Archivi del giorno: 2 maggio 2015

Di cose serie

Il mio instabile ballerino umore ha subito un tracollo verticale, da discesa libera, dal giorno in cui, più di un mese fa, la munifica previdente Regione in cui vivo, per farmi festeggiare il compleanno in tutta serenità, mi ha convocata per uno screening gratuito a carattere preventivo, l’esame mammografico, come fa regolarmente con tutte le signore dopo una certa età. Etá dopo la quale l’incidenza dei tumori al seno diventa, purtroppo, statisticamente e numericamente più rilevante, tanto da essere, come mi ricordava il simpatico tecnico radiologo che questo esame me l’ha fatto, prima causa di morte per il gentil sesso. Insomma, mica si scherza.

Essendo tutt’altro che nuova a questa delizia per motivi, ahimè, di familiarità con tale brutta cosa, devo dire che a mandarmi fuori di testa del tutto, che se no basta anche molto meno, è stato il fatto che io negli ultimi 3 anni virgola quattro mesi, per mia e mia sola assoluta irresponsabilità, scemenza, pigrizia, fifonaggine, fatalismo e tanto altro, non ho più fatto i controlli che mi sono stati consigliati e che prima avevo sempre fatto, anche in eccesso, ma che dovrei fare almeno a cadenza annuale. 

Ancora prima di aprire la missiva della Regione, che io ignoravo che della mia buccia potesse interessasse così tanto, lassù al Pirellone, e non mi aspettavo nulla di simile, io mi sentivo già un bel po’ in colpa, proprio un verme, una mentecatta. Delusa ed arrabbiata, ma solo con me stessa, per essere così stupida da lasciare al caso il fondamentale della mia vita/esistenza, e senza peraltro nemmeno più riuscire a vivere serenamente la quotidianitá. Sempre più spaventata e in preda al panico mano a mano che quel terrificante ventinove di aprile di avvicinava, con quell’enorme spada di Damocle sul capoccione, senza confidare condividere il mio psicodramma con anima viva. Anche se qualcuno che non se lo meritava un bel po’ di questo nervosismo se l’é ciucciato, totalmente ignaro, totalmente all’oscuro dei foschi pensieri che attraversavano la mia mente: non fiori, ma opere di bene.

Poi il ventinove di aprile é arrivato anche se io gli remavo forsennatamente contro, e ho trovato in questo nuovo ospedale pubblico, tra l’altro vicinissimo a casa mia che ci vado a piedi, puntualità, cortesia, attenzione e riguardo per le mie paranoie, per le mie paure, e risposte alle mie domande, umanità e professionalità.  Ovviamente per la fortunatamente brevissima e molto parziale esperienza che ho avuto io, altro non saprei dire e fortunatamente non lo saprò, ma è già l’esatto contrario della struttura privata convenzionata nella quale ero solita recarmi e dove, negli ultimi tempi, mi avevano fatto sentire peggio di un numero, carne da macello. 

Pare che sia andato tutto bene, pfiuu, e io sono rinata, con l’umore ballerino e tutto quanto, ma liberata di un peso che non riuscivo più a sopportare né a gestire.

 

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Alla fine

Alla fine mi hanno presa per sfinimento, ma hanno vinto loro. Dopo un mese di fiera, ostinata quanto inutile resistenza.

È davvero impossibile, nella primavera/estate del 2015, trovare un paio di pantaloni (non di jeans) che rispondano contemporaneamente a questi semplici per non dire elementari requisiti.

Tessuto in fibre naturali (il vero imprescindibile, nell’estate padana é questione di carattere igienico sanitario), lunghezza normale, cioè né Capri né Acqua Alta a Venezia, taglio diverso dal solito taglio sportivo cinque tasche o jeans. 

In una taglia quarantadue reale, che in questo mese di caccia grossa ho provato delle 42 che mi si ingroppavano già alla caviglia e si fermavano al polpaccio, ed io ho le gambe di uno stambecco.

Alla fine, dopo una deludente mattinata in un outlet che, dopo anni di non visite, ho faticato non poco a ritrovare facendomi tutti i caselli autostradali della Lombardia orientale, ritorno con un paio di pantaloni color sabbia, in cotone leggermente elasticizzato, senza strappi, paillettes, borchie, autografi dello stilista, ruches, applicazioni in finta pelle o tessuti fosforescenti, ad un prezzo ancora accettabile, in una taglia che per infilarli non mi son dovuta scartavetrare le budella e limarmi le anche. Una sana, onesta, introvabile, quarantadue reale.

E che, nonostante il colore chiaro, “sfinano”, come avrebbe detto mia zia, grazie ad un taglio felicemente azzeccato.

Tuttavia, poiché quattro su tre era impossibile, e io dopo un mese avrei anche altro da fare, e mi sono stancata di ritrovarmi in un camerino in mutande, speranzosa,  ogni due per tre, sarò un’altra deficiente col pantalone “scappato”, anche se non di tantissimo. 

Riuscirá, la sarta, anche ad allungarli di qualche centimetro, e farmi così guadagnare preziosi lembi di stoffa.

Per fortuna è finita.

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