Archivi del giorno: 21 giugno 2015

Amori che vanno, amori che vengono

Dopo tanti anni da quando ci siamo detti addio é ritornato l’amore.  Anche se non è mai stato un vero addio, più che altro un allontanamento. 

Qua e lá ci siamo sempre frequentati,  solo molto meno intensamente che in gioventù, quando lui era l’unico ed il solo e tutti dicevano che insieme eravamo una bellissima coppia, che stavano proprio bene insieme.

Dentro di me io l’ho sempre pensato ed amato, anche quando ero rimasta la sola, anche quando mi davo ad altri come una sgualdrina, anche se questi altri non erano affatto, e non sono, in grado di valorizzarmi e di capirmi come fa lui.

Ho provato con altri, sperimentato, ho avuto brevi ed intense soddisfazioni, un po’ mi sono accontentata o ho fatto finta di non vedere, ma alla fine sono tornata da lui, sono tornata a Canossa, a quell’amore lontano felicemente corrisposto.

Così, registreranno gli annali della storia, l’estate 2015 segna prepotentemente il ritorno del blu navy della mia vita.

Non il blu a righe, o a pallini, o su fondo tartan, o fiori blu o sfondo blu.  

No, proprio lui-lui, il colore blu navy in tinta unica,  in forma monogamica e monoteista. Che gioia averlo ritrovato. 

Una gioia tale da farmi voler mettere una gonna domani: io, gonna, d’estate. 

Sí, ma blu – tinto a mano perció leggermente disuniforme che non mi piacciono le cose troppo perfette – e svolazzante, di lino.

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Quello che so

Io l’unica cosa che so prima di andare a fare/dare un esame, e questo succedeva sia a scuola che all’università, ma anche ai vari corsi che ho frequentato (a mie spese) nel (vano) tentativo di costruirmi una professionalità e spendibilitá nel mondo del mercato del lavoro peninsulare, é che non so niente.

Che quello che so e che ho fatto mio, e che davvero so destreggiare come quando impugno coltello e forchetta o il mascara é solo una ridicola, risibile, minima, infinitesimale parte di quella già di per sé limitata porzione dello scibile umano che mi si richiede di sapere. E poi, naturalmente, so che non ho fatto abbastanza, neanche lontanamente.

Ma se per caso avessi fatto davvero anche abbastanza, so che avrei dovuto fare di più, parecchio, o farlo meglio, o in altro modo. In quell’altro modo in cui l’avranno fatto tutti gli altri, tutti preparatissimi, tutti menestrelli e giocolieri della materia.

Così, a distanza di una settimana dal mio esame internazionale di russo e ad un’età alla quale dovrei forse pensare più che altro alla terapia ormonale sostitutiva, godermi qualche tele-piovra, o pianificare il passaggio alla tintura totale della chioma, io mi sento un fuscello d’erba nel vento, e mi perseguitano sinistre visioni ed oscuri presagi di scene mute, di esaminatori rubicondi venuti d’oltre cortina che si spanciano dalle risate, mentre tutti gli altri esaminandi scuotono la testa e si danno di gomito.

In genere poi invece succede che il mio DNA italico mi faccia dare il meglio in situazioni di stress e di forte sollecitazione, come appunto agli esami: spero tanto anche questa volta. 

Anche se non so davvero niente, ma questa volta davvero niente, e anche se stá cosa qui in cui mi sono imbarcata non serve a niente, ma davvero a niente. 

Serve solo a ricordarmi che esisto e che ho ancora un paio di neuroni nel cervello, che dopo troppi anni lá dentro la considerazione che ho di me stessa é sotto le scarpe, nella Fossa delle Marianne. Che gran posto di c/цц0.

Nemmeno un uomo era mai arrivato a tanto.

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Non ci sono più le stagioni di una volta, signora mia

Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ed il rischio è alto quando si tratta di un argomento così sensibile ed attuale in questo disastrato paese, il lavoro. Persone che conosco sono toccate dal problema della disoccupazione e della sottoccupazione, e non se la passano bene. 

Capitasse a me domani sarei nel guano fino al collo, per dire. In pochi anni finirei a fare la fila alla Caritas.

Però, a quelli che ti chiedono come stai e poi ti dicono “eh, l’importante è la salute e il lavoro” io metterei volentieri due dita in occhio. Lasciamo stare la salute che è davvero roba seria e vitale e fa parte di più alti imperscrutabili progetti che sfuggono alla mia comprensione, e parliamo di lavoro.

Ok, io un lavoro ce l’ho, e certamente ho un problema in meno, un grosso-grosso problema in meno, di chi è senza.

Tuttavia ho un lavoro del c/цц0 in un posto del c/цц0 che sta sempre diventando più del c/цц0 grazie anche a persone del c/цц0 ed a un’organizzione del c/цц0, con una mentalità mafiosa del c/цц0 in salsa lombardoveneta del c/цц0, quindi non è che me la passi benissimo nemmeno io, Signora.  Eccoci, l’ho detto.

Adesso me lo sogno anche la notte, per dire, è domenica pomeriggio e mi viene la morte addosso al pensiero della settimana che mi aspetta, e delle settimane e degli anni che verranno.

Dedicato alla mia vicina di casa con la scopa in mano. Ci incontriamo solo quando io taglio l’erba o strappo le erbacce in giardino, e lei è sempre lì con una ramazza in mano.

Comunque, io sta cosa qui dell’accontentarsi, che credo sia uno dei fondamentali della cultura cristiana cattolica, la capisco sí e no, e mi va giù sí e no. Accontentarsi sí, bene, ma possibilmente non sui fondamentali. E un posto alias paese dove uno si deve accontentare di questo, magari anche per una vita intera, anzi deve pure ringraziare per avercelo perché alternative non ce ne sono, deve essere proprio messo male.

Però poi mi accorgo di dirlo anch’io, cioè, sicuramente devo averlo detto, per tagliare corto, ma solo quando proprio-proprio non ho niente da dire.

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