Archivi del giorno: 2 agosto 2015

Bulimia libresca

Da meno di ventiquattr’ore sono in preda di un attacco di fame compulsiva da lettrice con troppi-troppi arretrati che mi ha portato a divorare già tre libri. Sono come un cane rabbioso che non vuole mollare l’osso, finché dura.

Del secondo libro ne ho giá parlato, del primo non valeva la pena che ne parlassi perché la cosa migliore che ho riscontrato è il titolo mangereccio piuttosto accattivante, che é poi il motivo che mi ha spinta a leggerlo. 

Non so come sia potuta arrivata alla fine, ma penso solo per arrivare a scoprire il colpevole di un intreccio narrativo secondo me alquanto sgangherato e tirato per i capelli, e con pallidi personaggi visti e stravisti e anche poco convincenti. 

Da analfabeta di ritorno mi sono posta anche parecchi interrogativi su un uso abbastanza disinvolto della punteggiatura. Certo non sono in grado di dare lezioni a nessuno visto il tempo che mi separa dalle scuole dell’obbligo, ma mi pare di ricordare tra soggetto e predicato verbale non ci dovrebbe stare nessuna virgola. Magari mi sbaglio, ma il libro resta comunque una discreta ciofeca.

C’è da dire che quando si trova un filone, o meglio, degli autori che generano un nuovo filone che poi riscuote un grande successo come quello del giallo e del detective all’italiana dei vari Camilleri, Carofiglio e Vitali, li ho letti e mi piacciono tutti e tre per motivi diversi, poi a ruota libera compaiono una miriade di nuovi emuli. Questi si riproducono come conigli cambiando solo nomi ed ambientazioni, preferenze e gusti in fatto alimentare (se siamo in Italia) e il livello medio non si eleva di certo. Pecunia non olet.

Ma é così anche per il giallo thriller scandinavo, assai più prolifico di quello italiano, altro genere che non ho disdegnato negli ultimi mesi anche in virtù del grande feeling che ho con quei posti e con una cultura meno barocca e arzigogolata della nostra.

Il terzo é un libro che, da quanto ho potuto vedere in Google, é molto poco conosciuto in Italia: appartiene sempre al  filone noir investigativo, solo che colei che indaga su un caso di sparizione di una ragazzina non è una professionista ma una tranquilla signora ex archivista in pensione. 

Il libro si chiama Sangue kosher, di Maria Ines Krimer. L’ho scaricato al volo perché da sempre nutro un grande interesse per la cultura ebraica. Come suggerisce il titolo siamo proprio nel bel mezzo di una comunità ebraica, quella di Buenos Aires, città che da sempre scatena in me fantasie e desideri di viaggi magari senza ritorno, due valide ragioni per non farselo scappare.

L’improvvisata detective si muove tra l’omertà e reticenze della stessa comunità e la corruzione e connivenza dell’autorità e degli inquirenti su un’organizzazione criminale realmente esistita chiamata Zwi Migdal, un tempo dedita a reclutare con l’inganno nei poveri villaggi ebrei della campagna polacca e russa giovani ragazze da fare prostituire. Ora invece le ragazze le trovano direttamente in loco, sul Rio de la Plata, come la bella e giovanissima ragazza della quale si sono perse le tracce. 

Probabilmente non lo rileggerò ma non mi sono per niente pentita del tempo speso, una lettura piacevole e interessante per i due motivi già detti. Il finale lascia intuire che la detective per caso avrà presto un nuovo mistero di cui occuparsi, quindi mi aspetto presto un secondo libro, che potrei voler leggere.

E adesso, se non mi si incrociano gli occhi, dovrei passare al quarto, un grande classico della cultura ebraica.

Purtroppo i dispositivi per la lettura digitali non sono stati ancora perfezionati al punto da consentire un’ agevole lettura sotto il sole, grosso grosso problema d’estate per chi, anche se magari solo per un paio di giorni, può definirsi un’avida lettrice.

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Finalmente

Dai primi di luglio ho ritrovato il piacere della lettura, piacere che in realtà non ho mai perso del tutto perché, anche se adesso con meno frequenza di un tempo, sento e ho sempre sentito quantomeno il bisogno di andare a rileggere libri già letti. 

Rileggere più volte un libro nel corso degli anni, e non intendo solo una o due, é un bisogno strano e che non tutti provano o condividono, ci sono diverse scuole di pensiero al riguardo. 

Poi ci sono quelli che non leggono proprio, o che non hanno mai letto, e vivono bene comunque, anzi sono quasi sempre i più spensierati e felici, quindi non è detto che sia un male, anzi, direi il contrario.

Per qualcuno non ha senso, e non lo fa mai: una volta arrivato all’ultima pagina lo restituisce o lo ripone nello scaffale per sempre, come se un libro, ma anche un film, potesse rimanere dentro per sempre e nella sua interezza e completezza.  Anche me succede ovviamente, ma solo con i libri, o i film, che mi sono piaciuti in modo ordinario. Quelli che invece non mi piacciono proprio, beh, purtroppo non riesco a portarli nemmeno avanti.

Rileggere un libro che ho già letto e amato é per me la certezza confortante di tuffarmi in un porto sicuro, conosciuto, un posto dove so di potermi sentire a mio agio, al riparo da delusioni e, molto pragmaticamente, anche da perdite di tempo. Questo non aiuta probabilmente il mondo dell’editoria, ma del resto la mia opinione è che ultimamente sia anche un po’ troppo affollato, e che forse anche per questo sia diventato più difficile scegliere.

Così ogni tanto a cadenze più o meno ravvicinate e cicliche mi prende il bisogno di rivivere le stesse sensazioni di benessere provate tempo prima e capaci di lasciare quei ricordi che, se pur vaghi, sono rimasti sotto pelle. É anche la curiosità e il desiderio di ritrovare e rispolverare storie, personaggi ed emozioni mai del tutto dimenticate e con i contorni sbiaditi dal tempo che una testa sovraffollata di pensieri, scadenze, obblighi e preoccupazioni fa sempre più fatica a ritenere. Un plastico animato che si rimette in moto a mio comando e che già dopo le prime pagine mi risucchia.

Mi piace poi riscoprire particolari o intrecci che non avevo compreso del tutto, e imparare che a distanza di anni possono esserci chiavi di lettura e valutazioni diverse su trama, vicende, pensieri ed azioni dei personaggi.

Così, insomma, in queste settimane ci ho dato dentro con i miei libri di viaggio preferiti e oramai consunti, che sono sí emozioni, ma soprattutto una quantità industriale di informazioni, nozioni di geografia, politica, economia, nomi di posti e di luoghi, fatti, cronache, cose oggettivamente più difficili da ricordare. Interessantissimi sí, ma molto più simili a reportage giornalistici, qualcosa di molto diverso dalle emozioni che può suscitare un romanzo.

La mia fatica di questi ultimi anni, e da qui il relativo allontanamento dalla lettura e dall’essere cresciuta e vissuta per molto tempo come topo da biblioteca, é trovare libri e autori che mi piacciano in modo fuori dall’ordinario, ma di questo ne ho già parlato, e forse nella mia parziale disaffezione c’entrano anche gli anni, i miei, che passano.

Però, oggi, mi sento di poter gridare al miracolo: posso infatti finalmente dire di aver trovato, per puro caso e cioè non consigliata o indirizzata da nessun umano né da recensioni, un romanzo che ho letto d’un fiato in sette-otto ore filate, e che mi ha rimestata tutta, come difficilmente mi succede.

Sono arrivata anche alla lacrimuccia, che non frigno da mille anni, ma perché io ero Loro, e Loro erano me, e sapevo cosa avevano provato.

Sono una grande fan della Teoria del Caso, molte delle cose migliori provengono da lì più che dall’essere lungamente razionalmente pianificate o preparate, e ci sono giorni in cui mi piacciono moltissimo le sorprese. Cercavo nella sempre più fornita mediateca online provinciale qualcosa per sfangare un pomeriggio di pioggia, e mi sono imbattuta nell’ eBook di questo Un terribile amore, ultima recentissima fatica di tale Catherine Dunne, un nome che conoscevo senza aver mai letto nulla di suo. 

Credo che chiunque abbia frequentato anche solo saltuariamente una libreria o una biblioteca negli ultimi anni non possa non essere famigliare con il nome di quest’autrice irlandese. Adesso voglio naturalmente leggere anche altri suoi libri, sono molto curiosa.

Ho esitato più di un secondo prevenuta nei confronti di un titolo nella traduzione italiana secondo me riuscito così così* e, forse, anche del successo di questa scrittrice che nella mia avventatezza e superficialità ho sempre ritenuto troppo grande da essere meritato, a partire dal suo nome che mi è sempre sembrato essere finto, inventato (non lo é), da una copertina sempre secondo me anche questa riuscita così così. 

Poi ho letto la sinossi, mi è sembrata interessante e, fatta attenzione alla casa editrice, Guanda, che per me è già una relativa garanzia di buone letture, l’ho scaricato: poi non l’ho più mollato fino a quando sono arrivata all’ultima riga dell’ultima pagina e ho deciso che potevo finalmente darmi una lavata, e mettermi a scrivere le mie impressioni, e poi a dormire.

Siccome la rete sarà piena di esaustive e dettagliate recensioni mi astengo dal farne una vera e propria mia, che non ne sarei nemmeno all’altezza, ma mi sento di dire innanzitutto che è un libro veramente molto ben scritto, non sciatto e trasandato come tanti adesso. La sig.ra Dunne ha studiato letteratura, inglese e spagnola e, nel suo caso si sente e si vede.

Ne ho apprezzato da subito il tipo di scrittura, che per me non è cosa secondaria, poi mi sono dimenticata di questo dettaglio e ritrovata completamente avvinta e spinta ad andare avanti dal dipanarsi delle esistenze delle due protagoniste nel corso di alcuni decenni. 

Calista e Pilar sono due donne molto diverse tra di loro per luogo di nascita, condizione sociale e tipo di vita che conducono, accomunate solo dall’amore giovanile per i membri di una stessa ricca e potente famiglia cipriota, padre e figlio: questo amore, infelice in entrambi i casi, segnerá per sempre i loro destini. 

Le loro vite si sfioreranno a lungo senza sapere nulla una dell’altra e senza mai incontrarsi, poi si ritroveranno in età matura in uno sperduto villaggio dell’Estremadura dove Pilar era nata e dal quale era fuggita molti anni prima, lo stesso villaggio da cui proviene il ramo materno della famiglia di Calista. 

In queste storie d’amore, di complicate vicende e precari equilibri famigliari, di riscatto sociale e di destabilizzanti eventi politici di sottofondo riesce ad infilarsi quatto quatto anche un duplice omicidio, la vendetta di una delle due per l’uomo che le ha distrutto la vita togliendole le cose che più amava.

Devo lasciarlo sedimentare un po’ per capire, é troppo fresco, ma probabilmente sarà uno di quei libri che vorrò rileggere. 

L’unica cosa che mi ha un po’ disturbata in questa lettura ma che ho ritrovato anche in altri autori contemporanei e quindi forse è la moda del momento, é il ricorso secondo me eccessivo a flash back, a continui balzi avanti e indietro nel tempo e nella vita delle due. Questo rende meno fluida e scorrevole la lettura, oltre che meno facilmente comprensibile la trama, ma è veramente un peccato veniale rispetto alla potenza di tutto il resto, dell’insieme.

Ovviamente consigliatissimo.

* All that I’ve loved titolo originale 

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