Archivi del giorno: 11 luglio 2015

Terra di mezzo 

Non so come fare a dire alla mia fidata, generosa, paziente, gentile, comprensiva amica e compagna di campo da tennis da diversi anni che ho bisogno di cambiare, di provare altro, di fare altre cose. Che ho voglia di iniziare qualcosa di nuovo e sconosciuto anche se non so bene dove mi porti, anche se non dovessi andare molto lontano. 

Perché è un po’ come un matrimonio il nostro connubio. Non ci siamo mai date delle scadenze, quindi si suppone debba durare in eterno, ma é un po’ di tempo che non funziona più come prima, e purtroppo non intravedo per noi, né in coppia né singolarmente, margini di miglioramento, quindi (per me) di divertimento, di stimolo. Perlomeno non come prima.

Che vorrei fare canottaggio, o tornare in palestra, ma meglio ancora iniziare un percorso di crescita: forse uno di quegli sport-attività-discipline che possa aiutare anche a conoscermi meglio, a valorizzarmi ed esprimermi come persona al massimo delle mie capacità e potenzialità, sebbene non ancora precisamente identificate ed ammesso che esistano, e che mi aiuti a sbloccare certe paure e comportamenti oramai incistiti.

Voglio, diciamo vorrei, far viaggiare il corpo più in sintonia con la mente, perché non sono due entità separate, come mi hanno educata a pensare e a credere solo per il fatto di essere nata e cresciuta in longitudini dove il pragmatismo e la razionalità vincono su tutto e ogni cosa, ma sono un tutt’uno strettamente interconnesso.

Di questo io sono ogni giorno più convinta anche se sono sempre stata e sono tuttora piuttosto tiepida nei confronti di certe filosofie e di una certa spiritualità Orientale, e abbastanza indifferente ed immune al fascino dell’ Oriente come luogo geografico di posti e persone. 

Tuttavia nutro da un po’ di tempo un sincero interesse profano per le medicine non tradizionali, l’ayurvedica nello specifico, e per certi aspetti di quella cultura così diversa dalla mia, più proiettata verso l’interno della persona ed a un concetto di benessere psico-fisico più ampio rispetto al nostro, e più intangibile, immateriale.

Cioè mi sento a cavallo tra un mondo in cui mi sono riconosciuta fino a poco tempo fa, ma che adesso mi ha proprio stancata e delusa, ed uno che non conosco affatto, e che molto probabilmente non sentirò mai mio: mi sento in una terra di mezzo, pronta a prendere, ritenere, assorbire ciò che ciascuno ha di meglio da offrirmi. A farne una sintesi a modo mio, a mio uso e consumo, in assoluta libertà ed indifferente a schieramenti e scuole di pensiero.

Pensavo quindi alla (allo?) yoga, ma deve essere un posto giusto per me: un ambiente elastico, flessibile, tollerante, accogliente. E invece ho un po’ timore di finire in una setta ortodossa vegan-crudista di invasati di santoni indiani con il loro Terzo Occhio che mi guarda e giudica, e dove alla fine mi scassano i chakra più al lavoro. Ma forse sono io che sono ho qualche pregiudizio? 🙂  

Vorrei non dovere rinnegare che mi piaccia anche giocare a tennis, sport del corrotto capitalismo wasp anglosassone poi diffusosi anche tra i plebei, tennis che è stato uno dei più grandi amori della mia vita. E che lo è tuttora, solo che non mi basta più. E vorrei non dovere rinnegare che mi piace mangiare e bere vino, e che qualche volta ci scappa anche una sigarettina, e coloriti improperi al mondo intero.

lo sento il mio corpo che me le dice certe cose. Mi dice che lo sto trascurando, che non sto facendo abbastanza o non sto facendo le cose giuste per lui: che la rigidità, le contratture, il mal di schiena sempre latenti e gli strappi muscolari di cui ogni tanto soffro sono anche la spia ed il riflesso di un mio certo modo di vivere, vedere e pensare, di affrontare lo stress. 

E ad un certo punto causa ed effetto si confondono, e non so più se sono stressata perché ho i muscoli contratti, o se sono tesa e rigida come un lampione perché sono stressata; é un circolo vizioso che ritengo sia il caso di provare almeno ad interrompere.

Non è che non mi piaccia più correre dietro ad una pallina gialla fosforescente. Anche se io dal divano non mi schioderei mai, dopo cinque minuti di corri e acchiappa sono contenta di essere lí con la lingua tra i denti, e se non fossi al gabbio nove ore e più al giorno io continuerei a giocare a tennis due volte a settimana, per sempre. Sarei felice di schiattare su un campo da tennis, per dire.

Ma é ora di aggiungere una nuova  pagina a questo capitolo, e lo voglio fare in maniera soft, riducendo le due volte settimanali di tennis a una sola, per dedicarmi anche a questa cosa che devo ancora ben capire e decidere cosa sarà, yoga, biodanza, psicodanza, Reiki, improvvisazione teatrale nepalese, danze tibetane con meditazione, non so. 

Intanto cerco di capire, di saperne di più, spulcio le pagine web dei vari e sedicenti centri olistici e di discipline orientali della mia città, sento i pareri di persone diverse.  A settembre deciderò cosa fare. 

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De pedibus

Se fossi nata uomo e uomo etero sarei un feticista dei piedi femminili, non ho dubbi, e avrei realizzato di nutrire questo interesse / attrazione già da piccolo, esattamente come é successo in questa vita alla me nata femmina. 

Il fatto è che non so se, come femmina, possa definirmi una feticista dei piedi, ma tant’è: a me interessano, incuriosiscono, attirano i piedi. Sono una feticista dei piedi donna, etero, comunque specializzata in piedi femminili.

I piedi parlano, ci dicono cose che non sappiamo vedere e cogliere nelle persone. I piedi, a differenza di parole, mani ed occhi, non mentono. 

Io, quando posso, guardo sempre i piedi di una persona, di qualsiasi sesso, età, credo, censo, religione, paese. Se mi è possibile senza dare troppo nell’occhio li osservo proprio.

Come feticista dei piedi Maschio penso sarei solo un sano, innocuo, pacifico, non molestatore amatore ed osservatore delle estremità femminili, curioso ed attento. Non terrei foto nascoste di piedini inguainati in sandali tacco dodici, e non mi darei all’onanismo sfrenato alla sola vista di un sandalo gioiello, no.

Sarei uno tranquillo: uno che in una donna, ad esempio, guarderebbe ed apprezzerebbe molto più dei piedi naturalmente belli e curati il giusto che non trucco e parrucco che, oltre un certo limite quantitativo e qualitativo, mi infastidirebbero anzi parecchio. 

Come succede alla me nata femmina: non che non pratichi, non apprezzi o disconosca un po’ di trucco e parrucco, ma il tutto deve essere molto naturale ed effortless. Anche se, per avere una faccia acqua e sapone, qualcuna ci impiega anche un’ora e mezza, come diceva scherzando una delle pochissime non vomitevoli non sgallettate della nostra televisione che io ricordi, tale Natasha Qualcosa. Per caso russa.

Nata donna, felice di esserlo ed intenzionata a restarlo, io sono comunque una grande amante dei piedi, sin da che riesca a ricordare, anche se con i miei ho sempre avuto un rapporto conflittuale risoltosi poi in modo spontaneo e naturale con il passare degli anni. 

Non è mai stata una questione estetica, anche se ho estremitá, superiori ed inferiori, decisamente piccoli e sproporzionati alla mia altezza, infantili. 

Da adulta, esteticamente parlando, li avrei voluti  più lunghi ed ossuti, con i tendini nervosi in bella vista. Eleganti, felini, pronti a scattare. Piedi che parlassero e urlassero in modo silenzioso all’universo maschile: “ti spolpo”.

Invece mi ritrovo piedi e mani minuti, tranquillizzanti, paciosi: per niente felini, per niente pronti a scattare,  infantili ho detto. Piedi da farci una pennica insieme dopo una sana mangiata, più che da spolpamento delle carni e rotolamenti e rantoli tra le lenzuola.

Non essendosi trattato di questioni estetiche e relativi complessi sono fermamente convinta che la singolare ritrosia che ho avuto per anni nel mostrare i miei piedi a chicchessia sia colpa del catechismo domenicale, di qualche strano tabù di natura sessuale e peccaminosa inculcatomi in quelle noiosissime ed interminabili mattinate. 

Tabù che poi devo avere interiorizzato a livello inconscio, certo per mio errore, ai piani più bassi invece che a quelli intermedi di quell’innocente ed acerbo corpicino ancora libero da ogni peccato. Certo, chi può dirlo.

Sta di fatto che a sei anni circa, ai primi corsi di nuoto alle piscine comunali, io ero l’unica che si ostinava ad uscire dagli spogliatoi in costume, accappatoio, ridicoli calzini bianchi ed infradito giapponesi, e non so dire perché. Li tenevo anche per fare riscaldamento a bordo vasca, prima di entrare in acqua.  Non avrei avuto problemi ad uscire nuda da quegli spogliatoi, io, ma i miei piedi non li doveva vedere nessuno, specialmente le dita. 

E così è stato per parecchi anni, un caso umano.

Ancora bambina ma più cresciuta. Ricordo che al mare, dovendo necessariamente camminare scalza, affondavo abilmente e con finta nonchalance quei piccoli corpi estranei nella sabbia fino alla caviglia, oppure cercavo di raggiungere l’acqua il più in fretta possibile, magari correndo. Se ero in piedi al bar a comprarmi la gassosa arricciavo le dita, per confondere le idee, allontanare eventuali sguardi.

Se erano ghiaia e scogli era invece la morte mia perché ero giustificata e titolata ad indossare le scarpette di gomma, e nessuno mi avrebbe guardato storto o fatto domande.

Allora però principalmente erano i miei di piedi: quelli degli altri esistevano e li guardavo con curiosità, più che altro meravigliandomi dell’impudicizia e della sfrontatezza di chi se li portava in giro tranquillamente, senza alcun senso del peccato. Secondo me erano semplicemente scandalosi ed osceni, roba da far tuonare un Giovanardi di adesso. Non ero ancora l’Esteta e la Catone il Censore del Piede Nudo di adesso 🙂 

Poi è arrivata l’età in cui le ragazze cominciano a vergognarsi a farsi vedere in costume, e io mi vergognavo tanto di tutto, e di ogni lembo della mia pelle che i piedi, nel frattempo non vissuti più come scandalosi ed osceni, sono diventati l’ultimo dei miei problemi.

Così ho cominciato a guardare quelli degli altri con interessi estetici, innanzitutto, poi cultural-filosofici-antropologici, ma mi fermerei al primo livello che non vorrei svarionare.

Adesso, che estate e le gran caldane sono l’apoteosi del piede nudo, io non posso fare a meno di buttare l’occhio quando per la strada odo un ticchettio di tacchi, o quando intravedo due esili listarelle di pelle o stoffa e dei lembi di pelle umana nuda, ma soprattutto quelle dieci buffe creaturine semi movibili con cui ho fatto pace da tempo. 

Il ditone é il mio preferito: purtroppo non ho ancora capito se mi piacciano o detesti le peep toe, ma non ne ho mai avute e non so se ne comprerei. A volte, quando vedo un tozzo ditone in scarpini argentei da Fata Turchina l’istinto mi direbbe di dargli una gran pestata, ma so controllarmi. E poi sto lavorando molto sulla gestione dell’aggressività e delle frustrazioni.

In mensa l’altro giorno mi sono trovata a sbirciare sotto il tavolo i piedi e i sandali di giovin collega che sedeva di fianco, veramente una gran bella ragazza tra l’altro, ma le sue estremità mi hanno delusa. 

C’è solo una collega ineccepibile da questo punto di vista, non importa che la detesti, la verità va detta anche quando fa male. Rivedrei solo lo smalto perlato che nemmeno mia nonna Ninetta, e poi sarebbe quasi la perfezione, il Piede che ogni estimatore vorrebbe incontrare almeno una volta in vita sua.

Riconosco di essere una nazista del piede nudo, un’intollerante delle estremitá non curate (vale anche per gli ometti, non solo per le signore) una sciocca idealista cultrice di un’inarrivabile perfezione, a cominciare da me.

E se esistesse al mondo un solo paese veramente civile e che avesse realmente a cuore il benessere psicofisico dei suoi abitanti questo darebbe loro, maschi e femmine a partire dai quattordici anni di età, bonus mensili per pedicure presso seri e qualificati professionisti, o consentirebbe di detrarre le spese sostenute.

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