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Sogno o son desta

Alla fine poi sono partita davvero, ma di testa.
La notte del Santo Natale 2014 mi sono sognata di essere sull’aereo che mi avrebbe portata in Siberia per un lungo viaggio, forse per un paio di mesi.

C’era qualcuno con me, non viaggiavo da sola, direi un due tre persone, ma non so chi fossero.
Non conosco nessuno che si farebbe un viaggio in Siberia, a dicembre, con me poi 🙂
Già di suo la mia amata Terra del Nord non sta nell’elenco delle top destinazioni nel mondo da visitare per moltissime persone, quindi non ho idea di dove e come avrei potuto trovare dei compagni di viaggio.
Mi sentivo sicura però, probabilmente gente esperta di quei luoghi e scafata con il russo, ed ero anche felice, eccitata per le cose che avrei visto, per l’umanità varia che avrei incontrato, per nulla impaurita: ed alleggerita, senza il peso costante dei soliti pensieri e preoccupazioni che mi trascino qui, nella mia Vorkuta lombardoveneta.

L’interno dell’aereo era enorme, come un lungo e squallido stanzone ministeriale ancora di stampo Soviet, a bordo c’era pochissima gente, e qualche gallina.

Il mio sogno però é durato molto poco, infatti mi sono risvegliata quando, nel sedermi e nell’allacciare le cinture, mi sono accorta che non c’erano dei normali sedili da aereo, magari scassati e luridi quanto basta, giusto per rispettare il banale copione che ho in testa, ma delle sedie da cucina.
E queste sedie da cucina, imbullonate in qualche modo alla meno peggio al pavimento della carlinga, erano le classiche sedie da cucina in formica color giallino chiaro che si usavano negli anni 50 e 60**.
Nella casa dove abitavo prima in solaio avevo un paio di sedie di quel tipo, penso fossero della cucina che c’era prima che mi ci trasferissi.
Comunque, anche se recuperate a miglior vita dagli amanti del vintage, di una bruttezza e scomodità imbarazzanti.

Tutto quindi si è frantumato lí, su delle banali non-poltrone. Che peccato, e chissà cosa direbbe Sigmund, ci terrei tanto a saperlo.
Ma forse posso immaginarlo, cioè che mi arrendo alle prime difficoltà e che il viaggio più estremo che potrei fare sono i mercatini di Natale a Innsbruck.
Io mi vedevo a bere tè e a raccontarmela con le babuske di sperduti villaggetti pieni di cani spelacchiati e di bambini col moccio al naso, o a negoziare passaggi con camionisti sdentati e pieni di tatuaggi, rigorosamente ubriachi, per arrivare ancora più lontano, in fondo al niente.
Emerge in tutta la sua evidenza il fatto che sia stata per qualche anno abbonata al National Geographic.

Era il secolo scorso però, quando prima del flaccido e neanche poi così comodo “imborghesimento” in cui sono mi sono lasciata scivolare e trascinare per far contenti tutti, pensavo che non sarebbe rimasto un mq di superficie calpestabile al mondo dove non avrei messo piede.
Se avessi immaginato che sarei in ogni modo finita insieme a tanti altri quasi con le pezze al @€&O mi sarei fatta i fatti miei, quello che volevo fare, come avrei comunque dovuto.

Rimango con il dispiacere di non avere mai visitato, né in concreto, né in sogno, dei gioiellini come questo qua sotto.

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Io me li farei davvero quattordicimila chilometri per vederla, una roba così, e per starci anche qualche giorno, a Norilsk.
Mi piacerebbe parlare con le persone, capire come vivono, cosa fanno per vivere, se sognano di scappare, se e cosa sanno dell’Italia, remota penisola subtropicale, e del resto della Russia.
Mi piacerebbe conoscere chi ha firmato il piano regolatore, cosa pensa la gente che torna a casa la sera per rinchiudersi in uno squallido buco al diciassettesimo piano di un casermone più vicino al Circolo Polare Artico che al resto del mondo.
Se ne capissi di statistica mi piacerebbe giocare con un po’ di dati per vedere se, come penso, quando nasci in un posto così hai molte più chances di essere destinato a fotterti la vita che se fossi nato altrove.

Questa bruttezza almeno, essendo estrema, essendo tragica, non è banale, ed é onesta.
Non mi sembra trasudare volgarità come lo fanno tanti posticiaccoli ed edifici della mia Vorkuta lombardoveneta o, peggio ancora, della sua provincia.
Questi sono orrori che vorrei tanto documentare in un ardito foto reportage che potrei fare, con sprezzo del pericolo, ogni giorno che vado e torno da Multipaesana, cose che davvero fanno accapponare la pelle.
Perché quando il cattivo gusto e il ricordo di una fame atavica che nessun boom economico ha mai potuto del tutto cancellare incontrano un po’ di sghej, poi un geometra o un architetto visionario e degli amministratori incapaci e magari con la prima avviamento, il risultato può solo essere, brrrr, paura.
Nel lombardoveneto ci sono riusciti e ci stanno riuscendo benissimo, anche adesso nello sboom e con molti meno sghej.

A Norilsk, una delle perle del Nord, sono cento diecimila le anime dannate che vivono, e si riproducono, in una delle città più inquinate del mondo, qui a causa dell’estrazione del nichel.
Mi domando seriamente cosa voglia dire nascere in un posto così: basta come al solito uno spermatozoo errante che incontra un ovulo, e però quella palletta di cellule sei Tu, e chi sceglierebbe mai, da lucido, di finire a Norilsk?
Io no di certo, che persino questa Vorkuta lombardoveneta pare un Eden al confronto.
Poi vaglielo tu a dire a questa gente, che sarà sfigata ma non beota, che life is what you make it, e che sei libero di scegliere, che ci auto determiniamo e tutto quel bla bla lí, sicura che ti mollano uno di quegli sganascioni da ritrovarsi a Malpensa o a Fiumicino nel tempo di un amen.
E farebbero anche bene.
In viaggio però sì, e con insaziabile curiosità, sceglierei di andarci.
Ci sarà qualcuno che a Norilsk ci é stato, dico solo per vederla ?

**Sì, proprio queste

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