Archivi del mese: aprile 2016

Una strage

Son dall’estetista, di prima mattina, parecchie ore prima che arrivi quel fenomeno del ragazzetto dell’agenzia. 

Costei, che conosco e frequento da qualche anno, in verità non molto assiduamente, mi racconta come già in passato di un suo fratello che vive da diversi anni in Spagna, prima Barcellona poi Baleari. Felicissimo. Non tornerebbe mai e poi mai in Italia.

Nella cabina accanto un anziano signore (sí, signore) racconta di sua figlia che vive da qualche tempo alle Canarie.

La seconda, o “bocia” dell’estetista capa / titolare,  é sudamericana ma ha vissuto alle Canarie per un paio di decenni, e le isole e la vita di laggiù  le mancano terribilmente. La Spagna va fortissimo.

Vado in posta a spedire quella fottuta raccomandata che certifica che non posseggo apparecchi atti alla ricezione di segnali televisivi  etc. etc. e un anziano signore, a Vorkuta sotto i trenta sono mosche bianche, racconta con orgoglio di un figlio brillantemente laureato in &€@€@ e che, prima con il dottorato e poi per lavoro, vive oltralpe da tot. tempo. La figlia femmina più giovane seguirà a breve.

Ho capito, qui rimarremo solo noi babbioni tra i quaranta e i cinquanta, troppo vecchi per espatriare e tentare la fortuna, troppo giovani per sciamare adesso da festosi pensionati tra gli scricchiolii di artrite e dentiere. 

Buoni nemmeno per farci il brodo.

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Sabato pomeriggio

Alle quattordici del sabato pomeriggio come convenutosi,  puntualissimo, arriva lui.

Molto giovane, così giovane che potrei essere sua nonna, se solo mi fossi assai precocemente riprodotta e altrettanto precocemente riprodottasi la mia prole.

Mostro casa, dentro, fuori, annessi e connessi. Ne vanto e tesso le lodi. Un po’ svogliata, che negli ultimi giorni é una processione di gente con i pezzini per prender nota  ed il biglietto da visita, e sono anche stufa di averceli  tra i piedi.

Perché sí, sono passati due anni (come due ore) e io sto ancora qui. Invenduta (la casa).

Ad un certo punto mi chiede*: “ma lei, signora, perché vuole venderla?”

Ed io, che non sono una commerciale nata (anche se in altri tempi per un paio di annetti ci ho pure campato) e che ho un carattere brutto, ma brutto proprio, e che probabilmente sono anche un’assai brutta persona gli ho risposto: “perché la vendo sono affari miei, sta di fatto che è in vendita, solo questo deve interessare”. 

Giovani occhi sgomenti e dita nervose.

Dopo avere anche negato un mandato esclusivo alla sua agenzia mi verrebbe da ridere fosse lui quello che mi porta dal notaio.
* cmq del tutto inopportunamente e poco professionalmente, ritengo. 

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Segnali di cauto ottimismo

Segnali di cauto ottimismo per il mio sgangherato paese. 

Stamattina, quando sono andata a votare per il referendum, mi è sembrato che ci fosse un discreto movimento intorno e dentro al seggio elettorale.

L’ultima volta che sono andata a votare, si votava per qualcosa che non ricordo, era intorno a febbraio e nevischiava e faceva un freddo barbino, il viavai mi sembrava più o meno lo stesso: era sicuramente dopo il 2011, ma i ricordi sono annebbiati.

Ricordo però benissimo per chi ho votato, e una delle poche certezze che ho ora nella vita insieme al fatto che il blu navy mi doni più del nero e che mi piaccia molto andare in bicicletta, tra miriadi di dubbi vecchi e nuovi, è su chi è che cosa non apporrò mai più la mia crocetta.

Sono molta contenta di avere fatto oggi il mio dovere da cittadina, poi vada come vada.

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De gentibus

You never get a second chance to make a first impression, dicono gli anglosassoni, ovvero la prima impressione è quella che conta. “A”, chiamiamola.

Io, sulle persone, spesso mi ricredo, e l’opinione iniziale “A” non di rado si trasforma in una diversa, condizionata e messa alla prova dall’esperienza, dalle contingenze, dall’evoluzione del tipo di rapporto, di qualsiasi tipo esso sia. “B”, “C”, “D” etc etc, chiamiamole.

Poi, per alcuni oggetti di questo personalissimo studio empirico, inevitabilmente arriva un punto, quasi mai suscettibile di ulteriori variazioni, ovvero il mio punto di non ritorno, in cui devo far marcia indietro, e ritornare all’idea originaria, “A”. Quella più semplice ed immediata, quella di pancia più che di testa. 

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