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Minime variazioni

Fino a pochi anni fa per ogni stagione mi sceglievo una canzone che sarebbe diventata la mia canzone per quel periodo, non necessariamente cose che ritenessi dei capolavori. In genere semplicemente qualcosa di molto orecchiabile e con un ritornello da scimmiottare. Tendenzialmente molto più per l’estate che per l’inverno, e forse per l’inverno ho lasciato parecchi buchi, che l’inverno non è una stagione che mi faccia venire molta voglia di canticchiare.

Dall’inverno 2013 ho smesso con quest’abitudine, che poi non era un’ abitudine, ma una specie di ingenuo e inconsapevole rito antropologico di carattere propiziatorio, ed ho smesso perché faccio sempre più fatica ad amare nuovi autori, nuovi pezzi, nuovi generi. Non che l’abbia deciso o pianificato a tavolino. Così l’ultima mia canzone, autunno inverno 2013, é stata 

Che poi forse doveva anche essere di qualche anno prima, ma io l’ho scoperta solo allora, e per un bel po’ non mi si é più scollata dai timpani. E che dire, quei suoni mi hanno mandata fuori di testa per tutti quei mesi, mi hanno accompagnata in un periodo in cui tutta la mia vita dipendeva da decisioni attese da anni e che non dovevo prendere io. Mesi in cui il mio migliore amico, e non sto affatto scherzando, é stato peloso e a quattro zampe. Così, quando per caso riascolto questo brano mi torna in mente anche lui, che sembrava capire tutto e sapere, e che di certo sa ricordare, visto che ci facciamo sempre e ancora le feste, quando passo a piedi davanti al suo cancello.

Venuto meno questo tipo di rituale e dato che la tendenza é sempre più rivolta alla semplificazione esistenziale ed alla ricerca di gratificazioni immediate, anche minime, per controbilanciare le asprezze quotidiane, mi sono rivolta altrove. Ad un settore che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni, e continua a darmele: la cucina, mangiare, il cibo.

Non perché io sappia o mi piaccia cucinare, ma di certo mi piace mangiare, e cose anche poco elaborate e molto semplici riescono a farmi gioire del fatto di essere viva, tutto sommato.

Così, per certo, il piatto dell’estate 2015 sarà una mega-insalata servita in tinozza da bucato di 35 litri e così composta:

– cipolle rosse di Tropea, scoperte solo pochi mesi fa, come ho potuto vivere senza? Tagliate sottili sottili, e in cospicua quantità, perché in casa mia non ci sarà il pane, ma cipolle, sempre.

– carote novelle di Ispica, tagliate a fettine e non necessariamente sottilissime, che mi piace sentire quando fanno crunch – crunch. O anche carote e basta, via.

– avocado sempre e solo Hass, il più pregiato: buccia con sfumature tra il verde ed il color melanzana, si “spella” in un secondo. A pezzettoni

– pomodori cuore di bue o, al massimo, gli insalatari. Rigorosamente solo queste due varietà, quelli molto acquosi rovinano tutto, per carità.

– ci si può aggiungere insalata di vario tipo, colore, qualità, ma la cosa è facoltativa, anche senza insalata mi manda in visibilio e forse addirittura la preferisco 

– succo di lime, o di limone, olio extravergine d’oliva, pochissimo sale e/o gomasio, spolverata di semi di papavero 

Poi posso solo dire: è bianco, siciliano, gagliardo, di colore biondo paglierino, va servito fresco ma senza esagerare. C’è ovviamente un nome, una cantina, non è probabilmente roba da intenditori visto che costa sui cinque euri a bottiglia e non trentacinque, ma è assai più che dignitoso, e con l’insalata “2015” é la morte sua.

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