Archivi del mese: luglio 2015

Richiesta

Rivolgerei un caldo invito ai titolari gestori di blog su piattaforma Iobloggo, specie quelli che seguo ma anche quelli che vorrei poter seguire con facoltà di commentare, a passare al più moderno, evoluto e frizzantino WordPress che è altrettanto facile ed intuitivo da usare.

Il motivo? 

Il motivo è che io su Iobloggo non riesco quasi mai a commentare, e non voglio nemmeno che mi si spieghi il perché perché non è che non ci abbia provato. 

Ci ho già provato e riprovato, eccoci. Con qualcuno funziona una meraviglia, con altri non c’è proprio verso.

Sentitamente ringrazio e porgo i sensi della mia più viva stima.

5 commenti

Archiviato in Craps

Riflessioni di mezza estate 1)

Pensavo stamattina mentre facevo la spesa in un centro commerciale, che non è proprio mia abitudine,  ma dovevo comperare una forbicina per le unghie, che la mia è sparita e anche se la ritrovo a spasso per casa é comunque logorata dagli anni e dall’usura, che in fondo i miei capelli hanno vissuto un’ unica breve stagione felice.

Circa venticinque anni fa, e contro ogni mia convinzione ed aspettativa, che io sono un amante dei capelli medio lunghi, ma è stato l’unico periodo della mia vita in cui non mi sono dovuta preoccupare di lavarli anche tutti i giorni, di doverli asciugare, di come stessero, di come mi se svegliassi la mattina, del coefficiente di umidità e del vento, se avessi voglia di usare il phon o meno.

Erano semplicemente perfetti, impeccabili, oltre che sanissimi, e io mi sentivo un figurino, cioè sempre a posto, inappuntabile. E senza fare niente, perché come li lavavo così stavano, naturalmente. E si adattavano anche parecchio bene al fenotipo nordico slavo. Inaspettatamente, ho già detto.

É stata la breve fugace stagione in cui un parrucchiere della capitale, un cosiddetto Parrucchiere delle Dive di cui ricordo ancora nome e cognome, per mezzo del mio allora stipendio e cioè tante-mila delle vecchie lire, mi ha tagliato i capelli alla Valentina di Crepax: un carré corto raso-nuca leggermente, e sottolineo leggermente, più lungo avanti. 

Un taglio nettissimo, che allora avevo i capelli da Maria Maddalena quasi a metà della schiena, e lui, il Parrucchiere delle Dive, era inorridito alla sola vista della mia chioma. 

“Tagliamo tutto” aveva sentenziato, ed in un grande slancio di fiducia io avevo acconsentito, affidandomi alle sue mani sapienti, ma davvero sapienti, e cioè capaci di valutare complessivamente struttura e tipo di capelli, morfologia del viso, personalità, stile di vita.  Allora, in quel preciso momento della mia vita ci aveva proprio azzeccato.

Se penso a quella catena di montaggio francese in cui mi sono buttata negli ultimi mesi mi viene solo da dire, manco fossi una diva, mio Dio come sono caduta in basso. 

Ricordo due signore mature e molto bene della capitale che al lavaggio capelli mi consigliavano di non farlo, di non tagliarli, che erano belli ed avevano senso così, lunghi e dritti. Ma aggiungo anche che in fondo, adesso, darei loro ragione.

Quel taglio era, ed é, un taglio essenzialmente da bruna o corvina, non da bionda, che noi bionde siamo più morbide e rotonde, delicate, e per le vie di mezzo. Un taglio da giovane, e a novant’anni suonati il taglio alla Valentina é del tutto fuori luogo. 

 Allora convivevo con la Merda Umana, che come tutti i fascisti reazionari di sinistra era ed è un amante dei capelli lunghi. Aveva esitato per un secondo nel vedermi, ma poi aveva riconosciuto che in fondo stessi bene, addirittura forse meglio così. 

Che in fondo un po’ gli ricordavo la tipa (mora) del video di Brian Ferry “don’t stop the dance” che ha irremidiabilmente condizionato e fatto perdere senza più ritrovarsi i maschi della mia generazione. Dandomi poi della deficiente per avere speso tante-mila delle vecchie lire.

Alla vigilia del mio taglio di capelli da un nuovo parrucchiere, quello che riesce a fare meraviglie  sulla chioma molto simile alla mia della professorina di russo*, intervento che potrebbe anche essere o rivelarsi radicale, mi chiedo come starei adesso come Valentina di Crepax, sempre bionda.

E mi dico che farei cagare, e che devo pensare ad altro. 

La cosa stupida e curiosa di noi donne, non credo solo di questa donna, anche di molte mie amiche, é che ci buttiamo sempre fiduciose e piene di speranze su ogni nuovo parrucchiere, ed in media ne abbiamo veramente tanti nel nostro cv, più che mariti, fidanzati, amanti o simpatizzanti messi insieme.

La seconda cosa che ho pensato mentre raccattavo roba da centrifugare al supermercato é che nell’unica settimana libera dal lavoro che ho per adesso, io voglio andare a Sarajevo. 

Voglio andare a Sarajevo con BBC, non arrivarci in fretta e comoda sbarcando fresca e riposata da un aereo o da un treno, voglio soffrirlo e patirlo tutto quel viaggio, proprio come quella città che ancora gronda sudore e sofferenza per una guerra dell’altro ieri. Una città che ha saputo anche riprendersi e continuare a vivere in modo godereccio ma non superficiale, con una storia alle spalle e consapevolezza del passato, come piace a me. 

Ovvio che non troverò nessuno che conosco che ci voglia venire a Sarajevo, con BBC poi. Meglio, che ho voglia di cose e di persone nuove, e le cose un po’ alla каццо son sempre quelle che mi vengono meglio.

Non so nemmeno se ci riuscirò, trovo tanti pellegrini diretti a Medjugore e che potrebbero mollarmi a Sarajevo, ma per ora preferisco evitarli per questo e quell’altro motivo.

Terzo: se ad una perlustrazione di un intero centro commerciale che sta ancora vivendo di saldi io riesco a tornarmene a casa solo con una t-shirt bianca di Zara in cotone bio vuol dire che sono davvero un’altra persona rispetto al passato. Lo sono.

Quarto: l’unico profumo che tollero, ma solo in estate, é sempre e solo, da dieci anni a questa parte, la fragranza unisex CKOne. Agrumata, toni freschi e molto naturali, priva di alcol, non mi sono ancora stancata di sentirmela addosso, la quintessenza del caldo, della bella stagione. Per me da premio Nobel dei mastri profumieri.

Poi non è che più di tanto con le riflessioni sia riuscita ad andare, che ha piovuto, ma si crepa ancora bellamente di caldo.

*еккекаццо, la professorina di russo ha 37 anni suonati.  Quando me l’ha detto mi è venuto uno schioppone.

Lascia un commento

Archiviato in Craps

Breve studio antropologico senza pretese di scientificità su fauna italica e BBC

Come ho già avuto modo di scrivere io adoro viaggiare con BlaBlacar. Adoro BlaBlacar anche quando, per diversi motivi, non è sempre il modo più comodo e veloce di spostarsi, oggettivamente. A volte nemmeno il più economico. 

Un esempio concreto: un Milano Roma (o viceversa) con BBC vuol dire, ammesso che conducente e tutti i viandanti raccattati per la strada siano perfettamente puntuali, cosa che dei miei connazionali purtroppo non sempre si può dire, un sei ore sulla strada ma come minimo, e un quaranta sacchi a passaggio. 

Un Freccia Rossa prenotato in congruo anticipo ce la fa in due ore e cinquanta e si trova anche a trenta euri a tratta, ma non è questo il punto. Il punto è: vuoi mettere BlaBlacar. 

Se non si ha fretta, se si è curiosi, aperti, non prevenuti, tolleranti, se piace il fatto di non avere troppe certezze, se il viaggio é almeno tanto importante quanto la meta, se ci si sente un po’ viaggiatori sentimentali e decadenti da fine secolo allora mille molte meglio BlaBlacar di un arido treno da imbustati vivi sotto vuoto spinto e che non si guardano nemmeno in faccia.

Io in genere non sono molto tollerante, però per periodi di tempi limitati che riesco ancora a gestire mi piace mettermi alla prova e sfidarmi, e poi non sempre c’é bisogno di fare ricorso a tolleranza, pazienza, sopportazione.

Statisticamente e per qualche scherzo del destino la mia tolleranza é sempre messa alla prova sul viaggio di ritorno, mentre all’andata li ho sempre amati tutti, e li ricordo ancora uno per uno. I conducenti comunque sempre belli, bravi e buoni, andata e ritorno, i viandanti del ritorno dipende.

Adoro BlaBlacar per l’esperienza in se, perché offre sempre-sempre uno spaccato di varia umanità che nella vita di tutti i giorni me la sogno, e mi fa un sacco piacere sapere che lá fuori esista ancora tanto colore e diversità, tanta bellezza. 

Io sto al gabbio troppo tempo e da tanto tempo, sempre lo stesso gabbio, e sono diventata un mostro: non riesco a cogliere nemmeno la più lontana sfumatura di umana bellezza là dentro, o di umanità. Nemmeno mi interessa, ammesso che esista.

Amo BlaBlacar anche perché poi i conducenti, sempre maschi nei miei viaggi, lasciano dei feedback sulla sottoscritta che nemmeno lascerebbe colei che mi ha partorita tra lacrime e sangue, e se va avanti così finirà che prima o poi io grazie a BlaBlacar a novant’anni mi fidanzo anche, ed è una bella botta di autostima ogni volta.

Insomma, anche quando qualche viandante lo vorrei prendere a randellate io mi diverto come una matta. Ma vengo al sodo.

Andata

A) Maschio caucasico sui venticinque anni. Parte dalla mia stessa città pur non essendo un autoctono ma un isolano, un’isola bellissima inondata dal sole. 

Sorridente e gentile trascina arrancando una valigia più grande e pesante di lui. Con quel sorriso e il suo modo di fare, e anche perché si scusa educatamente ed in modo sincero, si fa perdonare in un nanosecondo il fatto di essere arrivato in ritardo al ritrovo. 

Si scoprirà strada facendo che in quella valigia c’è la sua vita e la sua casa. É in giro da un mese per fare colloqui e prove di lavoro. Si reca in altra città ed altra regione per fare l’ultima prova di una settimana, giusto per essere sicuro di fare la scelta giusta, ma nell’infernale Vorkuta ha già trovato un discreto lavoro a condizioni umane.

In tutto ciò la cosa più incredibile è che la prova glie l’abbiano anche pagata, tutti in macchina annuiscono increduli, lui è molto felice e soddisfatto di come gli stiano andando bene le cose. Quando ci fermiamo in un bar per la colazione la offrirà a tutti, a sorpresa. Un amore di ragazzo, adorabile: la zia gli augura ogni bene, ogni felicità. Dimenticavo: già expat di breve periodo, Germania e Spagna.

B) Femmina caucasica sulla trentacinquina, me la trovo già a bordo. 

Abbigliamento vagamente alternativo e da centro sociale e piercing al naso mi urlano “yoga ed insegnante di qualcosa, ambito umanistico”. Ci azzecco in entrambi i casi, oramai ho fiuto.  

Con lei si discuterà dei poteri salvifici e benefici della yoga sia sul fisico che sulla mente, di villaggi eco solidali, vegetarianesimo e stili di vita alternativi. Approvata, anche se sto ancora aspettando il nominativo di un maestro di yoga della mia città: verrá classificata alla voce “segno del destino” vista la mia intenzione di cominciare a dedicarmi a questa pratica. Anche lei expat per cinque anni, nella città che io preferisco al mondo.

C) Conducente. Maschio caucasico sulla quarantina, in carriera senza esserne troppo convinto e forse senza aver nemmeno scelto di esserlo, più che altro amante della montagna e della vita all’aria aperta, dei climi freddi e di Nordeuropa. Inquieto ma rassicurante.

Ha vissuto per lavoro in diversi paesi tra cui la Germania e, brevemente, anche in Russia, per cui tra lui e me attacca la banda. 

Ritorno

A) Conducente, maschio caucasico sulla quarantina. 

In macchina, sul retro e su apposito seggiolino, c’è un marmocchietto biondo: mio figlio ***, dice il conducente. Marmocchietto che starà zitto e muto per buona parte del viaggio smanettando su un simil tablet. Per tenerlo buono, dice il padre. Solo in prossimità di Vorkuta il bimbo ritroverà l’uso della parola e si scoprirà la sua tendenziale logorrea, il papà mi aveva messa in guardia. 

Padre dolcissimo, attento e tenero nei confronti del bambino, da farci un film. Meritevole di un serio studio sulla condizione dei padri separati, e su questi nuovi padri che sono più materni di certe mamme isteriche. Perlomeno così pare a me. 

Una o due volte al mese si scorrazza avanti ed indietro da Vorkuta il bambino per portarlo dai nonni, nella sua città d’origine. Si parla di più e del meno ma soprattutto di lavoro: lui ne fa uno simile al mio, stesse frustrazioni, stesse seccature, anche qui attacca la banda.

B) Viandanti, due, maschio e femmina probabilmente in coppia, raccattati in città intermedia, puntualissimi, verranno sbarcati poco prima di Vorkuta. 

Definiti a posteriori da conducente e sottoscritta “il Gatto e la Volpe”, e chi ha letto e si ricorda la favola di Pinocchio può già capire, a pelle immediata la sensazione di non potersi fidare, di qualcosa di falso, di stonato. 

Non di dover tenere sotto controllo il portafogli, non in quel senso, ma di raccontaballe, fanfaroni, millantatori. Più di tutti degni di uno studio, di carattere sociologico più che antropologico, e magari anche di uno studio da parte della Guardia di Finanza.

Nulla da eccepire come modo di fare, se non forse il fatto che parlassero a voce un po’ troppo alta. Sedicenti guru di una certa disciplina, apparentemente dediti alla bella vita, la ostentano con non malcelato disprezzo nei confronti dei comuni mortali che si arrabattano ogni giorno con il solito cazzutissimo lavoro da dipendente 9-17. A conducente e a me piaciuti poco, sicuramente ricambiati, classificati “pitocchi rifatti e contapalle”.

Fine, e al prossimo giro, prossima corsa, che sará presto.

2 commenti

Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)

Ovvove

Un antropologo culturale ed uno studioso del linguaggio potrebbero forse aiutarmi a capire e a rintracciare l’origine di una parola, o meglio espressione idiomatica, che ha sempre destato in me un certo raccapriccio. 

E risentirla per la prima volta dopo trent’anni o giù di lì mi ha provocato le stesse sensazioni di allora: disagio, ma anche profonda irritazione, e stupore. Stupore che potesse ancora fuoriuscire dalla bocca di una all’incirca trentacinquenne nel 2015, e cuore di mamma.

Ho anche il sospetto che tale espressione idiomatica non sia priva di contaminazioni dialettali e, forse e probabilmente, è usata solo in questa zona d’Italia, o solo in quest’area della Grande Pianura. Ignoro, nel senso più ampio del termine.

Allora un Trota qualsiasi o uno dei tanti arzilli pensionati che hanno tempo da perdere, ammesso di riuscire a squarciare il velo di pudore del pensionato lombardoveneto tipicamente timorato di Dio, sarebbe in grado di spiegarmi perché qui si dica così senza scomodare gli studiosi.
Sí, ma cosa?

Faccio fatica anche a dirlo tanto non sopporto questo modo di dire: è l’espressione “essere” o “diventare signorina” per definire quella delicata fase di transizione dalla fanciullezza alla pubertà di una ragazzina, quando questa ha le mestruazioni per la prima volta e perciò, perlomeno biologicamente, non é più una bambina.

Me l’ha buttata lì oggi in macchina una mia collega a cui davo un passaggio, mi raccontava di sua figlia dodicenne. 

Perché trovo che queste semplici ed innocue parole messe insieme diventino così orrende, così volgari? Che trasudino crassa ignoranza e anche, perché no, un pizzico di inconsapevole misoginia? 

Forse perché già da sola la parola “signorina” mi fa venire la piorrea espulsiva e mi indurrebbe ad imbracciare una mazza da baseball contro chi ancora la usa?

Non capisco del tutto i motivi e l’origine di questa mia radicata e profonda avversione.

2 commenti

Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)

Mezza estate 

L’ho sentito, sommesso, ancora lontano ma distinto, maschio, potente: era un tuono. Era un tuono tra il rombo di qualche aereo in decollo, in fuga da quest’inferno di fuoco, sterpaglie e asfalto rovente.

Si fa annunciare e precedere da un venticello leggero, leggermente rinfrescante, che sposta ancora in modo ancora quasi impercettibile porte ed ante delle finestre, e speriamo non sia un venticello infingardo che poi ci lascia all’asciutto, letteralmente.

Ancora non ci credo, finché non la vedo, finché non la sento ticchettare sui vetri e poi scrosciare per la strada, preferibilmente in abbondanza … acqua, pioggia, frescura, vita. Cosí una parte dei miei fiori li ho già innaffiati, in caso un eventuale bis certo non farà del male.

E chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei stata proprio io ad invocarla, a chiedere clemenza, ad elemosinare una breve tregua da quest’estate torrida, soffocante. E io adoro l’estate, la sua lentezza, il senso di leggero appiccicaticcio che porta con se, la sua indulgenza, la fatica e sensuale spossatezza e svogliatezza cui induce.

Se stasera je la fa, dopo ben venticinque giorni e più di calura ed afa incessante, feroce, implacabile, un afrore che non ricordo di avere mai sperimentato per un periodo così lungo, da domani ritorno ad avere una vita. 

Ritorno a deambulare liberamente, a muovermi, a pensare, a fare un minimo di progetti, che oramai mi sono ridotta ad afferrare un paio di mutande e una maglietta direttamente dallo stendino la mattina, ed è l’attività più complessa ed intellettualmente stimolante della mia giornata extralavorativa.

Ad esempio il ritorno ad una minima attività cerebrale mi ha indotta a prenotare per mercoledì pomeriggio, tutto da sola e sponte mea, un taglio capelli da un nuovo parrucchiere, il che significa che l’ultimo non l’ho fatto durare nemmeno un anno. Dieci mesi per l’esattezza. 

Più difficile che trovare l’amore. Io l’amore in teoria l’avrei anche trovato ed incontrato un paio di volte nella vita, magari non per tutta la vita, é proprio i parrucchieri che non ce la faccio a farli durare più di un anno.

Del resto come si fa perdonare colui che ti riduce a festeggiare un compleanno importante con coda di cavallo, elastico e forcine?

Altri tuoni si avvicinano, si rincorrono come bambini per strada, ma ancora non così vicini da poter dire “è fatta”. Intanto un altro aereo di vacanzieri, mi piace pensarlo così, decolla, e io mi pregusto una nottata quantomeno più fresca e riposante. 

2 commenti

Archiviato in Craps

Ogni lustro cambio gusto

Se mi chiedessero oggi addì 22 luglio Anno del Signore 2015 quale è la mia stagione preferita non esiterei un secondo a rispondere: l’inverno.

3 commenti

Archiviato in Uncategorized

Dopo internet

Secondo me dopo Internet e la centrifuga la migliore invenzione degli ultimi venti anni é stata BlaBlacar, servizio gratuito di passaggi automobilistici di cui mi sono avvalsa qualche volta in passato con mia somma soddisfazione e gran divertimento. Per chiarezza: gratuito il servizio, non il passaggio.

Anche se la seconda volta sono stata lasciata a piedi a mille chilometri lontana da casa il giorno prima di rientrare al lavoro perché, beh, il tizio italiano con cui mi ero accordata prima della partenza, cioè venti giorni prima, aveva cambiato idea e deciso di rientrare qualche giorno più tardi.

Devo fare un breve spostamento a nord-est questo weekend, non ho alcuna voglia di guidare e ancora meno di prendere treni e girare per stazioni affollate in periodo vacanziero, ho già preso contatto con due tizi che devono fare lo stesso itinerario di qualche centinaio di chilometri.

Non c’è niente che mi piaccia di più e mi metta di buonumore di stare in macchina qualche ora con persone del tutto sconosciute e incontrate a caso, come numeri sorteggiati da una lotteria.  E di viaggiare non concentrata alla guida ma guardando fuori dal finestrino, ciarlando, ascoltando storie, e brandelli di vita altrui. 

A moltissimi conosciuti preferisco infatti dei totali estranei, con i quali si parte da zero, e poi tanti saluti a casa e “é stato bello, ciao”. In caso diverso esistono il telefono, la posta elettronica, i segnali di fumo. La trovo una cosa estremamente stimolante soprattutto per chi, come me, fa una vita molto monotona e piatta, senza sorprese che non siano palate in faccia, vita da criceto sulla ruota.

Finora mi è sempre andata molto bene anche quando, proprio all’ultimo giro, tra i passeggeri ho trovato una soggetta che ho fatto non poca fatica a sopportare per sei ore e più di interminabile viaggio, ma é stato altrettanto interessante ed educativo, come in un romanzo di formazione.

Ho dovuto mettere alla prova la mia soglia, diciamo bassina, di resistenza e di sopportazione, e praticare l’ars diplomatica cui sono poco avvezza, tutto al fine della pacifica convivenza con gli altri trasportati che è sempre l’obiettivo supremo.

Se mi chiedessero cos’è la felicità io direi cosa sarebbe per me la felicità adesso: godere di una discreta salute (ce l’ho), e avere abbastanza soldi (non ce li ho) per potere girovagare a zonzo e via terra per paesi e regioni d’interesse, con gente incontrata per caso, senza lussi ma con decoro. Ovviamente senza più lavorare. 

So già dove mi fermerei adesso, non importa sud o nord, ma vicino al mare, meglio ancora vicino ad un oceano con spiagge chilometriche e possibilmente deserte, ma non lontano da un centro abitato con un pó di vita. Mi vengono in mente certi posti e certe coste del Portogallo.

Magari fermarsi qualche mese in un luogo che piace molto, in cui ci si sente a casa, non girare sempre come una trottola. Incontrare tanta gente che vive così, perché ce n’è, che ha capito la gabbia in cui ci siamo cacciati con la palla delle sicurezze e dell’indomani, che tanto non ci sono più sicurezze di nessun tipo, a cominciare dal fatto che magari non arrivi al mattino dopo.

Non ce li ho questi soldi, già detto. Provo a visualizzare la scena, ogni giorno, ogni giorno diverse volte al giorno, dicono aiuti, ma anche se me lo punto sul calendario come obiettivo dei prossimi sei mesi rimarrà solo un sogno.

Ah, io questo girovagare da viandante del ventunesimo secolo lo farei con BlaBlacar, garantito.

5 commenti

Archiviato in Craps, Uncategorized

Non sapevo

Non sapevo di stare contribuendo attivamente all’inquinamento del pianeta, che di solito io riciclo tutto, ma proprio tutto, e non getto mai nulla a casaccio, e cerco di lasciare le minime tracce possibili di questo mio passaggio terreno. Infatti, nel 3050, io vorrò essere cremata.

L’olio, l’olio da frittura per chi frigge, io non ho mai fritto niente in vita mia, ma anche l’olio dei carciofi o dei pomodori secchi sott’olio, del tonno, delle olive, questi ultimi cibi che consumo con una certa frequenza, non andrebbe mai gettato / versato negli scarichi di casa, ovvero nel lavandino, in quanto altamente inquinante.

Gli oli da cucina di scarto andrebbero messi in un contenitore e poi portati alla discarica o oasi ecologica che dir si voglia del proprio comune, cosa che inizierò a fare da domani.

É curioso venirlo a sapere dopo anni di cheta, silenziosa e per una volta coerente e costante militanza in difesa del pianeta, cercando informazioni e consigli sulla pratica ayurvedica dell’ oil pulling che ho cominciato a seguire da dieci giorni circa. 

Oil pulling che per il momento faccio con olio extravergine di oliva, perché dell’olio di sesamo non esiste traccia nei supermercati ipermercati della mia zona, e quello di cocco lo uso solamente a scopo cosmetico. Sarò costretta a comprarlo online?

Trovo anche assai curioso il fatto che, mentre il packaging di molti alimenti o cosmetici dia quasi sempre precise indicazioni per il corretto smaltimento dello stesso, i vasetti degli alimenti conservati sott’olio non riportino il prezioso ed utile avvertimento su come disfarsi del “conservante”.

Per gli sciocchi, sprovveduti, ignari come me.

3 commenti

Archiviato in Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)

Terra di mezzo 

Non so come fare a dire alla mia fidata, generosa, paziente, gentile, comprensiva amica e compagna di campo da tennis da diversi anni che ho bisogno di cambiare, di provare altro, di fare altre cose. Che ho voglia di iniziare qualcosa di nuovo e sconosciuto anche se non so bene dove mi porti, anche se non dovessi andare molto lontano. 

Perché è un po’ come un matrimonio il nostro connubio. Non ci siamo mai date delle scadenze, quindi si suppone debba durare in eterno, ma é un po’ di tempo che non funziona più come prima, e purtroppo non intravedo per noi, né in coppia né singolarmente, margini di miglioramento, quindi (per me) di divertimento, di stimolo. Perlomeno non come prima.

Che vorrei fare canottaggio, o tornare in palestra, ma meglio ancora iniziare un percorso di crescita: forse uno di quegli sport-attività-discipline che possa aiutare anche a conoscermi meglio, a valorizzarmi ed esprimermi come persona al massimo delle mie capacità e potenzialità, sebbene non ancora precisamente identificate ed ammesso che esistano, e che mi aiuti a sbloccare certe paure e comportamenti oramai incistiti.

Voglio, diciamo vorrei, far viaggiare il corpo più in sintonia con la mente, perché non sono due entità separate, come mi hanno educata a pensare e a credere solo per il fatto di essere nata e cresciuta in longitudini dove il pragmatismo e la razionalità vincono su tutto e ogni cosa, ma sono un tutt’uno strettamente interconnesso.

Di questo io sono ogni giorno più convinta anche se sono sempre stata e sono tuttora piuttosto tiepida nei confronti di certe filosofie e di una certa spiritualità Orientale, e abbastanza indifferente ed immune al fascino dell’ Oriente come luogo geografico di posti e persone. 

Tuttavia nutro da un po’ di tempo un sincero interesse profano per le medicine non tradizionali, l’ayurvedica nello specifico, e per certi aspetti di quella cultura così diversa dalla mia, più proiettata verso l’interno della persona ed a un concetto di benessere psico-fisico più ampio rispetto al nostro, e più intangibile, immateriale.

Cioè mi sento a cavallo tra un mondo in cui mi sono riconosciuta fino a poco tempo fa, ma che adesso mi ha proprio stancata e delusa, ed uno che non conosco affatto, e che molto probabilmente non sentirò mai mio: mi sento in una terra di mezzo, pronta a prendere, ritenere, assorbire ciò che ciascuno ha di meglio da offrirmi. A farne una sintesi a modo mio, a mio uso e consumo, in assoluta libertà ed indifferente a schieramenti e scuole di pensiero.

Pensavo quindi alla (allo?) yoga, ma deve essere un posto giusto per me: un ambiente elastico, flessibile, tollerante, accogliente. E invece ho un po’ timore di finire in una setta ortodossa vegan-crudista di invasati di santoni indiani con il loro Terzo Occhio che mi guarda e giudica, e dove alla fine mi scassano i chakra più al lavoro. Ma forse sono io che sono ho qualche pregiudizio? 🙂  

Vorrei non dovere rinnegare che mi piaccia anche giocare a tennis, sport del corrotto capitalismo wasp anglosassone poi diffusosi anche tra i plebei, tennis che è stato uno dei più grandi amori della mia vita. E che lo è tuttora, solo che non mi basta più. E vorrei non dovere rinnegare che mi piace mangiare e bere vino, e che qualche volta ci scappa anche una sigarettina, e coloriti improperi al mondo intero.

lo sento il mio corpo che me le dice certe cose. Mi dice che lo sto trascurando, che non sto facendo abbastanza o non sto facendo le cose giuste per lui: che la rigidità, le contratture, il mal di schiena sempre latenti e gli strappi muscolari di cui ogni tanto soffro sono anche la spia ed il riflesso di un mio certo modo di vivere, vedere e pensare, di affrontare lo stress. 

E ad un certo punto causa ed effetto si confondono, e non so più se sono stressata perché ho i muscoli contratti, o se sono tesa e rigida come un lampione perché sono stressata; é un circolo vizioso che ritengo sia il caso di provare almeno ad interrompere.

Non è che non mi piaccia più correre dietro ad una pallina gialla fosforescente. Anche se io dal divano non mi schioderei mai, dopo cinque minuti di corri e acchiappa sono contenta di essere lí con la lingua tra i denti, e se non fossi al gabbio nove ore e più al giorno io continuerei a giocare a tennis due volte a settimana, per sempre. Sarei felice di schiattare su un campo da tennis, per dire.

Ma é ora di aggiungere una nuova  pagina a questo capitolo, e lo voglio fare in maniera soft, riducendo le due volte settimanali di tennis a una sola, per dedicarmi anche a questa cosa che devo ancora ben capire e decidere cosa sarà, yoga, biodanza, psicodanza, Reiki, improvvisazione teatrale nepalese, danze tibetane con meditazione, non so. 

Intanto cerco di capire, di saperne di più, spulcio le pagine web dei vari e sedicenti centri olistici e di discipline orientali della mia città, sento i pareri di persone diverse.  A settembre deciderò cosa fare. 

1 Commento

Archiviato in Craps, Outlet valve

De pedibus

Se fossi nata uomo e uomo etero sarei un feticista dei piedi femminili, non ho dubbi, e avrei realizzato di nutrire questo interesse / attrazione già da piccolo, esattamente come é successo in questa vita alla me nata femmina. 

Il fatto è che non so se, come femmina, possa definirmi una feticista dei piedi, ma tant’è: a me interessano, incuriosiscono, attirano i piedi. Sono una feticista dei piedi donna, etero, comunque specializzata in piedi femminili.

I piedi parlano, ci dicono cose che non sappiamo vedere e cogliere nelle persone. I piedi, a differenza di parole, mani ed occhi, non mentono. 

Io, quando posso, guardo sempre i piedi di una persona, di qualsiasi sesso, età, credo, censo, religione, paese. Se mi è possibile senza dare troppo nell’occhio li osservo proprio.

Come feticista dei piedi Maschio penso sarei solo un sano, innocuo, pacifico, non molestatore amatore ed osservatore delle estremità femminili, curioso ed attento. Non terrei foto nascoste di piedini inguainati in sandali tacco dodici, e non mi darei all’onanismo sfrenato alla sola vista di un sandalo gioiello, no.

Sarei uno tranquillo: uno che in una donna, ad esempio, guarderebbe ed apprezzerebbe molto più dei piedi naturalmente belli e curati il giusto che non trucco e parrucco che, oltre un certo limite quantitativo e qualitativo, mi infastidirebbero anzi parecchio. 

Come succede alla me nata femmina: non che non pratichi, non apprezzi o disconosca un po’ di trucco e parrucco, ma il tutto deve essere molto naturale ed effortless. Anche se, per avere una faccia acqua e sapone, qualcuna ci impiega anche un’ora e mezza, come diceva scherzando una delle pochissime non vomitevoli non sgallettate della nostra televisione che io ricordi, tale Natasha Qualcosa. Per caso russa.

Nata donna, felice di esserlo ed intenzionata a restarlo, io sono comunque una grande amante dei piedi, sin da che riesca a ricordare, anche se con i miei ho sempre avuto un rapporto conflittuale risoltosi poi in modo spontaneo e naturale con il passare degli anni. 

Non è mai stata una questione estetica, anche se ho estremitá, superiori ed inferiori, decisamente piccoli e sproporzionati alla mia altezza, infantili. 

Da adulta, esteticamente parlando, li avrei voluti  più lunghi ed ossuti, con i tendini nervosi in bella vista. Eleganti, felini, pronti a scattare. Piedi che parlassero e urlassero in modo silenzioso all’universo maschile: “ti spolpo”.

Invece mi ritrovo piedi e mani minuti, tranquillizzanti, paciosi: per niente felini, per niente pronti a scattare,  infantili ho detto. Piedi da farci una pennica insieme dopo una sana mangiata, più che da spolpamento delle carni e rotolamenti e rantoli tra le lenzuola.

Non essendosi trattato di questioni estetiche e relativi complessi sono fermamente convinta che la singolare ritrosia che ho avuto per anni nel mostrare i miei piedi a chicchessia sia colpa del catechismo domenicale, di qualche strano tabù di natura sessuale e peccaminosa inculcatomi in quelle noiosissime ed interminabili mattinate. 

Tabù che poi devo avere interiorizzato a livello inconscio, certo per mio errore, ai piani più bassi invece che a quelli intermedi di quell’innocente ed acerbo corpicino ancora libero da ogni peccato. Certo, chi può dirlo.

Sta di fatto che a sei anni circa, ai primi corsi di nuoto alle piscine comunali, io ero l’unica che si ostinava ad uscire dagli spogliatoi in costume, accappatoio, ridicoli calzini bianchi ed infradito giapponesi, e non so dire perché. Li tenevo anche per fare riscaldamento a bordo vasca, prima di entrare in acqua.  Non avrei avuto problemi ad uscire nuda da quegli spogliatoi, io, ma i miei piedi non li doveva vedere nessuno, specialmente le dita. 

E così è stato per parecchi anni, un caso umano.

Ancora bambina ma più cresciuta. Ricordo che al mare, dovendo necessariamente camminare scalza, affondavo abilmente e con finta nonchalance quei piccoli corpi estranei nella sabbia fino alla caviglia, oppure cercavo di raggiungere l’acqua il più in fretta possibile, magari correndo. Se ero in piedi al bar a comprarmi la gassosa arricciavo le dita, per confondere le idee, allontanare eventuali sguardi.

Se erano ghiaia e scogli era invece la morte mia perché ero giustificata e titolata ad indossare le scarpette di gomma, e nessuno mi avrebbe guardato storto o fatto domande.

Allora però principalmente erano i miei di piedi: quelli degli altri esistevano e li guardavo con curiosità, più che altro meravigliandomi dell’impudicizia e della sfrontatezza di chi se li portava in giro tranquillamente, senza alcun senso del peccato. Secondo me erano semplicemente scandalosi ed osceni, roba da far tuonare un Giovanardi di adesso. Non ero ancora l’Esteta e la Catone il Censore del Piede Nudo di adesso 🙂 

Poi è arrivata l’età in cui le ragazze cominciano a vergognarsi a farsi vedere in costume, e io mi vergognavo tanto di tutto, e di ogni lembo della mia pelle che i piedi, nel frattempo non vissuti più come scandalosi ed osceni, sono diventati l’ultimo dei miei problemi.

Così ho cominciato a guardare quelli degli altri con interessi estetici, innanzitutto, poi cultural-filosofici-antropologici, ma mi fermerei al primo livello che non vorrei svarionare.

Adesso, che estate e le gran caldane sono l’apoteosi del piede nudo, io non posso fare a meno di buttare l’occhio quando per la strada odo un ticchettio di tacchi, o quando intravedo due esili listarelle di pelle o stoffa e dei lembi di pelle umana nuda, ma soprattutto quelle dieci buffe creaturine semi movibili con cui ho fatto pace da tempo. 

Il ditone é il mio preferito: purtroppo non ho ancora capito se mi piacciano o detesti le peep toe, ma non ne ho mai avute e non so se ne comprerei. A volte, quando vedo un tozzo ditone in scarpini argentei da Fata Turchina l’istinto mi direbbe di dargli una gran pestata, ma so controllarmi. E poi sto lavorando molto sulla gestione dell’aggressività e delle frustrazioni.

In mensa l’altro giorno mi sono trovata a sbirciare sotto il tavolo i piedi e i sandali di giovin collega che sedeva di fianco, veramente una gran bella ragazza tra l’altro, ma le sue estremità mi hanno delusa. 

C’è solo una collega ineccepibile da questo punto di vista, non importa che la detesti, la verità va detta anche quando fa male. Rivedrei solo lo smalto perlato che nemmeno mia nonna Ninetta, e poi sarebbe quasi la perfezione, il Piede che ogni estimatore vorrebbe incontrare almeno una volta in vita sua.

Riconosco di essere una nazista del piede nudo, un’intollerante delle estremitá non curate (vale anche per gli ometti, non solo per le signore) una sciocca idealista cultrice di un’inarrivabile perfezione, a cominciare da me.

E se esistesse al mondo un solo paese veramente civile e che avesse realmente a cuore il benessere psicofisico dei suoi abitanti questo darebbe loro, maschi e femmine a partire dai quattordici anni di età, bonus mensili per pedicure presso seri e qualificati professionisti, o consentirebbe di detrarre le spese sostenute.

12 commenti

Archiviato in Craps