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Sulla volgarità

Riflettevo ieri, durante e dopo un’interminabile quanto necessaria seduta dalla mia parrucchiera, sull’essenza ed idea di volgarità, e quanto anche questo concetto sia definito, inquadrato e percepito come tale in modo del tutto soggettivo, non universale, non sempre facilmente comprensibile.
E di come anche su questo, in genere, io mi ritrovi a pensarla diversamente da un mucchio di gente, forse dalla maggioranza.

Ci sono certe persone, colleghe ad esempio, che riescono ad esprimere una volgarità senza uguali anche a bocca chiusa, non so, tipo che mi basta vederle arrancare malamente sotto il solleone con il tacco dodici e la stampa zebrata per andare in magazzino, o con il capello siliconico piastrato con l’asfaltatrice che nemmeno si muove con il vento, per provare quell’irritazione, disgusto e fastidio estetico che derivano solo dall’assistere all’esibizione di una certa malagrazia ed ineleganza interiore, volgarità, appunto.
Per non dire di quando la bocca la aprono.
Anche se dalle loro labbra a canotto in via di implosione non fuoriesce nemmeno uno di quelli che, tecnicamente, si potrebbero definire improperi, o parolacce, basta il tono ed il volume sul quale impostano e modulano la voce, la tracotanza e l’aggressività senza uguali con le quali si avventano sul malcapitato pacifico interlocutore che per me è vaiassa fatta e finita.

E poi ci sono altre persone delle quali un va a cagare o un membro maschile citato di tanto in tanto, se per dare enfasi o colore alla frase ed al sentire, mi lascia del tutto indifferente, anzi mi fa sorridere, me li fa sentire più umane, e per nulla volgari.
Forse perché la volgarità per me è più in quello che si pensa e si è che in come lo si esprime verbalmente.
Sarà perché sono anche io di quella partita quindi, chiedo venia per la cacofonia partita-parte, mi sento di parte.

Poi, un sabato mattina dalla parrucchiera capita di finire distrattamente coinvolta in una conversazione tra giovani matrone della vecchia scuola, vecchia scuola alla quale mi sento di appartenere un po’ anche io.
Le giovani matrone tra un tono-su-tono e una meche ma-non-troppo-bionde-mi-raccomando- questo sabato mattina deploravano e deprecavano il crudo linguaggio in uso in certe realtà, nello specifico nella realtà lavorativa di una di loro.
Realtà lavorativa nelle quale, mi pare di avere capito, non vengono nemmeno nominate o maledette questa o quella Divinità o la poco onesta professione di qualche genitrice ma, immagino, il solito membro maschile di tanto in tanto, giusto se una si rovescia il caffè addosso o se il contabile è sparito nottetempo con in mano un circolare da millemila milioni di euro.
Ed era orrore, nasini arricciati all’insù e scuotimento di teste, chiome per lo più bionde che oscillavano nell’aria arroventata dai phon e dalla calura estiva, ed il fumetto che passava in sovrimpressione, o tempora o mores.

Bene, poi mi sovviene il ricordo di una di queste giovani matrone con il filo di perle probabilmente prima appartenuto alla nonna e poi alla mamma, educatissima e timorata di Dio quanto basta da chiedere scusa agli astanti quando proferisce un testa di cavolo, che raccontava della morte improvvisa di un genitore di una sua amica, e che sì, certo, le aveva fatto le condoglianze, le aveva mandato un sms.
Un sms, cazzo.
E di come tutto questo lei lo considerasse normale, cioè di buon gusto, sensibile, socialmente accettabile, mentre a me aveva fatto rabbrividire, l’avevo trovata una mossa davvero orrenda, indecente, brutta dentro.
Molto ma molto peggio di quando vedo qualcuno che mangia con i gomiti sul tavolo, che è solo una questione di forma.
E comunque, se fossi fuori a cena con un Sean Penn, o uno Javier Bardem, o un Vincent Cassell, gli unici sogni erotici in grado di smuovere quell’unico ormone e neurone rimastimi, e li vedessi che mangiano scompostamente mi alzerei da tavola senza neanche dire “è stato bello, però addio”.
Mi verrebbe anzi voglia di tirar loro un ceffone, che era quello che mi beccavo io in tempi in cui non esisteva ancora il Telefono Azzurro.

Ma tant’è: sulla volgarità, sul buon gusto, sulla decenza ed indecenza come su tutto, ma proprio tutto il resto, a ciascuno il suo modo di pensare, di vedere, di sentire le cose, come è giusto che sia.
Il mondo senza queste differenze sarebbe una noia mortale.

***

Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.
Cesare Pavese, La spiaggia, 1942

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