Tiny, a story about living small

È il titolo di un documentario realizzato benissimo e che mi ha stregata, e che sta facendo deflagrare una bomba nella mia testa.

Credo che il titolo sia abbastanza eloquente: si parla di downsizing nella sua espressione massima, quella di vivere in case piccolissime riducendo al massimo tutti i consumi, non solo quelli energetici e l’impatto ambientale. 

Come molti altri fenomeni globali che cambiano o stravolgono le nostre vite credo sia nato negli USA, ma si sta diffondendo nei paesi anglosassoni, Canada, Australia, Nuova Zelanda. Non mi sembra esista ancora una letteratura ufficiale al riguardo, una voce ufficiale, una biografia… qui il link al documentario YouTube per farsi un’idea, se no disponibile anche su Netflix.

Per chi non ha voglia di vedersi il documentario o cercarsi video di persone che hanno scelto di vivere così: di solito queste casette lillipuziane sono anche costruite in proprio, spesso con materiali di scarto o di recupero, magari con la consulenza di qualche professionista o l’aiuto di amici esperti. 

In una scuola professionale neozelandese era il progetto di fine anno di una studentessa diciottenne che poi ha realizzato il suo nido, ovviamente, con l’aiuto del padre. Uguale uguale alle nostre scuole.

Comunque ci sono alcuni video YouTube che spiegano per filo e per segno come fare isolamento, impianti elettrici eccetera, perché si tratta di una comunità aperta e solidale.

Nel frattempo, si parla sempre dei paesi già detti, sono anche sorte aziende che forniscono Tiny Houses chiavi in mano sia standard che personalizzabili, o su disegno o commissione del cliente (parecchio più costose).

Una decisione di tale portata, andare a vivere in una Tiny House, è sempre causa o conseguenza di una revisione sostanziale del proprio stile di vita, sia per scelta che per necessità.  

Nel primo caso godendosela un sacco di più, magari viaggiando, magari lavorando di meno o per meno anni, magari vivendo in un bel posto immersi nella natura, magari per avere più tempo libero per gli hobbies, la famiglia, gli amici, lo sport, il cane. Cioè per tutto quello per cui ritengo valga la pena di vivere. 

Nel secondo scoprendo che ci si può comunque vivere benissimo. In entrambi i casi realizzando che si risparmiano quelle sostanziose somme che andrebbero in rate di mutuo o affitto, considerando che il costo medio di una di Tiny House equivale più o meno a quello di un’utilitaria. 

È un fenomeno relativamente recente, in lenta ma costante crescita in quelli che sono, per molti versi, i paesi più evoluti e aperti al nuovo del pianeta, e del quale non avevo proprio mai sentito parlare o trovato traccia nella stampa, nell’informazione italiana, sempre così attenta e proiettata verso il futuro, e nemmeno nelle conversazioni con conosciuti o sconosciuti, nelle chiacchiere da bar. 

Lo seguo con crescente interesse da qualche mese, anzi mi ci sono proprio appassionata. Sogno che arrivi un giorno anche in Italia e in Europa, anche se ho intercettato qualche timido segnale di interesse proveniente dal Nord Europa, Olanda essenzialmente, e dalla Spagna.

Non sono una persona con il mito assoluto o il sogno degli Stati Uniti, lo sono stata forse in passato. Ci sono troppe cose che non condivido di quel sistema e di quella politica ma, in quanto a laboratorio e fucina di idee, apporto di nuovi contributi, creatività nel senso più ampio del termine, libertà di fare e intraprendere, freschezza, energia e capacità continua di rigenerarsi, apertura al nuovo non li batte nessuno. 

Di questo immenso e contraddittorio paese, imperfetto come tutti, amo la sempiterna giovinezza e molte delle novità che produce, come questo interessantissimo Tiny House Movement  che ha suscitato in me il bisogno di approfondire un calderone di riflessioni, riflessioni alle quali stavo arrivando da sola, per conto mio, per mia esigenza personale.

Di certo non è un fenomeno nato, incoraggiato o supportato dall’alto, tutt’altro: come tutti i movimenti nati dal basso è sostanzialmente anche se assai pacificamente anti-sistema, quel sistema al quale è difficile sottrarsi e che ci vorrebbe tutti devoti instancabili lavoratori fini a che il cervello va in pappa, omologati in un solo ed unico stile di vita, voraci consumatori e frequentatori di centri commerciali, impantanati in mutui secolari per case quasi sempre vuote visto che non ci stiamo quasi mai e che probabilmente non sarà mai la stessa per cinquanta anni, come era invece per i nostri genitori.

Anti-sistema e in un certo qual modo anche ai margini della legalità, perché anche nel meno burocratico dei paesi al mondo pare che una casa per essere considerata abitazione debba avere un numero minimo di metri quadri, il che significa navigare in una sorta di limbo  che le considera come case mobili, alla stregua di un camper, per cui non possono nemmeno avere appoggio diretto al suolo, tantomeno fondamenta.

Immagino l’approccio del creativo legislatore burocrate italico di cenventanni quando gli si porrà il “problema”, penso all’ufficio anagrafe del mio comune per esempio, pur efficientissimo, e mi vien da sogghignare.

L’approccio americano è invece, come sempre, alquanto ortodosso:  si parla di case, quando va bene, grandi una ventina di metri quadri massimo, dove magari vive una coppia con un bambino e due cani. Quasi sempre off grid, ovvero senza allacciamenti vari il che significa, tra le altre cose molte delle quali facilmente risolvibili, la compost toilette, che non è difficile immaginare come funzioni. Diciamo che i gerani e le margherite dopo un anno circa fioriranno rigogliose nell’appezzamento di terreno prescelto.

Devo dire che il pensiero di dovermi arrampicare su un soppalco per andare a dormire e di dover strisciare per raggiungere l’umile pagliericcio non mi  trova per nulla entusiasta, come il  tenere le mie “trainers” in parte al cuscino, ma sono certa che qualora questo fenomeno arrivasse qui in questo Vecchio Continente mollaccione si ridimensionerebbe un bel po’, parlando in termini di metrature intendo. E di compost toilette 🙂

Io penso che in una casa molto ben progettata ed organizzata potrei vivere tranquillamente in una trentina di metri quadrati, forse anche meno, certo rinunciando al possesso di molti oggetti, libri, abiti. Non vorrei strisciare, e vorrei un bagno normale, schiacciare un pulsante, tirare una catena.

Ma lo farei molto volentieri se quei venticinque o trenta mq fossero in assoluta indipendenza da amministratori condominiali e vicini, comodi, in un bel contesto e non al sesto piano a Caronno Pertusella con vista sul deposito degli autobus, e con altri obbiettivi di Vita ovvero di realizzazione personale da portare avanti in parallelo.

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3 commenti

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3 risposte a “Tiny, a story about living small

  1. Idem, pagliericcio e bagno, e tutto il resto efficientissimo e funzionale

  2. Anonimo

    Siamo d’accordo 🙂

  3. C’è un minimo sindacale del vivere civile dal quale non mi sento di derogare (bagno e giaciglio). Per il resto mi adatterei benissimo

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