Non venitemi a dire

Non venitemi a dire che la pasta frolla riesce benissimo, più leggera e meno calorica, usando al posto del burro la ricotta.

Quello che esce da questo impasto non è affatto male, soffice, morbido e vagamente spugnoso come la consistenza di certe merendine; ma non ci si fa la crostata di marmellata, che è tutta un’altra cosa.

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Una rondine non fa primavera

Ma una primula e le calendule fiorite al 16 gennaio in terra padana?

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Saldi, guardaroba, addii

Ho cercato di buttarmi nella mischia dei saldi per cercare dei pantaloni di cui ho effettivamente bisogno, faccio sempre fatica a trovarne che mi piacciano e mi vestano decentemente. Ero estremamente tranquilla e determinata, sapevo che piuttosto di tornare a casa con fuffa inguardabile e immettibile anche se in offertona e semi regalata me ne sarei andata a mani vuote.

Già in sentore ed anelito di primavera sono in fase di analisi e spurgo del mio guardaroba, coraggiosa e titanica impresa. Facendolo mi sono resa conto di avere ancora un numero impressionante di capi. Conoscendomi nessuno lo direbbe.

Moltissimi non li indosso quasi mai nonostante da circa tre anni faccia acquisti in misura decisamente inferiore e in modo molto più razionale ed equilibrato* che in tutta la mia vita precedente che, da questo punto di vista, é sempre stata altamente fallimentare, ergo: armadi strapieni ma regolarmente di cose sbagliate, e sempre a lamentarmi in ogni occasione e ogni giorno “non ho niente da mettere”. Un fiume di soldi speso inutilmente.

Indumenti inabbinabili tra di loro o sbagliati per me per stile di vita, conformazione fisica, età nonché taglia, sempre in attesa di ingrassare (prima, bei tempi), dopo di dimagrire, capi sbagliati persino per colore. Con i colori caldi non ci azzecco, punto e basta, specie d’inverno. 

Purtroppo, o per fortuna, arrivata al megacentrocommerciale mi hanno forzatamente convogliata in un parcheggio dell’Abkazia occidentale. Qui, vedendo la quantità di persone che vi si dirigeva me ne sono andata senza nemmeno metterci piede, obbiettivo spese alimentari in un ipermercato.

Indossavo, insicura, molto poco convinta, quasi schifata, una gonna di jeans scolorito destinata alla campana della solidarietà o al sacco e nero con la causale age inappropriate: infatti, prima di archiviare con eccessiva facilità voglio sempre farci l’ultimo giro con il condannato a morte, per non avere rimpianti ed essere certa della mia scelta.

Camminando nella galleria del supermercato intravedo una sciura più o meno della mia età e della quale a pelle mi piace lo stile giovanile e casual e tuttavia age appropriate, senza lolitaggini fuori luogo.

La osservo quando mi passa accanto: noto un viso curato con pochissimo trucco su cui spicca un bel rossetto rosso alla parigina, poi la corta coda bassa, un bel giubbotto in panno nero e una gonna di jeans un po’ scolorita, calze nere opache pesanti, francesine basse nere con lacci.

Non so cosa direbbero le amanti del guardaroba capsula, le minimaliste integerrime della corrente ortodossa, Marie Kondo, io me la tengo.

O no? Boh. 

Teoria: sulla carta donna sopra i 40 = no gonna di jeans.

Pratica: si puó fare anche senza far ridere i polli.

Riflessione: se vivessi in un qualsiasi altro paese europeo me ne fregherei in ogni caso.

Approfondimento: però io vivo qui e mi sento un po’ a disagio, la teoria condiziona.

Conclusione: in stand-by
*Tranne quando riesco a comprare due volte la stessa identica camicia di jeans chambray, e quanto me la godo.

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Buoni propositi per il 2016

Meglio che non mi allarghi troppo, non diventerò una guru del fashion o del fitness, altrettanto probabilmente non cambierò lavoro, città, paese, connotati, non riconquisterò mai una piena taglia 40/42, non muterò stato civile.

Tuttavia sarebbe quantomeno opportuno valutare di cambiare conto in banca, o banca, e anche seriamente valutare l’eventualità di arrangiarmi con il parrucco in casa visto che l’importo speso quest’anno, pur andandoci ogni due mesi compresa la seduta di data odierna supera i seicento Euri. 

Una cifra  che mi sembra  spropositata, perlomeno in relazione ai miei mezzi, calcolato matematicamente i gg che devo lavorare in quella valle di lacrime per pagarmela e le mie esigenze molto basiche, cifra che preferirei di gran lunga spendere in altre cose, anche solo in bottiglie di buon vino. Hic.

E visto anche il risultato, come quello di oggi, non propriamente insoddisfacente ma tale da farmi azzardare che, forse, con dei prodotti magari migliori di quelli dei supermercati e tanta pazienza potrei arrangiarmi in proprio: sto parlando di colpi di sole fatti solo e ed esclusivamente per camuffare capelli grigi, anzi bianchi. 

Bianchissimi, in verità, da nobile e canuto senatore romano in tunica e sandalozzo. Stimabili e quantificabili dalle varie professioniste del settore che frequento con alterne fortune intorno al 30% della mia folta chioma, e concentrati quasi tutti sul davanti.

Io penso che anche un carpentiere o un fabbro lattoniere riuscirebbero a farmi dei colpi di sole decenti, ma questo non sempre succede quando, specialmente in certe catene, si finisce nelle mani di ragazzine non dico inesperte o non formate, ma forse più interessate a chiacchierare tra di loro e a pensare alla prossima partenza per Sharm. 

Poi, alla fine, si aggiunge un secondo elemento che fa una piega sconclusionata e distratta, che questa no, mai riuscirei a farmi da sola con phon e spazzola, ma che esco e dopo due minuti é come se fossi appena uscita di casa la mattina presto come in una giornata qualunque, come una sciamannata.

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Continua

11) ciotoloni vari di insalata mista, preferilmente songino (valeriana), iceberg, lattuga, con pomodori cuore di bue (solo d’estate) o altri, carota, finocchio, cipolla tagliata sottile, con o senza avocado, e semini di papavero, o altri

12) ciotoloni di frutti di bosco, lamponi e mirtillo specialmente, introvabili in questa stagione se non provenienti dall’altra parte del globo

13) cioccolato nero fondente, senza ritegno 

14) patate lesse schiacciate condite con olio EVO e abbondantemente accompagnate da un formaggio puzzone tipico  di queste parti

15) crema catalana

16) polenta Taragna, questa sconosciuta 

17) centrifugati frullati di frutta estiva, tutta

18) lasagne vegetariane

19) pasta al pesto

20) pasta tonno pomodorini pachino o ciliegini e origano

21) fragole di buona qualità e ciliegie Vignola

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2015 top ten

1) Pizza di ogni forma e colore, la preferita tonno e cipolle

2) focaccia barese 

3) spaghetti allo scoglio

4) pizzoccheri valtellinesi

5) risotto alla milanese

6) risotto alla parmigiana

7) carciofi alla romana, detti anche alla giudea

8) insalata di mare (tiepida)

9) melanzane alla parmigiana

10) cannoli alla siciliana 

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Attenzione al Cliente / Consumatore: the Italian way

All’indomani della peggiore forma influenzale che mi abbia colpita da molto tempo, correva l’anno 1998, e di ritorno tutta ammaccata e infreddolita dal mio medico di base, due ore e trenta di attesa per riuscire a baciare la di Lei Sacra Pantofola, per strada mi rendo conto che praticamente non tocco cibo da cinque giorni.

Non difficile, quando si dorme per diciotto ore e si sonnecchia per altre sei.

Sebbene non ancora propriamente affamata ma possibilista in tal senso, decido  per una breve deviazione in un piccolo supermercato cooperativa locale che, combinazione, si trova proprio in parte alla farmacia dove devo prendere alcuni intrugli che la dottoressa mi ha prescritto. 

Non una grande spesa, nel cestino solo una succosissima confezione di mozzarella fior di latte della mia marca industriale preferita e che non mangio da molto tempo, probabilmente dall’estate. Non sarà fame ma golosità, ho già l’acquolina in bocca.

Una volta giunta a casa senza troppi salamelecchi tiro fuori il mio prezioso bottino dal suo latticello, con la forchetta ne spezzo circa un terzo e me lo porto direttamente alla bocca.

Avverto subito qualcosa di strano, un sapore abbastanza sgradevole che non riconosco, ma non so se attribuirlo alla mia bocca che non tocca cibo da diversi giorni e allo stato di chetosi che inevitabilmente ne consegue. 

Mi sembra anche vagamente che il latticello abbia una lontana sfumatura tendente al verdolino, ma ehi, è Vallelata, e la confezione indica come data di scadenza il diciassette dicembre. Siamo solo al nove.

Mastico e deglutisco senza alcun piacere e ripongo i due terzi rimasti della mia cena nel frigorifero rimandando il giudizio definitivo all’indomani.

La notte mi sveglio tutta accaldata in un bagno di sudore e con un fortissimo senso di nausea che perdura fino alle 14:00 quando, saggiamente, decido di farmi un pentolino di riso in bianco con poco olio e parmigiano.

Mi riavvicino al corpo del reato, ne sbocconcello ancora un pezzettino: non ci sono dubbi. Fa proprio schifo e, a guardare bene, anche la pasta che di solito è fibrosa ma compatta ha una consistenza diversa, quasi granulare. So bene di cosa parlo perché di queste mozzarelle ne ho mangiate decine e decine, forse centinaia.

Che fare, sono troppo debole per trascinarmi al negozio e sporgere reclamo, allora mi collego al sito Vallelata. Ovviamente zero possibilità di mandare un reclamo per scritto, l’opzione non è nemmeno contemplata, non sia mai, però è facilmente rintracciabile un numero verde.

Compongo il numero, nemmeno un paio di squilli e una gracchiante voce simpatica come una bracciata di ortiche nel bidet di casa dice che tutti gli operatori sono occupati, intimando di rimanere in linea per non perdere la priorità raggiunta. Solo che dopo due minuti circa la comunicazione viene interrotta, altro che priorità raggiunta.

Questo succede per tre volte di fila per cui, capita l’antifona, cioè a questa gente dei consumatori non glie ne frega proprio niente, mi stanco e archivio il caso. Con un grande senso di rabbia e di frustrazione però.

Come consumatrice, e anche con dispiacere visto che adoravo le mozzarelle di questa marca (tra le industriali, ripeto), per me questo è un addio al loro prodotto. Non mi farò tentare nemmeno dalle offerte, dalle promozioni. Per certe cose sono diventata davvero una donna tutta d’un pezzo.

È già grave venire intossicati da un prodotto alimentare, e pure di marca, ancora lontano dalla data di scadenza, ma non avere la possibilità di avere un filo diretto con l’azienda produttrice lo trovo vomitevole e per nulla serio.

Vallelata è Galbani, non lo sapevo:  Quelli che una volta, per chi ha conosciuto Carosello, voleva dire fiducia.

Alla Gabanelli che è in me sorge il lecito sospetto che qualcuno abbia giocato con le date di scadenza del prodotto, rimettendo in circolo un prodotto stra-marcio probabilmente trattato solo esteticamente.

Il mondo deve sapere.

E stasera per cena due mele renette.

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Tiny, a story about living small

È il titolo di un documentario realizzato benissimo e che mi ha stregata, e che sta facendo deflagrare una bomba nella mia testa.

Credo che il titolo sia abbastanza eloquente: si parla di downsizing nella sua espressione massima, quella di vivere in case piccolissime riducendo al massimo tutti i consumi, non solo quelli energetici e l’impatto ambientale. 

Come molti altri fenomeni globali che cambiano o stravolgono le nostre vite credo sia nato negli USA, ma si sta diffondendo nei paesi anglosassoni, Canada, Australia, Nuova Zelanda. Non mi sembra esista ancora una letteratura ufficiale al riguardo, una voce ufficiale, una biografia… qui il link al documentario YouTube per farsi un’idea, se no disponibile anche su Netflix.

Per chi non ha voglia di vedersi il documentario o cercarsi video di persone che hanno scelto di vivere così: di solito queste casette lillipuziane sono anche costruite in proprio, spesso con materiali di scarto o di recupero, magari con la consulenza di qualche professionista o l’aiuto di amici esperti. 

In una scuola professionale neozelandese era il progetto di fine anno di una studentessa diciottenne che poi ha realizzato il suo nido, ovviamente, con l’aiuto del padre. Uguale uguale alle nostre scuole.

Comunque ci sono alcuni video YouTube che spiegano per filo e per segno come fare isolamento, impianti elettrici eccetera, perché si tratta di una comunità aperta e solidale.

Nel frattempo, si parla sempre dei paesi già detti, sono anche sorte aziende che forniscono Tiny Houses chiavi in mano sia standard che personalizzabili, o su disegno o commissione del cliente (parecchio più costose).

Una decisione di tale portata, andare a vivere in una Tiny House, è sempre causa o conseguenza di una revisione sostanziale del proprio stile di vita, sia per scelta che per necessità.  

Nel primo caso godendosela un sacco di più, magari viaggiando, magari lavorando di meno o per meno anni, magari vivendo in un bel posto immersi nella natura, magari per avere più tempo libero per gli hobbies, la famiglia, gli amici, lo sport, il cane. Cioè per tutto quello per cui ritengo valga la pena di vivere. 

Nel secondo scoprendo che ci si può comunque vivere benissimo. In entrambi i casi realizzando che si risparmiano quelle sostanziose somme che andrebbero in rate di mutuo o affitto, considerando che il costo medio di una di Tiny House equivale più o meno a quello di un’utilitaria. 

È un fenomeno relativamente recente, in lenta ma costante crescita in quelli che sono, per molti versi, i paesi più evoluti e aperti al nuovo del pianeta, e del quale non avevo proprio mai sentito parlare o trovato traccia nella stampa, nell’informazione italiana, sempre così attenta e proiettata verso il futuro, e nemmeno nelle conversazioni con conosciuti o sconosciuti, nelle chiacchiere da bar. 

Lo seguo con crescente interesse da qualche mese, anzi mi ci sono proprio appassionata. Sogno che arrivi un giorno anche in Italia e in Europa, anche se ho intercettato qualche timido segnale di interesse proveniente dal Nord Europa, Olanda essenzialmente, e dalla Spagna.

Non sono una persona con il mito assoluto o il sogno degli Stati Uniti, lo sono stata forse in passato. Ci sono troppe cose che non condivido di quel sistema e di quella politica ma, in quanto a laboratorio e fucina di idee, apporto di nuovi contributi, creatività nel senso più ampio del termine, libertà di fare e intraprendere, freschezza, energia e capacità continua di rigenerarsi, apertura al nuovo non li batte nessuno. 

Di questo immenso e contraddittorio paese, imperfetto come tutti, amo la sempiterna giovinezza e molte delle novità che produce, come questo interessantissimo Tiny House Movement  che ha suscitato in me il bisogno di approfondire un calderone di riflessioni, riflessioni alle quali stavo arrivando da sola, per conto mio, per mia esigenza personale.

Di certo non è un fenomeno nato, incoraggiato o supportato dall’alto, tutt’altro: come tutti i movimenti nati dal basso è sostanzialmente anche se assai pacificamente anti-sistema, quel sistema al quale è difficile sottrarsi e che ci vorrebbe tutti devoti instancabili lavoratori fini a che il cervello va in pappa, omologati in un solo ed unico stile di vita, voraci consumatori e frequentatori di centri commerciali, impantanati in mutui secolari per case quasi sempre vuote visto che non ci stiamo quasi mai e che probabilmente non sarà mai la stessa per cinquanta anni, come era invece per i nostri genitori.

Anti-sistema e in un certo qual modo anche ai margini della legalità, perché anche nel meno burocratico dei paesi al mondo pare che una casa per essere considerata abitazione debba avere un numero minimo di metri quadri, il che significa navigare in una sorta di limbo  che le considera come case mobili, alla stregua di un camper, per cui non possono nemmeno avere appoggio diretto al suolo, tantomeno fondamenta.

Immagino l’approccio del creativo legislatore burocrate italico di cenventanni quando gli si porrà il “problema”, penso all’ufficio anagrafe del mio comune per esempio, pur efficientissimo, e mi vien da sogghignare.

L’approccio americano è invece, come sempre, alquanto ortodosso:  si parla di case, quando va bene, grandi una ventina di metri quadri massimo, dove magari vive una coppia con un bambino e due cani. Quasi sempre off grid, ovvero senza allacciamenti vari il che significa, tra le altre cose molte delle quali facilmente risolvibili, la compost toilette, che non è difficile immaginare come funzioni. Diciamo che i gerani e le margherite dopo un anno circa fioriranno rigogliose nell’appezzamento di terreno prescelto.

Devo dire che il pensiero di dovermi arrampicare su un soppalco per andare a dormire e di dover strisciare per raggiungere l’umile pagliericcio non mi  trova per nulla entusiasta, come il  tenere le mie “trainers” in parte al cuscino, ma sono certa che qualora questo fenomeno arrivasse qui in questo Vecchio Continente mollaccione si ridimensionerebbe un bel po’, parlando in termini di metrature intendo. E di compost toilette 🙂

Io penso che in una casa molto ben progettata ed organizzata potrei vivere tranquillamente in una trentina di metri quadrati, forse anche meno, certo rinunciando al possesso di molti oggetti, libri, abiti. Non vorrei strisciare, e vorrei un bagno normale, schiacciare un pulsante, tirare una catena.

Ma lo farei molto volentieri se quei venticinque o trenta mq fossero in assoluta indipendenza da amministratori condominiali e vicini, comodi, in un bel contesto e non al sesto piano a Caronno Pertusella con vista sul deposito degli autobus, e con altri obbiettivi di Vita ovvero di realizzazione personale da portare avanti in parallelo.

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Dilemma etico

Può una vegetariana convinta, idealmente aspirante vegana ma con pochissime realistiche possibilità di farcela in quanto troppo amante della mozzarella fior di latte e degli yogurt Mila all’avena e noci, comunque totalmente solidale con la causa, considerare anche solo lontanamente l’acquisto di una borsa in crosta?

Perché io l’ho vista, prezzo equo e la certezza che, per me, 1) non passerà mai di moda, 2) corrisponderà in toto ai miei canoni estetici per vent’anni almeno, 3) la userò tantissimo in ogni occasione (anche se probabilmente sarà sfranta prima), ma è, appunto, in crosta?

Perché io non sapevo bene cosa fosse sta’ crosta, se un’imitazione della pelle o uno sfacciato sinteticone, che per una borsa non mi disturba, ma ho scoperto che 

la “crosta” è la pelle dal lato della carne mentre il “fiore” è la pelle dal lato del pelo dell’animale.

e a me a leggere lato pelo dell’animale scricchiolano i denti.

Lei è bellissima, 49 euri e 99 cent, shopping bag di Mango (anche online ma eviterei per non dover creare un’altra password), blu. Sì blu, tipo che blu la cercavo da almeno tre lustri e tutte le commesse mi guardavano sempre stranite. “Blu d’inverno?” A me piace, sempre piaciuto, sempre piacerà, estate, autunno, inverno, primavera, mari, monti, pianure, paesi, città.

Che poi è un blu scuro ma un po’ anticato, sfatto, sbiadito, che ci azzecca anche col nero e difatti ha i manici neri. La perfezione, il top. È lei la mia borsa.

  
Vero che un bel regalo pre-natalizio l’ho già ricevuto, ma volevo premiarmi per essere quasi sopravvissuta a questo 2015.

Può, dicevasi, una vegetariana convinta aspirante vegana etc etc etc…. può?

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Una vita complicata

La password dell’ID Apple

La password del Portachiavi 

La password dell’ID Google

La password della rete Wi-Fi 

La password di accesso a Mac notebook 

La password di accesso al cellulare

La password di accesso a IPad

La password della banca online

La password di Mywind

La password di MyEnel

La password per i servizi online della società che eroga gas metano

La password dei Servizi Bibliotecari Provinciali 

La password di Disqus

La password di Amazon per gli acquisti online, vari

La password di Spotify

La password di Pinterest

La password di WordPress

La password per EccoVerde, acquisti di cosmetici e detergenza varia

La password per Sonnen Apotheke, come sopra, acquisti di cosmetici

La password dell’ID Adobe per scaricare i plugin mancanti

La password del portale INPS, che cambia in automatico ogni sei mesi

La password di Facebook

La password per l’account mail secondario

La password di Netflix 

La password di IBS libri

La password delle librerie Feltrinelli

La password di Hoepli, grande fornitissima libreria fisica e non in Milano

La password di Immobiliare.it

La password di Yoox

La password di Zalando

Altre password per cose e servizi non così importanti, ce ne saranno sicuramente altri che in questo momento non mi vengono in mente. Ho lasciato sospeso da tempo immemore la “pratica” per l’assegnazione della posta certificata governativa. Obbiettivo: portarla a casa entro la fine dell’anno.

Le fondamentali, quelle di accesso ai tre dispositivi, non sono mai state dimenticate: varrebbe forse la pena considerare se unificarle, ma per ragioni di sicurezza contro terzi estranei ritengo di no.

Tutte le altre sono più volte state modificate e/o riconfermate, per mia scelta ma anche no: spessissimo dimenticate di bbestia, sempre nei momenti critici, anche quando da pochissimo reimpostate. Per ragioni di sicurezza contro me medesima varrebbe la pena di considerare se unificarle tutte.

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