Archivi del mese: ottobre 2015

Insomnia

Se c’è una cosa di cui non ho mai sofferto é l’insonnia, cioé fortunatamente e fino a stanotte non avevo mai incontrato difficoltà nel prendere sonno, nell’addormentarmi. Direi anzi il contrario.

In genere la sera dopo aver tassativamente leggiucchiato qualcosa non appena appoggio la testa sul cuscino sono tecnicamente “fatta” e, anche se negli ultimi anni – ahimè – qualche volta mi capita di svegliarmi per cambiare posizione, per bere, per fare pit-stop in bagno o perché mi si incricca la schiena, in genere le mie notti sono felici, appaganti, riposanti. Migliori delle mie giornate. Come diceva una vecchia pubblicità, come camminare in una valle verde.

Faccio quasi sempre sogni bellissimi e a tematica ricorrente, sogni dei quali non riesco a spiegarmi del tutto le origini e il significato, e non so cosa darei per poterli decifrare ed interpretare correttamente. Un po’ ci arrivo, un po’ no, un po’ mi fa paura investigare e riaprire certe porte oramai chiuse a tripla mandata e delle quali ho buttato via la chiave. O perlomeno così crede la mia parte lucida, vigile e razionale.

Di alcuni sogni mi restano memorie molto vivide, di altri a malapena il soggetto e la trama. Sono sempre infusi di una luce meravigliosa, come in un bel film con un’ottima regia e dei tecnici da Oscar, e anche se a volte sono tristi e mi pongono quasi sempre di fronte a un bivio, a una scelta cruciale, a una separazione lacerante, in genere rivivo anche attimi di vera e semplice felicità, di perfezione assoluta. Di giorno invece sono spesso un’anima in pena, piu tormentata che no, la mente attraversata da disfunzionali pensieri di natura prevalentemente catastrofica e funesta.

Posso vantare clamorose penniche a cui ho ceduto senza alcuna vergogna e senza nemmeno rendermene conto nei più svariati contesti: a scuola in quegli ultimi banchi, in ufficio (a mia giustificazione in un periodo molto, molto fiacco), in palestra durante gli esercizi di rilassamento, su autobus e treni anche su percorsi molto brevi, anche in compagnia: persino  a teatro dove sono riusciti ad essermi fatali sia “Il giardino dei ciliegi” sia che, molto più comprensibilmente, “Aspettando Godot”. E poi a un festival pianistico, e anche ospite a casa di amici guardando la televisione la sera dopocena.

Insomma un cv niente male: piuttosto che insonne mi definirei una nave scuola del sonno pacifico e ristoratore, una virtuosa del cuscino e della pennica facile. L’ho sempre considerata una grande fortuna.

Vero é che in alcuni periodi della mia vita più stressanti o emotivamente intensi mi è anche capitato di dormire poco e male, ma si è sempre trattato di episodi non molto frequenti e di breve durata. E poi non è che facessi fatica a cedere alle forti e solide braccia di Morfeo, si trattava piuttosto di sonno disturbato o interrotto.

Stanotte, oramai stamattina, per la prima volta in vita mia ho sperimentato quella sensazione terribile che mi è stata solo descritta e raccontata da altri che convivono da molti anni con questa orrida cosa -l’incapacità di lasciarsi andare a se stessi e di prendere sonno. Povere anime tormentate e senza pace.

Statisticamente credo mi dovesse capitare prima o poi, anche in considerazione del numero di candeline spente che  mi lascio alle spalle ogni anno. Non consola sapere che questo vano rigirarsi e scorticarsi la pelle tra le lenzuola succeda e sia la norma per un’infinità di gente, dalle isole Tonga a Helsinki, da Timbuctu a Peshawar. A me sta’ cosa terrorizza.

É come un’inquietudine diffusa, non solo fisica, uno sfarfallio dell’anima. So di avere raggiunto e trattenuto livelli di ansia piuttosti elevati in questi giorni/settimane. L’ho potuto realizzare anche da neofita durante le poche lezioni di yoga che ho fatto sinora quando, invece di rilassarmi come ci viene richiesto, a me parte in quarta un respiro affannoso quasi incontrollabile. Iper ventilazione allo stato puro, terreno fertilissimo per attacchi di panico e altre amenità. 

L’unico vantaggio di quest’irrequietezza e del non volere forzare una calma e una pace che non ci sono è stata la necessità  di dovermi trovare qualcosa da fare di fisico e distraente, un imbuto nel quale convogliare energie. 

Cosa fare in casa intorno alle tre del mattino? Ho pensato bene di avviare una lavatrice, poi passato il mitico swiffer in camera, bagno e corridoio, lo straccio in bagno. Ho rifatto il letto dopo aver rinfrescato lenzuola e trapunta dalla finestra spalancata su una nottata scura e mite dopo giorni di freddo precoce. Pensavo potesse aiutare, no.

Poi ho googlato cose, per curiosità personale. Tipo con chi è sposato Hugh Jackman e che fine ha fatto una strappona di soubrette famosa nella metà degli anni 90. This was my lowest.

Poi mi sono complimentata con me stessa per non essermi mai liberata in questi anni di oblio da parte della redattrici mondiali di moda di solide scarpe di oramai quasi introvabile buona fattura e materiali indistruttibili come “college” o penny loafers, borse boho e anni ’70, lunghi e casti gonnelloni da vergine Albionica, giubbini scamosciati e camicie in renna che adesso nemmeno comprerei più in quanto pelle, tutta roba ritornata prepotentemente alla ribalta insieme a tessuti scozzesi e altre cose che sonnecchiavano nei miei armadi. 

Sono in circolazione da troppo tempo per non sapere che dentro gli armadi quello che è stato “in” prima o poi ritorna, sempre, e che quello che stanca dopo un utilizzo intenso pochi anni dopo lo si riscopre, come fosse nuovo. Le blogger/vlogger d’oltreoceano chiamano questo fenomeno “shopping in your wardrobe”.

E adesso sono qui, con gli occhi spalancati.

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