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Voglia di

Voglia di cambiamenti radicali.
Sarà che traslocare, anche se non esattamente dall’altra parte del mondo, sprigiona nuove energie, o così dicono, ma quando hai ronfato per ventidue anni di fila in un letto vedendo sempre la stessa parete e la stessa finestra, assuefacendoti a certi rumori, colori, suoni, odori ed abitudini, anche aprire gli occhi su una finestra diversa e risvegliarsi al cinguettio degli uccelli invece che al chiasso dei vicini offre una nuova prospettiva del mondo.
Poi saranno la primavera, il risveglio della natura, i fluidi che si rimettono in movimento, gli smottamenti ormonali, sarà che più che primavera pare estate, sarà che sono una figlia della primavera, sarà la nuova compagine lavorativa, ci siamo liberati dal peso morto del Racc. de Luxe che ha lasciato più rovine e cenere della calata di un esercito di lanzichenecchi, per l’occasione ho stappato la mia prima bottiglia di champagne, e il nuovo arrivo pare stranamente promettente e non infame e questo è davvero singolare ed insolito.

Sarà il decluttering mentale e umano che sto portando avanti per una decisione interiore che pare irreversibile, riorganizzazione e semplificazione dei flussi ed investimenti emotivi molto più dettata dalla pancia che non dal cervello, sarà tutto questo, ma io sento il bisogno di un cambiamento di vita radicale, di allargarli ulteriormente questi orizzonti, altro che cambiare finestra e visuale.
Io vorrei proprio vedere un altro paesaggio, incontrare altre facce la mattina, udire miscugli di lingue non necessariamente conosciute o riconoscibili, camminare per strade che non conosco, entrare in negozi dove non sono stata, inziare uno sport al quale non mi sono mai avvicinata, incontrare nuove persone con una stessa visione del mondo, lo stesso approccio alla vita, gli stessi interessi, mentre già da qualche tempo non è più così, anzi provo una certa insofferenza e estraneità verso quasi tutti.
E un leggero senso di colpa per questo, ma nemmeno tanto.

Avverto le stesse spinte fortissime che mi hanno portata tanti anni fa a lasciare Vorkuta per una capitale inseguendo il sogno di un lavoro, e chiaramente non solo di un lavoro, e per fortuna non vivo con il rimpianto di non averlo fatto, almeno quello.
L’ho fatto, con l’incoscienza e l’ottimismo dei venti e poco più anni, senza pensare al domani e alle conseguenze delle mie azioni, cosa che adesso purtroppo mi riesce più difficile, anche perchè tutto sommato non avevo molte altre scelte: contrariamente a quanto si crede nemmeno allora la gente ti correva appresso per offrirti un lavoro che fosse di tuo totale gradimento e consono alle tue aspettative, e io non volevo marcire in un ufficio in mezzo alle carte come sto facendo adesso, da troppo tempo.
Già allora Vorkuta mi sembrava triste, grigia, morta.
Non mi sembrava, lo era, lo è.

Sarà che, in mancanza di problemi e preoccupazioni oggettivamente più serie, che conosco e che non voglio affatto sottovalutare, e finchè si ha la salute, un lavoro, un tetto sopra la testa e due gatti per i quali conti qualcosa, a prescindere dal tipo di legame, con e in assenza di parentele, in linea di massima non è giusto lamentarsi sempre e sfidare troppo la sorte, tutto vero, tuttavia trovo che una degli agenti più corrosivi nell’esistenza di molti individui sia la noia, la routine, la mancanza di stimoli, sentire che la vita ti scorre tra le dita come acqua o come sabbia, che è già tutto tracciato, vivendo una vita che non ti pare la tua, che forse nemmeno ti sei scelta.
Gutta cavat lapidem.
Questo secondo me spiegherebbe lo sclero che si verifica a cominciare dai 40 anni in poi, spesso anche prima, e che si manifesta in tali e tante forme e modalità, innocue o meno, che mi è impossibile elencarle tutte.

Capita che io sia uno di quegli individui nei quali si manifesti in forma relativamente innocua ma circolare, come una pentola di fagioli che borbotta sempre e, in ogni caso, il peso di eventuali scelte sbagliate o avventate e di colpi di testa ricadrebbe solo ed esclusivamente su di me.
Succede anche che tutte le persone che conosco, coetanei e anche gente più giovane, si lamentino esattamente della stessa cosa, della stessa identica necessità di un cambiamento, di quanto sia logorante una vita che si ripete giorno dopo giorno uguale a se stessa, secondo uno schema oramai arcinoto e che non prevede variazioni.

Ammiro, ma non comprendo, la gente che riesce a starci dentro, che non si pone il problema, che non ci soffre, che non sogna, che non pensa potrebbero esistere altre vite.
Al di là dell’età anagrafica forse gente più matura di me, ma non sono nemmeno sicura sia una questione di maturità, quanto di nature diverse.
Per quanto mi riguarda una profonda esigenza, la curiosità, la voglia di riprendere un percorso di vita assai assai più global e meno stanziale interrottosi precipitosamente intorno ai trentanni, un bisogno di nuovi inizi, di nuove partenze, di qualcosa di nuovo, di freschezza.

Potrei, per esempio, cominciare a mandare qualche cv, che ne so, a Berlino, o a Bilbao, tanto per rompere il ghiaccio. Potrei, certo che potrei.
Potremmo tutti, noi pentole di fagioli.
Manco il costo di un francobollo, basterebbe premere qualche volta il tasto invio.
Non so se sia più la paura che non mi si fili nessuno manco di pezza, come altamente probabile, o che qualcuno si faccia vivo sul serio.
E chissà se un giorno poi la mia routine mi mancherebbe, e le mie piccole certezze quotidiane.

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