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Orgoglio e pregiudizio

Tutto potevo dire e pensare della sottoscritta, tranne che questo, che vivessi nel pregiudizio, nei luoghi comuni.
La mia unica fede, convinzione e religione è che nel mondo regni l’Entropia, il Caos Supremo e Primordiale, ne più ne meno come milioni di anni fa, anche se adesso abbiamo l’iPhone 5 e ci facciamo tre docce al giorno.
L’unica cosa che possiamo tenere sotto controllo nella nostra vita, forse, è l’elastico delle mutande.
Insomma io potrei anche vedere un elefante rosa volare, ma dopo due secondi di stupore probabilmente sbadiglierei e mi volterei dall’altra parte, continuando a rosicchiarmi la pellicina di un’unghia, immersa nei miei pensieri.
Ovvio che giudichi, mi faccia delle idee, delle opinioni, ma a posteriori, non prima di, e inoltre sono proprio recentemente giunta alla conclusione che i giudizi e le opinioni non sono quasi mai definitivi, che tutto cambia, si evolve, involve, che nella nostra vita viviamo diverse fasi, mentre il mondo se ne va ancora per un’altra strada, e cioè per i fatti suoi.
I giudizi si danno solo alla fine, o meglio ancora a freddo, con gli animi placati, dopo molto tempo.
Riflettevo, nella fattispecie, si sarà capito, sugli amori della mia vita, ma anche sulle amicizie.
Sono arrivata alla conclusione che con le persone che credevo migliori ho solo passato del tempo, mentre alcuni dei classificati “peggiori” sono le persone che mi hanno fatta crescere, maturare, che mi hanno valorizzata, stimolata a fare le cose che volevo fare, che mi hanno anche messa in discussione, e in quello che sono e che penso porto ogni giorno la loro traccia indelebile.
Magari un giorno si aggiungeranno altri tasselli, o il continuo ruminarci sopra mi porterà ad altre conclusioni, non posso dirlo.

Questo mi ha sempre portato a credere che non sempre ad una certa causa segua un determinato effetto, che può capitare di tutto, che nel mondo ci sono cose che succedono e basta senza un preciso disegno o progetto divino, o semplicemente umano, che molte cose tante volte vanno come vanno, cioè da schifo, anche quando uno si impegna, non nuoce a nessuno, e magari si meriterebbe quanto di meglio, e funzionano a meraviglia quando uno meno se lo aspetta, non ha fatto nulla per meritarsi certe fortune, e forse si è pure comportato come il peggiore deposito escrementizio di tutti i tempi.
Anzi, specialmente quando uno si comporta da stronzo.
Semplice osservazione di come marcino le cose su questo pianeta più del catechismo inutilmente inculcatomi nella zucca dai cinque agli undici anni, quando ho detto “adesso basta”, e più delle convinzioni assorbite e sedimentate nel corso degli anni dalla cultura cattolica e allo stesso tempo positivo-razionalistica del mio paese nella quale, infatti, non sempre mi riconosco.

Per aiutarmi a spiegare quello in cui credo, la vita è 70% Caso e solo per un misero 30% quello che noi vogliamo, il risultato delle nostre azioni, dei nostri sforzi, dei nostri progetti, più che a pensare a un libro mi viene in mente un film: un film nel quale il regista ha saputo abilmente porre al centro della trama il tema del ruolo fondamentale che gioca il Caso sui destini degli esseri umani.
Mi capita quindi spesso di ricordarlo sia tra me e me sia che quando parlo con altre persone.
Inutile dire che il film mi è piaciuto molto, come molti (ma non tutti) dello stesso regista, Woody Allen, superfluo forse a questo punto aggiungere che il film è Match Point.

Insomma, per farla breve: succede che venerdì mattina di buonora, dopo tre mesi spesi a richiedere offerte a tutti i giardinieri e aziende che si occupano della manutenzione di giardini in un raggio di 60 chilometri, arrivano i giardinieri.
Io da sola o anche con qualche volontario di buon cuore non ce l’avrei mai potuta fare a sistemare e potare gli alberi anche di alto fusto di un giardino trascurato e lasciato incolto da un decennio buono.
Specifico che purtroppo d’ora in avanti il mazzo me lo dovrò fare io non potendo permettermi di pagare un giardiniere una volta al mese, o più, da qui fino a fine settembre.
Dico purtroppo perché sebbene io adori il giardinaggio, le piante, i fiori, vederli, curarli, piantarli, annusarli, e il verde, e li ami forse solo un filino meno di quanto ami i cani (con il te alle cinque del pomeriggio una perfetta zitellona inglese della Cornovaglia) dei problemi alla schiena mi rendono impossibile fare dei lavori pesanti, stare piegata a lungo, etc etc.
Per fortuna per un bel po’ di tempo il mio task principale e più pesante e impegnativo sarà tenere rasata l’erba per evitare che il tutto si ritrasformi nel giardino de la Casa degli Usher.
Mi sono già munita all’uopo di una tosaerba a spinta con lame elicoidali comprata alla LIDL per soli 49,99€ (trovata per Caso) e non ancora testata, ma tra due settimane che mi piaccia o no, mi toccherà anche questo.
Tra l’ilarità del vicinato sarò l’unica a spingere l’attrezzo infernale con la sola forza delle mie braccia, come Paolino Paperino a Paperopoli, mentre tutti qui intorno sono dotati di macchinette telecomandate al plutonio o con i pannelli solari incorporati che costano più della mia utilitaria, oppure fanno dei contratti di manutenzione annuale con dei giardinieri.

Succede che l’azienda che mi fa l’offerta più economica a parità di interventi, dalla metà a un terzo più conveniente delle altre, sia una cooperativa di giardinaggio che, deduco dopo qualche chiamata con il responsabile per avere dei consigli, forma riabilita e inserisce nel mondo del lavoro degli ex detenuti per i quali organizzano anche corsi di formazione in carcere.
Non solo perché è la più economica, non solo perché trovo nobile l’intento, ma anche perché il responsabile si comporta in maniera molto più professionale di tanti robottini da multinazionali con le quali ho a che fare quotidianamente, e anche perché durante il suo sopralluogo decanta la bellezza di un acero dal tronco tutto contorto e avvitato che piace moltissimo anche a me, decido di affidare il lavoro a questa cooperativa.

Poi succede che arriva il grande giorno, e capisco quanto sono stronza.
Prima di aprire il cancello per far entrare il camioncino ritiro la biancheria stesa sul retro, un po’ per dignità personale, visto che ci sono dei mutandoni ascellari della Sloggy che sarebbero lesivi della dignità di qualsiasi essere umano, ma anche perché c’è una felpa della the North Face che potrebbe fare gola a dei malintenzionati e un paio di jeans quasi nuovi.
Mai rimosso manco un calzino bucato e ingrigito quando sono venuti elettricisti e fabbri per altri preventivi.
Noto subito che questi due ragazzi, entrambi piuttosto giovani, mi salutano educatamente e in modo cordiale, ma hanno le braccia piene di tatuaggi che fanno inorridire la zitellona amante dei cani e dei fiori che è in me, allora prima di andarmene salgo in casa e nascondo l’Ipad, il mio bene più amato e prezioso, sotto il cuscino del letto.
Si sa mai.
Me ne vado a compiere il mio dovere in Multipaesana e li lascio soli.

Ritorno prima del solito, sapevo che con tutto quello che c’era da fare non avrebbero finito presto, infatti sono ancora lì, uno arrampicato in free climbing su un abete ne sta completando lo sfrondamento.
Mi intrattengo un po’ con loro, è una bella giornata di sole e fa parecchio caldo.
Chiedo, commento, cammino tra le piante, faccio legare il getto di una rosa rampicante, osservo come questi lavori abbiano modificato la fisionomia del luogo.
Modificata in molto ma molto meglio, e ne sono proprio felice, è bella l’idea del giardino, sentire di avere un pezzo di terra sotto i piedi, anche fossero solo venti metri quadrati sono certa che in futuro non vorrò e non potrò più fare a meno di qualche zolla d’erba.

Sono solo dei ragazzi che lavorano, mi chiedono educatamente di spostarmi quando devono caricare sul camion dei rami enormi, potrebbero farmi male, anche quando aspirano le foglie e l’erba secca con un macchinario, che potrebbe venirmi tutto addosso e sporcarmi.
Poi salgo, ho ancora le borse della spesa lasciate per terra, e vado in camera mia a prendere l’Ipad per curiosare un po’ in rete mentre bolle l’acqua della pasta.
Panico.
Non c’è più l’Ipad: ecco, lo sapevo, e brava stronza che ho lasciato pure la finestra aperta, un gioco da ragazzi entrare in casa, è un quartiere con poche case, tranquillissimo, nessuno si sarà accorto di due giovinastri che si fanno la scaletta.
E adesso chi ha i soldi per ricomprarlo che mi serve anche una lavatrice nuova e sono a bolletta, e poi perdere tutte le foto… E come mi comporto, con che faccia chiedo se sono stati loro a farlo sparire? O parlo direttamente con il loro responsabile in ufficio?
Poi tasto con le mani sotto il trapuntino, e lo sento, lo tocco, lo vedo.
Per sentirmi più sicura, che astuta, l’avevo infognato proprio dentro il letto.

No, non mi sono proprio piaciuta.

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Archiviato in Craps, Ho un'opinione su quasi tutto (ed accetto possa non essere condivisa, con garbo), Outlet valve