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La Marie, riflessioni purtroppo senza conclusioni

Il libro della Marie Kondo sul magico potere del riordino alla fine l’ho preso pure io, ultima tra gli ultimi, anche se non posso dire di averlo letto (per gli ignari link giù sotto).

L’ho prenotato in biblioteca ed atteso per oltre tre mesi, ritirato con mani tremanti un pomeriggio dopo il lavoro, ne ho letto una decina di pagine una domenica di inizio inverno senza rimanerne impressionata ed avere rivelazioni di alcun tipo.

Poi me lo sono dimenticata sul comodino per tre mesi abbondanti, l’ho riportato di fretta e furia in biblioteca un altro pomeriggio dopo il lavoro, quindi ben oltre la scadenza del prestito, che è il motivo per il quale sono adesso nella lista dei cattivi (stronzi, una mail di richiamo no?)

Quindi non sono un’esperta né una seguace del metodo Konmari, però ho visto diversi video su YouTube su questo tema, anche oltre la Marie, e penso che un bel po’ di cose molto simili, magari più sul generale, me le avessero già dette la mia mamma prussiana e la signora C.  

Questi elementari saggi insegnamenti li ho sistematicamente disattesi per tutta la mia vita dai 21 anni in poi, non perché non ne riconoscessi e ne riconosca efficacia, validità e benefici influssi sulla vita quotidiana ma perché sono una pasticciona disorganizzata, scostante. E pigra, e tendente all’anarchia, forse perché patisco talmente quelle otto ore di lavoro che nel tempo libero non tollero altre regole e di fare cose che non mi va di fare, e voglio tempo per la vita, per me al netto dei doveri.

Il disordine c’è l’ho nella testa, dovrei partire da qui, ma la Marie sostiene, mi pare, proprio il contrario.

Non posso però nemmeno dire di non avere mai declutterato alla grande, in discarica mi danno del tu, però si é sempre trattato di fuffa realmente inservibile e inguardabile, di nessuna utilità: faccio invece una fatica bestiale, me ne accorgo ora che ne scrivo, ad approcciare il campo delle cose mie, cioè quelle che ho scelto, comprato e pagato nel corso della mia vita adulta e indipendente.

Vestiti, scarpe ed accessori, libri, oggetti per la casa e la cucina a meno che non cadano a pezzi e che mi stiano proprio male nel primo caso.

Il minimalismo e la tendenza a volere semplificare e ridurre ai minimi termini tutto, che mi viene benissimo e senza fatica nelle relazioni sociali, é una precisa e reale esigenza nata negli ultimi due tre anni, al di là di tutte le mode del momento, e si sta acuendo sempre più.  Fortunatamente mi porta ad essere abbastanza consapevole e considerata nel fare nuovi acquisti, ma è quello che è già qui, in questa casa, che non se ne va. Forse perché attualmente non ho problemi di spazio?

Forse perché non mi sono mai perdonata di essermi liberata, anni fa, di un meraviglioso simil-trench verde scuro che sí, mi aveva stufato ma che poi mi è mancato come un primogenito e che passata quella fase avrei indossato ancora per gli anni a venire? E così per diversi altri capi di abbigliamento che dovevano solo riposare ?

Forse perché non riesco a dare un taglio definitivo al passato e c’entrano emozioni, sentimenti? Forse perché mi sembra di dilapidare un piccolo patrimonio ottenuto con il sudore della fronte? Poi, come si fa a campare con solo sei T-shirt per l’estate quando solo di scarpe da ginnastica ne ho una decina e forse più e tutte hanno un perché ?

Eppure, quando penso alla mia vita futura come la vorrei vedo una casa piccola, colori chiari, pochi oggetti a vista, essenziale, ridotta ai minimi termini, molto funzionale, poco spazio ma sapientemente sfruttato (ehm, toh, l’esatto contrario di dove sono adesso). In quella casetta nonsodovenonsoquando tutta la mia roba ed io non ci stiamo, un dato di fatto, e manco ce la vedo.

La Marie è stata comunque un genio ad intercettare o cavalcare l’onda, mi sta simpatica e la rispetto come rispetto ed ammiro persone che riescano a trasformare un interesse o una passione personale in un lavoro o in una lucrosa attività. Figlia del suo tempo, chiaro che negli anni ottanta e per buona parte dei novanta non se la sarebbe filata nessuno. 

Non terminerò il suo libro però, in futuro magari.

Vorrei solo capire perché tutta questa fatica a lasciare andare dei beni materiali, questo attaccamento, questi ancoraggi, le mie resistenze, ma non credo sia lei a potermi aiutare. Sento che ha che fare con qualcosa di più profondo, forse di doloroso.

La Marie dice di tenere solo le cose che fanno star bene, che dan gioia. Allora forse tutta questa roba serve davvero, mi fa stare bene, non è superflua, è solo male riposta, distribuita ed organizzata. Probabile.

Oppure ostacola se non impedisce il cambiamento, di uscire dal bozzolo, di diventare quella farfalla leggera che da piccola pensavo sarei diventata. Perché non è che mi rimangano altri cinquant’anni.

Certo è che è una fatica immane gestirla, pulirla, tenerla in condizioni decenti, tutta questa roba.

Vorrei davvero solo capire.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Marie_Kondo

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Convivenza coatta 

Che sia estate o che sia inverno da noi, in ufficio, grazie ad una poco intelligente disposizione scrivanie in un wannabe modaiolo openspace del casso mal pensato e mal sfruttato, manco ci si riesce a mettere d’accordo sulla temperatura ambiente. Figuriamoci sul resto. Ognuno ha teorie ed esigenze diverse e particolari, spesso non conciliabili.

Così, se va bene, solo le mezze stagioni non si traducono in una giornaliera prova di forza, fisica, oltre che mentale.

Però, quando la sera a casetta si devono rimuovere i pantaloni semifusi come fossero striscie depilatorie, direi anch’io, ecologista e naturalista quanto basta, riciclatrice compulsiva, iscritta al WWF  all’età di anni sei, che si potrebbe pure accendere un filino di aria condizionata, specie al pomeriggio. Almeno a giorni alterni, in una normale alternanza democratica.

Purtroppo l’unico che so segretamente sposare la mia tesi é un somministrato non più giovanissimo che non osa palesare la sua sacrosanta opinione per timore di rappresaglie e per amore del quieto vivere.

Ci capiamo con gli sguardi, noi.

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Sabato pomeriggio

Alle quattordici del sabato pomeriggio come convenutosi,  puntualissimo, arriva lui.

Molto giovane, così giovane che potrei essere sua nonna, se solo mi fossi assai precocemente riprodotta e altrettanto precocemente riprodottasi la mia prole.

Mostro casa, dentro, fuori, annessi e connessi. Ne vanto e tesso le lodi. Un po’ svogliata, che negli ultimi giorni é una processione di gente con i pezzini per prender nota  ed il biglietto da visita, e sono anche stufa di averceli  tra i piedi.

Perché sí, sono passati due anni (come due ore) e io sto ancora qui. Invenduta (la casa).

Ad un certo punto mi chiede*: “ma lei, signora, perché vuole venderla?”

Ed io, che non sono una commerciale nata (anche se in altri tempi per un paio di annetti ci ho pure campato) e che ho un carattere brutto, ma brutto proprio, e che probabilmente sono anche un’assai brutta persona gli ho risposto: “perché la vendo sono affari miei, sta di fatto che è in vendita, solo questo deve interessare”. 

Giovani occhi sgomenti e dita nervose.

Dopo avere anche negato un mandato esclusivo alla sua agenzia mi verrebbe da ridere fosse lui quello che mi porta dal notaio.
* cmq del tutto inopportunamente e poco professionalmente, ritengo. 

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De gentibus

You never get a second chance to make a first impression, dicono gli anglosassoni, ovvero la prima impressione è quella che conta. “A”, chiamiamola.

Io, sulle persone, spesso mi ricredo, e l’opinione iniziale “A” non di rado si trasforma in una diversa, condizionata e messa alla prova dall’esperienza, dalle contingenze, dall’evoluzione del tipo di rapporto, di qualsiasi tipo esso sia. “B”, “C”, “D” etc etc, chiamiamole.

Poi, per alcuni oggetti di questo personalissimo studio empirico, inevitabilmente arriva un punto, quasi mai suscettibile di ulteriori variazioni, ovvero il mio punto di non ritorno, in cui devo far marcia indietro, e ritornare all’idea originaria, “A”. Quella più semplice ed immediata, quella di pancia più che di testa. 

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Attenzione al Cliente / Consumatore: the Italian way

All’indomani della peggiore forma influenzale che mi abbia colpita da molto tempo, correva l’anno 1998, e di ritorno tutta ammaccata e infreddolita dal mio medico di base, due ore e trenta di attesa per riuscire a baciare la di Lei Sacra Pantofola, per strada mi rendo conto che praticamente non tocco cibo da cinque giorni.

Non difficile, quando si dorme per diciotto ore e si sonnecchia per altre sei.

Sebbene non ancora propriamente affamata ma possibilista in tal senso, decido  per una breve deviazione in un piccolo supermercato cooperativa locale che, combinazione, si trova proprio in parte alla farmacia dove devo prendere alcuni intrugli che la dottoressa mi ha prescritto. 

Non una grande spesa, nel cestino solo una succosissima confezione di mozzarella fior di latte della mia marca industriale preferita e che non mangio da molto tempo, probabilmente dall’estate. Non sarà fame ma golosità, ho già l’acquolina in bocca.

Una volta giunta a casa senza troppi salamelecchi tiro fuori il mio prezioso bottino dal suo latticello, con la forchetta ne spezzo circa un terzo e me lo porto direttamente alla bocca.

Avverto subito qualcosa di strano, un sapore abbastanza sgradevole che non riconosco, ma non so se attribuirlo alla mia bocca che non tocca cibo da diversi giorni e allo stato di chetosi che inevitabilmente ne consegue. 

Mi sembra anche vagamente che il latticello abbia una lontana sfumatura tendente al verdolino, ma ehi, è Vallelata, e la confezione indica come data di scadenza il diciassette dicembre. Siamo solo al nove.

Mastico e deglutisco senza alcun piacere e ripongo i due terzi rimasti della mia cena nel frigorifero rimandando il giudizio definitivo all’indomani.

La notte mi sveglio tutta accaldata in un bagno di sudore e con un fortissimo senso di nausea che perdura fino alle 14:00 quando, saggiamente, decido di farmi un pentolino di riso in bianco con poco olio e parmigiano.

Mi riavvicino al corpo del reato, ne sbocconcello ancora un pezzettino: non ci sono dubbi. Fa proprio schifo e, a guardare bene, anche la pasta che di solito è fibrosa ma compatta ha una consistenza diversa, quasi granulare. So bene di cosa parlo perché di queste mozzarelle ne ho mangiate decine e decine, forse centinaia.

Che fare, sono troppo debole per trascinarmi al negozio e sporgere reclamo, allora mi collego al sito Vallelata. Ovviamente zero possibilità di mandare un reclamo per scritto, l’opzione non è nemmeno contemplata, non sia mai, però è facilmente rintracciabile un numero verde.

Compongo il numero, nemmeno un paio di squilli e una gracchiante voce simpatica come una bracciata di ortiche nel bidet di casa dice che tutti gli operatori sono occupati, intimando di rimanere in linea per non perdere la priorità raggiunta. Solo che dopo due minuti circa la comunicazione viene interrotta, altro che priorità raggiunta.

Questo succede per tre volte di fila per cui, capita l’antifona, cioè a questa gente dei consumatori non glie ne frega proprio niente, mi stanco e archivio il caso. Con un grande senso di rabbia e di frustrazione però.

Come consumatrice, e anche con dispiacere visto che adoravo le mozzarelle di questa marca (tra le industriali, ripeto), per me questo è un addio al loro prodotto. Non mi farò tentare nemmeno dalle offerte, dalle promozioni. Per certe cose sono diventata davvero una donna tutta d’un pezzo.

È già grave venire intossicati da un prodotto alimentare, e pure di marca, ancora lontano dalla data di scadenza, ma non avere la possibilità di avere un filo diretto con l’azienda produttrice lo trovo vomitevole e per nulla serio.

Vallelata è Galbani, non lo sapevo:  Quelli che una volta, per chi ha conosciuto Carosello, voleva dire fiducia.

Alla Gabanelli che è in me sorge il lecito sospetto che qualcuno abbia giocato con le date di scadenza del prodotto, rimettendo in circolo un prodotto stra-marcio probabilmente trattato solo esteticamente.

Il mondo deve sapere.

E stasera per cena due mele renette.

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Tiny, a story about living small

È il titolo di un documentario realizzato benissimo e che mi ha stregata, e che sta facendo deflagrare una bomba nella mia testa.

Credo che il titolo sia abbastanza eloquente: si parla di downsizing nella sua espressione massima, quella di vivere in case piccolissime riducendo al massimo tutti i consumi, non solo quelli energetici e l’impatto ambientale. 

Come molti altri fenomeni globali che cambiano o stravolgono le nostre vite credo sia nato negli USA, ma si sta diffondendo nei paesi anglosassoni, Canada, Australia, Nuova Zelanda. Non mi sembra esista ancora una letteratura ufficiale al riguardo, una voce ufficiale, una biografia… qui il link al documentario YouTube per farsi un’idea, se no disponibile anche su Netflix.

Per chi non ha voglia di vedersi il documentario o cercarsi video di persone che hanno scelto di vivere così: di solito queste casette lillipuziane sono anche costruite in proprio, spesso con materiali di scarto o di recupero, magari con la consulenza di qualche professionista o l’aiuto di amici esperti. 

In una scuola professionale neozelandese era il progetto di fine anno di una studentessa diciottenne che poi ha realizzato il suo nido, ovviamente, con l’aiuto del padre. Uguale uguale alle nostre scuole.

Comunque ci sono alcuni video YouTube che spiegano per filo e per segno come fare isolamento, impianti elettrici eccetera, perché si tratta di una comunità aperta e solidale.

Nel frattempo, si parla sempre dei paesi già detti, sono anche sorte aziende che forniscono Tiny Houses chiavi in mano sia standard che personalizzabili, o su disegno o commissione del cliente (parecchio più costose).

Una decisione di tale portata, andare a vivere in una Tiny House, è sempre causa o conseguenza di una revisione sostanziale del proprio stile di vita, sia per scelta che per necessità.  

Nel primo caso godendosela un sacco di più, magari viaggiando, magari lavorando di meno o per meno anni, magari vivendo in un bel posto immersi nella natura, magari per avere più tempo libero per gli hobbies, la famiglia, gli amici, lo sport, il cane. Cioè per tutto quello per cui ritengo valga la pena di vivere. 

Nel secondo scoprendo che ci si può comunque vivere benissimo. In entrambi i casi realizzando che si risparmiano quelle sostanziose somme che andrebbero in rate di mutuo o affitto, considerando che il costo medio di una di Tiny House equivale più o meno a quello di un’utilitaria. 

È un fenomeno relativamente recente, in lenta ma costante crescita in quelli che sono, per molti versi, i paesi più evoluti e aperti al nuovo del pianeta, e del quale non avevo proprio mai sentito parlare o trovato traccia nella stampa, nell’informazione italiana, sempre così attenta e proiettata verso il futuro, e nemmeno nelle conversazioni con conosciuti o sconosciuti, nelle chiacchiere da bar. 

Lo seguo con crescente interesse da qualche mese, anzi mi ci sono proprio appassionata. Sogno che arrivi un giorno anche in Italia e in Europa, anche se ho intercettato qualche timido segnale di interesse proveniente dal Nord Europa, Olanda essenzialmente, e dalla Spagna.

Non sono una persona con il mito assoluto o il sogno degli Stati Uniti, lo sono stata forse in passato. Ci sono troppe cose che non condivido di quel sistema e di quella politica ma, in quanto a laboratorio e fucina di idee, apporto di nuovi contributi, creatività nel senso più ampio del termine, libertà di fare e intraprendere, freschezza, energia e capacità continua di rigenerarsi, apertura al nuovo non li batte nessuno. 

Di questo immenso e contraddittorio paese, imperfetto come tutti, amo la sempiterna giovinezza e molte delle novità che produce, come questo interessantissimo Tiny House Movement  che ha suscitato in me il bisogno di approfondire un calderone di riflessioni, riflessioni alle quali stavo arrivando da sola, per conto mio, per mia esigenza personale.

Di certo non è un fenomeno nato, incoraggiato o supportato dall’alto, tutt’altro: come tutti i movimenti nati dal basso è sostanzialmente anche se assai pacificamente anti-sistema, quel sistema al quale è difficile sottrarsi e che ci vorrebbe tutti devoti instancabili lavoratori fini a che il cervello va in pappa, omologati in un solo ed unico stile di vita, voraci consumatori e frequentatori di centri commerciali, impantanati in mutui secolari per case quasi sempre vuote visto che non ci stiamo quasi mai e che probabilmente non sarà mai la stessa per cinquanta anni, come era invece per i nostri genitori.

Anti-sistema e in un certo qual modo anche ai margini della legalità, perché anche nel meno burocratico dei paesi al mondo pare che una casa per essere considerata abitazione debba avere un numero minimo di metri quadri, il che significa navigare in una sorta di limbo  che le considera come case mobili, alla stregua di un camper, per cui non possono nemmeno avere appoggio diretto al suolo, tantomeno fondamenta.

Immagino l’approccio del creativo legislatore burocrate italico di cenventanni quando gli si porrà il “problema”, penso all’ufficio anagrafe del mio comune per esempio, pur efficientissimo, e mi vien da sogghignare.

L’approccio americano è invece, come sempre, alquanto ortodosso:  si parla di case, quando va bene, grandi una ventina di metri quadri massimo, dove magari vive una coppia con un bambino e due cani. Quasi sempre off grid, ovvero senza allacciamenti vari il che significa, tra le altre cose molte delle quali facilmente risolvibili, la compost toilette, che non è difficile immaginare come funzioni. Diciamo che i gerani e le margherite dopo un anno circa fioriranno rigogliose nell’appezzamento di terreno prescelto.

Devo dire che il pensiero di dovermi arrampicare su un soppalco per andare a dormire e di dover strisciare per raggiungere l’umile pagliericcio non mi  trova per nulla entusiasta, come il  tenere le mie “trainers” in parte al cuscino, ma sono certa che qualora questo fenomeno arrivasse qui in questo Vecchio Continente mollaccione si ridimensionerebbe un bel po’, parlando in termini di metrature intendo. E di compost toilette 🙂

Io penso che in una casa molto ben progettata ed organizzata potrei vivere tranquillamente in una trentina di metri quadrati, forse anche meno, certo rinunciando al possesso di molti oggetti, libri, abiti. Non vorrei strisciare, e vorrei un bagno normale, schiacciare un pulsante, tirare una catena.

Ma lo farei molto volentieri se quei venticinque o trenta mq fossero in assoluta indipendenza da amministratori condominiali e vicini, comodi, in un bel contesto e non al sesto piano a Caronno Pertusella con vista sul deposito degli autobus, e con altri obbiettivi di Vita ovvero di realizzazione personale da portare avanti in parallelo.

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Dilemma etico

Può una vegetariana convinta, idealmente aspirante vegana ma con pochissime realistiche possibilità di farcela in quanto troppo amante della mozzarella fior di latte e degli yogurt Mila all’avena e noci, comunque totalmente solidale con la causa, considerare anche solo lontanamente l’acquisto di una borsa in crosta?

Perché io l’ho vista, prezzo equo e la certezza che, per me, 1) non passerà mai di moda, 2) corrisponderà in toto ai miei canoni estetici per vent’anni almeno, 3) la userò tantissimo in ogni occasione (anche se probabilmente sarà sfranta prima), ma è, appunto, in crosta?

Perché io non sapevo bene cosa fosse sta’ crosta, se un’imitazione della pelle o uno sfacciato sinteticone, che per una borsa non mi disturba, ma ho scoperto che 

la “crosta” è la pelle dal lato della carne mentre il “fiore” è la pelle dal lato del pelo dell’animale.

e a me a leggere lato pelo dell’animale scricchiolano i denti.

Lei è bellissima, 49 euri e 99 cent, shopping bag di Mango (anche online ma eviterei per non dover creare un’altra password), blu. Sì blu, tipo che blu la cercavo da almeno tre lustri e tutte le commesse mi guardavano sempre stranite. “Blu d’inverno?” A me piace, sempre piaciuto, sempre piacerà, estate, autunno, inverno, primavera, mari, monti, pianure, paesi, città.

Che poi è un blu scuro ma un po’ anticato, sfatto, sbiadito, che ci azzecca anche col nero e difatti ha i manici neri. La perfezione, il top. È lei la mia borsa.

  
Vero che un bel regalo pre-natalizio l’ho già ricevuto, ma volevo premiarmi per essere quasi sopravvissuta a questo 2015.

Può, dicevasi, una vegetariana convinta aspirante vegana etc etc etc…. può?

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Sul perché 

Sul perché per un intero mese non abbia niente da dire e zero voglia di scrivere, e perché poi in poche ore partorisca una mezza dozzina di post di fila la risposta è: boh. Dico, se qualcuno me lo chiedesse, il che non è.

Ma me lo chiedo io. Sono sempre stata discontinua e incostante nelle mie prestazioni, umorale, tranne che nelle prestazione lavorative in Multipaesana, ma perché lì non sono io ma un’automa. Questa sarebbe la risposta.

Sempre stata così, sin da piccola.

E adesso che quasi tutti buttano la pasta vado a decidere del mio futuro alimentare e della mia salute per i prossimi tot. anni: vaporiera, microonde combinato, niente del tutto.

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Un dato di fatto 

Opinione personale: la connessione internet Infostrada, che ho da quando mi sono trasferita nella nuova magione, cioè da 1,5 anni circa, lascia molto a desiderare. Anzi è un fatto incontestabile più che una mia opinione o impressione. Non riesco a vedere quasi nessun vlog/video senza rallentamenti, interruzioni, lunghi caricamenti del buffer etc etc.

E pensare che prima mi sbeffeggiatano per essere un’abbonata TeleTu (in fondo in fondo = Vodafone) che solo 1,5 anni fa sembrava essere prerogativa dei falliti e dei morti di fame, o di chi di internet non ci capiva una fava.

 Il passaggio ad Infostrada, avvenuto quasi esclusivamente nell’illusione di far perdere le mie tracce all’ inarrestabile –insaziabile-impietoso-aggressivo marketing TeleTu/Vodafone che mi scassava le gonadi anche cinque volte al giorno tra telefono fisso e cellulare con le sue offerte inutili e promozioni non richieste*, é avvenuto solo per una bieca questione di pecunia. 

Se mantenevo la ricaricabile Wind/Infostrada per il cellulare mi offrivano internet e telefonate da casa senza limiti per 19 euro e rotti al mese contro i 34 e rotti euro di TeleTu. Anche se i 19 euri e rotti silenziosamente e misteriosamente nel frattempo sono già lievitati.

Passaggio di operatore che comunque, nonostante la legge Bersani, una delle poche saggie cose fatte dai governi degli ultimi venti anni, mi è costata oltre 70 euro per dire adieu al precedente operatore, perché siamo in Italia e basta chiamare la gabella con un altro nome, poi tutto rimane come prima.

E adesso che faccio, non volendo spendere una vagonata di soldi per la mia connettività 24h/24h che già di mobile mi costa altri dieci e più euro al mese? Anzi, in realtà ogni quattro settimane, come hanno giustamente evidenziato le varie associazioni di consumatori. 

Ripasso a Vodafone che nel frattempo magari è diventato anche lui Internet a manovella? Altre grane, scocciature e cartacce e altri ottanta euro di furto legalizzato per la richiesta di interruzione del servizio e passaggio a nuovo operatore?

* e tuttora continua, vedasi numerosi esaurienti post sullo stalking commerciale in questo stesso blog, e altrove

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Pensieri post insomnia

Dopo poche e per me insufficienti ore di sonno comunque profondo son da poco da poco ritornata in questo mondo, assai provata.

Avendo davanti una lunga e tiepida giornata soleggiata credo che, pur essendo il fine settimana, tra le altre cose mi sparerò un raid informativo su forni a microonde. Questa volta di persona, non googlando in rete tra Trovaprezzi e Ciao.it.

Da giorni, da quando ho scoperto che esistono microonde multifunzione, e che tra le diverse funzioni esiste anche la cottura a vapore, mi domando di quanto potrebbe migliorare la qualità e varietà della mia alimentazione se avessi uno di questi forni che, tutto sommato, se non si va sul top di gamma, oramai hanno anche prezzi ragionevoli.

In realtà, mosca bianca, non ho mai avuto e nemmeno voluto possedere un forno a microonde “tradizionale”: questo elettrodomestico non mi ha mai convinta del tutto, e ne ho sempre compreso l’utilità tutt’al più per scongelare gli alimenti. 

Vero che da quel dí della loro prima comparsa, una ventina e più d’anni fa, la tecnologia ha fatto passi da e gigante e sicuramente, con miliardi di utilizzatori sparsi per il globo, queste scatole di metallo non possono certo essere delle piccole Fukushima o Chernobyl. So di gente che cuoce e cucina di tutto solo con il microonde e che ha archiviato il forno tradizionale.

Tuttavia ancor ieri ho trovato in rete un articolo piuttosto allarmante e con un certo fondamento di scientificità sulla pericolosità delle radiazioni emesse in questo tipo di cottura, e su come le molecole dei cibi vengano trasformate e scomposte in modo non del tutto innocuo, ma anche a discapito del valore nutritivo dei vari cibi. 

Mi si obietterà che, essendo lo studio di cui sopra stato prodotto in Russia, conti come il due di picche a briscola quando la scala é ori. Io invece resto diffidente e non del tutto convinta della necessità dell’acquisto, o meglio assai oscillante. Praticità vs potenziale pericolosità?

Forse il pensiero dovrebbe più essere: vaporiera o microonde di nuova generazione? O anche, e meglio: ma anche nessuno dei due visto che per fare da vaporiera basta una retina in metallo da pochi euro di cui già dispongo, e una normalissima e capiente pentola.

Quello che mi attrae di questo fantomatico elettrodomestico sono però i brevissimi tempi di cottura, mentre il mio forno elettrico da Carlo V spesso mi dissuade dal mettermi a spadellare e infornare come Nonna Papera, anche solo pensando ai consumi. Prendere un normale forno elettrico nuovo qui in questa casa non avrebbe senso. Un piccolo microonde combinato e non da incasso invece me lo potrei portare ovunque.

Certo, di prima mattina sso’ probblemi.

Riferirò, qualora lo ritenessi interessante o istruttivo, inevitabili castronate che mi verranno raccontate dai più fantasiosi commessi che esistono, per esperienza quelli delle grandi catene dell’elettronica. Senza offesa, ma poche settimane fa hanno osato confondere il mio iPad 3 a retina per il quale cercavo una nuova custodia con uno di primissima generazione. Ed era un ventenne foruncoloso, non una signora di mezza età con i deliri da insonnia.

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