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Bulimia libresca

Da meno di ventiquattr’ore sono in preda di un attacco di fame compulsiva da lettrice con troppi-troppi arretrati che mi ha portato a divorare già tre libri. Sono come un cane rabbioso che non vuole mollare l’osso, finché dura.

Del secondo libro ne ho giá parlato, del primo non valeva la pena che ne parlassi perché la cosa migliore che ho riscontrato è il titolo mangereccio piuttosto accattivante, che é poi il motivo che mi ha spinta a leggerlo. 

Non so come sia potuta arrivata alla fine, ma penso solo per arrivare a scoprire il colpevole di un intreccio narrativo secondo me alquanto sgangherato e tirato per i capelli, e con pallidi personaggi visti e stravisti e anche poco convincenti. 

Da analfabeta di ritorno mi sono posta anche parecchi interrogativi su un uso abbastanza disinvolto della punteggiatura. Certo non sono in grado di dare lezioni a nessuno visto il tempo che mi separa dalle scuole dell’obbligo, ma mi pare di ricordare tra soggetto e predicato verbale non ci dovrebbe stare nessuna virgola. Magari mi sbaglio, ma il libro resta comunque una discreta ciofeca.

C’è da dire che quando si trova un filone, o meglio, degli autori che generano un nuovo filone che poi riscuote un grande successo come quello del giallo e del detective all’italiana dei vari Camilleri, Carofiglio e Vitali, li ho letti e mi piacciono tutti e tre per motivi diversi, poi a ruota libera compaiono una miriade di nuovi emuli. Questi si riproducono come conigli cambiando solo nomi ed ambientazioni, preferenze e gusti in fatto alimentare (se siamo in Italia) e il livello medio non si eleva di certo. Pecunia non olet.

Ma é così anche per il giallo thriller scandinavo, assai più prolifico di quello italiano, altro genere che non ho disdegnato negli ultimi mesi anche in virtù del grande feeling che ho con quei posti e con una cultura meno barocca e arzigogolata della nostra.

Il terzo é un libro che, da quanto ho potuto vedere in Google, é molto poco conosciuto in Italia: appartiene sempre al  filone noir investigativo, solo che colei che indaga su un caso di sparizione di una ragazzina non è una professionista ma una tranquilla signora ex archivista in pensione. 

Il libro si chiama Sangue kosher, di Maria Ines Krimer. L’ho scaricato al volo perché da sempre nutro un grande interesse per la cultura ebraica. Come suggerisce il titolo siamo proprio nel bel mezzo di una comunità ebraica, quella di Buenos Aires, città che da sempre scatena in me fantasie e desideri di viaggi magari senza ritorno, due valide ragioni per non farselo scappare.

L’improvvisata detective si muove tra l’omertà e reticenze della stessa comunità e la corruzione e connivenza dell’autorità e degli inquirenti su un’organizzazione criminale realmente esistita chiamata Zwi Migdal, un tempo dedita a reclutare con l’inganno nei poveri villaggi ebrei della campagna polacca e russa giovani ragazze da fare prostituire. Ora invece le ragazze le trovano direttamente in loco, sul Rio de la Plata, come la bella e giovanissima ragazza della quale si sono perse le tracce. 

Probabilmente non lo rileggerò ma non mi sono per niente pentita del tempo speso, una lettura piacevole e interessante per i due motivi già detti. Il finale lascia intuire che la detective per caso avrà presto un nuovo mistero di cui occuparsi, quindi mi aspetto presto un secondo libro, che potrei voler leggere.

E adesso, se non mi si incrociano gli occhi, dovrei passare al quarto, un grande classico della cultura ebraica.

Purtroppo i dispositivi per la lettura digitali non sono stati ancora perfezionati al punto da consentire un’ agevole lettura sotto il sole, grosso grosso problema d’estate per chi, anche se magari solo per un paio di giorni, può definirsi un’avida lettrice.

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Finalmente

Dai primi di luglio ho ritrovato il piacere della lettura, piacere che in realtà non ho mai perso del tutto perché, anche se adesso con meno frequenza di un tempo, sento e ho sempre sentito quantomeno il bisogno di andare a rileggere libri già letti. 

Rileggere più volte un libro nel corso degli anni, e non intendo solo una o due, é un bisogno strano e che non tutti provano o condividono, ci sono diverse scuole di pensiero al riguardo. 

Poi ci sono quelli che non leggono proprio, o che non hanno mai letto, e vivono bene comunque, anzi sono quasi sempre i più spensierati e felici, quindi non è detto che sia un male, anzi, direi il contrario.

Per qualcuno non ha senso, e non lo fa mai: una volta arrivato all’ultima pagina lo restituisce o lo ripone nello scaffale per sempre, come se un libro, ma anche un film, potesse rimanere dentro per sempre e nella sua interezza e completezza.  Anche me succede ovviamente, ma solo con i libri, o i film, che mi sono piaciuti in modo ordinario. Quelli che invece non mi piacciono proprio, beh, purtroppo non riesco a portarli nemmeno avanti.

Rileggere un libro che ho già letto e amato é per me la certezza confortante di tuffarmi in un porto sicuro, conosciuto, un posto dove so di potermi sentire a mio agio, al riparo da delusioni e, molto pragmaticamente, anche da perdite di tempo. Questo non aiuta probabilmente il mondo dell’editoria, ma del resto la mia opinione è che ultimamente sia anche un po’ troppo affollato, e che forse anche per questo sia diventato più difficile scegliere.

Così ogni tanto a cadenze più o meno ravvicinate e cicliche mi prende il bisogno di rivivere le stesse sensazioni di benessere provate tempo prima e capaci di lasciare quei ricordi che, se pur vaghi, sono rimasti sotto pelle. É anche la curiosità e il desiderio di ritrovare e rispolverare storie, personaggi ed emozioni mai del tutto dimenticate e con i contorni sbiaditi dal tempo che una testa sovraffollata di pensieri, scadenze, obblighi e preoccupazioni fa sempre più fatica a ritenere. Un plastico animato che si rimette in moto a mio comando e che già dopo le prime pagine mi risucchia.

Mi piace poi riscoprire particolari o intrecci che non avevo compreso del tutto, e imparare che a distanza di anni possono esserci chiavi di lettura e valutazioni diverse su trama, vicende, pensieri ed azioni dei personaggi.

Così, insomma, in queste settimane ci ho dato dentro con i miei libri di viaggio preferiti e oramai consunti, che sono sí emozioni, ma soprattutto una quantità industriale di informazioni, nozioni di geografia, politica, economia, nomi di posti e di luoghi, fatti, cronache, cose oggettivamente più difficili da ricordare. Interessantissimi sí, ma molto più simili a reportage giornalistici, qualcosa di molto diverso dalle emozioni che può suscitare un romanzo.

La mia fatica di questi ultimi anni, e da qui il relativo allontanamento dalla lettura e dall’essere cresciuta e vissuta per molto tempo come topo da biblioteca, é trovare libri e autori che mi piacciano in modo fuori dall’ordinario, ma di questo ne ho già parlato, e forse nella mia parziale disaffezione c’entrano anche gli anni, i miei, che passano.

Però, oggi, mi sento di poter gridare al miracolo: posso infatti finalmente dire di aver trovato, per puro caso e cioè non consigliata o indirizzata da nessun umano né da recensioni, un romanzo che ho letto d’un fiato in sette-otto ore filate, e che mi ha rimestata tutta, come difficilmente mi succede.

Sono arrivata anche alla lacrimuccia, che non frigno da mille anni, ma perché io ero Loro, e Loro erano me, e sapevo cosa avevano provato.

Sono una grande fan della Teoria del Caso, molte delle cose migliori provengono da lì più che dall’essere lungamente razionalmente pianificate o preparate, e ci sono giorni in cui mi piacciono moltissimo le sorprese. Cercavo nella sempre più fornita mediateca online provinciale qualcosa per sfangare un pomeriggio di pioggia, e mi sono imbattuta nell’ eBook di questo Un terribile amore, ultima recentissima fatica di tale Catherine Dunne, un nome che conoscevo senza aver mai letto nulla di suo. 

Credo che chiunque abbia frequentato anche solo saltuariamente una libreria o una biblioteca negli ultimi anni non possa non essere famigliare con il nome di quest’autrice irlandese. Adesso voglio naturalmente leggere anche altri suoi libri, sono molto curiosa.

Ho esitato più di un secondo prevenuta nei confronti di un titolo nella traduzione italiana secondo me riuscito così così* e, forse, anche del successo di questa scrittrice che nella mia avventatezza e superficialità ho sempre ritenuto troppo grande da essere meritato, a partire dal suo nome che mi è sempre sembrato essere finto, inventato (non lo é), da una copertina sempre secondo me anche questa riuscita così così. 

Poi ho letto la sinossi, mi è sembrata interessante e, fatta attenzione alla casa editrice, Guanda, che per me è già una relativa garanzia di buone letture, l’ho scaricato: poi non l’ho più mollato fino a quando sono arrivata all’ultima riga dell’ultima pagina e ho deciso che potevo finalmente darmi una lavata, e mettermi a scrivere le mie impressioni, e poi a dormire.

Siccome la rete sarà piena di esaustive e dettagliate recensioni mi astengo dal farne una vera e propria mia, che non ne sarei nemmeno all’altezza, ma mi sento di dire innanzitutto che è un libro veramente molto ben scritto, non sciatto e trasandato come tanti adesso. La sig.ra Dunne ha studiato letteratura, inglese e spagnola e, nel suo caso si sente e si vede.

Ne ho apprezzato da subito il tipo di scrittura, che per me non è cosa secondaria, poi mi sono dimenticata di questo dettaglio e ritrovata completamente avvinta e spinta ad andare avanti dal dipanarsi delle esistenze delle due protagoniste nel corso di alcuni decenni. 

Calista e Pilar sono due donne molto diverse tra di loro per luogo di nascita, condizione sociale e tipo di vita che conducono, accomunate solo dall’amore giovanile per i membri di una stessa ricca e potente famiglia cipriota, padre e figlio: questo amore, infelice in entrambi i casi, segnerá per sempre i loro destini. 

Le loro vite si sfioreranno a lungo senza sapere nulla una dell’altra e senza mai incontrarsi, poi si ritroveranno in età matura in uno sperduto villaggio dell’Estremadura dove Pilar era nata e dal quale era fuggita molti anni prima, lo stesso villaggio da cui proviene il ramo materno della famiglia di Calista. 

In queste storie d’amore, di complicate vicende e precari equilibri famigliari, di riscatto sociale e di destabilizzanti eventi politici di sottofondo riesce ad infilarsi quatto quatto anche un duplice omicidio, la vendetta di una delle due per l’uomo che le ha distrutto la vita togliendole le cose che più amava.

Devo lasciarlo sedimentare un po’ per capire, é troppo fresco, ma probabilmente sarà uno di quei libri che vorrò rileggere. 

L’unica cosa che mi ha un po’ disturbata in questa lettura ma che ho ritrovato anche in altri autori contemporanei e quindi forse è la moda del momento, é il ricorso secondo me eccessivo a flash back, a continui balzi avanti e indietro nel tempo e nella vita delle due. Questo rende meno fluida e scorrevole la lettura, oltre che meno facilmente comprensibile la trama, ma è veramente un peccato veniale rispetto alla potenza di tutto il resto, dell’insieme.

Ovviamente consigliatissimo.

* All that I’ve loved titolo originale 

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La Signorina Prim (Natalia Sanmartin Fenollera) e orgoglio single

Che sarebbe stato amore, o quasi, c’erano buone probabilità, perchè il libro mi è stato consigliato da persona fidata le cui indicazioni in fatto di letture sono sempre bene accette e tenute in alta considerazione. Spesso riesce a farmi approcciare a nuovi autori, come è stato l’anno scorso con Sholom Auslander (Prove per un incendio, Il lamento del prepuzio) del quale forse non avrei avuto modo di leggere nulla.
Così un venerdi pomeriggio mi sono fatta coraggio e, scarpinando sotto un sole inusualmente cocente, mi sono recata in villa/biblioteca -uno-dei-pochi-vanti-di-Vorkuta- a ritirare il libro che avevo prenotato online.
Grazie al cielo di venerdi i cancelli Multipaesani si spalancano alle 16:00, quindi avevo ancora parecchie ore di luce per godermi sia quei rari raggi di vita e benessere che il mio bottino.

Edizioni Mondadori, copertina caruccia, giornalista spagnola-galiziana alla sua prima opera di narrativa, coetanea (más o menos), faccia simpatica, libro non molto corposo. Evvai.
E difatti finito nello stesso fine settimana.
Però.

Questa Signorina Prim, già il nome racchiude tutta la sua essenza, è una perfettina e molto perbenino e, nonostante questo, riesce a starmi pure simpatica.
Vanta numerosi titoli accademici e una vasta e solida cultura che, purtroppo, non le sono serviti a trovare un lavoro affine alla sua preparazione e sensibilità.
Decide così di lasciare un insignificante noiosissimo impiego da contabile e la vita frenetica e il frastuono della grande città nella quale non si ritrova più per rifugiarsi in un paesino sperduto e sconosciuto, Sant’ Ireneo di Arnois, dove ha ottenuto un posto da bibliotecaria presso un privato, un eruditissimo enigmatico e assai distinto signore.

Mi piace immaginare questo Sant’ Ireneo da qualche parte in Spagna, ovviamente.
Una Spagna, però, diversa da quella mediterranea un po’ stereotipata e più conosciuta della movida e del sole tutto l’anno e dagli inverni brevi e miti.
Molto probabilmente non lontano dalla costa Atlantica, facile intravedere la stessa Galizia dell’autrice. Posti da sogno.
Però.

Nel tranquillo, curato e prospero paesino vive una variegata comunità di provenienza sia autoctona che internazionale, tutte persone accomunate da una stessa visione del mondo e ideale di vita, una sorta di salto indietro nel passato di almeno cinquant’anni, ma in senso positivo e benefico: la ricerca di ritmi più lenti, avere più tempo per se stessi e per gli altri, potere coltivare i propri hobby, i propri interessi, potere approfondire le proprie conoscenze, le gioie della convivialitá.
Tutti svolgono lavori semplici e realmente necessari, anche umili e/o artigianali ma che danno soddisfazione e non creano stress, perchè si lavora per vivere e non si vive per lavorare. Tutti sono in fuga dal consumismo mordi e fuggi, dalle mode, e tutti si conoscono e si frequentano.
Si gode ancora dei piccoli piaceri quotidiani, come bere una tazza di tè fumante davanti al camino acceso in una giornata di freddo intenso, una passeggiata nel bosco o una buona lettura.
E’ infatti principalmente alla cultura, all’educazione e alla crescita personale che a Sant’ Ireneo viene data una grande importanza.
La Signorina Prim dopo l’iniziale sbigottimento e qualche inevitabile incomprensione con i locali si abitua e si integra molto bene in questa originale comunità, sia i bambini che gli adulti la amano e la rispettano e ricercano la sua compagnia.

Infatti, anche se dopo un certo periodo di tempo sentirà l’esigenza di abbandonare Sant’ Ireneo per compiere un lungo sentimental journey proprio in Italia, secondo lei il paese della grazia e della bellezza (evidentemente il suo itinerario non comprendeva Vorkuta) a Sant’ Ireneo deciderà di fare ritorno, preumibilmente per sempre.
Il viaggio in Italia è per lei, come lo fu per molti gentiluomini nordeuropei nell’Ottocento, un passo necessario e fondamentale per completare la propria formazione ed educazione.

E nel cuore dell’Italia, se non sbaglio tra Norcia e Spoleto, la Signorina Prim oltre a gustarsi la vita lenta e forse parecchio idealizzata ed edulcorata della provincia italiana e la bellezza (questa sì, indiscutibile) di quei luoghi luoghi capisce altre cose di se stessa, e tra un caffè e un cappuccino in piazza all’ombra di una cattedrale qui matura l’idea di tornare a Sant’ Ireneo.
Però.

Però, cara la mia quasi coetanea giornalista galiziana dalla faccia simpatica, che io il tuo libro lo consiglierei comunque anche solo per avere creato questo personaggio garbato e sensibile e un po’ fuori dal coro, poi perché Sant’ Ireneo emana un buon profumo di pulito da sapone da bucato e di pane fatto in casa che io mi ci trasferirei anche domani, e non ultimo per i nemmeno tanto velati ammiccamenti a Jane Austen, però, e questo è il mio punto di vista, però non dovevi cadermi su un improbabile redivivo Mr. Darcy e piazzarmi anche la Signorina Prim con l’eruditissimo enigmatico e assai distinto signore suo ex datore di lavoro.

E’ proprio un finale un pò banalotto, e scontato già da metà libro in avanti, così anche secondo l’opinione della fidata bibliofila di mia conoscenza.
La Signorina Prim secondo me, secondo noi, noi era nata per essere e restare single, e felice, senza patirne, senza farne un dramma, perchè anche questa è una possibilità, o un’opzione, talvolta una scelta.
Peccato non prenderla in considerazione di tanto in tanto anche nella narrativa contemporanea, perchè esiste.
Non è brutto, non è una tragedia, è solo diverso.
E che a piazzarla, o meglio che riuscire a piazzare anche la Signorina Prim che, diciamocelo, non è certo facile mercanzia per i palati maschili, sia stata proprio una donna, mi pizzica anche di più.
Orgoglio single, talvolta ci vuole: esistiamo anche noi, e siamo sempre più numerosi.

Postilla: grazie comunque per avermi fatto ricordare che anche l’Italia é, o potrebbe essere, un paese bellissimo.

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Must have books

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Due libri che tutte le Donzelle dovrebbero avere, anche solo per ammirare le splendide ed eleganti illustrazioni di Ruben Toledo.
Ne allego qualcuna a casaccio, giusto per dare un’idea, ma sono certa che le mie fotografie non rendano loro giustizia. Beh, neanche le fotografie delle copertine in verità, ma i mezzi e la luce sono quello che sono.

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Insieme o singolarmente potrebbero essere un'ottima idea regalo per ogni occasione, per ragazze di ogni età e sesso, censo, razza e stazza.
Libri piacevolissimi da sfogliare per la grafica molto curata ed il gusto squisito delle illustrazioni ma, soprattutto, i consigli di Nina Garcia sono tutt’altro che banali.
Dispiace anzi dovere constatare che a realizzare due libri di moda e tutto sommato non inutili, uno su quali pezzi indispensabili investire per avere un guardaroba perfetto e completo, e l’altro su come trovare e/o valorizzare il proprio stile, sia stata una colombiana di Barranquilla oramai per metà americana, e non un’italiana.
http://it.wikipedia.org/wiki/Nina_Garcia

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Mi piace la Nina-filosofia e l’approvo in pieno, e non è affatto un inno all’imperante consumismo ingordo e famelico che fa prolificare le catene dei centri commerciali e che ispira molte fashion bloggers italiane e straniere sia su Youtube che nei blogs.
Piange il cuore a vedere quanti soldi si spendono per cose davvero cheap,per me come per il cibo la formula dovrebbe essere meno quantità e più qualità. Tra l’altro su questo pianeta vivremmo pure tutti meglio.
Non è affatto necessario, sostiene Nina, acquistare ad ogni stagione borsate su borsate di roba alla cosiddetta ultima moda, robaccia dozzinale e di pessima qualità, fatta con pessimi tessuti, di pessima fattura, e spesso anche a prezzi esagerati se si considera il rapporto qualità / prezzo.
Non so lei come abbia fatto a sopravvivere all’orgia di borchie che ha contraddistinto le ultime stagioni: dalle pantofole da casa in su è stata molto dura trovare qualcosa che non fosse borchiato.
Ad nauseam. Mi piacerebbe sapere chi è stato quel tizio che una mattina si è alzato e ha decretato “e adesso borchie per tutti”, e gli altri che non ci stanno che peste li colga.
Si tratta al contrario di avere nell’armadio pochi pezzi basici destinati a durare stagione dopo stagione, come ad esempio un bel trench classico, degli stivali tipo cavallerizza in un bel pellame, un paio di maglioncini/cardigan in filati pregiati in colori intramontabili come il nero o il cammello.
Questi pezzi evergreen sui quali conviene investire un po’ di soldini e per i quali non vale la pena di avere il braccino corto si possono assolutamente mischiare a capi ed accessori economici per i quali si può essere assai meno esigenti, una pashmina etnica del mercatino, un paio di jeans non di marca purché ci vestano a pennello, e così via. Il cosiddetto mix and match che fa tirare un respiro di sollievo al conto in banca ed evita di accumulare quintalate di pezzaccie che non si mettono mai.
Il che non vuol dire che nelle catene di cui sopra non si possano fare degli ottimi affari, sapendo scegliere.
Trovo che ogni articolo e pagina emanino buon gusto, misura e buon senso.
Più Audrey, Grace e Jacqueline che Valeriona, per intenderci.
Se il vostro ideale estetico / di eleganza / stile ideale si discosta troppo da quello delle tre dee, beh soldi buttati. Statene alla larga.
Da evitare anche se non si capisce la differenza tra la seta ed il poliestere, e non è detto che nel nostro armadio ci debba essere solo seta e cachemire otto fili.
Per gustarseli è però necessaria almeno quella minima sensibilità che consente di capire che si, tra i due tessuti c’è davvero una bella differenza.
Nina è un pochetto snob? Un tantinino, ma non più del giusto.

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Credo che dei due libri esista anche la versione italiana, mi sembra di averne visto almeno uno da qualche parte: io i miei li ho comprati online alla fine del 2008.
Già cinque anni? Si, e da allora non si sono mai mossi dalla mensola sopra il mio letto dove abita il mio personale gotha libresco, se non per finire almeno una volta o due all’anno nelle mie mani.
Ed ogni volta è un piacere ritrovarli, sentire le pagine frusciare, annusare l’odore della carta patinata.
Da avere a tutti i costi, da regalare per fare un figurone, se siete uomini vi ameranno per sempre, da mostrare alle amiche per farle schiattare e per far vedere quanto siete avanti. 🙂
Ah, quanto vorrei saper anche disegnare questi donnini!

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In procinto di leggere

Appena ritirati dalla biblioteca cittadina:
Un colpo di vento di Ferdinand von Schirach
Splendente come una padella di Amelie Nothomb
Biografia della fame di Amelie Nothomb

Non so ancora esattamente a quale darò la precedenza, forse già stasera, sicuramente nel weekend

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Libro che ho letto: “I colpevoli” (Ferdinand von Schirach)

Scaricato in formato e book dalla mediateca provinciale in una domenica pomeriggio di tempo incerto e di ancor più incerto umore. Umore nero goes with vicende di cronaca nera?
Amato e piaciuto sin dalle primissime pagine che colpiscono come un pugno allo stomaco.
Prosa asciutta e tagliente, casi giudiziari che, non ho capito se realmente accaduti o meno, rimangono irrisolti, o risolti a metà: colpevoli che la fanno franca, cavilli giudiziari, inaccuratezza delle indagini, incompetenza, prove raccolte mal conservate o insufficienti.
Spesso semplicemente è il Caso più che il Delitto Perfetto studiato a tavolino, sfortuna per la vittima, una serie di fortunate coincidenze per chi commette il crimine.
Sembra di essere in Italia, invece siamo in Germania.
Nessun eroico, ombroso e magari fascinoso ispettore o commissario dall’aspetto trasandato che dipana la matassa ed assicura la giustizia, nessuna squadra di bellocci iper tecnologici a caccia della più remota infinitesimale traccia di DNA, nessun plastico in prima serata in televisione: come purtroppo accade nella realtà spesso i colpevoli rimangono impuniti.
Infatti, dalle mani di un noto penalista tedesco prima, poi anche (bravo) scrittore.

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Libro che ho letto: “Prove per un incendio” (Shalom Auslander)

Da leggere d’un fiato.
Un libro che consiglierei a tutti specialmente a chi ama l’umorismo ebraico. Umorismo che come spesso succede è autoreferenziale e, non indulgendo in sconti di nessun tipo, qui riesce ad essere davvero dissacrante.
Una vicenda che ha del surreale, la forzata convivenza di una famiglia con un’Anna Frank scrittrice e che si scopre essere sopravvissuta al campo di sterminio.
Decrepita, asociale, cattivissima, dalla fine della guerra Anna si nasconde di paese in paese per approdare nel solaio della fattoria di un’anonima cittadina americana dove viene scoperta dal capofamiglia Sholomon.
Sua unica preoccupazione ed occupazione bissare, dopo quasi settant’anni, il successo mondiale del suo famosissimo Diario.
Almeno due personaggi rubano la scena ad Anna Frank: l’anziana madre di Sholomon, un po’ Jewish mama ed un po’ no, perseguitata dagli incubi, dai tormenti e dai lutti di un Olocausto che non ha mai vissuto in prima persona in quanto nata e cresciuta americana in una famiglia della middle class, al riparo e lontana dalla tragedia che si consumava dall’altra parte dell’oceano, ed il professore e psicoterapeuta Jove che elargisce perle di saggezza all’insegna di un pessimismo che più cupo e cinico non si può.
Un finale a mio avviso un po’ rabberciato, a suo modo triste e nemmeno tanto originale, ma nulla che possa sminuire il piacere di questa lettura e l’ansia di arrivare alla fine che accompagna solo i libri migliori.

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Libro che ho letto: “il metodo France Guillain per una vita sana e armoniosa” (France Guillain)

Interessante, cose a mio avviso sensate, che non stravolgono la vita e che, qualora non non dovessero migliorare benessere e salute, difficilmente possono essere dannose.
E comunque a costo praticamente zero.
Non mi piacciono, anzi mi infastidiscono, i tanti troppi guru predicatori e depositari della verità assoluta, dimagrisci in due settimane, la dieta della rapa, quella del carciofo, quella dei gruppi sanguigni e quella dei segni zodiacali, sconfiggi l’artrite, dimenticati la cellulite: finalmente, mi sembra, un approccio pacato, ragionevole e sereno, sostenuto da un fondamento scientifico comprensibile anche ai profani.
Unica perplessità ed obiezione, non credo di poter rinunciare agli occhiali da sole, ma è anche vero che non ho mai indossato, e tantomeno possiedo, cappelli a larghe tese.
Da qualche settimana devota seguace dei bagni derivativi, o meglio dell’utilizzo delle poches de gel, finora i soldi meglio spesi della mia vita. Se fossi meno pigra avrei potuto anche risparmiarmeli.
Provare per credere.
Ancora impossibilitata ad iniziare la colazione agli olii ed alla frutta per il semplice fatto che olio di sesamo e di lino non sono (fino ad ora perlomeno) reperibili nei supermercati cosiddetti normali.

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