Archivi del mese: aprile 2015

Complotto internazionale 

Quando tutti i produttori, stilisti, trendsetters, buyers, commercianti, rivenditori del settore insieme agli occulti poteri del marketing, della pubblicità e del Bildenberg stabiliscono che sul mercato si possano trovare solo due tipi di calzoni da donna. Un Piano Quinquennale dunque, come nella ex Unione Sovietica, per quanto se ne dica.

Avremo quindi, ovunque, cataste e pile di skinny che, come suggerisce il nome stesso, sono idealmente concepiti per gente skinny, cioè tipicamente fotomodelle lituane di non più di ventun anni e di 48 chilogrammi di peso. Con l’ulteriore svantaggio o inconveniente che, con il caldo, la seconda pelle appiccicata addosso degli skinny non è proprio il massimo.

Poi si troveranno altrettante cataste, mucchi o steccati/trincee di appendini dai quali graziosamente pendono pantaloni che non so come vengono definiti dagli addetti ai lavori, ma che io chiamo acqua alta a Venezia: quelli che che si fermano improvvisamente per mancanza di materia prima un 10/15 cm sopra la caviglia. Carini anche, ma averne un paio per stagione é più che sufficiente: comunque spezzano la gamba e mi lasciano sempre molto indecisa e perplessa sul tipo di scarpe da indossare. Se non indossati con stivaletti richiedono più che mai caviglie da cigno, da silfide.

Al di là di quanto descritto sia perlustrando il low cost più sfacciato sino ad arrivare a Max&Co che è il massimo che posso e voglio permettermi, un deserto. Certo, sono problemi. 

Mi tengo e farò funzionare i pantaloni che ho, o passeró alle gonne, peggio per loro. Intanto soldi risparmiati.

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)

La prova del nove due

Martedì mattina, al rientro dopo tre giorni di letizia pasquale, il badge che tutte le mattine mi apre il cancellino d’ingresso non ne voleva sapere di funzionare. Provato e riprovato più volte, sul piccolo schermo compariva solo il sinistro messaggio badge disabilitato. Mancavano pochi minuti alle otto ed ero in anticipo: intorno non si vedeva anima viva nonostante il parcheggio fosse già pieno di macchine, al citofono non rispondeva nessuno.

Con il consueto ottimismo, altrettanta positività e fiducia nel futuro e nel prossimo, tutti ingredienti che costituiscono il piatto forte della casa, per una trentina di secondi e forse anche più mi sono vista, ma sul serio, disoccupata. Naturalmente senza arrivare lucidamente a capire che non c’era e non c’è alcun motivo, e che quello non sarebbe comunque il modo in cui lo farebbero, o in cui potrebbero farlo, perché una come me un motivo lo trova sempre per gettarsi letame addosso.

Il filmino in technicolor é partito in automatico dopo qualche tentativo andato a vuoto con crescente nervosismo, insieme a un turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti, di due tipologie sostanzialmente. Da una parte, e credo di ricordare sia partito per primo, psicodramma: Oddio, glie ne hai lanciate addosso talmente tante che adesso tutto ritorna indietro in una specie di contrappasso, ben ti sta, tutta colpa tua, quindi il terrore e l’ansia di come far fronte, di lì a breve, a bollette, spesa e spese varie, di perdere casa, macchina e quel poco altro che ho. 

Le emozioni del secondo tipo invece mi hanno fatta sentire ancora più in colpa e totalmente irresponsabile, perché mi sono sentita liberata, sollevata, come da una tirannia, da una prigione. Leggerezza estrema, sentirsi senza peso, come quando di notte si sogna di volare. Una sconfinata libertà, e il mondo ancora tutto da abbracciare, da scoprire: finalmente la possibilità, per necessità, e quindi senza sentirmi responsabile, di dovermi reinventare da zero. Come se mi avessero fatto un favore e me l’avessero presentato su un vassoio d’argento, l’occasione che temevo ma che segretamente stavo aspettando. Tragi-commedia all’americana con happy ending: la protagonista, dopo essere stata messa duramente alla prova, trova il suo riscatto e la felicità.

Mi sono sentita molto forte e ancora capace di lottare, come ai tempi migliori. Anzi, con tanta voglia di combattere per ritagliarmi la mia strada, sicurissima di farcela, certa che avrei tirato fuori il meglio, come una vecchia leonessa.

Poi da dentro é arrivato qualcuno che mi ha aperto non ricordo come e sono riuscita ad entrare, e mi ha spiegato che nella notte c’era stato una sorta di black-out generale, che non funzionava niente, tutto in tilt. 

Avevo, e ho ancora, un lavoro, e certo che debba dire per fortuna. Belle però quelle sensazioni del secondo tipo, vorrei trattenerle il più a lungo possibile, non vorrei lasciarle andare via.

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La prova del nove

Tre giorni di fila a casa. Tre giorni senza andare in quel posto che mi fa male agli occhi e mi si blocca il diaframma solo vederlo da lontano, nella sua mefitica bruma da centrale nucleare che costantemente l’avvolge in ogni stagione dell’anno. Senza sopportare lo starnazzare, il pollaio vario e il galliname in costante agitazione, piú tutto il resto schifido per il famoso boccone di pane, e già i lineamenti ritrovano la mobilità facciale che potrebbe anche, nel giro di 12h, portare a un sorriso Pasquale. Comunque felice, casso, sto bene. E non è il sole o la primavera, perché pare fine novembre. 

Che fare quando si è giunti ad avere circoscritto ed identificato in tale modo il problema in un paese che non offre possibilità o alternative manco a poliglotti quadrilaureati ventiduenni piloti di bimotore con stage alla Casa Bianca e al Cremlino e a malapena si trova il coraggio e la forza di andare avanti giorno dopo giorno? 

Per fare quello che vorrei fare e che mi farebbe rinascere, andarmene da lì e magari possibilmente non solo da lì, ci vuole tutto il coraggio che non ho, purtroppo. E assumermi in pieno la responsabilità e conseguenze di una simile decisione, cosa che peraltro, ma in altri tempi,  ho sempre fatto. Solo che adesso, ed è naturale, ho una fifa pazzesca: il mondo non è più quello che conoscevo io.

Mi sono chiesta tante volte se non fosse una scusa, un alibi, un pretesto per coprire altre macchie scure o fallimenti di varia natura, ma no, e non perché non vi siano altre macchie scure. Sono molto più dura con me stessa che con altri e no, non è una scusa. So benissimo che non diventerei un’altra persona, rimarrei la stessa di adesso, più pensierosa e malinconica che solare e spensierata, e mi va bene. È così che io sto diventando un’altra persona che proprio non mi piace per niente.

Mi rimarrebbe la parte migliore, o meglio quella che piace a me e che non vorrei perdere, quella che so il mercato e le sue logiche da pollo di batteria possano non apprezzare, quella che le nove ore quotidiane si rosicchiano e portano via ogni giorno.

Allora anche se nessuno mi sfrutta, anche se non è una miniera di carbone, anche se è tutto regolarissimo e alla luce del sole e invidiabile per moltissime persone che un lavoro e una stabilità* la cercano, penso che non sia più uno scambio equo.

Bene, e adesso?

* comunque fittizia, illusoria, oggi del doman non v’è certezza

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