Archivi del giorno: 6 giugno 2015

Fiduciosa attendo

Dopo aver fatto debita richiesta di PIN all’INPS e dopo la ricezione del primo moncone dello stesso, avvenuta online, in tempi rapidi mi hanno spedito a casa a mezzo posta la seconda metà di PIN, come faceva l’Anonima Sequestri con le orecchie nei suoi anni migliori.

Insieme i due PIN hanno costituito un terzo PIN, molto lungo, impossibile.  La spedizione a mezzo posta: sicuramente un’astuta mossa per depistare e confondere eventuali malintenzionati e per sconfiggere il Male, come in Quantum of Solace.

Il terzo PIN per fortuna poi si è trasformato in uno molto più breve, e nel mio caso anche facile da memorizzare.

Ora, fiduciosa, attendo la disponibilità del quarto PIN, quello cosiddetto dispositivo. Uno solo, e poterci fare da subito tutto quello che ha a che fare con l’amministrazione pubblica, era chiedere troppo. 

Il PIN Dispositivo é quello che serve per accedere alla propria dichiarazione dei redditi online, io la chiamo ancora così, e decidere il fortunato che si becca il mio otto e due per mille, nel mio caso. Oppure, per chi usufruisce di detrazioni a diverso titolo, può fare tutto qui e aggiungere togliere mettere come deve e come può. 

Se sbaglia, però, sono cavoli suoi, e io NON vorrei avere MAI niente a che fare con la nostra Agenzia delle Entrate. Ero pronta a spendere  volentieri altri cinquanta euri al patronato ACLI se solo avessi potuto/dovuto apportare alla dichiarazione precompilata quel genere di modifiche.

Il codice dispositivo, si badi bene, e lo voglio solo per potere decidere a chi dare un’infinitesimale parte dei miei pochi soldi, sarà rilasciato solo dopo aver compilato apposito modulo scaricabile online, opportunamente controfirmato e datato. 

Allo stesso deve essere allegata fotocopia leggibile fronte e retro di documento di identità, a scelta tra passaporto, C.I. o patente. Proprio perché deve essere controfirmato questo modulo non può essere compilato online, e firmato magari con un’avveniristica casella di posta elettronica certificata, che non siamo sul set di James Bond, e l’abbiamo già detto.

Cioè in Italia entrano tutti (e no, non sono affatto leghista o salviniana, nemmeno da lontano), ma a me che sono nata qui, voto qui, e vivo qui da una carrettata di anni, a me che ho codice fiscale, carta d’identità, tessere vari dei servizi etc etc, ancora fai il terzo grado. Eppure ho sempre pagato tutto ed in tempo utile, se no scriverei a pancia vuota da sotto un ponte.

Il tutto, modulo e contestualmente doc. identificativo, può essere comodamente allegato alla richiesta online, ma deve essere un unico file e solo in formato av. o rar., o forse poi anche zippato. 

Diversamente può essere trasmesso via fax, o consegnato a mano in una delle numerosissime sedi dell’ INPS disseminate sul territorio nazionale, tutte  di facile accesso, e dove il personale addetto sarà in grado di indirizzarci subito e convenientemente all’opportuno ufficio di competenza senza farci richiedere un pomeriggio di permesso.

Ho scelto la vecchia strada, quella del fax, perché lo scanner stampante ce l’ho, ma non lo uso da due anni e non dialoga con Ipad, mio principale mezzo di interazione con il mondo. Colpa mia, perché in effetti sarebbe utilissimo poterlo utilizzare. 

Soprattutto in un paese dove la diffusione di internet é capillare e superveloce, come per la sottoscritta che paga ad Infostrada tot. al mese per essere perseguitata telefonicamente ogni giorno e per potere disporre, quando va bene se va bene, sí e no di un terzo della velocità contrattualmente garantita. Nella mia stessa via, quindici  case esagerando, a una decina di civici da casa mia, c’è una loro centrale.  Un paese dove la moderna tecnologia  é diffusissima in tutte le fasce d’età e e di reddito della popolazione e dove, oramai, per poter guardarmi in pace su YouTube un video di 10 minuti caricato a Voghera devo calcolare almeno un rallentamento o un fermo.

Ma io fiduciosa attendo, anche perché non ho altra scelta, e piuttosto di lasciare altri cinque cents allo stato italiano mi farei suora.

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Del viaggiare leggeri

Viaggiare leggera sí, ma solo con le cose che mi stanno nella testa, che comunque per me è già un grande successo, una conquista degli ultimi anni.

Per le cose che stanno in casa, ancora tante, troppe, mi sono accorta di avere comprato a distanza di pochi mesi – inizio autunno 2014, e poi ancora sabato scorso – esattamente la stessa camicia.

Non lo stesso concetto di camicia, che ne so, bianca, a maniche lunghe, di cotone e magari con vistose o impercettibili variazioni e declinazioni sullo stesso tema, e perciò di fatto diversa, pur essendo camicia bianca in cotone e a manica lunga. No, proprio la stessa identica camicia, nello stesso negozio. 

Nel frattempo però avevo fatto la tessera fedeltà e la seconda l’ho avuta scontata di due euro scarsi. Si, perché io registro da anni tutte le mie spese, anche il cono gelato da due euro mentre passeggio. Prima in cartaceo, dal Gennaio 2013 su file Excel da me appositamente creato. So per esempio di avere speso in vestiti, scarpe, accessori, da inizio anno e sino al 31 maggio, 516 euri. 

Ignoro se siano pochi o se siano tanti su media nazionale, ma sono in media con i miei anni precedenti. Non ho mai chiesto ad amiche se avessero mai fatto un calcolo simile e sarebbe curioso ed interessante sapere. Ma credo sia anche tutto relativo, la disponibilità di soldi, quali sono le priorità nella vita, gli impegni etc etc. La mia ex cognata con quella cifra si sarebbe forse fatta un paio di scarpe, disposta a mangiare solo lenticchie per tre mesi pur di averle. Io lo farei forse-forse solo una volta nella vita, certamente non adesso, probabilmente anche mai.

Comunque … dopo la sorpresa e l’amarezza nello scoprire di essere così disorganizzata, sprecona e svampita, per prima cosa ho voluto controllare se fossero anche della stessa taglia, ma della prima avevo già sforbiciato tutte le etichette.  Ma direi di sí, confrontandole mentre stavano per finire in lavatrice, direi anche stessa taglia: non posso nemmeno riportarla indietro, perché l’avevo già indossata e lavata quando mi sono accorta del doppione. 

Non che non sapessi di avere già delle camicie di jeans: la prima in denim scuro e piuttosto pesante la ricordo assai bene perché ce l’ho da una dozzina di anni buoni, che in genere non amo e non compro cose usa e getta. Poi sapevo di averne una seconda, credevo di peso medio e assai delavé, cosí ne desideravo una molto leggera per l’estate, in chambray, che è un tessuto molto fresco e portabile con il caldo. Perché, se non si è capito, mi piacciono un sacco le camicie in jeans, forse anche più dei pantaloni.

Credevo sbagliato: la cesta del bucato, quella carogna, ha rivelato che la seconda non era più quella di peso medio e assai delave’. Quella era stata molto usata in passato e poi era finita in discarica, ma me ne sono ricordata troppo tardi. La seconda era già, da mesi, quella in chambray, e devo averla indossata per l’ultima volta solo poche settimane fa.

Così ora possiedo due identiche camicie jeans in chambray di cotone, stessa marca, stesso taglio, stessi dettagli, identico il grado di scoloritura e di finta usura. Mi consolo con il fatto che le mie scelte siano sempre coerenti e il mio stile, inimitabile :-), non cambi mai e non segua troppo le mode del momento.

La morale: dopo il primo luglio questa casa verrá rivoltata da cima a fondo come un calzino: non penso potrà mai diventerà un laboratorio del minimalismo chic o un virtuoso esempio di decluttering da additare al mondo. Resterà sempre un po’ tamarra e di tante cose non riuscirò  mai a liberarmi anche perché per ora l’ultimo mio problema è la mancanza di spazio fisico ma, onestamente, qui dentro gira troppa fuffa.

Una nota di particolare disonore alla gestione pressapochista del mio guardaroba che, evidentemente, necessita di migliore organizzazione, e magari (lo sogno da anni) di una schedatura mappatura del presente / disponibile, con foto. Tutto in una bella app. Perché se è vero che una cavolata così non l’avevo mai fatta manco io, di inutili facsimile o repliche di capi di abbigliamento ne ho accumulati diversi, e sempre perché non so mai cosa esattamente ho nell’armadio, e nella scarpiera. E in frigorifero, o negli armadietti della cucina.

Anche la dispensa infatti necessita di più accurata ed oculata organizzazione, ma almeno in cucina va a periodi. 

Menzione di merito, invece, per la gestione impeccabile della libreria/biblioteca, un lavoro che l’anno scorso mi ha portato via tre giorni interi, tre giorni da mattina a sera a cavallo del ponte del primo maggio, e facilitata dal fatto che non compro più libri cartacei che non siano manuali o grammatiche di lingua.Lo dico per stimolarmi e automotivarmi e perché so quanto è bello cercare una cosa e sapere dove è, e magari trovarla, ma quando serve, non picchiarci il naso per caso.

Poi: non credo affatto che l’attività di semplificazione dei pensieri e delle cose che voglio portare nella testa e nel cuore nel mio viaggio terreno d’ora in avanti sia del tutto scollegata dalla necessità, o desiderio, di liberarsi delle cose materiali inutili, superflue, specialmente se non hanno alcun valore sentimentale o di ricordo. Perché per queste ultime, sigh, io ho ancora il cuore di panna. No, non lo credo proprio: magari non in parallelismo perfetto, ma viaggiano di pari passo.

Anche se sarà una fatica immane, immagino poi con questo caldo, e ci saranno un sacco di viaggi da fare in direzione della discarica, o verso le campane che raccolgono indumenti, é una cosa che non vedo l’ora di cominciare a fare, per sentirmi in tutto più leggera, veloce, pronta a cambiamenti anche più strutturali.

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Minime variazioni

Fino a pochi anni fa per ogni stagione mi sceglievo una canzone che sarebbe diventata la mia canzone per quel periodo, non necessariamente cose che ritenessi dei capolavori. In genere semplicemente qualcosa di molto orecchiabile e con un ritornello da scimmiottare. Tendenzialmente molto più per l’estate che per l’inverno, e forse per l’inverno ho lasciato parecchi buchi, che l’inverno non è una stagione che mi faccia venire molta voglia di canticchiare.

Dall’inverno 2013 ho smesso con quest’abitudine, che poi non era un’ abitudine, ma una specie di ingenuo e inconsapevole rito antropologico di carattere propiziatorio, ed ho smesso perché faccio sempre più fatica ad amare nuovi autori, nuovi pezzi, nuovi generi. Non che l’abbia deciso o pianificato a tavolino. Così l’ultima mia canzone, autunno inverno 2013, é stata 

Che poi forse doveva anche essere di qualche anno prima, ma io l’ho scoperta solo allora, e per un bel po’ non mi si é più scollata dai timpani. E che dire, quei suoni mi hanno mandata fuori di testa per tutti quei mesi, mi hanno accompagnata in un periodo in cui tutta la mia vita dipendeva da decisioni attese da anni e che non dovevo prendere io. Mesi in cui il mio migliore amico, e non sto affatto scherzando, é stato peloso e a quattro zampe. Così, quando per caso riascolto questo brano mi torna in mente anche lui, che sembrava capire tutto e sapere, e che di certo sa ricordare, visto che ci facciamo sempre e ancora le feste, quando passo a piedi davanti al suo cancello.

Venuto meno questo tipo di rituale e dato che la tendenza é sempre più rivolta alla semplificazione esistenziale ed alla ricerca di gratificazioni immediate, anche minime, per controbilanciare le asprezze quotidiane, mi sono rivolta altrove. Ad un settore che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni, e continua a darmele: la cucina, mangiare, il cibo.

Non perché io sappia o mi piaccia cucinare, ma di certo mi piace mangiare, e cose anche poco elaborate e molto semplici riescono a farmi gioire del fatto di essere viva, tutto sommato.

Così, per certo, il piatto dell’estate 2015 sarà una mega-insalata servita in tinozza da bucato di 35 litri e così composta:

– cipolle rosse di Tropea, scoperte solo pochi mesi fa, come ho potuto vivere senza? Tagliate sottili sottili, e in cospicua quantità, perché in casa mia non ci sarà il pane, ma cipolle, sempre.

– carote novelle di Ispica, tagliate a fettine e non necessariamente sottilissime, che mi piace sentire quando fanno crunch – crunch. O anche carote e basta, via.

– avocado sempre e solo Hass, il più pregiato: buccia con sfumature tra il verde ed il color melanzana, si “spella” in un secondo. A pezzettoni

– pomodori cuore di bue o, al massimo, gli insalatari. Rigorosamente solo queste due varietà, quelli molto acquosi rovinano tutto, per carità.

– ci si può aggiungere insalata di vario tipo, colore, qualità, ma la cosa è facoltativa, anche senza insalata mi manda in visibilio e forse addirittura la preferisco 

– succo di lime, o di limone, olio extravergine d’oliva, pochissimo sale e/o gomasio, spolverata di semi di papavero 

Poi posso solo dire: è bianco, siciliano, gagliardo, di colore biondo paglierino, va servito fresco ma senza esagerare. C’è ovviamente un nome, una cantina, non è probabilmente roba da intenditori visto che costa sui cinque euri a bottiglia e non trentacinque, ma è assai più che dignitoso, e con l’insalata “2015” é la morte sua.

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