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Attenzione al Cliente / Consumatore: the Italian way

All’indomani della peggiore forma influenzale che mi abbia colpita da molto tempo, correva l’anno 1998, e di ritorno tutta ammaccata e infreddolita dal mio medico di base, due ore e trenta di attesa per riuscire a baciare la di Lei Sacra Pantofola, per strada mi rendo conto che praticamente non tocco cibo da cinque giorni.

Non difficile, quando si dorme per diciotto ore e si sonnecchia per altre sei.

Sebbene non ancora propriamente affamata ma possibilista in tal senso, decido  per una breve deviazione in un piccolo supermercato cooperativa locale che, combinazione, si trova proprio in parte alla farmacia dove devo prendere alcuni intrugli che la dottoressa mi ha prescritto. 

Non una grande spesa, nel cestino solo una succosissima confezione di mozzarella fior di latte della mia marca industriale preferita e che non mangio da molto tempo, probabilmente dall’estate. Non sarà fame ma golosità, ho già l’acquolina in bocca.

Una volta giunta a casa senza troppi salamelecchi tiro fuori il mio prezioso bottino dal suo latticello, con la forchetta ne spezzo circa un terzo e me lo porto direttamente alla bocca.

Avverto subito qualcosa di strano, un sapore abbastanza sgradevole che non riconosco, ma non so se attribuirlo alla mia bocca che non tocca cibo da diversi giorni e allo stato di chetosi che inevitabilmente ne consegue. 

Mi sembra anche vagamente che il latticello abbia una lontana sfumatura tendente al verdolino, ma ehi, è Vallelata, e la confezione indica come data di scadenza il diciassette dicembre. Siamo solo al nove.

Mastico e deglutisco senza alcun piacere e ripongo i due terzi rimasti della mia cena nel frigorifero rimandando il giudizio definitivo all’indomani.

La notte mi sveglio tutta accaldata in un bagno di sudore e con un fortissimo senso di nausea che perdura fino alle 14:00 quando, saggiamente, decido di farmi un pentolino di riso in bianco con poco olio e parmigiano.

Mi riavvicino al corpo del reato, ne sbocconcello ancora un pezzettino: non ci sono dubbi. Fa proprio schifo e, a guardare bene, anche la pasta che di solito è fibrosa ma compatta ha una consistenza diversa, quasi granulare. So bene di cosa parlo perché di queste mozzarelle ne ho mangiate decine e decine, forse centinaia.

Che fare, sono troppo debole per trascinarmi al negozio e sporgere reclamo, allora mi collego al sito Vallelata. Ovviamente zero possibilità di mandare un reclamo per scritto, l’opzione non è nemmeno contemplata, non sia mai, però è facilmente rintracciabile un numero verde.

Compongo il numero, nemmeno un paio di squilli e una gracchiante voce simpatica come una bracciata di ortiche nel bidet di casa dice che tutti gli operatori sono occupati, intimando di rimanere in linea per non perdere la priorità raggiunta. Solo che dopo due minuti circa la comunicazione viene interrotta, altro che priorità raggiunta.

Questo succede per tre volte di fila per cui, capita l’antifona, cioè a questa gente dei consumatori non glie ne frega proprio niente, mi stanco e archivio il caso. Con un grande senso di rabbia e di frustrazione però.

Come consumatrice, e anche con dispiacere visto che adoravo le mozzarelle di questa marca (tra le industriali, ripeto), per me questo è un addio al loro prodotto. Non mi farò tentare nemmeno dalle offerte, dalle promozioni. Per certe cose sono diventata davvero una donna tutta d’un pezzo.

È già grave venire intossicati da un prodotto alimentare, e pure di marca, ancora lontano dalla data di scadenza, ma non avere la possibilità di avere un filo diretto con l’azienda produttrice lo trovo vomitevole e per nulla serio.

Vallelata è Galbani, non lo sapevo:  Quelli che una volta, per chi ha conosciuto Carosello, voleva dire fiducia.

Alla Gabanelli che è in me sorge il lecito sospetto che qualcuno abbia giocato con le date di scadenza del prodotto, rimettendo in circolo un prodotto stra-marcio probabilmente trattato solo esteticamente.

Il mondo deve sapere.

E stasera per cena due mele renette.

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