muti.
Che non ci saranno pizze, che non ci saranno cene, né al ristorante, né a casa tua, tantomeno a casa mia.
Credo sarà così, che sarà il fato a decidere più che le nostre volontà.

E qualora dovessi accettare un improbabile invito, più per cortesia e per celebrare i vecchi tempi che non per piacere e desiderio di scambiare qualche pensiero intellettualmente onesto, ci andrei non da me stessa ma in una versione addomesticata per l’occasione, fintamente migliore ed autocelebrativa, non sapendo per quanto potrei continuare a recitare.
E di ciò non ne ho molta voglia.

Ed il motivo é che non mi sento più di dover fare quello che non mi sento di fare, che non mi interessa piacere a tutti i costi, che non mi dispiace di dover eventualmente spiacere a qualcuno.
Che io tutto quello che avevo da dare e da dire l’ho detto, dato e fatto all’epoca, e adesso sono passati mille anni, e questa cosa non sta più in piedi nemmeno con il Bostik e con gli elastici. Adesso solo rapporti assolutamente trasparenti e basati su fiducia e stima, che son stanca di giochetti e di rimpiattini ed ho troppe cose da fare nel tempo che mi rimane su questa terra per farmi andare tutto bene. 

A pochi chilometri l’una dall’altra non potremmo essere più distanti. Potrà capitare di rincontrarci ma non cambierà nulla, gli stessi sorrisi, qualche breve aggiornamento sulle proprie vita, qualche aneddoto, e poi via, come ieri.
E mi ha fatto piacere rivederti, perché mi capita di pensarti qualche volta, o che qualcuno mi chieda che fine tu abbia fatto.

Sappiamo anche che è giusto così perché quell’amicizia é finita e morta da un bel po’, almeno dal 1995/1996 per quello che mi riguarda, e per qualcosa che anche adesso non saprei perdonare a nessuno, che io con la virtù cattolica del perdono ho sempre avuto un problema e la mia etica relativa a questo punto é assai più di natura protestante.

Avrei dovuto, anzi, svegliarmi prima, reagire prima, difendermi prima, allontanarti prima. Anche se adesso quello non é più importante,  lo è stato, lo era molto per me, ed ha messo il punto e a capo.
Tutto il resto poteva correre, ma quello no: sapevi che se volevi ferirmi e farmi del male solo lí potevi andare a parare. E ci sei finita, con precisione chirurgica, per cui io non ho avuto mai nessun rimpianto e non credo di avere sbagliato.

Anche dopo ieri, e di anni ne sono passati, sono convinta che tornare indietro non sia proprio più possibile. Non solo con te, vecchia compagna di scuola e di alcuni anni di gioventù, quelli che se avessi un biografo sarebbero descritti come gli anni del Velinismo.
Tu eri la Velina Mora e, senza ombra di dubbio, quella vincente e gnocca: vincente anche adesso, nel senso vah, di quella che possiede ed ha costruito di più.
Un marito che ha fatto il grano, purtroppo so come, figlie, case e macchine al plurale, volendo bei vestiti e negli ultimi anni, finalmente, anche qualche viaggetto, che male non fa, ve lo dicevo io.

Mi hai ritrovata dopo dieci anni di silenzio e sei gradi di separazione, come é stato giusto che fosse non avendo molto in comune se non i ricordi di quegli anni da veline, e mi hai ritrovata per caso, in un centro commerciale dove cercavo di tirare l’ora X per poi andare al cinema.  A piedi, dopo una bella passeggiata a piedi e la cioccolata calda e una pasta in un caffè vecchio stampo del centro, come fanno le vecchie signore nelle cittadine di provincia, anche se poi col caldo che faceva e con quelle luci artificiali io da quel posto enorme sono schizzata fuori stravolta in meno di un’ora, a respirare aria fresca, a godermi un pallido sole.

Mi ha riconosciuta da lontano, rincorsa e fermata per primo tuo marito, e ho capito perché in quei pochi minuti nei quali abbiamo ciarlato da soli.
Poi, in pochi istanti, affaticata e con il volto stanco ma sempre bello e sorridente, sei arrivata tu. Allora lui ha interrotto bruscamente il resoconto delle vostre vite e dei tuoi interventi per lasciare spazio a noi regine madri, api regine, le vecchie amiche-nemiche ritrovate.

Ti ho trovata raddolcita, e lo sei diventata con il tempo, con i figli, grazie anche a tuo marito credo, e forse anche per la malattia di cui mi avevi solo accennato l’ultima volta che ci siamo fatte una pizza insieme all’insegna dell’amarcord, e quella serata era stata anche piacevole e divertente.
Poi era calato, inesorabile, il silenzio.

Non si può infatti continuare a rievocare il passato all’infinito quando non c’è un presente e non si intravede un futuro.

Da ieri sappiamo anche che non c’è astio, non c’è rancore o malanimo tra di noi, che ci ha già pensato abbondantemente la vita a provvedere ciascuna di un bel carico di legnate, non sempre dovute.
Anzi io credo che adesso ci auguriamo solo, sinceramente, e a vicenda, del bene, come due coniugi che hanno smesso di litigare e prendono la loro strada, finalmente liberi.

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