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Confusa e felice

Mi sono svegliata presto dopo un sonno di molte ore e un lungo sogno molto confuso. 

Ricordo benissimo solo il finale: mentre aprivo la portiera della macchina la mattina per andare al lavoro un cucciolo di cane, un meticcetto nero simil pastore tedesco, si intrufolava nell’abitacolo, mi saltava in grembo, mi riempiva di effusioni e mi leccava la faccia.

Ricambiavo entusiasta, ed in un secondo decidevo che saremmo stati insieme per sempre.

Sapevo anche che era femmina, e che non era di nessuno.

Così felice che mi sono svegliata sorridendo.

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Delle occasioni perdute

Ho trovato in giardino la prima incoraggiante primula della primavera, e se oggi facessi un giro per supermercati ed ipermercati vari, cosa che non farò, sono certa che troverei allestiti i primi reparti stagionali, della serie: Giardinaggio, Arredo Giardini & Zone Esterne.
Semi e sementi, attrezzi ed articoli vari da giardinaggio, vasellame di ogni forma e colore, sdraio, tavolini, panche, amache, barbecue, gazebo, ombrelloni, luminarie da San Rocco, cose così.
Me lo sento, o lo vorrei.
Articoli che mi fanno impazzire di gioia e felicità più che a mandarmi in giro per Montenapoleone con una American Express Platinum senza massimali di spesa, perché io vorrei tanto, tanto, tanto avere un giardino come quello qui sotto.
Ed anche la casa colonica credo ristrutturata che si intravede, che per la cronaca si trova in Provenza a Bormes las Mimosas, un posto che mi fa venire i brilloni agli occhi solo a pensarci.

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E se invece questi articoli non ci fossero ancora sul mercato in virtù di retrogradi ragionamenti circa la data di calendario e avessero pensato di farli spuntare come funghi solo fra tre o quattro settimane vi dico che vi state sbagliando di grosso: datevi una mossa perché se finanche a Vorkuta splende un sole che spacca le pietre vuol dire che adesso é già il momento giusto.

Datevi una mossa anche perché sono già tutta in fregola per l’idea dell’orto, e potrei fare pazzie.
Oggi non fareste alcuna fatica a farmi tornare a casa con un trattorino spacca zolle ben accessoriato, o con tutti i sette nani da disporre elegantemente qua e là.
Quest’anno lo voglio davvero un piccolo orticello: dovrà essere modesto, poco impegnativo, verdure facili da coltivare come lattuga, carote, zucchine, ma aromi a profusione.
Se una mia amica nel centro città, su un balcone male esposto ed al primo piano é riuscita ad avere pomodori per tutta l’estate la scorsa estate allora penso che qualcosa di buono posso ottenerlo anch’io, perlomeno provarci.
L’anno scorso sono stata per mesi in ballo con il trasloco e poi non ha mai smesso di piovere, ma l’intenzione c’era già.

Si comincia credo, zappando, cioè estirpando zolle d’erba ed eventuali sassi ed erbacce dopo avere identificato una zona riparata, bene esposta e che dreni facilmente.
Ma anche che io possa facilmente innaffiare, all’antica, perciò sul retro della casa: zona identificata.
La terra dovrà risultare soffice, morbida, e quella con la zappa sarà la parte più difficile e faticosa: da lì in poi penso basti concimare, dare alla terra i giusti nutrienti e poi mettere le sementi o le piantine nei periodi più indicati per la loro semina, magari dopo essersi consultata con qualcuno in un consorzio agrario, ammesso ne esistano ancora, o in una serra*.

Ora, io non godo nell’ammazzarmi di fatica a tutti i costi che ho già la schiena a pezzi, ma mi piace tantissimo l’idea di non spendere soldi al supermercato per cose che crescono quasi da sole su terra abbondantemente soggetta a gabelle di ogni tipo, e anche di evitarmi la scocciatura di andarci solo per della lattuga, un cetriolo, un pomodoro.
Vedo già la scena: io che apro il cancello, poi mi faccio due passi e invece di raccogliere merli morti mi porto direttamente in cucina la cena in un bel cestino di vimini, altro che chilometro zero.
E magari anche qualche fiore, che mi piacciono così tanto.
Alla perfezione di questa scena bucolica manca solo un cane, il mio cane, non c’è un solo giorno in cui non ci pensi.

Sono perciò estremamente amareggiata e per la prima volta in vita mia alquanto delusa dell’Ikea perché sul suo catalogo che ho sfogliato in largo ed in lungo urlano (ancora?) per la loro assenza lettini e sdraio per la bella stagione.
Io sto pianificando tutto ed ho bisogno di redigere un piccolo piano degli investimenti “orto giardino e balcone”: che si spiccino, in Sicilia forse oggi vanno al mare.

L’anno scorso tra le tante spese sostenute, attese ed inattese, avevo rimandato l’acquisto di un meraviglio lettino con parasole Ikea in non so quale esotico legno scuro riciclato o di non so quale foresta protetta, ed adesso non c’è più.
Non c’è più nemmeno nulla di simile, niente! Che indecenza!

Quindi per avere rimandato quell’acquisto, un bene per me indispensabile, e per soli centocinquanta miseri euri, ho perso un’occasione di essere felice per molti, molti anni.
Poi piano piano sarebbero venuti i fratellini e sorelline, il tavolo da pranzo ed almeno due sedie: tutti così solidi, essenziali ma eleganti, proprio una bella famiglia.
Oppure mi sarei fatta una famiglia allargata, multiculti e colorata, ridipingendo in colori vivaci qualche vecchia sedia da recuperare ai mercatini dell’usato, che tutto nuovo e perfetto non mi piace, ci deve essere sempre qualcosa di decadente e più vulnerabile.

A costo di mangiare pane secco e cipolle per due settimane o più mi rifiuto di mettere le chiappe per tutta l’estate su un orrendo, freddo ed impersonale lettino di plastica da trenta euri, e nemmeno lo voglio in metallo, lo voglio di legno.
Con un bel materassino dal rivestimento in misto lino in colore chiaro e naturale, panna, ecrù, kaki, al massimo tortora, materassino sul quale ovviamente appoggiare un telo da mare, ma sempre in toni neutri.
E mi rifiuto anche di credere che l’Ikea non abbia a cuore il benessere dei suoi clienti italiani amanti del sole, della mamma e della bella vita: vedo decine e decine di tavoli e sedie, divanetti, poltroncine, ma nulla che si avvicini anche solo lontanamente al concetto ed idea di sdraiabilitá.

La felicità è stare sdraiata al sole con un centrifugato di frutta fresca di stagione e la protezione solare sul tavolino a portata di mano, un bel libro da leggere in grembo, ed un cappellone di paglia, che mi manca.
Gli Svedesi lo sanno benissimo, tranne quelli dell’Ikea.
Spero che ci riflettano bene e si mettano a lavorare sodo, posso aspettare fino a fine febbraio, non oltre.
E no, ho già guardato Leroy Merlin online: i lettini che ci sono non mi piacciono.

* o in biblioteca

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Per concludere, davvero

Le cose che ho imparato/capito quest’anno, in ordine sparso.

– che non ci si può fidare davvero di nessuno, amico, parente, chicchessia, non importa il tipo di relazione, il sesso, l’età, i pregressi vari, gli anni di conoscenza e frequentazione, non cambia niente.
Questa é la lezione principale e una lezione molto ma molto amara, davvero difficile da mandare giù, ne avrei fatto volentieri a meno.
Non si applica a tutti per fortuna, ma capita.
Però é molto meglio quando non succede, il mondo sembra un posto più piacevole dove bighellonare.
Riuscirò a non essere così stupida e chiedermi sempre chi ho davanti, a mantenere sempre alta la guardia? Ovviamente, credo di no.

– che ognuno ha i suoi preferiti, io per esempio preferisco di gran lunga i cani ai gatti, con i quali ho grossi problemi, ma gli animali domestici danno delle gioie e delle soddisfazioni che non avrei mai e poi mai pensato.
Non so se anche altri animali vari, i topi, i tacchini, le faine, ma i cani sí.
Avevo un cane da piccola, preso da cucciolo, per me era un giocattolo.
Me ne sono dimenticata in fretta appena ha smesso di essere un cucciolo buffone ed è diventato un cane.
I miei avevano già abbastanza problemi per conto loro per insegnarmi anche a rispettare e a curarmi di un animale che avevo voluto solo io, e comunque al tempo la mentalità al riguardo era totalmente diversa. Nessuno si sognava di farli entrare in casa, per esempio, il veterinario non si vedeva mai, la catena era quasi un classico.
Ancora non riesco a perdonarmelo di essere stata quello che sono stata con lui, una pessima amica: sarà per questo che provo una grande tenerezza e una simpatia istintiva per tutti i bastardoni, specie quelli imparentati con pastori tedeschi.
Cani = gioia grande me l’ero ufficializzato il 13 settembre 2013, giorno in cui sono entrata per la prima volta in un canile, ma già da un paio di anni in seguito ad un incontro forse voluto dal destino la verità aveva cominciato a farsi strada.
Nel corso del 2014 comunque, ho visto e parlato più con cani che con umani, che non voglio dire sia in sé un bene in senso assoluto, ma certo dipende anche dagli umani con cui si ha che fare.
Perché poi, dal canile non me ne sia portato a casa ancora uno, anzi, il mio Amore già adocchiato da mesi, ha a che fare con ragioni troppo complesse e personali da spiegare qui.
Per quanto alcuni dei motivi potrebbero anche essere sensati una persona non pedante e con un po’ di ottimismo addosso avrebbe già spazzato via ogni esitazione.
Ma, in breve: sono una gran cazzona che teme le responsabilità, i legami, gli impegni, e sí, teme anche di soffrire, perché il nuovo papabile dopo Buster ha già dieci anni abbondanti, per quanto portati egregiamente.
E a me si spezza il cuore ogni volta in cui lo intravedo nel suo recinto, sempre pulito, sempre ordinato, l’acqua nella ciotola, le coperte ripiegate per farlo stare comodo sul pallet in legno bene al riparo.
Adesso gli hanno messo anche il cappottino per il freddo, beige, elegantissimo, un signorino.
Io lo guardo, l’accarezzo, lui mi guarda con certi occhioni che sono innocenza pura: io mi sento in colpa come se avessi ammazzato qualcuno. Va avanti così da settembre, no da prima delle vacanze estive.

– che in virtù del punto precedente ma anche perché di carne e salumi non sono mai stata una grande entusiasta, penso sia alto il rischio nel 2015 diventi completamente vegetariana.
Non è un programma di vita salutare ma una constatazione, sento quella cosa che un tempo era viva scricchiolare sotto i denti e non ce la faccio a mandar giù, semplice.
Pesci e ancor più molluschi e crostacei vari invece non mi fanno senso e nessuna pena, com’é?
Quindi probabilmente diventerò pescatariana, se si dice cosí.

– che sono una deficiente inconludente, dovrei fare ben altro e invece posto un commento al giorno o quasi da quando sono a casa in ferie.

– che riprendere il fitness plan dopo oramai tre settimane di fermo, se ricordo bene sono quasi tre, é devastante.
In pratica più fai e più faresti, meno fai e più ti incolli al divano, diventi un camouflage con la stampa Ikea.
Onestamente per il fermo avevo una scusa ineccepibile, ma adesso da almeno tre gg continuo a rimandare la ripresa, e mi sento rammollire, perdere fibra, perdere consistenza, anche nel cervello, nell’umore.
Mens sana in corpore sano, com’é vero.

– che, un po’ per motivi di ordine superiore, un po’ perché esco poco, sto comprando un sacco di cavolate in meno, leggi anche vestiti, ma non solo, e me ne rallegro, si sta bene lo stesso. O male lo stesso.
Roba solo degli ultimi tre quattro mesi però, e comunque una bicicletta la voglio, al disgelo, quindi intorno al mio compleanno.

– che quando non lavoro il lavoro e i miei colleghi non mi mancano per niente, anche se la giornata tipo di un lombrico medio offre degli spunti più interessanti della mia vita quotidiana media, e anche se talvolta trovarla pronta in tavola (= mensa) fa anche comodo.

– che dovrei essere molto più programmatica e convinta nel far le cose, invece di ondeggiare sempre, però me lo dico dal tempo di Cartagine, per questo non ho mai combinato nulla di che.
Non riattacco con il pippone sull’ottimismo che non ho e che dovrei autoinfondermi per magia perché quello o uno ci nasce, e ci muore, se no non lo si diventa da adulti, specie quando tutti i calci in culo presi ti confermano che hai ragione a non esserlo.
Poi certe ferite e certi vuoti non si cicatrizzano ne riempiono mai, bisogna accettarli come difetto di fabbrica.

– che nonostante i diversi tentativi e le buone intenzioni per pulire certe cose in casa devo usare il chimicone, faccio meglio ed in fretta, o forse non ho capito cos’è che sbaglio.
Peccato, perché i soldi che detesto maggiormente buttare sono proprio quelli per i detersivi e, tranne che in certi casi con l’uso del bicarbonato, per il resto con metodi e materiali naturali ho combinato solo dei gran pasticci.

– che sono certa che non mi capiterà mai più di innamorarmi e di perdere la testa per qualcuno, e comunque mi sembra più solido e consistente stimare e rispettare una persona, anche se le due cose non si escludono necessariamente a vicenda.
Sinceramente e per la prima volta mi sembra una conquista, basta montagne russe: non credo di aver voglia di essere smentita.
Senza dubbio vuol dire riconoscere aridità e il fallimento di ogni esperienza precedente, così è infatti, a maggior ragione. Amen anche qui.

– che, pur sempre confermando il punto precedente, una vita un po’ più divertente, sbarazzina ed eccitante di quella tipo di un lombrico medio la vorrei anche io e la vorrei ancora, perché non sono ancora morta del tutto.
É questo che spero anche per il prossimo anno ma, ovviamente, non faccio nulla perché ciò accada. Mmm, magari c’entra anche internet.
Però non saprei manco cosa fare, una volta le cose accadevano, punto e basta, c’era movimento con ed intorno a me senza cercare niente.

– che devo essere meno distratta quando sono in giro: quest’anno ho perso di tutto, chiavi, più volte il Bancomat, sempre ritrovato, ho fatto cascare un cellulare in un secchio d’acqua, sono tornata a casa ma nella casa sbagliata, ho imboccato un’arteria centrale parecchio trafficata e a senso unico di sera e ne sono uscita viva tra strombazzamenti ed improperi vari, tutti meritati.
Insomma di tutto, però nessun dramma vero.

– che quanto é difficile vendere una casa di questi tempi, una volta ci sarebbe stata la fila fuori per questa casa, e si era ancora in questo secolo.
Che non sopporto gli agenti immobiliari (così adesso la casa andrà via ancora più in fretta), anche se é gente che fa il proprio lavoro e servono, a me tantissimo.

– che rimettersi a studiare una lingua ostica e complessa diciamo dopo i trent’anni, ehhh ehhh, é una cosa dura ma non impossibile, e che a luglio spero di passare il mio esamino per semi-analfabeti, ma sinceramente lo dubito perché faccio un sacco di errori, troppi.

– che si spera sempre in un anno migliore del precedente, ma mai é stato più vero di adesso.

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Buoni propositi puntualmente disattesi

A distanza di meno di un anno da un post molto, troppo ambizioso, mi trovo a fare il punto della situazione su “buoni propositi per il 2014” e a constatarne il quasi totale fallimento: ce ne fosse uno andato in porto, o anche solo avviato come si deve.
Una minestrina per neonati avrebbe più consistenza e polso della sottoscritta.
Quindi, come nei problemini di aritmetica e geometria di terza elementare, alla voce Risoluzione del Problema posso aggiungere: “c.v.d”.
Sbadiglio, già visto, noiadelfia, e non posso dire che l’orgoglio ne abbia o ne stia soffrendo più di tanto.

Tra l’altro le settimane e i mesi di questo 2014 galoppano ancora più veloci del solito, alla velocità della luce, e più di metà anno è stato lasciato alle spalle senza che nemmeno me ne accorgessi.
Così, già dall’arrivo dei saldi estivi, qui il 4 Luglio, nella mia testa malata e senza pace si sta avvicinando mestamente ma a grandi passi lo spauracchio “autunno-inverno a Vorkuta”.
Al comparire del primo stivale e del primo golfone a trecce in vetrina, cioè tra dieci giorni massimo, e ancora prima di riuscire a recuperare dalla cantina le infradito e il telo per la piscina o il mare comincerà la fase calante.
Ciò significa che ancor prima di essere andata in vacanza, e senza nemmeno essermi ancora messa del tutto in mode estivo io col pensiero riesco già a sfancularmi la bella stagione, l’idea del riposo, della meritata tregua da Multipaesana, il periodo più leggero e spensierato dell’anno.
Forse anche perchè a Vorkuta dormo ancora con una delle poche copertine in pura lana dell’Ikea e a temporali e fiumi d’acqua ogni giorno mi crescono funghi e licheni in macchina come a novembre.
Mancano solo le caldarroste.

È doppiamente scocciante ed avvilente, che in estate sembra che tutti si divertano un sacco: aperitivi come non ci fosse un domani, cene all’aperto in posticini carini, escursioni, gite, arrampicate, giornate al mare, al lago, borghi da scoprire, e poi conoscenze interessanti, lunghi viaggi, nuovi amori, abbronzatura, facce scure e denti bianchi, gambe da sfoggiare scolpite da nove mesi di palestra, milioni di fotografie, chilometri di video.
Di tutta questa cuccagna quando va bene mi interessa e sfiora solo una piccolissima parte ma, senza dubbio, se ci sono dei mesi che più tengono lontano pensieri grevi e tormentosi e pippe mentali per i quali ho un’innata genetica propensione questi sono giugno, luglio, agosto, ovvero luce, sole, temperature umane, ancora luce.

Questo in teoria, perché nella pratica già a metà luglio comincio con i bilanci di fine anno, e i ricordati che devi morire, formichina laboriosa versus cicala canterina.
Il mese della resa dei conti per eccellenza è però fine agosto, al rientro dalle ferie estive, quando tutta sta eccitazione, frenesia e ormoni che si liberano d’estate si chetano e rientrano nei ranghi.
Poiché da qui a quattro sei settimane non credo cambierà alcunché, ecco punto per punto come mieto e valuto i miei successi sui diversi obbiettivi che avevo allora individuato, era fine agosto dell’anno scorso.

Area benessere fisico-psichico

“Continuare la pratica del tennis almeno una volta a settimana”, OK, obbiettivo centrato (da poco ritornata a due volte a settimana), mentre per “l’alquanto auspicabile introduzione di un corso di stretching o pilates o ginnastica posturale/vertebrale” o “iscrizione alla solita palestra dotata di centro benessere” assolutamente niente di fatto.
Vero che la seconda opzione comportava anche l’esborso di parecchi soldini e non è questo il momento.
Nè un filino più magra, come mi sarebbe piaciuto e piacerebbe, ne maggiore tonicitá e definizione, come avrei dovuto e dovrei.
Inoltre schiena spesso incriccata e dolorante, notti insonni per questo motivo, postura alla Quasimodo totalmente da rivedere.
“Le camminate del sabato e della domenica mattina, ottime per la circolazione, l’ossigenazione dei tessuti, l’umore e, soprattutto, ottime in quanto a costo zero” sono state del tutto abbandonate.
Cause dell’abbandono, pigrizia, noia di fare sempre gli stessi percorsi che conosco a memoria, misantropia sempre più accentuata, voglia di godermi casa mia, gli spazi, la quiete, il verde intorno.

Area miglioramento continuo

“Sforzarsi ogni giorno di fare qualcosa per tenere pulita ed ordinata casa (qualunque ed ovunque essa sia e sarà, nel breve e medio periodo)”: obiettivo parzialmente raggiunto, ed è un successo visto che la casa non è la stessa di prima ma molto molto più grande, anche se tendo a concentrare tutto in una giornata senza diluizioni infrasettimanali.
Non mancando lo spazio per riporre le cose tutto sommato guadagno un bel po’ di tempo, tempo che prima impiegavo solo per riordinare.
Pulire o tenere pulito in paragone mi pesa di meno che, come ero costretta a fare prima, dover calciare le ante dell’armadio per poterlo chiudere o prendermi scope e fustini di detersivi sui denti non appena mi affacciavo nello sgabuzzino colmo all’inverosimile.

“Lo stesso sforzo sarebbe richiesto per la cura e manutenzione del guardaroba”: obiettivo solo parzialmente raggiunto e solo a causa dei maggiori spazi che mi consentono di ordinare gli abiti con un certo senso e criterio senza stiparli, schiacciarli, ammassarli, ma è da quattro mesi che non accendo un ferro da stiro, e credo dica tutto del mio quoziente di casalinghitudine.
Domenica scorsa ho comprato un asse da stiro finalmente sufficientemente alto ma è ancora lí intonso nel cellophane, mi pesa meno qualche piega sulla camicia che tanto si farebbe comunque allacciando la cintura di sicurezza in macchina.
Mi sforzo di stendere bene dopo la lavatrice e per ora vado avanti così.
“Altrettanto importante sarebbe riporre ordinatamente dopo l’uso ogni capo indossato che non debba essere subito lavato, e non lasciarlo in giro per casa per tre settimane a prendere polvere e a sgualcirsi”.
OK questo lo faccio, è molto meno faticoso che prima, per i motivi già esposti.
“Effettuare regolari sessioni di stiro almeno ogni due settimane”, ahhhhh, ahhh, appena visto, non se ne parla proprio.

“Acquistare solo cose che mi stanno bene e che userò davvero, more is less. Pertanto astenersi dallo shopping compulsivo specie se in catene low cost”: obbiettivo raggiunto anche per via del budget limitato causa ingenti spese affrontate ma anche perché avendo più facile accesso e maggiore visibilita del mio parco vestiti mi sono resa conto di essere piena di roba.
La misantropia poi aiuta a star bene e sentirsi bene con 6,90€ di vestitino da casa in cotone della LIDL, che poi non fa nemmeno le grinze.

“Pianificare con cura ed effettuare più spesso, e quindi comprando meno roba, lo shopping alimentare”: obiettivo parzialmente riuscito, oggi ho anche calcolato che da quando faccio la spesa prevalentemente alla LIDL, cioè da febbraio a fine giugno ho risparmiato circa 250/300 euri, e senza dover rinunciare a nulla.
Purtroppo pur risparmiando, e mi sarei aspettata di più in verità, butto via ancora parecchi alimenti, frutta e verdura specialmente, e il motivo è che non riesco, ovvero non ho voglia di impegnarmi a organizzare pianificare i miei pasti.

Area socio-culturale

“Impegnarsi a coltivare le scarse relazioni sociali esistenti”: EPIC FAIL, oramai frequento più cani che persone, e purtroppo aggiungo, perché lo so anche io che non è una cosa bella, che non mi manca nessuno e sento il bisogno di pochissima selezionatissima gente.
“Recuperare ove possibile anche alcune di quelle relazioni che gli anni ed i casi o scelte della vita hanno allontanato ma delle quali rimane il ricordo o la nostalgia: senza aspettative, consapevoli che il passato, quello bello, non ritorna”: non mi riferivo all’Innominato, credo, o non solo a lui, ma è l’Innominato che sono andata a cercare io per la prima volta in vent’anni in un giorno che, allegria, avevo fisso il pensiero della morte che arriva per tutti.
Quello che non ho ancora fatto invece, e non so bene se e quando farò, è preparare il trolley e mettermi in viaggio per vederlo ed incontrarci, ma dopo la prima fase eh-che-vuoi-che-sia, sono ritornata alla fase non abbastanza magra, non abbastanza tonica, capelli così così, lavoro di merda, cicatrice sul braccio etc etc, e a inizio autunno costui si trasferirà più lontano.
Non sarà irraggiungibile ma non più a portata di Italo o Freccia Rossa.

“Tendenzialmente opportuno ed auspicabile sarebbe allargare il giro delle conoscenze/amicizie, cosa che fino a pochi anni mi fa veniva naturale qualsiasi cosa facessi e ovunque fossi: succedeva senza forzature e senza difficoltà, persino in questa città colonia di sociopatici della quale sono una degna rappresentante, ma mi sa che i tempi sono cambiati”: un altro EPIC FAIL.
Ripeto, misantropia e ancora misantropia, più cani che umani.

“A tal fine, e non solo per questo obbiettivo, programmare di tanto in tanto dei fine settimana o ponti in località non necessariamente lontane o al fuori dall’Italia…”: terzo e questo sì doloroso EPIC FAIL, ma qui c’entrano anche delle mie fobie con le quali, come con l’Innominato, devo tornare a fare i conti.
Dal gennaio 2013 non faccio una notte fuori casa, e il budget incide sí, non potrei permettermi di stare sempre in giro, ma fino a un certo punto se si trattasse di un weekend lungo a Roma in autunno, per dire, e uno al mare a settembre.

“Riprendere lo studio di quell’idioma indoeuropeo poi abbandonato ma per il quale ho comunque versato lacrime sudore e sangue, nonché un certo numero di assegni, prima di arrendermi. L’obbiettivo sarebbe conseguire una certificazione B1, ma molto meglio B2, giusto da schiaffare nel cv.”:
Un altro EPIC FAIL ma digerito benissimo, meglio di tutti gli altri.
Motivi: mancanza di voglia, di impegnarmi, di soldi, ma anche per l’indeterminatezza circa la data in cui sarebbe avvenuto il trasloco e sapendo che, come poi effettivamente è stato, mi avrebbe risucchiato e stravolto tre mesi di vita.
Ma anche perché di quel paese gelido ed inospitale non mi importa e interessa più nulla, e anche sapessi parlare bene quel difficile idioma slavo questo non basterebbe a togliermi da Multipaesana, mi ricaccerebbe tuttalpiù in un’altra Multipaesana che ha rapporti con quel paese gelido ed inospitale dal cibo così così.

Non faceva parte dei propositi di fine agosto, ma il bubbone è scoppiato inarrestabile solo poco dopo, a metà settembre: adottare un cane.
Un altro EPIC FAIL.
Il cane che volevo portarmi a casa quando una casa non ce l’avevo perché dovevo traslocare l’hanno adottato alla fine di dicembre, e ancora ci penso, me lo sogno e ci verso lacrime.
Per qualche tempo non ne ho più voluto sapere di cani, e poi dopo quel maledetto trasloco sono stata di corvée per tre mesi, poi ho ripreso ad andare al canile, e adesso mi sto re-innamorando di un altro cagnino, e lui di me, che almeno con i cani ci so fare.
Ma la cosa mi sconvolge come dovessi partorire e mantenere nove gemelli fino all’età della loro pensione, mi spaventa, mi sembra una responsabilità enorme che non so se sono in grado di gestire, e poi se si ammala, e se mi ammalo io, e come faccio a lasciarlo solo nove ore al giorno cinque giorni alla settimana, insomma un tormento unico.
In più mi sento anche una merda, un essere infame e sadico, perché tutte le volte che guardo negli occhi il mio cagnino che ha già dieci anni so che sono alte le possibilità che non esca mai più da quel recinto, vivo, per andare a stare in una famiglia.
Tecnicamente nemmeno io sono una famiglia, e magari quelli del canile nemmeno lo vogliono dare un cane a un single.
È così tranquillo e dolce, uno zuccherino, che non so quanto possa far gola a qualcuno, e quando me ne vado perché stanno chiudendo e lo vedo che torna ad accucciarsi al fresco sul suo pallet di legno mi sento come l’avessi pugnalato alle spalle, mentre lui quasi mi sorride.

A parte discorso cagnino anziano del canile, che mi macererà ancora ed è discorso ancora aperto, per il 2015 e per gli anni a seguire dichiaro comunque ufficialmente chiusa la stagione dei buoni propositi.

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Io non ce l’avrei mai potuta fare

Io non ce l’avrei mai potuta fare, lo dico seriamente e con piena consapevolezza dei miei non pochi evidenti limiti.
Ho cominciato ad averne sentore già intorno ai cinque sei anni.
Credo che a quell’età, checché ne dicano, il carattere e la personalità di una persona siano già belli formati e definiti, nessuno cambia realmente, si diventa solo quello che si é destinati ad essere, a diventare.
Solo adesso sento sia proprio ora di ufficializzarlo, non al mondo intero al quale di me giustamente non frega proprio nulla, ma a me stessa.
Per mettere un po’ di cose in chiaro, per fare un po’ di ordine: sembra che il 2014 sia l’anno giusto per trarre dei bilanci e fare una sorta di decluttering dei pensieri e dei tormentoni che mi accompagnano da diversi lustri, decluttering non solo negli armadi e negli scaffali quindi.
Decluttering dei pensieri vuol dire liberarsi finalmente di tanti fardelli, rimuginamenti e seghe mentali ad andamento circolare su come avrei dovuto, come avrei potuto essere, su come come avrebbero voluto che fossi e che diventassi.
Ovvero, come donna, presumibilmente ed auspicabilmente, e questo in tutte le culture, latitudini, censi ed epoche nelle quali sarei potuta venire al mondo, destinata ad essere moglie o compagna di qualcuno, quantomeno madre di almeno una creatura.

Invece gniente di gniente, zero compagni se non per tratti di strada più o meno lunghi, più o meno intensi e più o meno felici, e soprattutto zero posteri, manco un pesce rosso.
Forse un giorno un cane, questo veramente desiderato più di quanto non abbia mai desiderato un figlio, e spero arrivi presto, ma non sono ancora pronta, logisticamente però.
Insomma, felicemente nullipara, per ora con pochississimi rimpianti di non avere figliato e, probabilmente, con lo stesso istinto di maternità dell’Orca Assassina dell’Acquario di San Diego.
Tant’è che gli unici sussulti di desiderio di maternità, sospetto anche di matrice culturale, li ho avuti intorno ai trentacinque anni, quando l’orologio biologico ha cominciato a ticchettare più forte e a lanciarmi dei segnali che non mi è interessato cogliere (certo, anche per mancanza di materia prima decente, non avrei mischiato il mio sangue con chiunque).
E comunque non morivo nemmeno dalla voglia, anche solo l’idea di partorire un melone, brrrrrrr…. mi ha sempre lasciata così, freddina. Sussulti, appunto.

E diciamocelo dunque: io non avrei mai potuto, lavorando, essere moglie ma, soprattutto madre.
Non avrei mai avuto l’energia, la forza, il carattere e la costanza di tenere tutte quelle cose e persone insieme, sotto controllo, con costanza, giorno dopo giorno, dovendo rendere conto a più di un interlocutore come gestisco il mio tempo, le mie risorse, i miei impegni.
E specifico lavorando, che nel mio caso, come in quello della maggioranza dei comuni mortali, é una mera necessità, non certo accrescimento o soddisfazione personale, e tantomeno professionale: avrei infatti molto di meglio con cui riempire le mie giornate della mia Multipaesana dove ogni giorno o è assolutamente totalmente neutro o solo un po’ più piacevole di una colonscopia.

In una giornata come questa, tipica, solite otto ore di lavoro e poi home sweet home, io tendenzialmente appena arrivata a casa non ho più la forza, la benzina, ma nemmeno la testa e la concentrazione per combinare molto, giusto sbrigare un minimo sindacale di faccende, e poi il desiderio, grandissimo, insopprimibile, inarrestabile, travolgente, di farmi una padellata di fatti miei senza dover render conto a chicchessia.
Esempio: stasera lavato due piatti e portato fuori carta, plastica vetro e materiali ferrosi, domani nella mia zona é il giorno deputato al ritiro di questo tipo di rifiuti, appeso su uno stand un maglioncino indossato oggi e che non era da lavare, fatta una cena assai frugale a base di insalata e pomodori ad un orario che manco in Islanda col solstizio d’inverno e, alle 18:18, ero già bella cotta, sdraiabile, non ce n’era più per nessuno.
L’unica cosa a cui anelavo é un divano.

Probabilmente non è normale, probabilmente IO non sono normale, non so, sta di fatto che sono proprio così, un po’ insofferente, un po’ anarchica, un po’ egoista, con troppi interessi inconcludenti e un enorme bisogno di tempo per me stessa, di pace per le mie orecchie, di non avere costrizioni, impedimenti, obblighi e/o doveri oltre a quelli già imposti dalla vita, vita di non ereditiera.

E, a onore della cronaca, non lavoro né in miniera né in un altoforno, faccio le mie fantozziane otto ore regolari e alle 17:02 generalmente ho già innestato almeno la terza sulla via del ritorno. Nemmeno lavoro, che ne so, allo Stock Exchange di Londra, o sono C&O di Apple o salvo preziose esistenze trapiantando organi vitali, no: faccio un lavoro impiegatizio di medio livello con medie responsabilità, ed un medio stipendio.
Inoltre la mia Multipaesana, rendiamole atto, non è nemmeno uno di quei lager che abbondano nella provincia di Vorkuta e che di te risputano solo le ossa spolpate, ma non prima delle 19:45.
Però, io, più di così, poco riesco a combinare.

Un po’ sarà la primavera, un po’ l’età che avanza, mettiamoci la mancanza di stimoli adeguati o forti motivazioni o obbiettivi, che quando c’è da correre per un buon motivo, laurearmi lavorando full time o millemila corsi di lingue o di quello che è l’estro del momento, divento Usain Bolt.
Ieri sera ad esempio era la sera del tennis, e vabbuo’, ottima la scusa di farsi subito la doccia per poi infilarsi a letto a cazzeggiare in internet.
Domani sera sarà dedicata a fare un minimo di ordine in casa, che sabato mattina é in arrivo un tizio di un’immobiliare, e io da due giovedì fa giorno del trasloco vivo ancora con degli scatoloni chiusi dei quali ignoro il contenuto. Poiché mancano all’appello un bel po’ di maglie e Tshirt posso solo supporre siano rimaste tutte là dentro.

Ecco, questa sono io, tutta una vita a sentirmi na’ schifezza, inadeguata, diversa, senza un ruolo preciso, una meta, un traguardo: anni spesi a confrontare la mia vita a quella di altre donne nel goffo, disperato, inutile tentativo di diventare come loro e, solo adesso, forse, conosco qualcuna che la pensi e che viva un poco come me, alla giornata.
Solo adesso comincio ad accettarmi per quello che sono, e non mi dispiaccio nemmeno più di tanto.
E tutto torna, e tutto fa scopa: credo che quella vita non facesse per me e basta, era tutto scritto;

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B.

Averti perso, cucciolo mio, è stato ed è uno dei dolori più grandi della mia vita, e anche se so che la stronza ne tiene in serbo degli altri non ci sono parole che possano spiegare il vuoto che hai lasciato, e quanto belli e dolci siano stati tutti i momenti che ho passato con te in questi tre mesi e mezzo di assidua "frequentazione", cioè da quando ho scorto il tuo bel musone nero e i tuoi occhioni umidi, espressivi e buoni dietro la rete del recinto n. 37 e mi sono perdutamente innamorata di te, come altri umani.
Poi sei stato spostato al recinto n. 6, proprio all'ingresso, dove tutti potevano vederti ed ammirare la tua bellezza nobile e fiera, la tua simpatia, quanto sei dolce ed affettuoso, e attento, vigile, intelligente, buono.
Il 6, me ne accorgo adesso, salta sempre fuori quando si parla delle mie sfighe, a quest'ora dovrei saperlo, perciò avrei dovuto anche immaginare che pure questa sarebbe finita così.
A te, però, sono solo grata perché con te ho passato i migliori momenti degli ultimi vent'anni o più, davvero.
Per me, purtroppo miscredente come pochi, tu sei una scintilla divina.
Sono queste le parole che meglio ti descrivono, e che descrivono la meraviglia e stupore che ho provato ogni volta che ti ho visto trotterellarmi incontro e ho pensato tu avessi qualcosa di magico.

Non ho avuto la possibilità di portarti via di là e tenere fede alla promessa che ti avevo fatto, perché pur tra tanti dubbi e paure te l'avevo fatta, poiché qualcuno con meno problemi, perciò più intelligente e fortunato di me, è arrivato prima.
Temevo sarebbe successo prima o poi, un gioiello così faceva troppo gola a chi cercava un amico a quattro zampe, e uno spilungone di uno era già tornato a vederti per la seconda volta con la figlia adolescente.
Il destino, che io oramai ci credo e mi rimetto alle sue mani, non so se più crudele e beffardo o più compassionevole e benigno, più facilmente assolutamente indifferente ai casi umani, specialmente ai miei, ha fatto poi sì che tu venissi adottato proprio a poche centinaia di metri dalla mia casa attuale. Quando mi sarò trasferita poi, abiteremo praticamente di fronte, stessa via, lo scarto di un numero di civico, lo spilungone sarà mio vicino di casa. Pensavi di esserti liberato di me, invece…

Non ti ho perso, mi dicono: ci mancherebbe, infatti per fortuna sei vivo e vegeto. Non oso immaginare come mi sentirei se ti fosse successo qualcosa di brutto. Adesso hai qualcuno che si occupa esclusivamente di te, quel qualcuno che spero ti abbia fatto compagnia ieri mentre sparavano botti come indemoniati.
Lui ti terrà sempre con se, la sua casa sarà la tua, le sue figlie ti porteranno a spasso al parco (spero dopo una settimana non ti dimenticheranno in giardino, il mio più grosso timore), ti chiameranno per nome e tu, finalmente, lo imparerai. Al rifugio ti avevano chiamato fenomeno, in inglese, e ci hanno proprio azzeccato.
Loro, i tuoi padroni, ti vedranno scodinzolare ogni giorno, e crescere, maturare, poi invecchiare: al resto non ci voglio nemmeno pensare e poi c'è ancora un sacco di tempo.
Anche se hai tre anni sei come un cucciolo, un po' insicuro; quando facevi il bulletto spavaldo non facevi paura a una mosca, anche se rispetto ai primi tempi sei diventato un pochino aggressivo con i tuoi colleghi maschi, e territoriale. Loro ti daranno anche questo, la protezione, la stabilità e la sicurezza che io non ho potuto darti. Poi sarai davvero un cane perfetto, ma per me tu lo sei già, ed è stato così in brevissimo tempo.

In questi quattro giorni, da quando ti ho visto salire spaesato ed impaurito su quella macchina, lì è finito il nostro idillio, ti ho sempre immaginato con quel codone meraviglioso basso in mezzo alle zampe, terrorizzato come alla fine del mondo, frastornato dagli eventi, dalla nuova famiglia e dal nuovo ambiente. Quando sento abbaiare dei cani tendo l'orecchio per cercare di riconoscere nel baccano il tuo timbro, ma non ci sono ancora riuscita, pur essendo vicinissimi non lo siamo ancora abbastanza.
Nelle ultime due settimane ho sempre in cuor mio sperato che se proprio doveva essere, allora tanto meglio che quel tizio venisse a prenderti prima di Capodanno, che se tu fossi rimasto al canile giuro che avrei fatto la ronda fuori tutta la notte almeno per farti sentire la mia presenza e che non eri solo, che non c'era nulla di cui avere paura.
Il tizio l'ha fatto, è venuto a prenderti domenica mattina, non è uno stupido e al tuo terrore per i botti di cui lo avevamo informato deve aver pensato. Vedi, anche lui ti ha voluto subito bene. Sono triste per me e gelosa di lui, ma sono felice per te, credimi.
Solo, avrei voluto essere io a darti tutto quello di cui avevi bisogno.

Domani, se mi deciderò a lasciare questa casa in cui mi sono rintanata da allora, e che piaccia o no al tizio, domani ti vengo a trovare, anche se mi farà ancora più male di così.
Vengo perché ne ho voglia, perché ne ho bisogno, per vedere come stai, per accarezzarti, per risentire e rivedere il tuo pelo lucido e setoso, quel tuo naso freddo che annusava sempre l'aria come un vero lupacchiotto, per respirare il tepore del tuo corpo.
Te lo devo anche, in virtù di quella promessa che ti avevo fatto e che non sono stata capace di mantenere, e sappi che non me lo perdonerò mai.
Spero ti ricorderai di me e di quanta compagnia ci siamo fatti da settembre, un sacco di ore insieme, anche quando eri solo, e nessuno passava di li, o non si accorgeva di te, e faceva freddo, ed era buio, o pioveva.
Non so cosa un cane possa sentire, provare o ricordare, ma vorrei che in quel bel testone dall'anatomia perfetta tu sappia che ti voglio ancora e ti vorrò per sempre un bene da star male, e che per me sarai sempre il mio cane, anche quando ti sentirai di appartenere totalmente al tuo nuovo padrone e io sarò solo una lontana traccia olfattiva tra i ricordi di quella parte meno felice della tua vita.
So che succederà molto presto, sei così affettuoso, equilibrato, impossibile non adorarti, e tu presto ricambierai il loro amore.

Mi ero fatta un sacco di film sulla nostra vita insieme, so che saremmo stati felici ed eravamo assolutamente perfetti uno per l'altro, lo dicevano tutti.
Avevo già scelto per te la cuccia più confortevole, la pettorina più consigliata dagli esperti anche se ero ancora indecisa sul colore, la mantella coordinata, avrei preso per te il cibo migliore, avevo già scovato in rete la ricetta per fare sane crocchette casalinghe, ero pronta a mettere la sveglia ogni mattina ad un orario indecente per farti fare la tua sgambatina di almeno mezz'ora, poi ce ne sarebbe stata un'altra verso le cinque e mezza e magari un'altra prima di andare a dormire.
Il sabato e domenica saresti venuto a camminare con me in campagna, ti avrei fatto conoscere alle mie amiche, qualcuna ti ha anche conosciuto, ed era già pazza di te. Ma quello che avevo sognato più di ogni altra cosa erano le feste che ci saremmo fatti al mio rientro dal lavoro, le coccole in casa nei giorni di pioggia o di freddo, che mi saresti sempre stato tra le gambe mentre mi muovevo un cucina o riponevo la spesa, in estate pensavo ti avrei messo la piscinetta in giardino per farti soffrire meno il caldo.

Ho scritto queste righe perché te lo dovevo, nonostante sia restia a parlare qui di cose personali, e mi stupisco sempre di come gli altri ci riescano, perché voglio che rimangano fissate per sempre da qualche parte a differenza dei diari, quadernetti, agende, lettere ed appunti che ho perso o seminato in giro nel corso degli anni. Voglio poterle rileggere tra un anno, tra dieci, e non dimenticare,
Mi dicono che questo possa essere un nuovo inizio per me, e de che, per me è la fine di tutto, the last straw, ma capisco cosa intendono.
Pensano che quest’amore per i cani, sbocciato tardivamente, lo riconosco io per prima, sia una cosa bella e che mi porterà altre gioie.
Io non so se amo i cani, io voglio bene a te e volevo te, e non so se vorrò mai più un altro cane. Però nei loro occhi ti rivedo.

Ancora il destino: proprio mentre stavo finendo di scrivere questo post mi è arrivato un sms da M, ricordi quante belle passeggiate ti sei fatto con lui, e noi tre insieme, quante coccole ti sei preso? L'avevo eletto tuo padre putativo o patrigno, è lui che ci ha fatto avvicinare, lui ha fatto un sacco di tifo perché io riuscissi a portarti via in tempo, mi ha spiegato cose del tuo carattere che non sapevo e capivo, e parlato per primo dell'antica e nobile razza tedesca dalla quale con ogni probabilità derivi.
Mi ha chiesto se ero stata da te, se ero passata a trovarti. Gli ho scritto che fino ad adesso proprio non ce l’avevo fatta e che mi fa stare male solo il pensarci.
Lo so, è egoismo, e paura, però gli ho detto che sarei venuta domani, e così farò. Non so se sarà la prima e anche ultima volta, ma non potrò certo ignorarti quando passerò ogni giorno davanti al tuo cancello.

I giorni filano veloci, tu ti ambienterai del tutto e questa stupida non sa se riuscirà ad andare ancora al rifugio a fare visita ai tuoi vecchi amici. Se non lo facessi ancora almeno una volta, però, mi sembrerebbe di tradire loro, oltre che te, quindi cercherò di farmi forza.
Patatone e scimmiotto mio, tu non puoi sapere che la sorte è stata buona con te perché tu sei sanissimo, giovane, e oggettivamente molto, molto bello, ma non tutti i tuoi ex compagni di merende sono così.
Intanto dormi tranquillo, e aspettami.

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Avere o non avere un cane

Da circa tre settimane, anzi oramai quattro, frequento con una certa assiduità il canile della cittadina dove vivo, la temibile Vorkuta lombardoveneta della quale ho già avuto modo di parlare in precedenti posts.
Con una certa assiduità significa due volte alla settimana che è il massimo che potrei fare per motivi di incompatibilità tra gli orari della struttura in questione e quelli della Multipaesana dove mi guadagno la pagnotta quotidiana.
Due volte alla settimana per quattro settimane rappresenta già una sorta di piccolo record personale, considerato anche che non sono lì nelle vesti di volontaria ma in quelle di anomala visitatrice.
Anomala perché non saprei bene definire il mio status, in bilico tra generica amante dei cani e (forse) aspirante futura adottante, se pure in preda a millemila ansie, dubbi e paure, e nemmeno saprei descrivere con esattezza il mio stato d’animo tutte le volte che varco i cancelli del rifugio, se non la sensazione di pace generale, di stare facendo la cosa giusta e che non vorrei essere in nessun altro posto. Tre emozioni che raramente provo, e quasi mai nello stesso momento.
Stranamente poi uno dei miei rari sorrisi mi si stampa sulle labbra tutte le volte che ritrovo i miei beniamini (inevitabile che si creino delle simpatie/preferenze), e da lì ad una sequela ininterrotta e stomachevole persino a me stessa di Pucci Pucci, Ammmore mio, ma quanto sei bello etc etc. il passo è breve.

In realtà io da un canile non sapevo nemmeno cosa aspettarmi non avendoci mai messo piede primi dell’inizio di settembre: quello che ho trovato ha però superato di gran lunga le mie aspettative. Perciò non posso fare a meno di riconoscere una gran nota di merito a chi lo gestisce e, soprattutto, alla numerosa nutrita schiera di generosi volenterosi volontari che si impegna e si avvicenda quotidianamente. Poi forse, in qualche misura, anche all’amministrazione comunale di Vorkuta, della quale tutto si può dire ma non che in alcuni settori, come ad esempio nel caso dell’efficiente rete bibliotecaria, non offra dei servizi di un certo livello.
Nel complesso un bell’ambiente, sereno, gioioso, una struttura molto curata e pulita, un discreto turn-over di cani, pelosi che vengono adottati, altri che arrivano, qualcuno che purtroppo muore, anche molti recinti vuoti, il che è un buon segno.
Per lo più i cani che sono ospitati in questo rifugio sono piuttosto anziani e, temo, molti finiranno i loro giorni in quei recinti. Mi conforta però il pensiero che in molti casi stanno meglio li che con eventuali adottanti distratti o negligenti perché, ripeto, le cure materiali e non solo materiali che ho visto prodigare nei confronti di questi animali sono l’unico incoraggiante segnale percepito nell’ultimo ventennio che forse al mondo c’è qualche speranza di un futuro migliore e che non tutto è perduto.

Beh, ma io che ci faccio lì? Me lo chiedo anche io. La prima volta sono capitata al rifugio un venerdì pomeriggio sospinta da una generica curiosità e da un mai sopito amore per i cani forse riesploso negli ultimi tempi probabilmente per via del fatto che a breve, finalmente, avrei lo spazio per un quattro zampe, e anche più di uno, mentre nella situazione attuale potrei a malapena appendere al muro la foto di un odioso cagnolino toy.
A Vorkuta per ogni marmocchio che si incontra per strada, in carrozzino, passeggino, portato in spalla o tenuto per mano ci sono almeno tre cani, tutti ben pasciuti e ben tenuti, tutti felici e scodinzolanti tanto quanto i loro orgogliosi padroni.
Ad essere richiamati, ed anche con una certa stizza, sono più spesso i bambini.

Ci faccio che, come ho già scritto, ci sto bene, e ogni visita mi fa sentire anche meglio.
Ci faccio che mi piacciono tanti cani, penso spesso a loro durante la settimana, vorrei che venissero adottati al più presto, specie i più anziani e quelli malati e/o malconci. Di cuccioli non ne ho mai visti ma credo che vadano via come il pane.
Ci faccio che mi sono innamorata alla follia di un cagnolone, ed è stato per puro caso, non era quello il piano. Se proprio quello che avevo in testa e che vedevo nel film della mia vita futura era un cane di media taglia, non mi piacciono quei cagnini che sembrano dei ratti, un cane femmina opportunamente, dovutamente e saggiamente sterilizzato.

Invece l’ammmore che mi è scoppiato è per un cane maschio di taglia grande, non enorme eh, ma grandino, trenta Kg tutti, e non c’è momento durante la settimana che io non ripensi a quei suoi occhi grandi ed espressivi, a quel nasone freddo ed umido, al suo codone scodinzolante, ai suoi zampotti contro la grata del cancello.
Non ricordo di avere visto qualcosa di tanto bello, di tanto pulito ed avente senso così compiuto, in molti, molti anni.
E vorrei portarmelo via, farlo diventare il mio cane, e sarebbe anche facile, bastano carta d’identità e codice fiscale, se solo io fossi una persona normale, come tanti che arrivano lì ed in meno che non si dica si caricano in macchina i loro sei chili o quaranta di animale, senza porsi troppi se e troppi ma. Di certo nemmeno lontanamente sfiorati dal dubbio di non esserne all’altezza.
Per me non è così. Sono sempre stata oltremodo allergica all’assunzione di ogni tipo di responsabilità e alla formalizzazione di legami con ogni tipo di essere vivente, umano, animale e vegetale: ho sempre cazzeggiato, tergiversato, rimandato, differito e posticipato sino all’ultimo anche l’acquisto del concime per le piante, perciò mi domando incessantemente se sarei / sarò in grado di far costantemente fronte alle necessità, non solo materiali, di un altro essere vivente il quale dipende in tutto e per tutto da me. Sarei in grado di offrirgli di meglio della situazione non ottimale ma nemmeno tragica del canile dove si trova?
Avrò la costanza, la forza mentale e fisica di portarlo fuori almeno due volte al giorno, di farlo pascolare per prati e campagne nei fine settimana, di coccolarlo, di preparargli del cibo sano, di pulire dove sporca e di duplicare gli sforzi per l’igiene anche in casa visto che perderà un sacco di pelo, tutto questo giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno fin che morte non ci separi?
Sono sicura che nessuno al mondo si pone tutte queste domande, nemmeno prima di sposarsi.
Quel rifugio non è certo un lager ma, come diversi volontari hanno riconosciuto e confermato a mia specifica domanda, i pelosi non vengono portati a passeggiare più di una o due volte alla settimana. Immagino la sofferenza per il mio cagnolone, giovane, in salute, esuberante. Io non posso pensarlo lì, sto male a pensarlo in quella gabbia tutto solo, specie la notte.
Ieri ho accompagnato un volontario mentre lo portava in passeggiata, una ventina di minuti in tutto.
Persona di una certa sensibilità e disponibilità si era accorto, come anche altri ad onor del vero, che stazionavo da giorni sempre e solo davanti a quel recinto cercando di entrare in confidenza e di familiarizzare con quel bel giovanottone dal pelo setoso che sì, è molto affettuoso ed adorabile, ma anche discretamente fifone. Necessita perciò di un minimo di lavoro preliminare, di un approccio graduale, senza spaventarlo od opprimerlo, e posso dire con le mie visite di essermi già guadagnata una bella fetta della sua fiducia.
È per questo che l’adoro, per quei suoi occhioni paurosi che ti guardano spesso quasi a cercare conferme, sicurezza ed approvazione, e giuro che non so cosa farò, è un tale casino e so a malapena badare a me stessa, ma di certo non potrò mai perdonarmi qualora dovessi essere così vigliacca e pusillanime da volere scordare quegli occhi e da decidere di lasciarlo invecchiare là dentro.
E io so che ne sarei capace, pur di non avere pensieri, responsabilità, gravami, obblighi, scadenze.
Ieri, mentre procedeva spedito e sculettante al guinzaglio tra il sentiero in mezzo ai campi, tutto orgoglioso del fatto che ben due persone si stessero occupando di lui, e perciò un po’ strattonando e zigzagando anche per l’eccitazione di trovarsi finalmente a sgambare, pensavo che se non fossi come sono potremmo davvero stare molto bene insieme, e completarci a vicenda.
Sono terrorizzata, sento come se gli avessi promesso qualcosa e che dovrò tradirlo.
Ho paura che non potrò mai più avere una vita mia.
A volte vorrei persino non aver mai messo piede là dentro, vorrei non averlo mai visto.
Mi faccio orrore, ma ci penso sempre.

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