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Sabato pomeriggio

Alle quattordici del sabato pomeriggio come convenutosi,  puntualissimo, arriva lui.

Molto giovane, così giovane che potrei essere sua nonna, se solo mi fossi assai precocemente riprodotta e altrettanto precocemente riprodottasi la mia prole.

Mostro casa, dentro, fuori, annessi e connessi. Ne vanto e tesso le lodi. Un po’ svogliata, che negli ultimi giorni é una processione di gente con i pezzini per prender nota  ed il biglietto da visita, e sono anche stufa di averceli  tra i piedi.

Perché sí, sono passati due anni (come due ore) e io sto ancora qui. Invenduta (la casa).

Ad un certo punto mi chiede*: “ma lei, signora, perché vuole venderla?”

Ed io, che non sono una commerciale nata (anche se in altri tempi per un paio di annetti ci ho pure campato) e che ho un carattere brutto, ma brutto proprio, e che probabilmente sono anche un’assai brutta persona gli ho risposto: “perché la vendo sono affari miei, sta di fatto che è in vendita, solo questo deve interessare”. 

Giovani occhi sgomenti e dita nervose.

Dopo avere anche negato un mandato esclusivo alla sua agenzia mi verrebbe da ridere fosse lui quello che mi porta dal notaio.
* cmq del tutto inopportunamente e poco professionalmente, ritengo. 

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Intolleranza acquisita, no lattosio no glutine

Da oggi ho fatto mia ed assorbito fino in fondo  l’idea null’affatto peregrina  che molta della mia misantropia di questi ultimissimi anni sia dovuta e da ricondurre anche all’ambiente lavorativo, cioè a quegli n. metri quadri dove trascorro molta della mia vita, e a come questi mq siano organizzati e disposti. 

Da quando l’ufficio ha subito l’ultima geniale trasformazione spazio-logistica-organizzativa la mia vita sociale é praticamente collassata, ridotta al lumicino. E ti credo.

Non saprei davvero stimare la metratura di quel luogo di perdizione, non ho davvero occhio per queste cose, ma direi non più di una trentina di metri quadrati.

30 metri quadrati organizzati e disposti alla cacchio ed arredati come gli uffici della stazione Termini negli anni 80, mancano solo il ritratto di Pertini, quello di un Papa a scelta, e il ramoscello d’olivo.

In questa superficie che un qualsiasi immobiliarista definirebbe “luminosa”, cosa che non posso assolutamente negare, e “bene esposta”, cosa che invece nego con risolutezza – oggigiorno ci si farebbe saltare fuori  comodamente un bilocale, solo che a contenderci l’ossigeno e gli spazi vitali là dentro ogni giorno siamo in sei. Sei.

Sei fissi, esclusi ferie, infortuni, malattie. Più un tipo consulente che vi appoggia le chiappe di tanto intanto, sette.

Più quelli di passaggio per motivi di lavoro, o che amano intrattenersi per il gossip, o prima, dopo o durante la pausa caffè. E siamo a otto-dieci come niente.

Più quelli di passaggio per la sala server, interni (facce note) ed esterni (con cartellino di identificazione), ed è sempre un bel viavai e codazzo di gente perché il nostro Hal 9000, un baraccone che non ho mai visto, ne ha sempre una.

Se si considera che l’italiano medio, come tutti i popoli latini, é in generale piuttosto rumoroso – per non dire molesto – quando parla, telefona, ride, chiede, commenta, esterna, si confronta, e parecchio teatrale nelle sue manifestazioni e anche un po’ logorroico, ecco che quei trenta metri quadri scarsi di fottutissimo open space senza nemmeno i cubicoli e divisori che si vedono nei film americani diventano l’inferno in terra.

Con effetti deleteri sul rendimento e la produttività individuale e di gruppo, e non ci vuole molto a capirlo, ma anche sullo stato psico-fisico dell’individuo ben oltre l’orario lavorativo, punto che sinceramente mi interessa e preme di più. 

Così ci sono dei giorni in cui io credo di detestare l’umanità tutta, indistintamente, ma con un occhio di riguardo per quella ammassata nei famosi trenta mq scarsi. 

E se per qualcuno di loro è pure vero a prescindere da Stazione Termini, cubicoli e divisori, e in un mondo perfetto con costoro non potrei nemmeno condividere lo stesso emisfero, per altri non è così. Non dico ci uscirei a cena, ma insomma bravi cristi, nulla di personale. 

È quella vicinanza quotidiana imposta e costante, giorno dopo giorno, quella mancanza di intimità, raccoglimento, concentrazione, silenzio, quella forzata promiscuità di corpi, voci, risate, colori, odori. Riesco ad arrivare a detestare persino la loro prossemica, una maglia dai colori troppo sgargianti, un cellulare lasciato in modalità vibrazione.

Oggi a un certo punto mi sono vista salire sul tavolo, portare le mani intorno alla bocca e gridare a tutti quanti come una pescivendola “chiudete un po’ quel cazzo di bocca”. Che le cose che dicevano in venti minuti effettivamente avrebbero potuto dirle in due, specie se non attinenti al lavoro, e magari anche a voce bassa. 

Per fortuna non l’ho fatto, lo yoga aiuta, e domani è un altro giorno.

Per fortuna quando arrivò così é sempre giovedì o venerdì.

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niente

Lo so che é culturalmente e socialmente inaccettabile, ed è questo l’unico vero e grosso tabù della società occidentale contemporanea, insormontabile, il che fa di me una derelitta asociale senza speranze, una lavativa, una senza Dio e senza midollo, una paria.

Ma mi si lasci dire che stare a casa a non fare niente se non a trastullarsi in attività gradite e rilassanti come niente, dormire, prepararsi semplici ma succulenti pranzetti, niente, ridipingere cassettame e scatolame Ikea in ex legno grezzo ora un po’ frusto e abbruttito dal tempo, mangiare e bere vino bianco con piacere, occuparsi di giardino, niente, ricercare quali sementi piantine piantare per il fine estate/autunno, diserbare ed estirpare erbacce, prendere il sole con moderazione, niente, cazzeggiare in internet, pianificare e per una volta effettuare alla lettera oculate spese alimentari, pulire e mettere in ordine gli armadietti della cucina, ridipingere l’interno della porta del bagno, niente, annaffiare i fiori la sera tardi quando è calato il sole, ascolticchiare musica ma non troppo a lungo con Spotify gratis, leggiucchiare in attesa che a settembre si rendano disponibili i pezzi forti ordinati in mediateca, svolgere moderata attività fisica da novantacinquenne semi-convalescente, niente, riorganizzare (per ora solo mentalmente) il guardaroba pianificando nuovi impressionanti e mai sperimentati outfit autunnali di inosata audacia, scoprire su YouTube delle perle di indubbio spessore e profondità come The biggest loser dell’americana NBC e Buccia di banana della nostrana La7 e succhiarsene avidamente un bel po’ di puntate, visitare e frequentare pochi selezionati amici a due e quattro zampe, niente, rimuginare per delle mezz’ore intere su che cosa vorrei mangiare per cena, lavare tutte le tende e scoprire che se si appendono subito manco si devono stirare, dopodiché niente, fare brevi ma frequenti docce rinvigorenti e poi profumare di miele e vaniglia, spalmarsi il corpo di lussuriosi e nutrienti unguenti e preziosi oli vegetali come prima di finire in padella, e poi ancora niente, é una figata pazzesca e sarò sempre grata all’estate 2015 per questo sole, per l’energia che mi da compresi i tanti niente, e per questi giorni di serenità e pace vera.

Devo anche aggiungere, e lo faccio a posteriori, che l’unico rimpianto che ho é di non avere preso della vernice semilucida per la facciata interna della porta del bagno, anziché opaca. E dire che avevo molto ponderato la scelta.

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Quello che so

Io l’unica cosa che so prima di andare a fare/dare un esame, e questo succedeva sia a scuola che all’università, ma anche ai vari corsi che ho frequentato (a mie spese) nel (vano) tentativo di costruirmi una professionalità e spendibilitá nel mondo del mercato del lavoro peninsulare, é che non so niente.

Che quello che so e che ho fatto mio, e che davvero so destreggiare come quando impugno coltello e forchetta o il mascara é solo una ridicola, risibile, minima, infinitesimale parte di quella già di per sé limitata porzione dello scibile umano che mi si richiede di sapere. E poi, naturalmente, so che non ho fatto abbastanza, neanche lontanamente.

Ma se per caso avessi fatto davvero anche abbastanza, so che avrei dovuto fare di più, parecchio, o farlo meglio, o in altro modo. In quell’altro modo in cui l’avranno fatto tutti gli altri, tutti preparatissimi, tutti menestrelli e giocolieri della materia.

Così, a distanza di una settimana dal mio esame internazionale di russo e ad un’età alla quale dovrei forse pensare più che altro alla terapia ormonale sostitutiva, godermi qualche tele-piovra, o pianificare il passaggio alla tintura totale della chioma, io mi sento un fuscello d’erba nel vento, e mi perseguitano sinistre visioni ed oscuri presagi di scene mute, di esaminatori rubicondi venuti d’oltre cortina che si spanciano dalle risate, mentre tutti gli altri esaminandi scuotono la testa e si danno di gomito.

In genere poi invece succede che il mio DNA italico mi faccia dare il meglio in situazioni di stress e di forte sollecitazione, come appunto agli esami: spero tanto anche questa volta. 

Anche se non so davvero niente, ma questa volta davvero niente, e anche se stá cosa qui in cui mi sono imbarcata non serve a niente, ma davvero a niente. 

Serve solo a ricordarmi che esisto e che ho ancora un paio di neuroni nel cervello, che dopo troppi anni lá dentro la considerazione che ho di me stessa é sotto le scarpe, nella Fossa delle Marianne. Che gran posto di c/цц0.

Nemmeno un uomo era mai arrivato a tanto.

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Non ci sono più le stagioni di una volta, signora mia

Non voglio mancare di rispetto a nessuno, ed il rischio è alto quando si tratta di un argomento così sensibile ed attuale in questo disastrato paese, il lavoro. Persone che conosco sono toccate dal problema della disoccupazione e della sottoccupazione, e non se la passano bene. 

Capitasse a me domani sarei nel guano fino al collo, per dire. In pochi anni finirei a fare la fila alla Caritas.

Però, a quelli che ti chiedono come stai e poi ti dicono “eh, l’importante è la salute e il lavoro” io metterei volentieri due dita in occhio. Lasciamo stare la salute che è davvero roba seria e vitale e fa parte di più alti imperscrutabili progetti che sfuggono alla mia comprensione, e parliamo di lavoro.

Ok, io un lavoro ce l’ho, e certamente ho un problema in meno, un grosso-grosso problema in meno, di chi è senza.

Tuttavia ho un lavoro del c/цц0 in un posto del c/цц0 che sta sempre diventando più del c/цц0 grazie anche a persone del c/цц0 ed a un’organizzione del c/цц0, con una mentalità mafiosa del c/цц0 in salsa lombardoveneta del c/цц0, quindi non è che me la passi benissimo nemmeno io, Signora.  Eccoci, l’ho detto.

Adesso me lo sogno anche la notte, per dire, è domenica pomeriggio e mi viene la morte addosso al pensiero della settimana che mi aspetta, e delle settimane e degli anni che verranno.

Dedicato alla mia vicina di casa con la scopa in mano. Ci incontriamo solo quando io taglio l’erba o strappo le erbacce in giardino, e lei è sempre lì con una ramazza in mano.

Comunque, io sta cosa qui dell’accontentarsi, che credo sia uno dei fondamentali della cultura cristiana cattolica, la capisco sí e no, e mi va giù sí e no. Accontentarsi sí, bene, ma possibilmente non sui fondamentali. E un posto alias paese dove uno si deve accontentare di questo, magari anche per una vita intera, anzi deve pure ringraziare per avercelo perché alternative non ce ne sono, deve essere proprio messo male.

Però poi mi accorgo di dirlo anch’io, cioè, sicuramente devo averlo detto, per tagliare corto, ma solo quando proprio-proprio non ho niente da dire.

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Ipse scripsit

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. 

Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. 

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.         

Italo Calvino, “Le città invisibili”

Grazie per avermi chiarito le idee, fratello. Ci sono naturalmente luoghi, nomi, cognomi, circostanze, cose, situazioni. E poi esiste il mio piccolo, troppo piccolo, universo parallelo che difendo con le unghie e con i denti.

Mi basterebbe cambiassero le proporzioni.

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Estate, a che punto siamo 

All’improvviso è scoppiato un caldone che fa friggere le cervella, e per carità non son certo io a lamentarmi, ma per i primi di giugno mi pare francamente eccessivo. Nella Grande Pianura si boccheggia, sono comparsi in quantità industriale braghini, canottiere, ciabatte, antizanzare e ventilatori, cioè il kit per la sopravvivenza.

L’estate a Vorkuta comincia, appunto, quando il primo pensionato nella sopracitata e invariabile uniforme ciabatta-braghini-canottiera quasi ti finisce sotto le ruote anteriori mentre percorre serenamente in contromano una stradina di paese, fischiettando, perché va a raccogliere la cicoria nei campi, beato lui. E del codice della strada se ne fa un baffo, lui.

Fondamentalmente non succede nulla di che, tranne al lavoro dove non smettono mai di inventarsene di ogni e dove ogni tot. mesi si registra un avvicendarsi di figuri pescati non si sa come, non si sa dove. Ma si lavora, eh, per lo più sempre i soliti soldati semplici, gli altri, in numero quasi triplo, organizzano mitings o lanciano report su report, che poi discutono, analizzano, commentano, non trovandosi mai d’accordo tra di loro sulla loro lettura/interpretazione, fosse anche una volta sola. Eppure sono numeri.

Dopodiché si scannano per un quarto d’ora, poi tutti a farsi un cafferino in allegria, non sia mai farsi venire il sangue cattivo. Se uno di loro manca per ferie o malattia ce se ne accorge non prima dell’inizio della seconda settimana, quando nel distributore degli snacks rimangono più Fiesta Ferrero o Kinder Delice del solito. O perché sul piano c’è più silenzio del solito, o più parcheggi liberi, cose così.

Comunque, se dovessi guardare alla mole di lavoro che ci ritroviamo e che nemmeno riusciamo a smaltire direi che l’Italia dovrebbe essere in pieno boom economico, svettare in testa alle classifiche del PIL mondiale:  Moody e Standard & Poor dovrebbero genuflettersi ai nostri piedi, chiederci scusa per tutte le tirate d’orecchie e i downgrade del passato, citarci ad esempio e modello di impetuosa crescita, contagioso sviluppo, altro che gli anni ’60.

Poi, come quei fulmini a cielo tipicamente estivi, come colpita da una folgore, ho d’un tratto capito che nella mia vita , fondamentalmente, ho commesso solo due sbagli, purtroppo di livello AAA+++, e che hanno prodotto conseguenze gigantesche e disastrose per me. Due cose molto terra-terra, nessun volo pindarico, nessun sentimentalismo, nessun capriccio, nessun cuoricino infranto che batte, quello l’abbiamo già sistemato. Si parla di scelte lavorative, ovvero di dove ho deciso di fermarmi e investire le mie energie, ed altre di natura economico finanziaria, essendomi ingenuamente purtroppo fidata di persone a me vicine.

In entrambi i casi non posso dire non mi avessero messo in guardia:  una sola persona in realtà, una persona lucidissima e spietata nel valutare ogni situazione, una persona non malata di quell’ottimismo drogato fintamente liberatorio e che tutto assolve, purtroppo facendo tanti più danni del disfattismo a tutti i costi, portando all’inazione. Anche se quella persona lí io da mo’ la chiamo la Merda Umana.

Quell’ottimismo che è un’arma letale in mano a persone non sincere e che non vogliono realmente il tuo bene ma solamente chiuderti la bocca, che non hanno tempo e voglia di ascoltare i tuoi dubbi e le tue paure, però sono bravissime a raccontare favole e a portarsi via e a godersi solo il lato leggero e gioioso che anche il più meschino derelitto nasconde dentro di se, perciò anche io. Ma allora non ho voluto né vedere né sentire, e/o pensavo ad altro, ed eccomi qui. 

Da quando ho avuto questa rivelazione vivo di tre centimetri cubici  più serena, e si riduce drasticamente il numero delle mie pendenze e porte aperte col passato. Sempre più le porte chiuse, finalmente, e il desiderio di guardare avanti. Perché questo mi  sembra chiaro, oramai, la direzione dove voglio andare, viaggiare con il solo bagaglio a mano, liberarmi del superfluo.

La seconda folgorazione, a distanza di una ventina di giorni  da un esame che dovrò fare e la cui preparazione si è ciucciata una bella fetta del mio tempo e delle mie energie da settembre in avanti, é che l’unica cosa che so è quella di non sapere niente. Ma sul serio.

Quando dopo 4/5 anni di studio di una lingua ti ritrovi  ancora con dei dubbi e commetti degli errori anche per dire che ore sono, o per tradurre una data, capisci che se avessi investito il tuo tempo dedicandoti, ad esempio,  alle lingue neolatine allora potresti essere già a buon punto con spagnolo, francese, e portoghese messi assieme che, tra l’altro, sono tutte lingue di paesi che ti piacciono e dove non ti vedresti male. Tranne che forse a Bangui, ma anche su questo potrei ricredermi. 

Anche se, come raccontavo qualche sera fa ad una mia amica, quest’ultimo anno lavorativo mi ha a tal punto letteralmente devastata e fatta invecchiare di botto di quindici anni, che il massimo che riesco a immaginare é una casetta in legno a tremila km da Novosibirsk, di quelle con la stufa enorme al centro e uno spazio per i letti per stare al caldo anche a -50 celsius, e in dotazione un fucile a pallettoni per tener lontani i lupi e gli orsi quando vado al bugliolo o a spaccare la legna. Con una jeep scassata per andare in città, al cinema o dal parrucchiere qualche volta, però con un’ottima connessione internet, nella mia casetta di legno. E sarei a posto.

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Se tanto mi da tanto 

Forse ho già scritto della mia non cruenta battaglia, ancora senza esito, per portare a termine la voltura per la fornitura di energia elettrica di casa mia. Sono adesso dieci mesi che intercorre questo fitto scambio epistolare tra Enel e me, ma ancora non riusciamo a capirci.

Strano, perché di certo non sono un genio, ma so scrivere e leggere e fare di conto che dovrebbe essere quanto basta a chiunque per compilare un modulo con codice fiscale, indirizzo residenza e della fornitura, dati catastali, null’altro che questo.

Alquanto sorpresa dal (primo) diniego ad accettare la mia richiesta e a completare la pratica ho subito chiamato il numero verde dell’Enel per avere i necessari chiarimenti.  Mi sono sentita un po’ stupida, ma ero (ancora) collaborativa, assai desiderosa di sistemare la questione per sempre. 

Almeno fino a prossima voltura, subentro, nuova utenza. Enel sí, é la stessa Enel che di fatto le bollette le ha intestate a mio nome quasi da subito e in un amen si è intascata i ben settantanove euri e rotti necessari all’operazione.

Un’addetta, in verità molto gentile e che ha risposto in tempi brevissimi, mi ha specificato come e dove riportare esattamente i dati catastali dell’abitazione, e quali ignorare, perché quello pare sia il problema, anche se io non ho fatto altro che copiare i dati da una fottuta visura catastale e metterli nelle caselline corrispondenti. Comunque sia, ricompilo, e rispedisco, fiduciosa di chiudere la vicenda.

Invece no. Dopo qualche mese stessa storia, stessa missiva Enel: ricompilo secondo le leggermente diverse indicazioni della gentile seconda signora del call center su “opere ed omissioni dei dati catastali”, e rispedisco. 

I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, perfettamente legale, registrata, indagata in ogni mq, altezza dei soffitti, posti auto, numero dei locali, e ci pago fior di tasse. Quando dovevano arrivare i bollettini ICI o IMU pare non ci fosse mai alcun problema.

Terza volta, questa volta raccomandata con minaccia di sospendere la fornitura. Terza addetta del numero verde che interpello, Colei della teoria che sostiene l’Omissione della Particella, o del Numero di Registro, non ricordo: e così fu fatto. 

Ricompilo, e rispedisco. I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, perfettamente legale, registrata, indagata in ogni mq, altezza dei soffitti, posti auto, e ci pago fior di tasse, eccetera, eccetera.

Quarta volta che mi arriva una lettera di Enel nella quale mi scrivono che non riescono a formalizzare la pratica: e quarta addetta che sento, questa un po’ sbrigativa e maleducata, e che mi fornisce  ancora indicazioni leggermente diverse su quali dati catastali mettere, e quali omettere. 

Adesso il mostro é da due settimane che ce l’ho sul davanzale del calorifero di camera mia: ci guardiamo in cagnesco ogni mattina e sera, ma io mi sono rotta le scatole. Chi cederà per primo? I dati catastali sono sempre gli stessi, la casa è sempre la stessa, eccetera, eccetera, eccetera. 

Nel 2015, in alternativa alla sempre valida, efficiente, sicura ed ecologica spedizione della cartaccia per posta, Enel offre niente popo’ di meno che l’alternativa del fax. Quando il futuro è alle nostre spalle.

                                                                                 *****

Un sinistro sms da parte della mia banca mi informa due giorni fa di un addebito di 66 USD su mia carta di credito per il rinnovo dell’abbonamento a un’emittente podcast americana, solo che io la mia iscrizione fatta prima di Natale e che scadeva proprio in questi giorni non l’ho più  rinnovata. E nemmeno era mia intenzione farlo.

Intravedendo losche trame italian style e sentendo puzza di bruciato come un forestale ad agosto mando subito una mail con richiesta di chiarimenti al primo indirizzo mail che trovo. Tempo di risposta da parte di Stacey un’ora, forse un’ora e mezza, ma non di più. Dall’altra parte dell’oceano, non so su quale fuso.

Con molte apologies per the inconvenience Stacey mi dice che inoltrerà la mia richiesta al billing department, e che riceverò notizie entro due giorni lavorativi massimo. Faccio notare che io nemmeno ho chiesto poi così esplicitamente un rimborso, chiedevo solo di sapere perché fosse scattato in modo automatico il rinnovo.

Il giorno successivo quel vecchio amicone di Rob mi scrive chiamandomi per nome che il rinnovo era automatico nell’offerta da me sottoscritta prima di Natale, c’era una clausola nel contratto, cosa che probabilmente non avevo letto o che ho dimenticato. Tuttavia, in base alla loro policy “60 giorni soddisfatti o rimborsati”, mi riaccrediteranno i 66 USD, poi Rob manda a me e famiglia i suoi  warm regards.

Io, da italiana, finché non li vedo sul conto non ci credo. Infatti ancora non credo che succederà realmente. Ma se li vedrò manderò una commossa mail di ringraziamento, a Stacey e a Rob, dall’altra parte dell’oceano.  

E se produce questi frutti farò un silenzioso rispettoso inchino anche a quel sistema che, per alcuni altri versi, mi vede abbastanza critica. 


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Tutto il mondo é paese ?

Questa é una storia vera ed è un po’ che mi preme sulla punta delle dita, e la scrivo perché voglio ricordarmela, specie nei momenti di particolare avvilimento lavorativo esistenziale.

Non ho la pretesa di farla assurgere a vicenda universale anche se, da italiana, é una storia di cui conosco bene prologo, svolgimento ed epilogo, e non dall’altro ieri. Già da quando, all’ultimo anno delle superiori, si sapeva bene che il figlio del vice questore di Vorkuta o del funzionario regionale dell’Agenzia delle Entrate, anche se non aveva voglia di proseguire gli studi, sarebbe finito comunque in un tranquillo posto in banca, alla ex SIP, o al catasto. Per l’eternità, ineradicabile.  

Lo dicevano loro chiaramente e senza la minima ombra di pudore che mami e papi o il prevosto avevano già provveduto a mettere la buona parola ove necessario già a gennaio, non che fossero gli altri, i Figli di Nessuno, a malignare. Infatti poi, puntualmente, finiva così.

In alcuni casi si trattava persino di lavori e posizioni decisamente invidiabili, magari all’ufficio stampa o pubbliche relazioni di quella banca o ente, non allo sportello con il cliente/utente frettoloso e incazzato che ti sputacchia in faccia. In tutti i casi senza alcuna preparazione ed esperienza, anche se si trattava di studenti mediocri o appena passabili e con in tasca il solo diploma che si sarebbe conseguito di lí a breve.

Potrei fare nomi e cognomi se volessi, anno di assunzione (lo stesso di quello della maturità, subito dopo il rientro dal viaggio premio in Grecia o Spagna per rimettersi dalle fatiche), ente o azienda di assunzione, primo incarico. Qualcuno di loro era mio amico. Amica. 

Nel corso degli anni ho poi capito che questa era prassi comune e consolidata e, anche se in forma minore, continua tuttora senza distinzione tra settore pubblico e privato. Anzi, nel privato mi sembra peggio, anche se del pubblico attualmente so pochino.

Ho sempre ritenuto che i paesi nordeuropei, ed altri, ma limitiamoci a quelli fuori dalla porta, in questo fossero culturalmente, eticamente, moralmente e civilmente più evoluti, più democratici, più giusti, e continuo a pensarlo.

B. é un mio buon conoscente, non un vero e proprio amico: una persona gradevole e perbene con la quale sono rimasta in contatto dopo averci avuto a che fare per lavoro per un po’ di anni. Nato e cresciuto in uno dei paesi di questo mitico e forse un po’ troppo idealizzato Nord Europa, ha lavorato come ingegnere per tot. anni, poi l’azienda per la quale lavorava ha chiuso, o delocalizzato, che è la stessa cosa.

Rimasto a piedi nel bel mezzo del cammin di nostra vita approda nell’accogliente ventre di una di quelle multinazionali delle quali si dice che abbiano un fatturato superiore al PIL di tre paesi europei messi insieme. Quelle che, secondo alcuni, orientano gli umori e tirano i fili delle vicende mondiali come burattinai ed esercitando anche più peso di quello delle politiche dei singoli governi. Teoria del complotto, con o senza contorno di massoneria, per chi ci crede.

Assunto con contratti a tempo determinato che scadevano ogni anno o ogni sei mesi a seconda dell’andamento dei Bond tedeschi, o del mestruo di quelle delle H.R., da prova di essere un valido collaboratore, tant’è che sempre gli rinnovano il contratto. Non che il “tagliando” sia un processo facile e indolore: tutte le volte lo tengono in sospeso fino all’ultimo istante nel riconfermarlo, e la “selezione” riparte sempre dall’inizio, come non avesse mai lavorato lí per un anno, poi per diciotto mesi, che poi diventano ventiquattro. 

By-passo quali fossero, e siano,  i test e le modalità di queste prove attitudinali e selettive perché in proposito ho una sola idea, e chiarissima, quelle della vecchia di centocinque anni che sono diventata in certe faccende della vita. Cioè che siano, in sintesi, una cagata pazzesca. Per cui gente che supera certi test logici o matematici poi non sa fare una “O” con un bicchiere o togliere un filtro da un file Excel.

B. é schivo e riservato:  in quegli anni oltre a lavorare con competenza e dedizione prende anche parte agli eventi socializzanti della Mega Ditta secondo il copione della grande multinazionale che si basa essenzialmente su good networking. Tipo essere più o meno costretto a trascorrere tre o quattro giorni all’anno su qualche costa del Mediterraneo, tutto spesato, per migliorare le dinamiche di gruppo, per integrarsi meglio (?), o i festini natalizi da ufficio con il berretto di Babbo Natale in testa così ci si fa la foto tutti felici e sorridenti come in una pubblicità della Cola Cola. Infatti, per non spiacere a nessuno, nelle foto ci sono sempre facce di tutti i colori. Niente di tragico e che non si possa stoicamente sopportare per un lavoro dignitoso e che non è comunque la miniera di carbone.

Scommetto anche che avrà dovuto aprire un account Feisbuk per consentire a capi e curiosi aziendali di farsi tutti i fattacci suoi, e poi di scambiarsi foto di gatti, bambini, matrimoni, e poi tramonti sul mare e anche qualche aforisma o citazione.  Fuori dall’orario di lavoro, per restare in contatto. In certi ambienti se non sei su Feisbuk o Linkedin o altri social non sei nessuno, non esisti, come vivere negli USA senza possedere almeno tre carte di credito.

Il lavoro non è male, l’ambiente nemmeno: dopo circa cinque anni di contratti rinnovati faticosamente di volta in volta, viene deciso dall’alto che parte delle mansioni di questa unità di lavoro vengano delocalizzate. B. si ritrova così nuovamente a piedi.

Fa quindi domanda all’interno della stessa Mega Ditta per altre posizioni, peraltro molto simili e sovrapponibili a quella che aveva ricoperto sino a quel momento, ma gli viene dato il due di picche.

Qualche mese dopo la fine della nostra collaborazione B. in privato mi racconta di come poi abbiano assunto il figlio del suo viscidissimo ex capo, andato in pensione. Viscidissimo mi sono permessa di aggiungerlo io.

Ingenuamente mi chiede se conosca il significato della parola nephotism: gli rispondo che deriva dal Latino, per cui é presente in forma quasi identica anche nella lingua Italiana, e che sí, so benissimo di cosa sta parlando, conosco il fenomeno. 

B. adesso sbarca il lunario con qualche lavoretto occasionale e sopravvive grazie al welfare, non generosissimo ma esistente, del suo paese, e grazie al fatto che entrambi i genitori siano ancora vivi e percepiscano pensione. Sono trascorsi due anni.

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Il mio dopo Festival

Stamattina in quei tre chilometri scarsi fatti in auto per portarla a fare una piccola riparazione su ben tre stazioni radio sulle quali mi sono sintonizzata per sfuggire a Radio Maria, qui onnipresente, e precisamente RMC, Radio Italia (che ci sta) e RTL si discuteva ancora di questo avvenimento di portata mondiale e che cambierà le nostre vite.

Mi sento più sicura adesso che l’ISIS é a trecento chilometri dalle coste della Sicilia. Avremo la colonna sonora.
Poi mi è capitata Radio Sportiva.
Poi ho spento tutto, sono arrivata a casa e ho seminato dei fiori: voglio continuare a sperare, da egoista senza cuore, che la cosa non ci riguardi e non ci riguarderà presto.

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