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8h 5 gg sett.

La cosa peggiore è fingere rispetto per persone per cui non si prova alcuna stima.

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Sgombero decluttering, day 6th, una cosa l’ho capita 

Morta, sfinita. Oggi pomeriggio libero e/o riposo. Non ho ancora finito con i giri alla discarica, e ne mancano ancora parecchi. 

Ma quanta roba inutile si riesce ad accumulare in una vita, in un’esistenza del tutto normale e ordinaria? E quanta ne serve realmente per vivere senza farsi mancare niente e non certo nel lusso?  Esiste una risposta a questa domanda?

Quanti vestiti, quante paia di scarpe, quanti libri, quanti oggetti personali, quanti elettrodomestici, quanti accessori per la cucina, quanti vasi per i fiori, quadri, stampe, alzatine per la frutta, ricordini dell’isola d’Elba, dei mercatini moscoviti, ceramiche, lampade e piattini del bric a brac parigino, londinese, praghese? Quanti boccettini, unguenti, creme e cremine? Non riesco ancora a trovare la misura giusta. 

Intanto una cosa sulle case però l’ho capita. 

Se mai un giorno riuscirò ad avere una casa come la voglio io, e questo è un sogno che forse non sento nemmeno più così mio, sarà / sarebbe fondamentale che avesse un sacco di armadi, possibilmente a muro. Bianchi o panna, ovviamente, liscissimi, senza fronzoli e arzigogoli, perfettamente mimetizzati nelle pareti. Bianche o panna.

Perché quella moda molto Ikea del “tutto a vista”, siano esse borse, vestiti, cappelliere, bigiotteria, scarpe, giocattoli, scatole di Risiko e Monopoli, canne da pesca con retini, provviste e cose da cucina, rotoli di carta igienica con pile di asciugamani é, e mi dispiace assai dirlo perché io amo l’Ikea come la mamma, una grande  s t r o n z a t a.

Io in una casa ho capito che voglio vedere in giro solo pochissime cose, che non vuol dire non avercele e vivere come un monaco trappista. 

Ho capito che la vista di troppa “roba” mi disturba e appesantisce notevolmente lo sguardo d’insieme, e lo sguardo d’insieme deve fluire leggero senza soffermarsi su nulla e produrre sensazioni di  1) leggerezza 2) armonia 3) ordine 4) luce.

Ho anche capito, essendo stata fino a poco tempo fa una seguace di questa scuola di pensiero del “tutto a vista” che per carità, fa molto vissuto e ggiovane, che se per pulire devo spostare “cose” avrò sempre zero voglia di pulire. Che già normalmente, ehm … ehm … saltami addosso.

Così finirà che odierò quelle “cose”, anche se necessarie e sopravvissute a più tornate di decluttering, poi odierò me stessa e la mia inerzia per continuare a trovare scuse per rimandare le pulizie, poi comincerò a detestare la casa, qualunque essa sia, ovunque sarà nello spazio e nel tempo, siano essi risicatissimi 45 mq come 300 mq abbondanti. Finirà che “casa” diventerà sempre meno piacevole da vivere, poi sempre più disordinata quando a “cose” si aggiungeranno, tra la polvere, altre “cose” orfane di un loro vero spazio. 

E alla fine mi ritroverò in una tana di cani, ma nemmeno standoci bene. Infatti: vivendoci sempre con quella sgradevole sensazione di disagio e di incombenze, di “cose da fare” che in me aumenta solo disagio e nervosismo.

Per cui la regola é, per quanto purtroppo non perfettamente applicabile alla mia attuale dimora –> INQUATTARE TUTTO.

Inquattare tutto dietro robuste ante di capace armadio, ante preferibilmente non a vetro e scorrevoli, per non rubare altro spazio, per non lasciarci i gomiti o le ginocchia. Inquattare tutto chiaramente con un criterio, un senso logico, dove e in modo che sia facile e logico ritrovare tutto il necessario all’occorrenza. Ideale all’interno dell’armadio separare tutto con scatole, contenitori e separatori di cui mamma Ikea é assai prodiga.

Sicuramente non è questo il migliore dei modi possibile per trascorrere pochi risicati giorni di vacanza, comunque sempre molto meglio, infinitamente meglio, che andare a lavorare. Che andare a lavorare lá. 

Intanto la casa acquista spazio, luce, diventa più comoda e vivibile sembra ancora più grande. E ci sto più volentieri, la vivo meglio, mi ricarica come quando metto il cellulare sotto batteria.

Avrei voluto e dovuto essere al mare io, o in qualche cittadina o città mai vista, come Lubiana, sulla quale ero disposta a “ripiegare” e per la quale avevo anche trovato finalmente un passaggio con Blablacar, mentre a Sarajevo nessuno ci andava direttamente: e di essere ammollata a duecento kilometri da Sarajevo per poi arrivarci da sola con altri mezzi no grazie. 

Non sono poi, purtroppo, così avventurosa, ma ammiro molto quelle donne intrepide che vanno dappertutto per il mondo anche senza Valtur e senza fare un plissé. E invidio profondamente nel cuore quelli che tutta casa se la portano in una valigia. Forse anch’io un giorno, adesso ancora non saprei da che parte cominciare.

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La prova del nove due

Martedì mattina, al rientro dopo tre giorni di letizia pasquale, il badge che tutte le mattine mi apre il cancellino d’ingresso non ne voleva sapere di funzionare. Provato e riprovato più volte, sul piccolo schermo compariva solo il sinistro messaggio badge disabilitato. Mancavano pochi minuti alle otto ed ero in anticipo: intorno non si vedeva anima viva nonostante il parcheggio fosse già pieno di macchine, al citofono non rispondeva nessuno.

Con il consueto ottimismo, altrettanta positività e fiducia nel futuro e nel prossimo, tutti ingredienti che costituiscono il piatto forte della casa, per una trentina di secondi e forse anche più mi sono vista, ma sul serio, disoccupata. Naturalmente senza arrivare lucidamente a capire che non c’era e non c’è alcun motivo, e che quello non sarebbe comunque il modo in cui lo farebbero, o in cui potrebbero farlo, perché una come me un motivo lo trova sempre per gettarsi letame addosso.

Il filmino in technicolor é partito in automatico dopo qualche tentativo andato a vuoto con crescente nervosismo, insieme a un turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti, di due tipologie sostanzialmente. Da una parte, e credo di ricordare sia partito per primo, psicodramma: Oddio, glie ne hai lanciate addosso talmente tante che adesso tutto ritorna indietro in una specie di contrappasso, ben ti sta, tutta colpa tua, quindi il terrore e l’ansia di come far fronte, di lì a breve, a bollette, spesa e spese varie, di perdere casa, macchina e quel poco altro che ho. 

Le emozioni del secondo tipo invece mi hanno fatta sentire ancora più in colpa e totalmente irresponsabile, perché mi sono sentita liberata, sollevata, come da una tirannia, da una prigione. Leggerezza estrema, sentirsi senza peso, come quando di notte si sogna di volare. Una sconfinata libertà, e il mondo ancora tutto da abbracciare, da scoprire: finalmente la possibilità, per necessità, e quindi senza sentirmi responsabile, di dovermi reinventare da zero. Come se mi avessero fatto un favore e me l’avessero presentato su un vassoio d’argento, l’occasione che temevo ma che segretamente stavo aspettando. Tragi-commedia all’americana con happy ending: la protagonista, dopo essere stata messa duramente alla prova, trova il suo riscatto e la felicità.

Mi sono sentita molto forte e ancora capace di lottare, come ai tempi migliori. Anzi, con tanta voglia di combattere per ritagliarmi la mia strada, sicurissima di farcela, certa che avrei tirato fuori il meglio, come una vecchia leonessa.

Poi da dentro é arrivato qualcuno che mi ha aperto non ricordo come e sono riuscita ad entrare, e mi ha spiegato che nella notte c’era stato una sorta di black-out generale, che non funzionava niente, tutto in tilt. 

Avevo, e ho ancora, un lavoro, e certo che debba dire per fortuna. Belle però quelle sensazioni del secondo tipo, vorrei trattenerle il più a lungo possibile, non vorrei lasciarle andare via.

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Puó un lavoro 

Puó un lavoro rovinare realmente l’esistenza? 

Può un lavoro qualsiasi riuscire ad avvelenare non dico tutte ma buona parte delle giornate, per fortuna solo cinque su sette, togliere ogni energia ed entusiasmo e, giorno dopo giorno, mese dopo mese, arrivare a far scomparire del tutto il sorriso dalla faccia di una persona lasciandola più spenta di una lampadina fulminata? 

Al punto che quella persona si chieda cosa ci faccia al mondo, se valga davvero la pena di continuare così e maledica persino Ogino Knauss senza il quale probabilmente non sarebbe in questa valle di lacrime?  Può, un lavoro?

E può essere considerata prova del nove del fatto che, sí, non solo è possibile ma anche matematico che sia il caso di quella persona a me tanto cara, perché di sabato e domenica quella persona a me tanto cara in genere è felice come una pasqua, persino sbarazzina, e ha lo stesso peso specifico dello zucchero filato ?

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Le parole sono importanti

Nel corso dell’ultima settimana devo essere diventata ipersensibile all’uso che si fa delle parole, la loro scelta, il contesto nel quale vengono usate, le molte cose che lasciano trapelare di coloro che le pronunciano, il fatto che vadano parecchio oltre ciò che viene detto.
Me lo spiego con il riavvicinamento alla lettura di libri dopo diversi mesi di astinenza da carta stampata.

Sempre nel magico filone siamo una grande famiglia, volemose bene del “ciao, cara” di commessa di Kiko, mi è stata riportata una meravigliosa conversazione di lavoro infarcita di “amore”, “tesoro” e altre chicche del genere.
Da mega capo a giovane impiegata precaria, che tace ed acconsente.
Prevale qui la sfumatura paternalistica-gioviale del sono un capo simpatico e alla mano e tu, gallinella succosa, dovresti essere lusingata da questa confidenza che magnanimamente ti concedo.
Confidenza però non richiesta, e a senso unico.
In passato mi è capitata una cosa del genere, abbastanza comune in un certo tipo di realtà padronal-paesana, e subito riportata entro i binari di una più consona, opportuna e rispettosa comunicazione avendo io intercalato a mia volta nel rispondere con un “sí, amore”.
Silenzio di tomba, ed episodio mai più verificatosi.
Episodio capace persino di aver fatto riaffiorare gli ultimi riluttanti rigurgiti di femminismo sepolti oramai anni fa allorché, dopo lunga riflessione, sono giunta alla conclusione che, perlomeno nel mondo occidentale nel quale mi muovo e mi sento più a mio agio, i nemici delle donne non sono più gli uomini, ma più spesso le altre donne, o le stesse donne con tutti i loro fantasmi.

Per chiudere la settimana in bellezza giovane impiegata precaria terrorizzata mi racconta di essere stata accolta al suo arrivo in una certa assienda da un se sei stata tu a fare questo ti arriva una sberla.
La zietta raccoglie la preziosa testimonianza, per i posteri e a fini di cronaca.
Parole che si scolpiranno nella roccia, e non c’è automobile o borsa di Luí Uitton vera o tarocca che possa dare dignità e decenza a questi soggetti che riescono ad essere ugualmente volgari anche con la bocca chiusa.
La paura più grossa di frequentare certi posti é quella di finire così, con evidenti problemi di autocontrollo e di gestione delle frustrazioni personali, ed evidentemente non solo questo, molto di più.
Devo però, necessariamente, fermarmi qui.

Le parole sono importanti e, molto più di qualche genitale maschile o femminile usato a sproposito che personalmente mi è quasi del tutto indifferente tranne in pochissimi contesti, sono lo specchio dell’imbarbarimento e della grettezza dell’anima di chi certe cose non solo le pensa ma le dice, nell’indifferenza di tutti.

Un bel quadretto particolare che non stona affatto nel macroquadro generale, ci va a braccetto.

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Visto da vicino nessuno é normale

Il titolo c’entra poco o niente con il post, ma la citazione mi piace e la uso spesso.

Dopo due settimane di vacanze/ferie nel periodo natalizio e dopo una settimana breve, cioè di soli tre giorni lavorativi, la prima settimana completa lunedi–>venerdi diventa di una lunghezza e pesantezza difficili da quantificare.

Credo esista un coefficiente moltiplicativo di 5 alla nona potenza da applicare a ciascun giorno, per cui l’effetto pesantezza percepito è quello di essere al lavoro ininterrottamente da 27 mesi, 42 settimane, 3 giorni, 5 ore, trentadue minuti.
Come quando a Vorkuta dicono ci siano 3° e per via dell’umidità al 97% diventano – 12°, più o meno come in Lapponia Orientale.

Ed era solo mercoledi, allora stamattina ho chiesto un permesso per il pomeriggio e me ne sono andata a spasso.

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Varie 1)

Ieri 11 Dicembre per la prima (e spero unica) volta in nove mesi ho sbagliato strada nel tornare a casa, sono tornata alla casa vecchia.
Vorrà dire qualcosa, credo, anche perchè per me casa vecchia equivale a vita vecchia, casa nuova equivale a vita nuova.
Certo non poteva capitarmi fossi andata a stare in Patagonia.
Non so dire bene cosa sia cambiato con una semplice variazione di residenza ma, sono certa, qualcosa è cambiato, qualcosa dentro.
Poi, da quando sono qui, mi sembra il tempo passi più in fretta.
Vola.

Non che la distanza o il tragitto tra la mia vecchia abitazione e l’attuale siano una Rovigo / Caltanissetta, saranno sì e no trecento metri in linea d’aria.
Ad un certo punto dovevo svoltare a sinistra, cosa che anche mi fa risparmiare cinque minuti buoni di attesa snervante ad un semaforo lunghissimo, invece mi sono ritrovata ad andare dritto.
Mi sono chiesta allora se per caso rimpiangessi qualcosa del vivere appollaiata lassù nel Nido delle Aquile e, nonostante le tante difficoltà incontrate e che tuttora ho e che cerco di risolvere, la risposta è no.
Anche solo se penso al tempo perso in tanti anni a fare su e giù per quel dannato trabiccolo di ascensore, i minuti spesi ogni volta ad aspettarlo, i goffi tentativi di dover trovare sempre qualcosa da dire dentro l’angusto cubicolo o sul pianerottolo, e poi la Matta che dava fuori di testa sulle scale insultando chi le girava come le girava, il chiasso dei vicini, la strada trafficata, quella sensazione di vivere un po’ in piazza senza nessuna intimità.
No, no, no.

Forse ieri sono solo sbroccata un attimo, del resto quando mi metto in macchina ho il pilota automatico, solo per –> e da <– Multipaesana come un criceto dentro la ruota, in gabbia.
Poi se posso, la macchina evito proprio di usarla, anche se mi piace molto viaggiare in auto.
Così le più belle vacanze fatte, on the road, però non devo guidare io.

Ho bisogno di queste vacanze natalizie, e non perchè della festività natalizie mi importi qualcosa o perchè abbiano chissà quale significato per me, mi basta fermarmi.
Ed avere una buona scusa per abboffarmi di dolcetti alla cannella e allo zenzero, di cioccolato.
Sarà il fitness plan, sarà che ho imboccato la fase fisarmonica-down da due tre settimane ma ieri mi sono rimessa dei pantaloni che prima non mi si chiudevano in vita, quindi adesso me lo posso anche permettere.
Ho voglia di leggere, di disegnare e di stare un po’ con i “miei” cani.
Di rincoglionirmi di film, di fare fitness.
Voglia di socialità zero, costante di tutto il 2014, desiderio e bisogno di vedere e stare con pochissime persone.

Ci sono dei giorni nei quali faccio tanta di quella fatica a sentire per ore le cazzate che si sparano in ufficio che poi il bisogno di aria fresca e di spurgare è come il bisogno d’aria, vitale.
Ne consegue la tendenza ad isolarmi, ad anelare un po’ di silenzio, di pace per le mie orecchie.
E non è il lavoro, quello al limite è una scocciatura, una noia, ma lo devo fare e lo faccio.
Per lo più sto zitta, lavoro: mi unisco al Circo con una certa moderazione. Oggi no però, ho fatto anche io la mia parte di circo, così adesso stiamo tutti meglio e ci sentiamo una vera grande famiglia, ma è venerdi e non conta.

E’ il rumore costante di sottofondo, il chiacchiericcio, le battute che non fanno mai ridere, come se nascosto dietro una scrivania ci fosse uno di quegli insopportabili D.J. di alcune radio che paiono pagati a cottimo, basta parlare, parlare, e non tenere mai chiusa la boccaccia per più di secondo.
Poi il pettegolezzo costante e mai, dico mai, il porsi un qualche interrogativo, una qualche domanda, una riflessione, che sia sull’attualità, su quello che succede nel mondo, sulla politica.
Mai un commento od opinione su un libro letto, un film visto, su un articolo di giornale, boh.
Come anestetizzati, come se tutto quello che succede non li riguardasse affatto, come se nulla potesse turbare o scuotere le loro vite, il loro piccolo mondo, non lo so sulla base di quali certezze.
Ecco, io non riesco a capire, ma mi adeguo.
Ma sì, tanto cazzoni da essere talora anche simpatici, però adesso, tra pochi giorni, ariaaaaaaa.

Poi stamattina, quando davvero me ne stavo da giorni, da settimane, tranquilla come e forse anche più di un monaco buddista pensando solo ai fatti miei ed alle gatte da pelare con o senza la mia Associazione dei Consumatori, forse i sessanta euri peggio spesi della mia vita ma aspetto a trarre le conclusioni, ecco che rispunta la M.U.

Oddio, rispunta… tre laconiche frasi di saluto per chiedere come sto, e cosa farò per le feste, che per scrivere delle cose così, chiunque le scrivesse, per me se le potrebbe anche infilare su per il naso e lasciare stare che è meglio.
Ma non fosse così non sarebbe la M.U.
Controllo comunque sempre l’ora in cui fa scorrere le sue dita sottili e quasi delicate sulla tastiera.
Mi piace domandarmi, immaginare e pensare perché proprio in quel momento, in quale contesto ed in seguito a quali associazioni di pensiero, fugacemente e più veloce di una saetta, alla M.U. venga in mente della sottoscritta.
A quell’ora, per esempio, ieri sera io già dormivo, tutta incremata e idratata per benino come non facevo da giorni, sotto cumuli di coperte e piumini, e avevo spento il telefono.
Essendo arrivata a determinate conclusioni, in queste ultime settimane che ho definito di monachesimo buddista all’insegna del – tutto passa, tutto scorre -, la cosa mi ha comunque sorpresa.

E in questa veloce discesa verso il nuovo anno mi ritrovo a pensare, senza paura, senza fastidio o vergogna, che la M.U. rientrerebbe nel ristretto novero di quelle persone con le quali sarei felice di poter trascorrere del tempo nelle prossime vacanze.
Felicissima.
E giuro, senza nessunissima aspettativa, se non quella di stare bene, ma bene davvero per qualche giorno, e basta.
Da due mesi non mi faccio una risata come si deve, non c’è un discorso che vada oltre al posto dove si mangia meglio la pizza, e quanto piove, e governo ladro.

Sicuramente non sarà così, non starò con la M.U., ma pazienza, andrà bene uguale, e dopo anche quest’anno sarà andato.
Previsioni dell’oroscopo per il 2015 per il mio segno zodiacale: pazzesche, in pratica una resurrezione, la rivincita dei giusti.
Cioè se non faccio il botto l’anno prossimo mai più.
Eh, immagino.
Ho voglia di fare una torta, forse alle mele, domani.

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Lunedì

OK, me l’aspettavo, non ci avrei scommesso che potesse durare a lungo, del resto le cose che vedo io evidentemente le rilevano anche altri occhi, più giovani e freschi, lucidi e disincantati.
Insomma, l’Ultimo Acquisto Aziendale, il Rinforzo Puntello al nostro Ufficio al quale furono ingenuamente promessi mari e monti, dopo poco più di un mese se ne è andato, e qui siamo di nuovo in braghe di tela.
Persino questa vecchia Volpona che sapeva che sarebbe successo, e in tempi brevi, non si aspettava così presto.
Dimissioni immediate poi, come se fosse scoppiato un focolaio di ebola, ma senza neanche togliersi garbatamente qualche sassolino dalle scarpe, che almeno la ns Risorsa poteva permetterselo, anche se i segnali di insofferenza e incredulità per come vanno le cose, per chi voleva vederli, c’erano tutti già dopo pochi giorni.

Se da un lato umano mi dispiace per la sua “dipartita” perchè era una persona carina, simpatica, gentile, interessante e riservata il giusto, dall’altro la cosa biecamente rincuora perchè, se supponiamo che ci abbia lasciati perchè ha trovato qualcosa di meglio, ma in effetti non si sa, vuol dire che là fuori la situazione non è poi così male, o che si sta riprendendo, anche se questo faccio fatica a crederlo e non ne colgo i segnali.
Il che, comunque, potrebbe riaccendere vecchi sogni oramai quasi dimenticati ed ammuffiti, dare un’occhiata in giro, senza stress, senza fretta, anche solo per curiosità.

A dirla tutta siamo alla seconda Preziosa Risorsa che ci fa il gesto dell’ombrello, anzi la Terza, ma la Seconda non ha contato nulla e nemmeno ce la ricordiamo.
La prima era rimasta un paio di anni scarsi poi, in modo burrascoso e non privo di polemiche e di colpi di scena come in un triste feutillon, non le era stato più rinnovato il contratto, salvo poi essere richiamata dagli Stessi in ginocchio e con la lingua di fuori, all’annuncio improvviso di una maternità che avrebbe destabilizzato tutta la baracca.
All’improvviso il fu reietto era diventato importante ed è stato rivalutato, le sue quotazioni schizzate alle stelle a seguito dell’ urgenza e necessità.
Anche perchè tutti sapevano e davano per scontato, tranne quelli che avrebbero dovuto arrivarci, che la futura primipara avrebbe trovato il modo di starsene a casa esattamente il giorno dopo aver felicemente e a buon fine copulato, e che non sarebbe rimasta un giorno di più.

Se invece la Nuova Risorsa ci ha abbandonato in poche settimane non perché ha trovato un’alternativa migliore o che più le aggrada, ma perché talmente disgustata da non potere reggere otto ore di regolare manicomio in cambio di uno stipendio regolarmente puntualmente pagato, straordinari pure pagati e del buono mensa, “solo” perchè nutriva ben altri sogni e ambizioni (non importa se un giorno avrebbero potuto rivelarsi illusioni come lo è stato per un bel po’ di gente, l’importante è averci provato), beh allora beata la ns ex Risorsa che se ne torna da mamma e papà.

Beata lei che per un po’ starà a casa a grattarsi trovando tutto pronto, le bollette pagate, la casa pulita, beata lei che può scegliere cosa le va e cosa non le va di fare nella vita.
Non sono in molti a poterselo permettere, solo i fortunati, specialmente se non hai più ventitré anni, ma trenta e passa.

Quanto vorrei poter fare anche io il gesto dell’ombrello, una veloce stretta di mano a quasi tutti, e tanti saluti, e poi tornare a Casa.
Buttarmi su un divano, potere non pensare a niente se non a cose lievi, frivole, leggere e rassicuranti, come farsi il gel alle unghie o scegliere dove trascorrere la settimana di ferragosto.
Restare gettata lì per almeno tre settimane, senza avere in testa le bollette, l’idraulico, il filtro della lavatrice, l’indifferenziato da differenziare, la TASI a settembre, i soldi da tirare fuori questo mese per Questo e per Quello, e potere coltivare i miei sogni, accudita, rifocillata, protetta, sostenuta.
Ma anche nutrita, lavata, inamidata & stirata, sapendo di potere sempre contare su qualcuno che è li per me e pensa a tutto, ma proprio a tutto, anche al mio futuro.
Adesso come adesso vorrei tanto essere un peso morto, un carico al traino, non riesco ad immaginare una vita più felice e lieve di così, altro che orgoglio e indipendenza.

Ne ho incontrate altre di persone così fortunate, o iper protette e, a prescindere dal caso contingente, mi chiedo come mi sarei comportata io se avessi avuto dei figli, se li avrei appoggiati in una scelta di questo tipo.
Sulla base della mia esperienza il mondo là fuori non è che esattamente ti aspetta e ti reclama, a meno di non possedere particolari o speciali assi nella manica, o entrature di un certo tipo.
Io non me lo sono mai potuto permettere di fare ciao ciao senza avere sottomano un’alternativa, manco di pensarci, tanto più a quell’età quando era già totalmente indipendente in tutto e per tutto da un bel numero di anni e fare marcia indietro era impossibile.
Mi sono sempre tenuta e ho cercato di conservare quello che passava il convento, che mi piacesse o meno.

Io insomma sempre molto Realpolitik, e non per scelta, quindi non biasimo le scelte altrui, le scelte di persone che possono permettersi di rinunciare a un lavoro pulito, onesto, in regola, trasparente per rincorrere altre mete, più alti o diversi obbiettivi, e fare a meno di uno stipendio, anche se non esaltante.

Adesso ci toccherà ricominciare, avanti il prossimo: chi siamo, dove andiamo, cosa facciamo, io mi occupo di questo, Tizio fa questo, Caio fa quell’altro.
Zero voglia proprio, come di trovare e re-instaurare nuovi equilibri psico-social-lavorativi.

Totalmente su un altro piano: non mi vengano più a raccontare che la viscosa è una fibra naturale paragonabile al cotone, altrettanto fresca e altrettanto confortevole.
La viscosa è, come il poliestere e tutte le fibre sintetiche, l’Apoteosi del Male in campo tessile, specialmente d’estate, specialmente d’estate a Vorkuta / Mumbai sotto il monsone e con una percentuale di umidità terra-cielo del 99,99999%.
Mai più farsi fregare, mai più camere a gas, di lunedì poi.
Una giornata lunga lunga, e non all’insegna della freschezza.
In tutti i sensi.

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Parte seconda, il dramma

Lavorare non solo stanca, ed annoia, ma toglie vita alla vita.
Non è sufficiente, anche se aiuta, farsi una risata ogni tanto, come non è sufficiente un clima, almeno nel mio ufficio, tutto sommato aperto, collaborativo, informale e poco o per niente gerarchizzato.

E va bene, OK, potrebbe essere mooolto peggio, immaginiamoci per esempio di stare ancora con quegli stronzi falsi infami bifolchi leccaculo raccontapalle che mi sono sciroppata per qualche anno in passato.
Ops, erano stronze, infami, bifolche, donne.
Donne delle quali mi sono anche dovuta sciroppare, inerme, impotente e poi rassegnata, descrizioni dettagliate di scodellamenti di marmocchi in diretta, di rotture della placenta e coliche gassose di figli e suoceri.
Sono pochissime le esponenti del Gentil Sesso che in ambienti lavorativi si sottraggano al torbido, al disgustoso, al purulento, o che siano anche solo sfiorate dal pensiero che sarebbe più delicato ed opportuno risparmiare agli altri i dettagli più raccapriccianti della loro o altrui vita intima.
Meno di una settimana fa mi è toccato l’intervento all’intestino di un tale zio con annessa la problematica della ripartenza dei movimenti peristaltici.
Capisco il problema e di malati gravi in famiglia ne so qualcosa, sono assolutamente solidale e partecipe, ma è proprio il caso in un ufficio, tutto sommato tra sconosciuti?.
Perché poi se attacco con i miei, e quell’altra con i suoi cosa diventiamo, la redazione di Studio Aperto? Pomeriggio Cinque?

Sfuggire proprio del tutto al trash/splatter non sembra possibile visto lo standing medio dei Cervelli multipaesani ma, almeno, rispetto a prima, il tenore dei discorsi pare quello di un salotto cultural letterario filosofico con Zygmunt Bauman come moderatore, a parte le sporadiche cadute sullo zio e i suoi (seri) problemi a ritornare alle sue normali funzioni fisiologiche.

Con le vajasse di prima ritornerebbe l’inferno, la discesa negli inferi, quella di adesso al confronto è una passeggiata nel bosco.

Lavorare toglie vita alla vita.
Prendiamo per esempio questo venerdi di merda, e non è nemmeno venerdi 17, che già si sapeva sarebbe iniziato sotto i peggiori auspici.
Infatti mi avrebbe dapprima atteso una inutilissima inconcludente riunione interna per discutere di problemi verificatisi nel corso della settimana: “convocata”, come sempre, un sacco di gente che non ci dovrebbe nemmeno mettere il becco, sarebbe mancata giusto la centralinista, quando basterebbero le tre o quattro persone direttamente coinvolte e che sanno di cosa si sta parlando e che possono spiegare o dire qualcosa di sensato, visto che gli altri si occupano di tutt’altro.
Questa larga compartecipazione di molti ad un problema dei pochi chiamiamolo eccesso di democrazia, o semplicemente una scelta poco intelligente.

Quando questo infausto evento della riunione settimanale si verifica, preferibilmente di venerdi mattina con il preavviso sul proprio account di posta al giovedi sera verso le 20:45/21:00, sembra di assistere ad una di quelle tante sedute un po’ calde di Montecitorio dove tutti sbraitano e non si capisce un tubo e finisce che saltano sui tavoli.
Brutto da vedere, brutto esserci ma, soprattutto, non si risolve mai una mazza.
Il problema multipaesano è sistemico e sistematico, dovrebbero averla capita i Cervelli che siamo diventati i cinesi dei cinesi, e trarne le dovute conseguenze, con tutto il rispetto per una civiltà millenaria di cui però mi importa un belino, tantomeno diventare come loro (mmmh…. non è molto politically correct, vero?).

Alla prossima riunione si parlerà ancora e sempre delle stesse cose, pioverà o ci sarà il sole, sarà poco prima di Natale o una tiepida giornata primaverile, cambia solo quello.
La costante è che non se ne viene mai ad una: queste riunioni non sono luogo o occasione per formulare proposte di miglioramento, che comunque ritengo inattuabili in MP con il Presidio degli attuali Cervelli, ma un modo per tanta gente di sfogare le proprie intemperanze, squilibri ormonali e uterini vari (sempre sempre principalmente, donne).
In alternativa si gigioneggia un po’, si scherza sull’abbronzatura abissina del tapino di turno appena rientrato dalle vacanze, si fa qualche battutaccia triste e un pò zozza, in puro stile italico, piace sempre molto.

Per fortuna oggi, grazie ad intervento che pur da miscredente quale sono non esito a definire divino, poco prima dell’orario di convocazione la riunione è stata cancellata.
Qualcuno deve avere capito che a patatrac già avvenuto e con le attuali numericamente scarse risorse non serviva a un cazzo, e tutti avevano qualcos’altro da fare di più importante che ritornare a discutere sempre delle stesse cose.
Manco la riforma della Giustizia.
Decine di fronti e spalle si sono risollevate, i volti si sono distesi, l’umore generale e personale pure, il weekend in famiglia forse non sarebbe stato avvelenato.

Più tardi mi avrebbe attesa una telecon con dei Clienti, no, con IL Cliente: sapevo che non potevano essere altro che rogne, del resto mica indicono una teleconferenza per dirti bravo, solo per menare il torrone.
Da ciò sono stata esonerata, un po’ ancora per fortuna, visto che il mio nome rientrava tra gli invitati, e un po’ perché sarei stata io la centralinista di turno, sapendo poco niente di quei fatti e delle problematiche relative, o solo marginalmente.
Però tutta tensione che si accumula, aspettare da due giorni le H 11:00 del venerdì, come un detenuto nel braccio della morte, per stare a sentire le loro minchiate.

Il mio dramma personale ha avuto luogo a partire da poco prima dell’ora di pranzo ed è consistito in una battaglia impari ed inutile con uno stupidissimo file Excel che avrei dovuto compilare con dei dati, roba da cinque minuti, non fosse che la stronza demente che me l’ha mandato aveva cancellato tutti i dati pregressi, lo storico, come peraltro la volta precedente.
Risultava quindi impossibile impostare la mia parte di lavoro, e mi è toccato stare lì con il righello a cavarmi gli occhi per delle ore a copiare i dati persi, recuperandoli qua è lá, una roba talmente noiosa, certosina, pedissequa e dallo scarso valore aggiunto che a un certo punto dopo averle augurato tutto il peggio mi è venuto da piangere e mi sono dovuta togliere dall’aia per cinque minuti dal nervoso.
Segno evidente che queste ultime settimane che sembrano fatte di quindici giorni lavorativi stanno cominciando a logorarmi.
Non sono manco riuscita a completare la ricostruzione, quindi so già lunedì cosa mi aspetta.
Muoio dalla voglia.

Lavorare stanca, toglie vita alla vita, toglie energia e serenità ai giorni e alle notti, e se tutto questo sbattimento a malapena serve per darti quei due soldi che ti servono per farti campare, così che il giorno dopo pasciuto e rifocillato tu possa ritornare a contribuire al PIL nazionale, magari è anche lecito chiedersi ogni tanto ma chi me lo fa ffa’, no?

Per fortuna domani vado a visitare quello che so, che sento, potrebbe essere la casa dei miei sogni, il mio nido, il mio buon retiro.
Tutte le volte che vado a vedere una casa mi chiedo però se davvero ho così voglia di legarmi ancora di più e con un altro cappio al collo a Vorkuta e a questa vita, e penso con deferenza ed ammirazione alle gesta eroiche e coraggiose di tante/i bloggers in giro per il mondo dei quali seguo le vicende e le alterne fortune.
I love expats blogs.
Visto da qua la loro sembra tutta un’altra vita, la vita che avrei voluto per me, e Multipaesana piccina picciò.

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Multipaesana a parte

Multipaesana a parte, che come detto, scritto e riscritto grazie al cielo che c’è, questo per scongiurare che anche la sfiga di una eventuale disoccupazione sotto-occupazione e/o precarietà si abbatta su di me, che ci mancherebbe solo questa, mi domando se esista al mondo qualcuno che sia veramente felice del lavoro che fa.
Cioè che apra gli occhi tutte le mattine con la voglia di fare, di produrre, qualcuno al quale non pesi imbarcarsi con una certezza quasi matematica in infinite rogne sempre diverse ma alla fine sempre uguali, in questioni di lana caprina, in scocciature, ritardi, contrattempi, malumori: qualcuno che abbia gioia e voglia di incontrare i colleghi, che trovi sempre sempre lo stimolo e le motivazioni per fare le cose che lo terrano impegnato per le successive otto dieci ore o anche più, trasporti esclusi.
Perchè diciamolo, qualsiasi tipo di lavoro esso sia, sempre quello è, dalla catena di montaggio al pilota di voli intercontinentali, dal dentista al lattoniere, dal travet all’infermiere.
Certo, ci sono lavori oggettivamente più logoranti di altri, o anche fisicamente molto pesanti, ma questo non sembra essere un fattore discriminante.

Mi chiedo se è solo per me che è così pesante e noioso, ma di un no-io-sooooo che mi verrebbe quasi voglia di dare ragione a quel tipetto in loden il quale l’unica giusta che ha sparato è stata quando ha affermato “Mhhh, che noia trent’anni anni lo stesso lavoro, fare sempre le stesse cose”.
A parte che, Mario, adesso gli anni sono diventati quaranta abbondanti, il che fa una bella differenza, la differenza tra il riuscire ad arrivare alla pensione vivo e con un minimo di salute in corpo ed in testa o di andartene prima di vederla, o di schiattare subito dopo, ancora più irritante, o di doverla rigirare paro paro alla badante o a Villa Serena.
E a parte il fatto non trascurabile di dove siano, in questo paese e nell’attuale congiuntura, le alternative per uno che abbia voglia di cambiare, o tentare di migliorarsi, per non cadere dalla padella alla brace.
Senza poi nemmeno volere affrontare la problematica del se ci sarà una pensione dopo aver lavorato praticamente una vita, e di quanto, il che non aiuta certo ad andare avanti avendo almeno quello come obbiettivo, la carota davanti all’asino.
Vero che la generazione dopo la mia questo problema non se lo porrà mai e davvero non potrà mai annoiarsi anzi, saltabeccando da uno stage di due mesi a contratti part-time di quattro-sei mesi quando dice bene fino alla soglia della meno- ed andropausa la massima aspirazione per i trentenni o giù di lì sarà quella di potersi annoiare un po’ in un futuro.

Voglio dire, sono sicura che qualcuno che ama il lavoro che fa ci sarà anche, qualcuno lo conosco e l’ho conosciuto pure io, sempre si trattava di roba dove io sarei schizzata dopo tre giorni.
E comunque la descrizione andava ampiamente nettificata di tutti i rancori, gli astii, i risentimenti e le antipatie con colleghi e superiori, per cui alla fine no, non mi sembrava che fosse proprio una pacchia nemmeno lì.
Certo, forse non sperimentavano la noia e lo scazzo che mi assilla e di cui sto parlando io, ma non ne sono nemmeno certa, che la gente si racconta e racconta pure un sacco di palle.

C’è poi anche un bel po’ di gente che mi da l’impressione di preferire il lavoro alla propria vita, o di non avercela del tutto una vita al di fuori.
Si tratta quasi sempre di uomini, che una donna a prescindere dal ruolo e dall’età avrà sempre un figlio, un cane o lo zio paraplegico dei quali doversi occupare, o la messa in piega da fare, o il corso di Zumba, o un’infornata di cupcakes che aspettano, o un bel libro da leggere.
Ecco, io questa gente che vive per il lavoro non la capisco proprio, si può dire?
E non so nemmeno se siano più sani di me, e se stiano e vivano meglio, che per me è il massimo della disperazione e della tristezza e della vuotezza esistenziale.
E poi, ma la raccontano davvero giusta ?
È davvero sempre necessario tirare le otto nove di sera sabato mattina compreso, o sei tu bimbo mio che hai l’ horror vacui ?

Quindi, spurgata la massa dei lavoratori dalla setta satanica dei work-alcholics, dei quali dovrebbe interessarsi la psichiatria se già non lo fa, cosa che ignoro, e da quelli come me, che con rassegnazione e stoicismo tirano a campare dal lunedì al venerdì, peraltro garantendo a Multipaesana la massima collaborazione, impegno e serietà, esclusi i non pochi disoccupati e sotto-occupati che sinceramente hanno moltissimi e più validi motivi di me per lamentarsi ed essere insoddisfatti, quanti sono quelli che la mattina saltano giù da letto sorridenti ed entusiasti pensando ad un altro molare da estrarre, a dei reports da controllare, al bus da guidare nel traffico cittadino, alle trattative in corso con un potenziale cliente?

Mah….non riesco a credere che siano in tanti, e se sì mi domando dove ho sbagliato, e se con un altro lavoro, il lavoro dei miei sogni, non sarei giunta dopo un certo numero di anni alle stesse conclusioni, che lavorare stanca.

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