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I Fondamentali di una generazione, parte seconda

Dimenticati, ma non per questo meno Fondamentali: l’abbonamento al Corriere dei Piccoli, a il Giornalino, i volumetti de il Manuale delle Giovani Marmotte, il Manuale di Nonna Papera e, purtroppo, la comprensione già in tenera età di non avere alcun talento in cucina, interesse e curiosità sì, ma fondamentalmente già sapere di essere e che sarei rimasta una pasticciona senza regole, tutta improvvisazione e zero pazienza, il film a cartoni animati degli Aristogatti con Romeo er mejo der Colosseo, i cartoni di Sturmtruppen e il relativo diario scolastico, quelli di Titti e del Gatto Silvestro, Carosello e a letto subito dopo Carosello, tranne il sabato sera, la sigla dell’Eurovisione, i Giochi Senza Frontiere, lo scossone del disastroso terremoto del Friuli avvertito anche qui, e la paura che mi è sempre rimasta addosso, le statuine e i manufatti con il Das fatti a scuola e nel tempo libero e sempre ripassati con il Vernidas, i lavoretti di bricolage con le mollette da bucato di legno, il presepe con il muschio vero, i ruscelli di carta stagnola e i Re Magi da fare avanzare ogni sera in direzione della capanna, le statuine e la capanna riposti avvolti nella carta da giornale in una scatola di legno contenente del vino, regalo di Natale ai genitori, aprire l’Atlante e sognare di visitare posti e luoghi mai sentiti nelle lezioni di geografia, pensare di essere speciale e che la vita avrebbe regalato e portato solo cose speciali e belle, non sapere cosa è la noia, ogni primo giorno di scuola con i quaderni e i libri ricoperti di plastica colorata e il diario ancora intonso, e la promessa che li avrei tenuti in ordine e senza orecchie, le matite colorate tutte appuntite ancora in bell’ordine dentro l’astuccio, la maestra Gisella con i baffi e la maestra Severina, la cameretta nuova tutta bianca e con la tapezzeria carta da zucchero da tenere in ordine, la pianola della Bontempi sulla quale strimpellare Stille Nacht e il già citato ed epico Montagne Verdi, gli aeroplani che sorvolano le spiagge d’estate con gli striscioni pubblicitari, il pallone gonfiabile bianco e blu della Nivea per giocare in mare, il canotto a remi per farne una pelle in mare, le insolazioni, regolari tutti gli anni, un po’ di lentiggini sulla faccia ma solo d’estate, i ghiaccioli e la gassosa al bar del Bagno prescelto ma rigorosamente solo dopo il bagno in mare, il Manuale del Trapper prestato prima ancora di iniziare a leggerlo e mai più restituito, gli zoccoli del dr. Scholls per andare in spiaggia, i bulbi di tulipano e di dalie ordinati in Olanda alla Stassen, la cioccolata con la panna le domeniche pomeriggio d’inverno in una pasticceria del centro, la paghetta settimanale, piangere scoprendo che la carne che si sta mangiando il giorno di Pasqua è quella di un agnello, di un cucciolo, le lezioni di applicazione tecnica, maschi a fare lavori di traforo con il compensato, le femmine a lavorare a maglia (bende da mandare alle missioni per i lebbrosi, sic), sognare la bici da cross e non potere averla, il Meccano, gli sci rossi della Spalding lunghi quanto me con il braccio alzato più una spanna, cioè lunghissimi, perciò non imparare mai a sciare ed averne anche paura, odiare la calzamaglia di lana sotto la tuta da sci che prude e pizzica da morire, il carbone dolce per i bambini cattivi che era la cosa più buona che potessi sognare, Loretta Goggi col caschetto biondo che balla e canta benissimo e fa delle imitazioni che oggi se le sognano, Gino Bramieri che racconta le barzellette, Walter Chiari e Alighiero Noschese, le annunciatrici della TV con la collana di perle e le punte dei capelli girate all’insù che sembrano le zie, le canzoni degli Abba introdotte da un cugino più grande uomo di mondo che era stato a Londra nella lontanissima Perfida Albione, wow, Sodoma e Gomorra per un’innocente mocciosa di Vorkuta, scoprire che è bello andare a pescare perché non si fa nessuna fatica e si sta in posti bellissimi e silenziosi ma avere schifo di mettere l’esca sull’amo, e qualcuno di grande che la mette per te, ovviamente non beccare mai manco un pesce, odiare andare in piscina due volte alla settimana per il cloro negli occhi, per l’acqua gelida, gli istruttori cattivi e perché ci devi andare a tutti i costi perché il nuoto fa bene ed è lo sport più completo, sognare invece di diventare una grande ginnasta ed esserne completamente negata anche ma non solo per via dell’altezza, i carciofi alla Giudea e gli gnocchi alla Romana, pietanze quasi esotiche nella Vorkuta degli anni 70, ma molto apprezzate e ricorrenti in questa casa.
Poi guardarsi indietro un sacco di anni dopo e scoprire, in fondo, di essere rimasta quello che eri, ma che non hai realizzato i tuoi sogni e che la vita che conduci è completamente diversa da quella che pensavi avresti avuto, e a volte desiderare così intensamente di cambiarla tanto da essere disponibile a mandare tutto a carte quarantotto.

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I Fondamentali di una generazione

La Mucca Carolina, SusannaTuttaPanna, entrambi pupazzi gonfiabili in plastica, la bambola Patatina, il Cicciobello, il Dolceforno, le palline di Mao (ricordo quintalate di palline di Mao che andavano ad arrotolarsi sui fili elettrici quando scappavano di mano), giocare ad elastico, correre e saltare ad elastico con i sandali in camoscio chiaro a occhi di gatto, giocare a Mondo, ai Quattro Cantoni, a Palla Prigionieria, la bicicletta Graziella, i pattini a rotelle con la chiavetta per stringere i ganci di metallo e bloccare la scarpa, le vacanze al mare sulla Riviera Romagnola, la scoperta delle piadine, le cartoline con soggetto i cavalli, i libri (Vallecchi editore) di Astrid Lindgred e i telefilm tratti dai suoi libri, Pippi Calzelunghe ma, soprattutto, Vacanze all’Isola dei Gabbiani ambientato su un isolotto di un qualche arcipelago svedese, i volumi delle Favole Italiane raccolte da Italo Calvino, il libro “interattivo” degli Aristogatti, ovvero linguette di carta da tirare per far muovere i personaggi, i cartoni di Gatto Silvestro, il taglio di capelli con la scodella o, dalla parrucchiera, alla paggetto, il Piccolo Chirurgo, la mia prima hit “Montagne Verdi” di Marcella Bella fatta andare a manetta sul mangiadischi (solo per 45 giri) arancione portatile della Grundig, la raccolta di adesivi (tenuti in scatole vuote delle scarpe, contati e ricontati come banconote, scambiati, barattati, ceduti), i primi lucidalabbra appiccicosissimi nel loro “case” in similpelle che si portava attaccato al collo come una collana, il Ciao, rigorosamente solo bianco (famiglia di centrosinistra) o blu (famiglia di centrodestra), le Lacoste bianche o blu o al massimo azzurrine, le Tepasport – sparite dalla circolazione in pochi anni -, i primi maglioncini e magliette della Benetton in colori improbabili ed introvabili all’epoca, il fenomeno Nadia Comaneci, le Adidas con le tre righe laterali blu sulla tomaia, i polizieschi (pauraaaa) del commissario Maigret interpretati da Gino Cervi, Rischiatutto il giovedi sera e Sabina Ciuffini in minigonna, Tante Scuse, di Nuovo Tante Scuse con Sandra Mondaini e Raimondo Vianello e ridere a crepapelle, e comunque qualsiasi varietà del sabato sera, Mina e Alberto Lupo che cantano/duettano in televisione, Raffaella Carrà che balla il tuca-tuca, Mita Medici che finisce sotto il treno in Anna Karenina, Kabir Bedi con la bandana ed il kajal negli occhi in Sandokan e il pallore dell’eterea inarrivabile Perla di Labuan, le Barbie, l’orrendo costosissimo camper della Barbie, l’orrenda casa in orrenda plastica rosa della Barbie (per chi se la poteva permettere), la casa della Barbie fatta da me con materiali di recupero, i vestitini della Barbie, Ken con il suo rivale buzzurro Big Jim, Skipper sorellina teenager di Barbie, una vagonata di Lego sempre sparpagliati per terra, giorni interi a costruire, disfare e poi ricostruire città di Lego, le Bubble Gum, le Crystall Balls, il telaio fatto in casa dal papà per tessere/intrecciare la rafia, merenda con pane burro e zucchero, la raccolta di foglie e fiori secchi appiccicati in un quadernone a quadretti, i diari tutti cuoricini con il lucchetto e la chiavetta, la Polaroid Instamatic, le Clarks in camoscio blu o beige, la corrispondenza quasi ventennale con una certa Ivana di Reggio Calabria, mia coetanea mai conosciuta di persona che aveva messo un annuncio su un giornaletto per bambini per trovare amiche di penna, la corrispondenza con pen pals stranieri incentivata dalla scuola per praticare l’inglese, tra andare e tornare dall’Olanda o dalI’Inghilterra una sgrammaticata epistola grondante sudore e ditate sporche poteva stare in giro un mese o due, la raccolta di francobolli, di fossili, le sorelle più grandi delle mie amiche, tutte bellissime, tutte fatali, tutte irraggiungibili, tutte da imitare sognando di diventare come loro.
Poi un giorno diventare grande davvero, e rimpiangere tutto, e volere ritornare piccola e restarci per sempre.

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