Riflessioni di mezza estate 1)

Pensavo stamattina mentre facevo la spesa in un centro commerciale, che non è proprio mia abitudine,  ma dovevo comperare una forbicina per le unghie, che la mia è sparita e anche se la ritrovo a spasso per casa é comunque logorata dagli anni e dall’usura, che in fondo i miei capelli hanno vissuto un’ unica breve stagione felice.

Circa venticinque anni fa, e contro ogni mia convinzione ed aspettativa, che io sono un amante dei capelli medio lunghi, ma è stato l’unico periodo della mia vita in cui non mi sono dovuta preoccupare di lavarli anche tutti i giorni, di doverli asciugare, di come stessero, di come mi se svegliassi la mattina, del coefficiente di umidità e del vento, se avessi voglia di usare il phon o meno.

Erano semplicemente perfetti, impeccabili, oltre che sanissimi, e io mi sentivo un figurino, cioè sempre a posto, inappuntabile. E senza fare niente, perché come li lavavo così stavano, naturalmente. E si adattavano anche parecchio bene al fenotipo nordico slavo. Inaspettatamente, ho già detto.

É stata la breve fugace stagione in cui un parrucchiere della capitale, un cosiddetto Parrucchiere delle Dive di cui ricordo ancora nome e cognome, per mezzo del mio allora stipendio e cioè tante-mila delle vecchie lire, mi ha tagliato i capelli alla Valentina di Crepax: un carré corto raso-nuca leggermente, e sottolineo leggermente, più lungo avanti. 

Un taglio nettissimo, che allora avevo i capelli da Maria Maddalena quasi a metà della schiena, e lui, il Parrucchiere delle Dive, era inorridito alla sola vista della mia chioma. 

“Tagliamo tutto” aveva sentenziato, ed in un grande slancio di fiducia io avevo acconsentito, affidandomi alle sue mani sapienti, ma davvero sapienti, e cioè capaci di valutare complessivamente struttura e tipo di capelli, morfologia del viso, personalità, stile di vita.  Allora, in quel preciso momento della mia vita ci aveva proprio azzeccato.

Se penso a quella catena di montaggio francese in cui mi sono buttata negli ultimi mesi mi viene solo da dire, manco fossi una diva, mio Dio come sono caduta in basso. 

Ricordo due signore mature e molto bene della capitale che al lavaggio capelli mi consigliavano di non farlo, di non tagliarli, che erano belli ed avevano senso così, lunghi e dritti. Ma aggiungo anche che in fondo, adesso, darei loro ragione.

Quel taglio era, ed é, un taglio essenzialmente da bruna o corvina, non da bionda, che noi bionde siamo più morbide e rotonde, delicate, e per le vie di mezzo. Un taglio da giovane, e a novant’anni suonati il taglio alla Valentina é del tutto fuori luogo. 

 Allora convivevo con la Merda Umana, che come tutti i fascisti reazionari di sinistra era ed è un amante dei capelli lunghi. Aveva esitato per un secondo nel vedermi, ma poi aveva riconosciuto che in fondo stessi bene, addirittura forse meglio così. 

Che in fondo un po’ gli ricordavo la tipa (mora) del video di Brian Ferry “don’t stop the dance” che ha irremidiabilmente condizionato e fatto perdere senza più ritrovarsi i maschi della mia generazione. Dandomi poi della deficiente per avere speso tante-mila delle vecchie lire.

Alla vigilia del mio taglio di capelli da un nuovo parrucchiere, quello che riesce a fare meraviglie  sulla chioma molto simile alla mia della professorina di russo*, intervento che potrebbe anche essere o rivelarsi radicale, mi chiedo come starei adesso come Valentina di Crepax, sempre bionda.

E mi dico che farei cagare, e che devo pensare ad altro. 

La cosa stupida e curiosa di noi donne, non credo solo di questa donna, anche di molte mie amiche, é che ci buttiamo sempre fiduciose e piene di speranze su ogni nuovo parrucchiere, ed in media ne abbiamo veramente tanti nel nostro cv, più che mariti, fidanzati, amanti o simpatizzanti messi insieme.

La seconda cosa che ho pensato mentre raccattavo roba da centrifugare al supermercato é che nell’unica settimana libera dal lavoro che ho per adesso, io voglio andare a Sarajevo. 

Voglio andare a Sarajevo con BBC, non arrivarci in fretta e comoda sbarcando fresca e riposata da un aereo o da un treno, voglio soffrirlo e patirlo tutto quel viaggio, proprio come quella città che ancora gronda sudore e sofferenza per una guerra dell’altro ieri. Una città che ha saputo anche riprendersi e continuare a vivere in modo godereccio ma non superficiale, con una storia alle spalle e consapevolezza del passato, come piace a me. 

Ovvio che non troverò nessuno che conosco che ci voglia venire a Sarajevo, con BBC poi. Meglio, che ho voglia di cose e di persone nuove, e le cose un po’ alla каццо son sempre quelle che mi vengono meglio.

Non so nemmeno se ci riuscirò, trovo tanti pellegrini diretti a Medjugore e che potrebbero mollarmi a Sarajevo, ma per ora preferisco evitarli per questo e quell’altro motivo.

Terzo: se ad una perlustrazione di un intero centro commerciale che sta ancora vivendo di saldi io riesco a tornarmene a casa solo con una t-shirt bianca di Zara in cotone bio vuol dire che sono davvero un’altra persona rispetto al passato. Lo sono.

Quarto: l’unico profumo che tollero, ma solo in estate, é sempre e solo, da dieci anni a questa parte, la fragranza unisex CKOne. Agrumata, toni freschi e molto naturali, priva di alcol, non mi sono ancora stancata di sentirmela addosso, la quintessenza del caldo, della bella stagione. Per me da premio Nobel dei mastri profumieri.

Poi non è che più di tanto con le riflessioni sia riuscita ad andare, che ha piovuto, ma si crepa ancora bellamente di caldo.

*еккекаццо, la professorina di russo ha 37 anni suonati.  Quando me l’ha detto mi è venuto uno schioppone.

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