Archivi del giorno: 25 luglio 2015

Riflessioni di mezza estate 1)

Pensavo stamattina mentre facevo la spesa in un centro commerciale, che non è proprio mia abitudine,  ma dovevo comperare una forbicina per le unghie, che la mia è sparita e anche se la ritrovo a spasso per casa é comunque logorata dagli anni e dall’usura, che in fondo i miei capelli hanno vissuto un’ unica breve stagione felice.

Circa venticinque anni fa, e contro ogni mia convinzione ed aspettativa, che io sono un amante dei capelli medio lunghi, ma è stato l’unico periodo della mia vita in cui non mi sono dovuta preoccupare di lavarli anche tutti i giorni, di doverli asciugare, di come stessero, di come mi se svegliassi la mattina, del coefficiente di umidità e del vento, se avessi voglia di usare il phon o meno.

Erano semplicemente perfetti, impeccabili, oltre che sanissimi, e io mi sentivo un figurino, cioè sempre a posto, inappuntabile. E senza fare niente, perché come li lavavo così stavano, naturalmente. E si adattavano anche parecchio bene al fenotipo nordico slavo. Inaspettatamente, ho già detto.

É stata la breve fugace stagione in cui un parrucchiere della capitale, un cosiddetto Parrucchiere delle Dive di cui ricordo ancora nome e cognome, per mezzo del mio allora stipendio e cioè tante-mila delle vecchie lire, mi ha tagliato i capelli alla Valentina di Crepax: un carré corto raso-nuca leggermente, e sottolineo leggermente, più lungo avanti. 

Un taglio nettissimo, che allora avevo i capelli da Maria Maddalena quasi a metà della schiena, e lui, il Parrucchiere delle Dive, era inorridito alla sola vista della mia chioma. 

“Tagliamo tutto” aveva sentenziato, ed in un grande slancio di fiducia io avevo acconsentito, affidandomi alle sue mani sapienti, ma davvero sapienti, e cioè capaci di valutare complessivamente struttura e tipo di capelli, morfologia del viso, personalità, stile di vita.  Allora, in quel preciso momento della mia vita ci aveva proprio azzeccato.

Se penso a quella catena di montaggio francese in cui mi sono buttata negli ultimi mesi mi viene solo da dire, manco fossi una diva, mio Dio come sono caduta in basso. 

Ricordo due signore mature e molto bene della capitale che al lavaggio capelli mi consigliavano di non farlo, di non tagliarli, che erano belli ed avevano senso così, lunghi e dritti. Ma aggiungo anche che in fondo, adesso, darei loro ragione.

Quel taglio era, ed é, un taglio essenzialmente da bruna o corvina, non da bionda, che noi bionde siamo più morbide e rotonde, delicate, e per le vie di mezzo. Un taglio da giovane, e a novant’anni suonati il taglio alla Valentina é del tutto fuori luogo. 

 Allora convivevo con la Merda Umana, che come tutti i fascisti reazionari di sinistra era ed è un amante dei capelli lunghi. Aveva esitato per un secondo nel vedermi, ma poi aveva riconosciuto che in fondo stessi bene, addirittura forse meglio così. 

Che in fondo un po’ gli ricordavo la tipa (mora) del video di Brian Ferry “don’t stop the dance” che ha irremidiabilmente condizionato e fatto perdere senza più ritrovarsi i maschi della mia generazione. Dandomi poi della deficiente per avere speso tante-mila delle vecchie lire.

Alla vigilia del mio taglio di capelli da un nuovo parrucchiere, quello che riesce a fare meraviglie  sulla chioma molto simile alla mia della professorina di russo*, intervento che potrebbe anche essere o rivelarsi radicale, mi chiedo come starei adesso come Valentina di Crepax, sempre bionda.

E mi dico che farei cagare, e che devo pensare ad altro. 

La cosa stupida e curiosa di noi donne, non credo solo di questa donna, anche di molte mie amiche, é che ci buttiamo sempre fiduciose e piene di speranze su ogni nuovo parrucchiere, ed in media ne abbiamo veramente tanti nel nostro cv, più che mariti, fidanzati, amanti o simpatizzanti messi insieme.

La seconda cosa che ho pensato mentre raccattavo roba da centrifugare al supermercato é che nell’unica settimana libera dal lavoro che ho per adesso, io voglio andare a Sarajevo. 

Voglio andare a Sarajevo con BBC, non arrivarci in fretta e comoda sbarcando fresca e riposata da un aereo o da un treno, voglio soffrirlo e patirlo tutto quel viaggio, proprio come quella città che ancora gronda sudore e sofferenza per una guerra dell’altro ieri. Una città che ha saputo anche riprendersi e continuare a vivere in modo godereccio ma non superficiale, con una storia alle spalle e consapevolezza del passato, come piace a me. 

Ovvio che non troverò nessuno che conosco che ci voglia venire a Sarajevo, con BBC poi. Meglio, che ho voglia di cose e di persone nuove, e le cose un po’ alla каццо son sempre quelle che mi vengono meglio.

Non so nemmeno se ci riuscirò, trovo tanti pellegrini diretti a Medjugore e che potrebbero mollarmi a Sarajevo, ma per ora preferisco evitarli per questo e quell’altro motivo.

Terzo: se ad una perlustrazione di un intero centro commerciale che sta ancora vivendo di saldi io riesco a tornarmene a casa solo con una t-shirt bianca di Zara in cotone bio vuol dire che sono davvero un’altra persona rispetto al passato. Lo sono.

Quarto: l’unico profumo che tollero, ma solo in estate, é sempre e solo, da dieci anni a questa parte, la fragranza unisex CKOne. Agrumata, toni freschi e molto naturali, priva di alcol, non mi sono ancora stancata di sentirmela addosso, la quintessenza del caldo, della bella stagione. Per me da premio Nobel dei mastri profumieri.

Poi non è che più di tanto con le riflessioni sia riuscita ad andare, che ha piovuto, ma si crepa ancora bellamente di caldo.

*еккекаццо, la professorina di russo ha 37 anni suonati.  Quando me l’ha detto mi è venuto uno schioppone.

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Breve studio antropologico senza pretese di scientificità su fauna italica e BBC

Come ho già avuto modo di scrivere io adoro viaggiare con BlaBlacar. Adoro BlaBlacar anche quando, per diversi motivi, non è sempre il modo più comodo e veloce di spostarsi, oggettivamente. A volte nemmeno il più economico. 

Un esempio concreto: un Milano Roma (o viceversa) con BBC vuol dire, ammesso che conducente e tutti i viandanti raccattati per la strada siano perfettamente puntuali, cosa che dei miei connazionali purtroppo non sempre si può dire, un sei ore sulla strada ma come minimo, e un quaranta sacchi a passaggio. 

Un Freccia Rossa prenotato in congruo anticipo ce la fa in due ore e cinquanta e si trova anche a trenta euri a tratta, ma non è questo il punto. Il punto è: vuoi mettere BlaBlacar. 

Se non si ha fretta, se si è curiosi, aperti, non prevenuti, tolleranti, se piace il fatto di non avere troppe certezze, se il viaggio é almeno tanto importante quanto la meta, se ci si sente un po’ viaggiatori sentimentali e decadenti da fine secolo allora mille molte meglio BlaBlacar di un arido treno da imbustati vivi sotto vuoto spinto e che non si guardano nemmeno in faccia.

Io in genere non sono molto tollerante, però per periodi di tempi limitati che riesco ancora a gestire mi piace mettermi alla prova e sfidarmi, e poi non sempre c’é bisogno di fare ricorso a tolleranza, pazienza, sopportazione.

Statisticamente e per qualche scherzo del destino la mia tolleranza é sempre messa alla prova sul viaggio di ritorno, mentre all’andata li ho sempre amati tutti, e li ricordo ancora uno per uno. I conducenti comunque sempre belli, bravi e buoni, andata e ritorno, i viandanti del ritorno dipende.

Adoro BlaBlacar per l’esperienza in se, perché offre sempre-sempre uno spaccato di varia umanità che nella vita di tutti i giorni me la sogno, e mi fa un sacco piacere sapere che lá fuori esista ancora tanto colore e diversità, tanta bellezza. 

Io sto al gabbio troppo tempo e da tanto tempo, sempre lo stesso gabbio, e sono diventata un mostro: non riesco a cogliere nemmeno la più lontana sfumatura di umana bellezza là dentro, o di umanità. Nemmeno mi interessa, ammesso che esista.

Amo BlaBlacar anche perché poi i conducenti, sempre maschi nei miei viaggi, lasciano dei feedback sulla sottoscritta che nemmeno lascerebbe colei che mi ha partorita tra lacrime e sangue, e se va avanti così finirà che prima o poi io grazie a BlaBlacar a novant’anni mi fidanzo anche, ed è una bella botta di autostima ogni volta.

Insomma, anche quando qualche viandante lo vorrei prendere a randellate io mi diverto come una matta. Ma vengo al sodo.

Andata

A) Maschio caucasico sui venticinque anni. Parte dalla mia stessa città pur non essendo un autoctono ma un isolano, un’isola bellissima inondata dal sole. 

Sorridente e gentile trascina arrancando una valigia più grande e pesante di lui. Con quel sorriso e il suo modo di fare, e anche perché si scusa educatamente ed in modo sincero, si fa perdonare in un nanosecondo il fatto di essere arrivato in ritardo al ritrovo. 

Si scoprirà strada facendo che in quella valigia c’è la sua vita e la sua casa. É in giro da un mese per fare colloqui e prove di lavoro. Si reca in altra città ed altra regione per fare l’ultima prova di una settimana, giusto per essere sicuro di fare la scelta giusta, ma nell’infernale Vorkuta ha già trovato un discreto lavoro a condizioni umane.

In tutto ciò la cosa più incredibile è che la prova glie l’abbiano anche pagata, tutti in macchina annuiscono increduli, lui è molto felice e soddisfatto di come gli stiano andando bene le cose. Quando ci fermiamo in un bar per la colazione la offrirà a tutti, a sorpresa. Un amore di ragazzo, adorabile: la zia gli augura ogni bene, ogni felicità. Dimenticavo: già expat di breve periodo, Germania e Spagna.

B) Femmina caucasica sulla trentacinquina, me la trovo già a bordo. 

Abbigliamento vagamente alternativo e da centro sociale e piercing al naso mi urlano “yoga ed insegnante di qualcosa, ambito umanistico”. Ci azzecco in entrambi i casi, oramai ho fiuto.  

Con lei si discuterà dei poteri salvifici e benefici della yoga sia sul fisico che sulla mente, di villaggi eco solidali, vegetarianesimo e stili di vita alternativi. Approvata, anche se sto ancora aspettando il nominativo di un maestro di yoga della mia città: verrá classificata alla voce “segno del destino” vista la mia intenzione di cominciare a dedicarmi a questa pratica. Anche lei expat per cinque anni, nella città che io preferisco al mondo.

C) Conducente. Maschio caucasico sulla quarantina, in carriera senza esserne troppo convinto e forse senza aver nemmeno scelto di esserlo, più che altro amante della montagna e della vita all’aria aperta, dei climi freddi e di Nordeuropa. Inquieto ma rassicurante.

Ha vissuto per lavoro in diversi paesi tra cui la Germania e, brevemente, anche in Russia, per cui tra lui e me attacca la banda. 

Ritorno

A) Conducente, maschio caucasico sulla quarantina. 

In macchina, sul retro e su apposito seggiolino, c’è un marmocchietto biondo: mio figlio ***, dice il conducente. Marmocchietto che starà zitto e muto per buona parte del viaggio smanettando su un simil tablet. Per tenerlo buono, dice il padre. Solo in prossimità di Vorkuta il bimbo ritroverà l’uso della parola e si scoprirà la sua tendenziale logorrea, il papà mi aveva messa in guardia. 

Padre dolcissimo, attento e tenero nei confronti del bambino, da farci un film. Meritevole di un serio studio sulla condizione dei padri separati, e su questi nuovi padri che sono più materni di certe mamme isteriche. Perlomeno così pare a me. 

Una o due volte al mese si scorrazza avanti ed indietro da Vorkuta il bambino per portarlo dai nonni, nella sua città d’origine. Si parla di più e del meno ma soprattutto di lavoro: lui ne fa uno simile al mio, stesse frustrazioni, stesse seccature, anche qui attacca la banda.

B) Viandanti, due, maschio e femmina probabilmente in coppia, raccattati in città intermedia, puntualissimi, verranno sbarcati poco prima di Vorkuta. 

Definiti a posteriori da conducente e sottoscritta “il Gatto e la Volpe”, e chi ha letto e si ricorda la favola di Pinocchio può già capire, a pelle immediata la sensazione di non potersi fidare, di qualcosa di falso, di stonato. 

Non di dover tenere sotto controllo il portafogli, non in quel senso, ma di raccontaballe, fanfaroni, millantatori. Più di tutti degni di uno studio, di carattere sociologico più che antropologico, e magari anche di uno studio da parte della Guardia di Finanza.

Nulla da eccepire come modo di fare, se non forse il fatto che parlassero a voce un po’ troppo alta. Sedicenti guru di una certa disciplina, apparentemente dediti alla bella vita, la ostentano con non malcelato disprezzo nei confronti dei comuni mortali che si arrabattano ogni giorno con il solito cazzutissimo lavoro da dipendente 9-17. A conducente e a me piaciuti poco, sicuramente ricambiati, classificati “pitocchi rifatti e contapalle”.

Fine, e al prossimo giro, prossima corsa, che sará presto.

2 commenti

Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)