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Illuminazione da sabato pomeriggio

Oggi mi son sentita vecchia, cioè una di quelle che, adesso mie coetanee, un tempo avrei guardata inorridita giurando e spergiurando magari col fidanzatino di turno in parte, che io mai e poi mai sarei diventata come loro.
Una di quelle che il sabato pomeriggio lo passano dal parrucchiere, blerch.
Un giorno sei tu quella col thigh gap e i capelli sciolti giù per la schiena alla Maria Maddalena, ma poi ti distrai un attimo e ti ritrovi quarantenne e oltre, e del thigh gap non c’è più traccia.
Da un bel po’, pensandoci bene, anche se adesso è di moda, mentre prima te la menavano per essere secca da fare paura, il medico di famiglia consigliava vitamine e ricostituenti e in casa si rischiavano pure due sberloni.
Anche se pensavi che a te non sarebbe mai potuto succedere perché eri scolpita nella roccia, quasi immortale, adesso sei tu quella che avvizzisce.
E non è nemmeno quello il problema, il problema è, ma come ha fatto il tempo a volare così in fretta?

Ho forse perso la dentiera, mi sono incanutita o ingobbita tutta d’un colpo?
No, anzi, la remise en forme procede e raramente mi sono sentita meglio di così.
È che oggi, dopo aver fatto sistemare la macchina come tutti i donnini saggi ed avveduti, cambio gomme, olio, filtro olio, sostituzione guarnizioni freni, tutto questo senza manco uno straccio di marito o di amante a ricordarmelo, che comunque se Multipaesana non fosse in culo al mondo nella provincia di Vorkuta io se potessi eviterei proprio del tutto di avere una macchina, con quel che mi costa mantenerla, e andrei con i mezzi o in bici, succede che oggi mi sono pure buttata dal parrucchiere.
Cosa c’è di più vecchio e stantio, cosa grida INPS e calze contenitive color carne più di un sabato, e un sabato pomeriggio dal parrucchiere?
Quello che ho sempre pensato per decenni, quando a fischiare dal parrucchiere di sabato erano principalmente le mamme.

Ora, non è che non ci sia mai stata, o non ci vada dal parrucchiere.
Ovviamente, ci vado, e negli ultimi tempi c’è stato pure un incremento delle frequenzioni, senza mai tuttavia e per fortuna raggiungere i picchi e la regolarità nel processo di molte altre mie coetanee.
Un pó perché nel biondo cenere chiaro il bianco si mimetizza, un pó perché il liscio con solo lieve movimento sulle punte non è impossibile da gestire, fino ad un certo punto.
Di solito, però, dal parrucchiere ci vado almeno il sabato mattina molto presto in modo da potermela dare a gambe quando arriva l’orda della massaie e delle avventrici fisse, quelle che, con la pioggia, la neve o la canicola africana, rimaste vedove il giorno prima o partoriti tre gemelli nottetempo, fanno tappa fissa dal loro parrucchiere di fiducia tutte le santissime settimane che Dio concede loro sulla terra e magari, tempo e soldi permettendo, anche due volte alla settimana.
Sia chiaro, come farei io adesso se potessi, che col ciuccio che non mi laverei la testa per un’intera settimana.
E non perché mi piaccia andarci, tutt’altro, ma perché mi rendo conto della differenza abissale che fa, alla mia età, avere capelli curati ed in ordine.

Ci sono un mucchio di donne che la parrucchiera non la cambiano come me a ogni giro di valzer di governo, ma frequentano per anni e anni sempre lo stesso posto. Entrano come al bar e dicono “il solito”, oppure non dicono proprio niente, si fidano ciecamente della professionista prescelta e si mettono totalmente nelle sue mani.
Io, invece, dalle parrucchiere in genere, soprattutto quando tengono in mano le forbici, sono tranquilla e mi fido come quelli che in aereo tengono le unghie conficcate nei braccioli della poltrona fino ad atterraggio avvenuto.
In genere un prolungato ed elevato tasso di fedeltà ad un posto equivale ad un elevato tasso di logorrea durante le sedute, ed é quel chiacchiericcio di sottofondo da gineceo su mariti, nipoti, prostate asportate e parti cesarei uno dei tanti motivi per cui io dal parrucchiere mi annoio, mi sono sempre annoiata da morire e mi é sempre parso di buttare anni di vita.
Beh, adesso non più.
Adesso una seduta dal parrucchiere mi leva quindici anni all’anagrafe, veh… facciamo dieci.
OK, facciamo cinque, carogne.
Fa schizzare se non proprio alle stelle almeno verso l’alto quella parabola altalenante-discendente che è la mia autostima.
Mi fa sentire meglio quando mi guardo nello specchio o cammino per la strada, femmina, peccaminosa, na’ puledra.

Purtroppo infatti, uno dei segni dell’invecchiamento che si manifesta più precocemente, sappiatelo belline, è che i capelli, a prescindere da quanti bianchi o grigi ne spuntino, con il tempo diventano molto più indisciplinati, crespi, ribelli, perdono lucentezza, setositá.
Per citare un francesismo io ho sempre usato la delicata espressione diventano peli di topa di topo, quindi necessitano di molta molta più manutenzione.
Un sacco di soldi praticamente, ma purtroppo ne vale assolutamente la pena.
Io adesso le capisco tutte le Sciure Cinzie e Silvane, perché hanno praticamente l’abbonamento dalla parrucchiera, mica perché sono sceme, o pigre.
Perché già dopo i trenta, certamente dopo i quaranta, è una discesa senza freni verso il baratro della dipendenza assoluta da parrucchiere anche se si odia ferocemente la chiacchiera vuota, specie quella che rimbalza tra bollettino parrocchiale e quello ospedaliero e tocca tutta la stampa rosa di vips e nullità varie.

Però oggi io l’ho capito: quando si hanno un certo numero di primavere si può anche andare in giro tutte sbrindellate con la camicia di fuori e casual ultra spinto come piace a me, ma se si hanno i capelli curati e ben gestiti si è sempre, come diceva mia nonna, a posto.

Vorrei tanto lanciare una sfida, quante donne riuscirebbero o riescono a fare sul proprio scalpo le magie che riesce a fare una professionista di forbici, colore, phon e spazzola.
Io nel tempo mi sono dotata di piastra lisciante, ferro arricciacapelli, phon professionale, phon con spazzole intercambiabili più decine di prodotti per la messa in piega e non sono mai, mai nemmeno lontanamente riuscita, nemmeno dopo essermi piazzata per ore davanti allo specchio armata di pinze spazzole e di tutta la migliore buona volontà, a sembrare più che una deficiente con i capelli spenti, bruciati, informi, senza vita.

Da tre volte, dopo due anni e più di fedeltà, ho deciso di mettere i cornini all’ultima parrucchiera che mi ero trovata della interminabile serie che ho frequentato nel corso degli anni, praticamente un album di figurine Panini.
Oggi i miei capelli ricordano, persino troppa robbba e troppo anni Ottanta, la chioma fluente e dotata di vita propria della defunta e compianta Farrah Fawcett.
Ci han dato troppo di spazzola per così dire, che a me bastava un po’ di volume alle radici e poi me ne sarei anche andata via con i miei capelli lisci.
Volume alle radici è diventato il mio mantra, il mio chiodo fisso.

Volume alle radici e colpi biondo miele vuol dire e vorrà dire nei prossimi anni sacrificare altre spese per l’aspetto della mia chioma, come ho fatto stamattina rinunciando a ben due cappotti da urlo ad un prezzaccio da outlet.
Che tanto avrei potuto sceglierne al massimo solo uno, sempre per il budget.
Perché, é questa la perla di saggezza di oggi sabato 15 novembre, capelli a posto e parka pulcioso da dissidente di ex Lotta Continua é ok, cappottino bon ton avvitato in vita, chicchissimo, in cachemire Loro Piana e capelli di mmmerda, no bbuono.
Meglio la prima, quindi adieu vitino di vespa da cappottino nero bon ton.
Per adesso la frequenza delle mie visite dal parrucchiere si attesta sulle sei settimane circa, ancora accettabile, pensare che solo un paio di anni fa ci andavo una volta ogni tre mesi.

Per motivi di costi e di tempo spero di riuscire a campare ancora un bel po’ senza dover diventare una di quelle che marca visita tutte le settimane.
So che se lo facessi starei, sembrerei e mi sentirei meglio io stessa ma è, davvero una questione di risorse, risorse primarie: tempo e denaro.

C’é anche da dire che nell’intervallo tra una seduta e l’altra io i capelli me li lavo e curo con prodotti naturali e rimedi della nonna sperimentati e collaudati ormai da tempo.
Con capelli secchi, sfibrati, svuotati, opachi non avrebbero alcun senso né i riflessi mielati né il taglio più o meno azzeccato che mi fa la parrucchiera, che tutti quegli intrugli chimici alla lunga non mi pare proprio facciano granché bene ai capelli.
Spero sempre che anche in Italia e a Vorkuta arrivino, come in tanti altri posti civilizzati ed evoluti, dei parrucchieri bio che usino solo prodotti di derivazione naturale, non così aggressivi, sarei proprio curiosa di andarci.

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Sulla volgarità

Riflettevo ieri, durante e dopo un’interminabile quanto necessaria seduta dalla mia parrucchiera, sull’essenza ed idea di volgarità, e quanto anche questo concetto sia definito, inquadrato e percepito come tale in modo del tutto soggettivo, non universale, non sempre facilmente comprensibile.
E di come anche su questo, in genere, io mi ritrovi a pensarla diversamente da un mucchio di gente, forse dalla maggioranza.

Ci sono certe persone, colleghe ad esempio, che riescono ad esprimere una volgarità senza uguali anche a bocca chiusa, non so, tipo che mi basta vederle arrancare malamente sotto il solleone con il tacco dodici e la stampa zebrata per andare in magazzino, o con il capello siliconico piastrato con l’asfaltatrice che nemmeno si muove con il vento, per provare quell’irritazione, disgusto e fastidio estetico che derivano solo dall’assistere all’esibizione di una certa malagrazia ed ineleganza interiore, volgarità, appunto.
Per non dire di quando la bocca la aprono.
Anche se dalle loro labbra a canotto in via di implosione non fuoriesce nemmeno uno di quelli che, tecnicamente, si potrebbero definire improperi, o parolacce, basta il tono ed il volume sul quale impostano e modulano la voce, la tracotanza e l’aggressività senza uguali con le quali si avventano sul malcapitato pacifico interlocutore che per me è vaiassa fatta e finita.

E poi ci sono altre persone delle quali un va a cagare o un membro maschile citato di tanto in tanto, se per dare enfasi o colore alla frase ed al sentire, mi lascia del tutto indifferente, anzi mi fa sorridere, me li fa sentire più umane, e per nulla volgari.
Forse perché la volgarità per me è più in quello che si pensa e si è che in come lo si esprime verbalmente.
Sarà perché sono anche io di quella partita quindi, chiedo venia per la cacofonia partita-parte, mi sento di parte.

Poi, un sabato mattina dalla parrucchiera capita di finire distrattamente coinvolta in una conversazione tra giovani matrone della vecchia scuola, vecchia scuola alla quale mi sento di appartenere un po’ anche io.
Le giovani matrone tra un tono-su-tono e una meche ma-non-troppo-bionde-mi-raccomando- questo sabato mattina deploravano e deprecavano il crudo linguaggio in uso in certe realtà, nello specifico nella realtà lavorativa di una di loro.
Realtà lavorativa nelle quale, mi pare di avere capito, non vengono nemmeno nominate o maledette questa o quella Divinità o la poco onesta professione di qualche genitrice ma, immagino, il solito membro maschile di tanto in tanto, giusto se una si rovescia il caffè addosso o se il contabile è sparito nottetempo con in mano un circolare da millemila milioni di euro.
Ed era orrore, nasini arricciati all’insù e scuotimento di teste, chiome per lo più bionde che oscillavano nell’aria arroventata dai phon e dalla calura estiva, ed il fumetto che passava in sovrimpressione, o tempora o mores.

Bene, poi mi sovviene il ricordo di una di queste giovani matrone con il filo di perle probabilmente prima appartenuto alla nonna e poi alla mamma, educatissima e timorata di Dio quanto basta da chiedere scusa agli astanti quando proferisce un testa di cavolo, che raccontava della morte improvvisa di un genitore di una sua amica, e che sì, certo, le aveva fatto le condoglianze, le aveva mandato un sms.
Un sms, cazzo.
E di come tutto questo lei lo considerasse normale, cioè di buon gusto, sensibile, socialmente accettabile, mentre a me aveva fatto rabbrividire, l’avevo trovata una mossa davvero orrenda, indecente, brutta dentro.
Molto ma molto peggio di quando vedo qualcuno che mangia con i gomiti sul tavolo, che è solo una questione di forma.
E comunque, se fossi fuori a cena con un Sean Penn, o uno Javier Bardem, o un Vincent Cassell, gli unici sogni erotici in grado di smuovere quell’unico ormone e neurone rimastimi, e li vedessi che mangiano scompostamente mi alzerei da tavola senza neanche dire “è stato bello, però addio”.
Mi verrebbe anzi voglia di tirar loro un ceffone, che era quello che mi beccavo io in tempi in cui non esisteva ancora il Telefono Azzurro.

Ma tant’è: sulla volgarità, sul buon gusto, sulla decenza ed indecenza come su tutto, ma proprio tutto il resto, a ciascuno il suo modo di pensare, di vedere, di sentire le cose, come è giusto che sia.
Il mondo senza queste differenze sarebbe una noia mortale.

***

Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.
Cesare Pavese, La spiaggia, 1942

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo)