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De pedibus

Se fossi nata uomo e uomo etero sarei un feticista dei piedi femminili, non ho dubbi, e avrei realizzato di nutrire questo interesse / attrazione già da piccolo, esattamente come é successo in questa vita alla me nata femmina. 

Il fatto è che non so se, come femmina, possa definirmi una feticista dei piedi, ma tant’è: a me interessano, incuriosiscono, attirano i piedi. Sono una feticista dei piedi donna, etero, comunque specializzata in piedi femminili.

I piedi parlano, ci dicono cose che non sappiamo vedere e cogliere nelle persone. I piedi, a differenza di parole, mani ed occhi, non mentono. 

Io, quando posso, guardo sempre i piedi di una persona, di qualsiasi sesso, età, credo, censo, religione, paese. Se mi è possibile senza dare troppo nell’occhio li osservo proprio.

Come feticista dei piedi Maschio penso sarei solo un sano, innocuo, pacifico, non molestatore amatore ed osservatore delle estremità femminili, curioso ed attento. Non terrei foto nascoste di piedini inguainati in sandali tacco dodici, e non mi darei all’onanismo sfrenato alla sola vista di un sandalo gioiello, no.

Sarei uno tranquillo: uno che in una donna, ad esempio, guarderebbe ed apprezzerebbe molto più dei piedi naturalmente belli e curati il giusto che non trucco e parrucco che, oltre un certo limite quantitativo e qualitativo, mi infastidirebbero anzi parecchio. 

Come succede alla me nata femmina: non che non pratichi, non apprezzi o disconosca un po’ di trucco e parrucco, ma il tutto deve essere molto naturale ed effortless. Anche se, per avere una faccia acqua e sapone, qualcuna ci impiega anche un’ora e mezza, come diceva scherzando una delle pochissime non vomitevoli non sgallettate della nostra televisione che io ricordi, tale Natasha Qualcosa. Per caso russa.

Nata donna, felice di esserlo ed intenzionata a restarlo, io sono comunque una grande amante dei piedi, sin da che riesca a ricordare, anche se con i miei ho sempre avuto un rapporto conflittuale risoltosi poi in modo spontaneo e naturale con il passare degli anni. 

Non è mai stata una questione estetica, anche se ho estremitá, superiori ed inferiori, decisamente piccoli e sproporzionati alla mia altezza, infantili. 

Da adulta, esteticamente parlando, li avrei voluti  più lunghi ed ossuti, con i tendini nervosi in bella vista. Eleganti, felini, pronti a scattare. Piedi che parlassero e urlassero in modo silenzioso all’universo maschile: “ti spolpo”.

Invece mi ritrovo piedi e mani minuti, tranquillizzanti, paciosi: per niente felini, per niente pronti a scattare,  infantili ho detto. Piedi da farci una pennica insieme dopo una sana mangiata, più che da spolpamento delle carni e rotolamenti e rantoli tra le lenzuola.

Non essendosi trattato di questioni estetiche e relativi complessi sono fermamente convinta che la singolare ritrosia che ho avuto per anni nel mostrare i miei piedi a chicchessia sia colpa del catechismo domenicale, di qualche strano tabù di natura sessuale e peccaminosa inculcatomi in quelle noiosissime ed interminabili mattinate. 

Tabù che poi devo avere interiorizzato a livello inconscio, certo per mio errore, ai piani più bassi invece che a quelli intermedi di quell’innocente ed acerbo corpicino ancora libero da ogni peccato. Certo, chi può dirlo.

Sta di fatto che a sei anni circa, ai primi corsi di nuoto alle piscine comunali, io ero l’unica che si ostinava ad uscire dagli spogliatoi in costume, accappatoio, ridicoli calzini bianchi ed infradito giapponesi, e non so dire perché. Li tenevo anche per fare riscaldamento a bordo vasca, prima di entrare in acqua.  Non avrei avuto problemi ad uscire nuda da quegli spogliatoi, io, ma i miei piedi non li doveva vedere nessuno, specialmente le dita. 

E così è stato per parecchi anni, un caso umano.

Ancora bambina ma più cresciuta. Ricordo che al mare, dovendo necessariamente camminare scalza, affondavo abilmente e con finta nonchalance quei piccoli corpi estranei nella sabbia fino alla caviglia, oppure cercavo di raggiungere l’acqua il più in fretta possibile, magari correndo. Se ero in piedi al bar a comprarmi la gassosa arricciavo le dita, per confondere le idee, allontanare eventuali sguardi.

Se erano ghiaia e scogli era invece la morte mia perché ero giustificata e titolata ad indossare le scarpette di gomma, e nessuno mi avrebbe guardato storto o fatto domande.

Allora però principalmente erano i miei di piedi: quelli degli altri esistevano e li guardavo con curiosità, più che altro meravigliandomi dell’impudicizia e della sfrontatezza di chi se li portava in giro tranquillamente, senza alcun senso del peccato. Secondo me erano semplicemente scandalosi ed osceni, roba da far tuonare un Giovanardi di adesso. Non ero ancora l’Esteta e la Catone il Censore del Piede Nudo di adesso 🙂 

Poi è arrivata l’età in cui le ragazze cominciano a vergognarsi a farsi vedere in costume, e io mi vergognavo tanto di tutto, e di ogni lembo della mia pelle che i piedi, nel frattempo non vissuti più come scandalosi ed osceni, sono diventati l’ultimo dei miei problemi.

Così ho cominciato a guardare quelli degli altri con interessi estetici, innanzitutto, poi cultural-filosofici-antropologici, ma mi fermerei al primo livello che non vorrei svarionare.

Adesso, che estate e le gran caldane sono l’apoteosi del piede nudo, io non posso fare a meno di buttare l’occhio quando per la strada odo un ticchettio di tacchi, o quando intravedo due esili listarelle di pelle o stoffa e dei lembi di pelle umana nuda, ma soprattutto quelle dieci buffe creaturine semi movibili con cui ho fatto pace da tempo. 

Il ditone é il mio preferito: purtroppo non ho ancora capito se mi piacciano o detesti le peep toe, ma non ne ho mai avute e non so se ne comprerei. A volte, quando vedo un tozzo ditone in scarpini argentei da Fata Turchina l’istinto mi direbbe di dargli una gran pestata, ma so controllarmi. E poi sto lavorando molto sulla gestione dell’aggressività e delle frustrazioni.

In mensa l’altro giorno mi sono trovata a sbirciare sotto il tavolo i piedi e i sandali di giovin collega che sedeva di fianco, veramente una gran bella ragazza tra l’altro, ma le sue estremità mi hanno delusa. 

C’è solo una collega ineccepibile da questo punto di vista, non importa che la detesti, la verità va detta anche quando fa male. Rivedrei solo lo smalto perlato che nemmeno mia nonna Ninetta, e poi sarebbe quasi la perfezione, il Piede che ogni estimatore vorrebbe incontrare almeno una volta in vita sua.

Riconosco di essere una nazista del piede nudo, un’intollerante delle estremitá non curate (vale anche per gli ometti, non solo per le signore) una sciocca idealista cultrice di un’inarrivabile perfezione, a cominciare da me.

E se esistesse al mondo un solo paese veramente civile e che avesse realmente a cuore il benessere psicofisico dei suoi abitanti questo darebbe loro, maschi e femmine a partire dai quattordici anni di età, bonus mensili per pedicure presso seri e qualificati professionisti, o consentirebbe di detrarre le spese sostenute.

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